Interpreti e visionari: il codice onirico

Se i processi di comunicazione simbolica risultano particolarmente congeniali alla comprensione delle rappresentazioni culturali contemporanee e soprattutto alle dinamiche dettate dalla presenza algoritmica, si può affermare che l’interesse per il cosiddetto codice onirico si inserisca in modo del tutto naturale in questo esercizio. Il mito greco racconta che Prometeo, il titano inventore di molteplici tecniche e arti, avrebbe praticato per primo l’onirocritica al fine di discernere le qualità premonitrici delle immagini sognate.  

Fermo restando che l’interpretazione dei sogni, fin dal mondo antico, risulta una materia sfuggente, oggetto di teorizzazioni discordanti, è altrettanto vero che il mondo onirico non può essere scisso dall’idea di decifrarlo. In altre parole, l’interpretazione è organica al sogno stesso e secondo un insegnamento del Talmud, citato da molti e anche da Freud, «un sogno non interpretato è come una lettera mai aperta». La trovo un’espressione intrisa di poesia, che condensa molto bene il senso di mistero e incertezza che si accompagna al dominio delle visioni notturne. Traendo spunto da tutto ciò e dalla metafora della lettera aperta o chiusa, il grecista Giulio Guidorizzi, che già ho avuto modo di citare nei miei precedenti articoli, annota una serie di riflessioni sui meccanismi narrativi del sonno e della veglia, sottolineando come si tratti di coordinate opposte: «Mentre descriviamo un sogno, siamo costretti a scompaginare la mobile scena onirica, con i suoi scarti e il suo gioco di travestimenti, e a ridistribuirla lungo le rette spaziali e temporali di una serie linguistica e coerente». (Guidorizzi, Lettere da aprire in Il compagno dell’anima).

Questo ragionare sulla riduzione linguistica di un qualcosa che è, per sua natura, irriducibile mi sembra uno spunto davvero pieno di stimoli, considerando pure il fatto che il passaggio dallo stato dormiente a quello senziente comporta una disgregazione, spesso rapidissima, del fragile tessuto onirico. In conseguenza, non sorprende ciò che sosteneva Sinesio, ossia che per raccontare un sogno bisognerebbe disporre di parole dotate a loro volta di movimento. Come tener dietro infatti ai trapassi spazio-temporali, alle traslazioni di senso, ai rovesciamenti di ciò che da svegli abbiamo bisogno di pensare in una griglia consequenziale? Come possiamo presumere di ricordare un momento mentale in cui per giunta non siamo neppure presenti a noi stessi? Non per nulla, se tentiamo di stabilire la durata di un sogno, brancoliamo nel buio: oscilliamo fra un’istantanea e una lunghezza di ore, senza disporre di appigli concreti per poterlo stabilire con certezza. E questo è sintomatico del fatto che dentro il sogno siamo in una realtà altra, che funziona a modo suo.

Non solo, l’atto di sognare comporta l’unione inseparabile di elementi di natura psichica e di cultura. La sintesi avviene in un modo che non ha eguali in nessun’altro aspetto della sfera sensibile umana. Sempre citando l’analisi di Guidorizzi: «Se gli impulsi che lo determinano [il sogno] sono regolati dalle leggi che presiedono al funzionamento della psiche, che perciò sono universali, le immagini oniriche che si formano in conseguenza del fatto di sognare – le sole che assumano senso per il sognatore – vengono attinte da un patrimonio di esperienze e di associazioni analogiche prodotte dalla memoria collettiva di una società: sono frammenti di storia, di simboli, di idee che provengono dal mondo esterno al sognatore, e danno forma agli impulsi da cui il cervello umano produce il lavoro onirico». (op. cit.)

Sostanza individuale e collettiva che riempie il nostro essere, che fa della nostra vita un diapason contemporaneamente accordato sul nostro sé e sul mondo.

Al limitare di una simile soglia duale, mi capita di osservarmi con sempre maggiore nitidezza nella filigrana della sincronicità che considero il più sorprendente ingranaggio all’opera nel dialogo fra i due mondi. Questa sincronia che, senza scendere nel dettaglio della definizione scientifica e psicoanalitica, potremmo vedere come il veicolo utilizzato dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia, diviene oltremodo evidente man mano che esercitiamo il nostro sentire a riconoscerla. È il varco magico attraverso cui la sostanza sognata penetra nel nostro agire da svegli. Per quanto mi riguarda, perfino i nomi dei luoghi che attraverso sono adesso tracciati significativi (sognificativi?) che sembrano duplicare o almeno evocare ciò che si è svolto altrove, nell’altra me durante lo stato di incoscienza. Dalle decine di casistiche a me occorse, sono in grado di sostenere senza esagerazioni di essere perfino arrivata a predire con relativa certezza quando sta per affiorare. Affinché tutto questo non sembri solo un ragionamento astratto, cito qualche stralcio recente dai miei appunti di “vita vissuta e sognata”:

Domenica delle Palme. Davanti a me camminano due giovani, una indossa un maglioncino bianco e ha in spalla una borsa rossa. L’altra porta una borsa su cui sono disegnati dei pesci disposti in cerchi concentrici. La coerenza simbolica di ciò che vedo è più che un richiamo alle traiettorie percorse e a quelle da intraprendere. Poco prima, soffermandomi nei pressi dell’entrata del cimitero ebraico, mi aveva raggiunto questo pensiero: “persone distese in un campo di papaveri. Sono tutte addormentate”.

Domenica mattina. Sento energie cambiate, qualcosa di incombente che scivola via, una pesantezza sgravata. Dopo diversi giri, avvisto il mercatino dei libri al coperto. Non ci vado da molto tempo e decido di dare un’occhiata. L’istinto mi dice di fermarmi già all’inizio della bancarella. Altrettanto d’istinto allungo la mano e tiro su un volume di Peter Kolosimo sui sogni. Sorrido perché è l’argomento di cui ho scritto ultimamente, anche attraverso i frammenti di Artemidoro.
Tuttavia sfogliando lo scritto di Kolosimo, mi sembra una trattazione fin troppo incentrata sul sé, forse anche un po’ dispersiva: descrizioni di sogni diversi, attribuiti a personalità molto eterogenee. Così decido di non prenderlo. Al contempo una vocina mi dice: cerca ancora, vedrai che ci sarà qualche altro titolo simile. Non passa neanche un minuto, ed ecco altre due apparizioni a breve distanza. Qui mi risolvo all’acquisto. L’ho trovata una delle esperienze più compiute di materializzazione.     

Letture di primavera – La cura del sonno e del sogno

Un itinerario a Firenze dal quartiere delle Cure, in visita alla biblioteca delle Curandaie, passando per l’orto botanico con la sua spettacolare area delle piante medicinali, e lungo le rotte dell’arte. I nomi dei luoghi e ciò che vi ho incontrato, mi hanno trasmesso compiutamente un’idea solidale e per così dire terapeutica che sembra organica alla storia cittadina. Per la prima volta ne ho avuta piena evidenza. Quest’anno ricorrono anche i quattrocento anni di Francesco Redi, il primo medico dei Medici.

Firenze è una delle città d’Italia con il più alto numero di Book Box. I suoi circa 50 punti di raccolta, dal centro alla periferia, costituiscono altrettanti nodi di scambio culturale e aggregazione. Potete trovare le mappe urbane sui canali social dedicati e in diversi articoli pubblicati sul web.
Per un approfondimento sul progetto nazionale si rimanda a questo link.

Sui temi collaterali della mia raccolta poetica “Umana Sibilla”, si vedano i miei precedenti articoli. Ad esempio:
📍Ierogamia e psichismo della Sibilla
📍Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

On Linkedin / Le Cure District in Florence

The Art of Caring / L’arte di prendersi cura – Una breve testimonianza sul mio canale youtube di come il mondo interiore della poesia assuma un aspetto reale nello spazio che attraversiamo.

Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

*Frontespizio dell’Onirocritica di Artemidoro: manoscritto cinquecentesco;
*Albrecht Dürer, Il sogno del dottore, 1498, incisione;

«L’aria – secondo quanto affermato da Alessandro Poliistore che si rifà all’antica sapienza pitagorica – è tutta piena di anime, venerate come demoni ed eroi; sono loro che inviano agli uomini sogni e presagi». In queste poche righe si legge il sunto del demonismo onirico dei pitagorici. Tali entità sarebbero gli spiriti degli antenati vissuti durante l’età dell’oro, come diceva Esiodo, e avvolgono la terra in un manto invisibile. A volte si confondono fra i viventi, guidandoli con la loro voce, e Socrate diceva di ascoltarne uno proprio dentro di sé.

Una simile concezione riflette l’idea della continuità visionaria che lega le stirpi degli uomini, il retaggio di un impulso a immaginare che attinge figure, proiezioni simboliche, significati a epoche differenti. E se questi influssi anziché perdersi trovassero piena realizzazione nella vita reale, al punto da determinare i più profondi orientamenti nel nostro essere? Non sono molte delle nostre sensazioni, scelte e azioni, che razionalmente non riusciamo a spiegare, ascrivibili al regno dei visitatori notturni?

«Non solo i grandi problemi e i grandi miti di una civiltà si riflettono nei sogni, plasmando l’immaginario onirico degli individui, non solo le immagini oniriche sono cariche di specifici valori culturali e simbolici, che mutano e si trasformano con il trasformarsi della società, ma il modo stesso di ricordare e di descrivere i sogni dipende direttamente dagli schemi narrativi, linguistici, letterari, ideologici, oltre che dalle mitologie della civiltà a cui un individuo appartiene». (Così Giulio Guirdorizzi nell’introduzione ad Artemidoro, sulla traccia di quanto formulato da Eric Dodds). Qui l’autore registra una specificità storica per così dire, in base alla quale un modello onirico caratteristico di una civiltà può non passare in un’altra. Ad esempio i sogni degli antichi sulle trasformazioni del corpo, le metamorfosi dell’anatomia umana in animali e piante non costituiscono più, a quanto pare, i sogni tipici dei moderni. «Si può supporre che questo specifico schema onirico, caratteristico per i sognatori antichi, dipenda da una più diretta simbiosi tra uomo e natura o da modelli simbiotici sedimentati nella cultura e rifusi nella simbologia onirica ovvero anche da una diversa consapevolezza del proprio io fisico, oppure da impulsi che al sognatore provenivano da una mitologia naturalistica e animalesca di cui il suo immaginario era impregnato». (Guidorizzi dalla citata introduzione). Ma se anche non costituiscono più materia viva per i sogni si tratta comunque di fantasie assimilate, di un patrimonio emozionale che evidentemente scorre e agisce ancora in altre forme, alimentando altri schemi di civiltà.

Ancora un esempio: «Il sogno che i cristiani reputavano angelico continua lo schema onirico della visione oracolare pagana», e qui invece vi è un passaggio di testimone fra immaginari, il perdurare di un’apparizione ossia qualcosa che germoglia da una medesima pianta che ha radici lontane nel tempo. (Citazione dal saggio di Guidorizzi sui greci e il sogno, Il compagno dell’anima).    

Nel lungo colloquiare di corpo e anima che attraversa in modo incessante la ricerca organica e filosofica è d’interesse osservare le posizioni di medici e adepti dei culti religiosi, tenendo conto che le due identità non erano per forza in conflitto, piuttosto ravvisando il loro intento a mitigarsi e talora integrare aspetti divergenti; proprio il sogno costituisce uno di questi ponti. Sempre rifacendoci all’antico emerge una differenza sostanziale tra credenze orfiche e pratica medica. Mentre per gli orfici l’anima durante il sonno evade dal corpo come da una prigione, per i medici si concentra con ancor più intensità sull’organismo. Eppure, che l’anima si allontani o si chini sul corpo, non è possibile ignorare quel che manifesta nel suo viaggio durante il sonno. Per quanto sognare rappresenti un’attività fuggevole e criptica, tanto che l’applicazione diagnostica conduce a esiti aleatori – questo ciò che a grandi linee conclude Galeno – nonostante, dunque, la sua interpretazione nel mondo antico resti appannaggio degli “oneirokrìtai” professionisti, i medici non hanno potuto rinnegare l’esistenza e gli influssi del dominio dell’anima. Quando questo incontro avviene è innegabile cogliere più di un’analogia fra osservazione medica e divinazione. «Divinare il futuro partendo dai labili indizi di un sogno, così come trarre una diagnosi da sintomi incerti e contraddittori, comporta un’operazione mentale di simile natura: un’intelligenza fatta di prontezza, d’intuizione… […]. L’interpretazione del sogno è un campo che avvicina, più che dividere, medicina e divinazione. In effetti, l’impiego diagnostico del sogno viene elaborato in una cultura in cui era profondamente radicata la credenza che ciò che avviene nella mente addormentata fosse un segnale profetico, che la medicina antica accettò, pur inserendola nel suo sistema dottrinale». (Guidorizzi, Il compagno dell’anima).

Volendo ravvisare in tutto questo un senso vicino alla mia esperienza, vi dirò cosa mi è accaduto di recente. Ad essere sincera sono molti gli episodi che mi riconducono in petto a tali ragionamenti; se anche mi sforzassi con tutta me stessa, non potrei fingere che tali indizi non esistono e non siano pertanto parlanti nella mia vita. Ve ne sono anche di più articolati: sono solita raccoglierli, descriverli, interpretarli. Vedo che pure per molti altri lo sono. Mi è capitato di leggere un commento a margine di una lezione di scienza e filosofia in cui qualcuno sosteneva che quando avremo compreso a fondo i meccanismi della sincronicità, coglieremo nessi straordinari fra le vite umane e i rapporti che intrattengono. Ne sono più che convinta.

Veniamo alla singolare circostanza che mi ha coinvolta. Un paio di sere prima di recarmi all’ospedale cittadino di Livorno per portare dei libri destinati alla clinica di chirurgia – in sala di attesa c’è una graziosa libreria per ricordarci che un luogo di cura del corpo può esserlo se non si dimentica di curare l’anima – avevo sotto gli occhi Il libro dei sogni di Artemidoro. Fra i vari paragrafi mi raggiunge quello sulla meridiana. Provo una familiarità istantanea nel leggerlo, qualcosa che sento subito risuonare in me. Ve lo trascrivo: «Una meridiana indica attività, iniziative, movimenti e impulsi negli affari, in quanto gli uomini fanno qualsiasi cosa tenendo d’occhio le ore. Perciò, se una meridiana cade o si rompe, è negativo e funesto, soprattutto per gli ammalati. È sempre meglio calcolare le ore prima di mezzogiorno che quelle dopo mezzogiorno» (Artemidoro, Il libro dei sogniOnirocritica, III, 66).

Brevemente, il padiglione di chirurgia è il numero sei – peraltro significativo nella mia vita – e lungo il cammino ho scoperto che la via di accesso a quest’ala dell’ospedale è Via della Meridiana. La mia visita è terminata intorno a mezzogiorno e mentre tornavo sui miei passi è uscito il sole, cosa del tutto inattesa perché il cielo sembrava non volerne sapere di riprendersi dal fitto grigiore in cui era sprofondato. È stato come se in quella porzione della meridiana qualcosa fosse scivolato non solo nella dimensione del tempo ma verso chissà quali destinazioni.

*Il bianco, il rosso, l’astrologia biblica e altre affinità elettive alla Galleria
“Il Melograno” di Livorno.

* Il book-crossing all’ospedale cittadino di Livorno – punto di raccolta della sala di attesa di chirurgia, padiglione 6.

The synchronicity of places / La sincronicità dei luoghi:
On Linkedin

Marius Pictor al Museo dell’Ottocento a Bologna, un’esperienza di sincronicità (settembre 2024)

My short on youtube:
https://www.youtube.com/shorts/DFdTsS4XAXw
Artemidorus, dream interpretation before Freud:
https://www.youtube.com/shorts/dtM6DfTLtIU

C’è più verità in un sogno che in una vita intera

Secondo la lingua greca antica, a differenza della nostra, non si faceva un sogno ma si vedeva. Poeti, filosofi e medici appartenuti a quella cultura hanno tentato di spiegare l’essenza ambigua dei sogni, teorizzandone cause e aspetti nelle loro opere.

Come scriveva Eric R. Dodds nel suo noto volume I Greci e l’irrazionale, «l’uomo ha in comune con pochissimi mammiferi superiori il curioso privilegio della cittadinanza di due mondi». (Dodds, Schema onirico e schema di civiltà, in op. cit., 1959)

Opera di Rob Gonsalves

Il sonno e la veglia sono a tutti gli effetti vite parallele. Da sempre si è cercato di attingere ai criteri di realtà e irrealtà per catalogare questo tipo di esperienze. Ma il sogno, che per sua natura risponde solo a una trama irregolare, rifiuta ogni discriminante e, infine, mischiando elementi che appartengono sia alla nostra quotidianità sia a ciò che sfugge alla nostra comprensione, rimane un dominio inafferrabile. Da svegli possiamo facilmente liquidare il momento onirico come irreale ma quando dormiamo e ci visitano le immagini di un altro spazio e di un altro tempo, che proprio queste dimensioni sovvertono, allora l’idea del fantastico ci appare accessibile, anzi del tutto normale.

Il viaggio fra questi due mondi avviene ogni giorno, anche se non sempre ci è dato ricordare quel che ci visita durante lo stato di abbandono notturno. Eppure, anche senza averne memoria, le tracce di quella alterità disegnano insospettabili cammini dentro di noi che finiscono per indirizzare la nostra attività diurna. Un simile influsso è la prova tangibile di un confine molto più blando fra i due regni di quanto ci sforziamo di definirlo.

A un livello di simbologia e di interpretazione è innegabile, sempre sulla scia dello studio di Dodds citato poco sopra, che la struttura onirica rifletta anche schemi della società dove si vive per cui «la natura stessa del sogno sembra conformarsi a rigidi schemi tradizionali». Tuttavia contenuti e suggestioni non si esauriscono in questo assunto, sebbene la trasmissione culturale di contenuti archetipici sia un processo largamente attestato del quale pure Jung ha offerto evidenze nelle sue ricerche.    

Restando un po’ più vicini all’antico è chiara la contiguità fra sogno e mito, cosicché se pensiamo ai miti come frutto dei sogni di un popolo, allora possiamo vedere nel sogno una forma di mito individuale. E qui ci addentriamo in quella landa affascinante dell’immaginario collettivo dove i singoli pensieri e sentimenti si depositano a creare una risonanza con noi anche se apparentemente non sembrano riguardarci. Il fatto che in talune circostanze proviamo familiarità con una storia, con il suo portato sentimentale o con uno soltanto degli elementi che la abitano, è indicativo del loro iscriversi nel profondo del nostro avvicendamento terreno e della loro condivisione. 

Per toccare nello specifico due aspetti legati alla vitalità dei sogni e al loro significato presso i greci ci soffermeremo brevemente sulla pratica divinatoria e su quella medica. S’incontrano affatto raramente nella civiltà ellenica i cosiddetti “oracoli onirici”, santuari in cui si utilizzava per lo più la tecnica dell’incubazione, ossia del dormire all’interno dello spazio sacro per favorire la venuta del “sogno divino”. In tal modo la divinità poteva manifestarsi per offrire aiuto, in caso di una decisione da prendere, o guarigione, se l’interrogante necessitava di cure. Spesso il collegio sacerdotale preposto si occupava di interpretare il messaggio divino e, qualora si trattasse di un paziente, era suo compito dare le disposizioni rituali di circostanza, incluso il digiuno preparatorio e terapeutico, prima per attrarre la visione, poi per favorire il recupero dell’assistito. Alcuni esempi salienti sono la “Grotta di Caronte” in Asia Minore e l’oracolo di Oropo (Dodds, 1959, cit.; Ciardi, Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo, 2024).

Emerge già da questi cenni il nesso fra credenze religiose e medicina, un legame che, al di là dell’autonomia scientifica rivendicata da Ippocrate, giungerà a un tramonto tardivo e si dissolverà del tutto solo quando le porte dei santuari verranno chiuse per sempre in epoca tardoantica. Emblematico al riguardo il propendere dei medici di scuola ippocratica, attivi fra il IV e il III secolo a.C., per l’uno o l’altro atteggiamento; alcuni più rigorosi, altri pronti a far largo a un sistema di credenze che non poteva essere cancellato dall’oggi al domani con un colpo di spugna. Nessuna attitudine, anche la più razionale, sarebbe riuscita infatti a frenare un ricorso quasi istintivo a un patrimonio di idee tanto longevo e radicato. Per dare una misura concreta della durata nel tempo di simili mentalità – mi rifaccio non a caso a una parola chiave dell’indagine di Marc Bloch, storico di testimonianze immateriali – si consideri che l’incubazione era nota agli Egizi fin dal XV secolo a.C. e che probabilmente lo era anche alla civiltà minoica.

Sminuire il miracolo medico fino a tacciarlo di impostura come pure affermare che il rapporto fra mondo dei sogni e medicina è privo di razionalità, significa andare incontro a una pesante banalizzazione e fraintendere molte sfaccettature che in epoca arcaica hanno tenuto a battesimo questi concetti. L’onirocritica medica non era una forma di superstizione ma un esercizio attento attraverso cui catalogare malattie, identificare sintomi e cercare mezzi per la guarigione.

Dalla poesia omerica – nei poemi si parla di “popolo dei sogni”, parvenze che tendenzialmente incarnano l’intimo sentire dei personaggi – alle narrazioni erodotee, dai medici Erofilo e Galeno fino all’onirologo Artemidoro di Daldi è evidente che i sogni per i greci non erano significativi allo stesso modo: conseguenza di fatti fisiologici più o meno rilevanti oppure effetto delle esperienze diurne. 

Ne scaturisce un ampio dibattito con implicazioni teoriche destinate ad attraversare numerosi secoli. Torneremo perciò a passare in rassegna le fonti antiche sul sogno e il suo retaggio simbolico, chiamando nuovamente in causa Artemidoro che merita assai più di un accenno. Quel che è certo nel regno dell’incerto è che gli autori greci sono fra i primi interpreti ed esploratori di una dimensione percepita come fisicamente altra, esistente e dotata di regole proprie, che hanno provato a rappresentare nelle loro opere, sottolineando quanto il suo incontro con il sognatore fosse un evento degno della massima attenzione, preparato da forze incontenibili e misteriose per raggiungerlo e cambiarlo. 

* Sul mio canale ho pubblicato una serie di montaggi brevi che illustrano simboli e suggestioni alla base del mio percorso letterario e di ricerca:
https://www.youtube.com/@marginiemiraggidiclaudiaciardi/shorts

* Alcuni dei temi fin qui trattati sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Di bianco e vermiglio e d’arte… Accadde poco dopo aver visitato il diocesano di Foligno. Mi ritrovai per le sale del Bargello e, appena entrata, fui accolta da una madonna lignea di scuola umbra (scrissi che per me era di mano folignate). Non so quale espressione ci fosse sul mio viso ma provai un’emozione fortissima, come se mi fossi chiusa una porta alle spalle e, aprendone una differente, sentissi di proseguire nel medesimo spazio; scrissi anche questo.
Ora, di ritorno da Fabriano mi sono ritrovata immersa fra inchiostri di porpora e panneggi bianchi e vermigli nelle opere di Beato Angelico; all’ingresso, uno dei primi quadri su cui si è posato il mio sguardo era di Gentile da Fabriano. Poco più avanti mi sono venute incontro le miniature dell’Angelico su pergamena violacea, commoventi quanto inedite. Osservandole, non potevo fare a meno di pensare alle suggestioni cromatiche di cui il mio percorso più recente è risultato intriso.
Se questa non è sincronicità, ditemi voi di cosa si tratta.
Ogni esperienza si lega a un’altra, ogni immaginazione ne racchiude una ulteriore, ogni sogno è il proseguimento del sogno di un altro.

Immagini dalla mostra di Beato Angelico, Palazzo Strozzi (settembre 2025-gennaio 2026); a settant’anni dall’ultima grande rassegna su questo artista.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Simbologie teurgiche

Giorni di fine novembre. Come lo scorso autunno il sole è nuovamente entrato in una fase acuta di attività; l’espulsione di massa coronale ha riportato nei cieli, a diverse latitudini, lo spettacolo delle aurore boreali. Ho trovato magnifico che proprio in queste ore si festeggiasse Leonardo Fibonacci.


L’immaginazione antica avrebbe forse interpretato tali avvenimenti – il fenomeno cosmico entro la misura calendariale – come segno divino, la traccia viva di un’armonia superiore operante nello spazio e nel tempo. Fra l’altro, alla base di certe credenze religiose, il ritorno rituale a una dimensione superiore rappresentava un ideale iniziatico e una necessità sacra per ritrovare la propria unità e unicità di corpo e anima.

Il viaggio astrale nel rito teurgico era un’esperienza extracorporea in cui la coscienza si distaccava dal corpo fisico per esplorare altri piani di esistenza. A differenza della medianità, l’individuo viaggiava coscientemente verso esseri o luoghi, valendosi di questo mezzo per congiungersi spiritualmente con forze superiori, in una sorta di “matrimonio mistico”.

Giamblico, fra i massimi interpreti delle dottrine misteriche, autore del più importante commentario all’opera di Giuliano il Teurgo, nonché fondatore della scuola di Apamea dove la teurgia era argomento di dissertazione ma anche disciplina praticata, accomunava l’immaginario religioso egizio a questo genere di culti d’indirizzo neoplatonico, individuandovi radici condivise. Il comunicare l’inesprimibile attraverso simboli, la tecnica estatica per tornare, almeno idealmente, al mondo smarrito degli dei, la ricerca dei frammenti di una creazione spirituale dimenticata – il mito di Iside e Osiride è in tal senso un’allegoria liturgica.    

Nella teurgia il viaggio astrale non è solo un’esplorazione speculativa ma uno strumento utile a congiungersi misticamente con esseri sovrannaturali e ottenere in cambio una maggiore consapevolezza e integrità personale. Passa da qui il pensiero che si riesca ad agire sulla presenza del divino, sulla natura e l’essenza del suo manifestarsi, ricorrendo all’arte mantica. L’anagogè della tradizione oracolare caldaica e della filosofia neoplatonica, come la merkabah del misticismo giudaico, implicano la separazione della mente dal corpo o trasmigrazione dell’anima o telecinesi del corpo stesso. Ad ogni modo, si tratta di eventi visionari su cui si regge l’attitudine estatica né sorprende che una simile concezione faccia largo a spunti e suggestioni magiche.
Le tecniche di concentrazione e di controllo del respiro esposte nella “Lithurgia mithriaca”, fondamentali per la buona riuscita del viaggio mistico, sono riconducibili al cosiddetto principio di empatia cosmica che ispira anche l’antica medicina greca, e nello specifico la teoria umorale. Si riteneva che lo sperma, proveniente dal midollo spinale, fosse un fluido igneo e luminoso, sul quale lo pneuma agiva come soffio vivificante. Tali speculazioni mediche rientrano in un patrimonio di mitologie arcaiche di matrice non solo ellenica ma anche indo-iranica.

Come più volte leggiamo negli oracoli caldaici, quale immagine-chiave ricorrente, il fuoco è la sostanza più elevata dell’organismo umano: il corpo, in quanto microcosmo, era formato dai quattro elementi fisici.

Non è un caso che nel Novecento, il secolo che scopre la psicoanalisi, si assista al moltiplicarsi di studi sui culti astrali e le religioni antiche, di matrice orientale soprattutto. L’esplorazione del legame inestricabile fra sapere soprannaturale e forza magica, la volontà di carpire o almeno provare a sondare il mistero di quella che potremmo definire una ierofania psichica, va in parallelo con la scoperta dell’inconscio e con il suo potere di influire sulla realtà.

L’energia mentale diviene oggetto di una rinnovata attenzione che necessariamente spinge a riconsiderare il punto di vista degli antichi su questioni di tal genere. In particolare, il concetto di trasformazione magica, assente nella religiosità civile ma ben operante all’interno dei culti misterici di epoca tardoantica, permette di rilevare certe implicazioni psichiche sulla presenza del sé, sul definirsi del proprio esserci nel mondo, in scia a quella che sarà anche l’indagine demartiniana sul fronte antropologico.

Questo fattore magico si esplica in una convergenza fra cerimonie cristiane e credenze orfico-dionisiache, a partire dall’idea di morte-rinascita passando per l’interiorizzazione rituale del dio: si pensi in proposito al “pasto sacro”.

Realtà fisica, visione cosmica, operatività magica saldate su un desiderio di ricongiungimento universale che si percepisce come scaturigine, come atto primo di creazione e fonte di ogni immaginazione, non accennano dunque a disperdere il loro vitalismo, addirittura contro ogni pronostico nei tempi del progresso scientifico e, oggi stesso, nella nuova era algoritmica. Anzi, viene da dire che questi temi esercitino un fascino perfino crescente, quasi che l’essere umano per istinto ricorra da sempre alle sorgenti spirituali per placare la sete che certe fasi storiche gli impongono. Quando è vicino a smarrirsi, il fuoco elementale torna ad accendersi in lui, riportandolo sul sentiero di una mitologia sacra, di una poesia che lo colma, di una rivelazione che va oltre la finitezza e la resa emotiva. Se posso sentire l’intensità di una stagione mentre cammino sotto gli aceri in autunno, percepire dentro di me il mutare delle nuvole osservando il cielo fra quei rami, ascoltare ogni cadenza legata a eventi apparentemente lontani fra loro e avvertirne così i legami, so per certo che nulla è andato disperso di certe voci, perché ancora mi parlano, perché ancora fluiscono nel grande sapiente strumento dell’immaginario umano.


Pagine per l’autunno e per l’inverno/ Pages for fall and winter 📚🕯️#books #pickabook #autumncolors
https://www.youtube.com/shorts/wspKC8MSwaA

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Si veda anche l’articolo precedente / To my previous article:



Sibille delle isole e relazioni culturali

Pochi territori al mondo favoriscono il confronto e la commistione culturale come le isole. Si potrebbe pensare il contrario, in quanto luoghi talvolta inaccessibili, spesso lontani dalla terraferma e, come per l’appunto ci ricorda il sostantivo che le designa, isolati. Invece, è proprio qui che le diversità approdano e convergono, dando vita a modelli peculiari, resistenti, inattesi. Su un carattere intriso di indubbi tratti conservativi, tant’è vero che simili ecosistemi, laddove il turismo non sia arrivato con i suoi flussi eccedenti, tendono a mostrarci qualcosa di perduto, si innesta anche un’attitudine all’apertura, all’interazione. Questa fluidità isolana instaura confini mobili nello spazio e nel pensiero in un processo inverso rispetto al continente.  

Proseguendo la nostra ricognizione sulla Grecia antica, le isole ci si offrono come osservatori privilegiati di tali dinamiche. In età alto-arcaica molti di questi ambienti ospitano comunità miste e i santuari, soprattutto, divengono centri di assimilazione religiosa e culti condivisi, nonché strutture di riferimento per la comunicazione interculturale. Riprendendo una definizione più che calzante di Lewis Mumford (1961), nei santuari greci si dispiega l’incontro con gli altri e, dunque, «un nostos verso le proprie radici», ossia un processo di ritorno e recupero identitario da parte dei nativi.

Ciò è comprovato dall’osservazione di due classi di fenomeni in particolare: l’elaborazione di un linguaggio sacro relativo alla sfera santuariale da parte di una comunità mista insediata su un’isola; la dedica di oggetti votivi nei santuari locali. Sono le tematiche a cui lo storico e antichista Giorgio Camassa ha dedicato un ciclo di saggi raccolti in un volume che nel titolo evoca, non a caso, la figura della Sibilla. Negli articoli precedenti si è dato rilievo alla natura sibillina come elemento sovrastrutturale, figura tratteggiata da un immaginario collettivo svincolato, non istituzionalizzato coevo alla movimentata temperie dell’ellenismo arcaico. Per inciso, la sua collocazione a Samo o nell’Ellesponto – secondo le numerose genealogie ex post – confermano nella geografia il sentimento di naturale vicinanza a orizzonti irrequieti e frammisti che si accompagnano a questa creatura sacra. La Sibilla giudaica, frutto delle tensioni storiche che investono la compagine mediorientale fra il III e il II secolo a. C., incarna e rovescia i codici oracolari della tradizione, riflettendo il punto di vista delle comunità ellenizzate. Siamo ancora una volta di fronte a una testimonianza spirituale che accentra in sé un destino storico. Il distacco fra le comunità ebraiche di Alessandria e Gerusalemme in cui si inseriscono le mire dell’impero romano sulla regione offrono uno spaccato della convivenza fra l’etnia greca, egiziana ed ebraica oltre a richiamare la nostra attenzione sul perpetuarsi dell’incontro-scontro tra Asia ed Europa, fra Oriente e Occidente. Proprio il ricorrere di questo motivo costituisce l’ossatura degli Oracoli Sibillini ben prima del I secolo a. C., periodo al quale vengono di solito riportate le sezioni di testo del terzo libro, il più composito e stratificato della raccolta e dove maggiormente si esprime la visione del giudaismo ellenistico in Egitto.  


Ricordo per inciso la mia narrazione dedicata alla biblioteca alessandrina presentata all’inizio dell’anno al Museo italiano di scienze planetarie di Prato, attraverso cui mi sono soffermata sull’Heraion di Samo e le vie commerciali e sapienziali aperte lungo questa rotta con la città tolemaica. In un resoconto riguardante la fioritura umanistica e scientifica – dall’astronomia alla medicina – negli stessi anni in cui si era intrapresa la costruzione del faro e il medico Erofilo disegnava il primo abbozzo del sistema vascolare umano, ho dato risalto proprio agli aspetti dell’incontro e del meticciato culturale. Una condizione che non significa assenza di attriti o di fasi conflittuali. Rappresenta tuttavia un’atmosfera di grande interesse per ciò che si diceva in apertura sulle interazioni plurisecolari nelle frontiere isolane e nei territori costieri.  
Tornando, sempre a tale proposito, alle trattazioni di Camassa mi sembra di non secondaria importanza l’esercizio sulle fonti a cui ci invita. Nel confronto tra arcaismo ed ellenismo, che abbiamo toccato nel presente articolo a partire dagli sconfinamenti identitari e dalla loro riaffermazione, è importante non liquidare la fonte letteraria tarda come meno veritiera. Pensare quest’ultima come poco attentibile in quanto lontana dal periodo in cui una tradizione si è formata, è un argomento blando. In questo metodo risuona anche la lezione di Silvio Ferri che abbiamo precedentemente analizzato e che ci permette di abbracciare in modo meno pregiudiziale e con maggior successo i molteplici aspetti mitologici e rituali di cui si compone un frammento del passato, specialmente per quel che concerne le figure del pensiero, le mentalità, integrando tradizioni orali, archeologia e opere d’arte. Solo così e ragionando sul tempo in termini duttili, porosi, all’occorrenza incoerenti è possibile farsi un’idea del cammino avventuroso e affatto lineare degli esseri umani e dell’impronta che la loro immaginazione ha lasciato in eredità al mondo.

🌏«L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità». (Strabone, Geografia, I, 1, 1)
LinkedIn – Geography and itineraries of the imagination

Academia.edu – Il desiderio del divenire stelle / The desire of becoming stars

I volti del sacro nel mondo antico / The faces of the sacred in the ancient world. My lecture on YouTube with English subtitles

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Una parola che lenisce

Il Gran Sasso a novembre

Le esperienze di queste settimane mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti della mia creatività e anche sulla natura di certi incontri. Spesso quando siamo immersi nel fluire degli eventi, concentrati sul nostro agire, diviene difficile avere uno sguardo d’insieme e far caso a quei dettagli che invece sono estremamente significativi e rivelatori del cammino intrapreso. Se considero i più recenti capitoli della mia vita ne traggo una sequenza sbalorditiva di richiami ad elementi nodali, che se anche in talune fasi sono sembrati meno segnanti, pure hanno continuato a riproporsi. Una linfa che va ben oltre la sostanza organica e che si fa nutrimento per l’immaginazione. In ciò si inserisce per l’appunto l’emotività peculiare sprigionata da alcune situazioni, quelle che oggi nelle lezioni sull’intelligenza emotiva si è soliti definire “il picco”, una metafora che mi piace perché mi riconduce alla montagna. Nel mio picco si colloca senz’altro il ritorno in Abruzzo dove ho portato, ma più correttamente dovrei dire riportato, la Profanazione, una scrittura che proprio in questi luoghi era cominciata.  

Nell’incontro abruzzese, come per tutti gli altri che lo hanno preceduto, si è dato un grande rilievo all’idea di cura, al valore terapeutico della creatività, al potere di lenire insito nelle parole. Pronunciare qualcosa corrisponde a un incantesimo, per questo è importante fare attenzione a quel che diciamo, a come lo diciamo. Le parole sono creatrici di realtà, possono ferire ma hanno anche una enorme facoltà di sanare. Una proprietà guaritrice profonda che nei nostri ritrovi abbiamo sempre provato a evocare in un rituale collettivo che è liberatorio e al contempo funzionale a far schiudere i semi dell’autorealizzazione. Come ha ben sottolineato il pittore pescarese Vittorio Di Boscio l’artista è chiamato a occuparsi degli altri, a dare sollievo laddove gli è consentito, non può sottrarsi a questa sua natura. Qualcuno ha anche detto che la scrittura congela l’età, perché chi scrive vive in una dimensione onirica capace di fermare il tempo. Fa bene alla mente, giova al corpo.

Alla luce di tali considerazioni, ancora una volta ho avuto modo di soffermarmi sulla mia storia familiare, dove seppure in assenza di legami diretti ovverosia di parentele ufficiali, i Ciardi risultano prevalentemente o medici o artisti. Il che mi convince sempre di più, per una prova data anche dal cosiddetto legame di sangue, che è innegabile il nesso fra cura dell’organismo umano e propensione creativa. 

Di seguito, il discorso da me tenuto al Teatro Cordova di Pescara con cui ho presentato al pubblico il mio manoscritto inedito, Profanazione, raccolta di prose liriche dipanate fra mitologia e autobiografia:

«Sono molto felice di essere qui e onorata di poter presentare la Profanazione proprio a Pescara, città a cui mi sento molto legata da ricordi che appartengono al mio periodo universitario. Circostanze fortuite e particolari mi hanno portata qui allora e mi emoziona davvero rinnovare oggi, insieme a voi, l’intensità di quei momenti che furono di una me poco più che ventenne in cammino per le strade di questa città. Episodi, emozioni, destini incrociati che hanno disegnato il sentiero delle parole affidate a queste pagine e che offrono adesso uno dei loro frutti. La Profanazione è il risultato di un’elaborazione, una gestazione direi, alquanto lunga. Sono qui condensate almeno un decennio di esperienze autobiografiche fissate in parallelo a un esercizio sulla lingua plasmata secondo le cadenze e le peculiarità espressive della prosa lirica.

In questa galleria talora vorticosa di immagini ed evocazioni ho creato una sorta di purgatorio, un luogo che non si colloca in nessun al di là ma ben saldato alla quotidiana mutevolezza dell’al di qua. Uno spazio penitenziale terreno, fisico, che si fa attraversare e sentire, un viaggio al termine della notte in cui questa mirifica montagna scalata da anime mortali diviene il centro di riflessioni, sogni, utopie raccolte nel bel mezzo delle umane tempeste.

La narrazione incarna anche elementi di teoria e storia della lingua desunti dagli usi dialettali, ricorrendo alla citazione di parole o formule estratte da una confidenzialità familiare e territoriale. Dunque viaggio interiore, epica paesana, Odissea senza eroi apparenti. Scrittura che irrompe nei generi letterari e li mette a soqquadro, corpo traslucido che non vuole nascondere la sua nudità. Materia organica la cui metamorfosi innesca il mutarsi inquieto della parola con il suo carico di incantesimi e disvelamenti. È un’opera che si fa spazio scenico e che rovescia se stessa fino a lambire le rive del metateatro. Un corpo in grado di guardarsi da fuori, di auto narrarsi, che volutamente gioca a coprire e scoprire le sue articolazioni. I cenni alla questione della lingua divengono strutture anatomiche, parti vitali, che si fondono con le immagini, i simboli, le voci che scandiscono il testo. Ne esce una rappresentazione sfuggente eppure allo stesso tempo compiuta in ogni suo gesto, un rito più volte suscitato in un culto profanato, ma proprio per questo sorprendentemente rivelatore».

Teatro Cordova, per il Premio Giacomucci e Santini, Pescara, 16 novembre 2024

*L’Appennino abruzzese in autunno, nei giorni della prima neve, e la notte a Pescara davanti all’Adriatico.
Fotografie di Claudia Ciardi ©