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Una pittura dalle catacombe romane sulla pratica medica
*Scienza e cura un rapporto creativo in una relazione significativa*
La storia della cura, con le sue visioni contrapposte, i suoi successi e fallimenti, è avventurosa, da sempre al centro di dibattiti, scontri, conquiste o regressi. Ne sono scaturite anche narrazioni leggendarie incentrate su figure che hanno rotto gli schemi, portato innovazione, punti di vista diversi e sfidanti. È in generale la storia del pensiero umano che in questo caso specifico cammina di pari passo con i metodi e la pratica della cura, con i modi in cui soccorrere e preservare i propri simili.
Passa attraverso personalità, caratteri, visioni in grado di ispirare o allontanare chi alla cura necessita di affidarsi. Ha spesso a che fare con l’esercizio del potere, che senza un adeguato bilanciamento, in temi delicatissimi quali la salute pubblica e le politiche culturali, le quali sono altrettanto basate su principi di tutela e conservazione, finiscono per chiudersi in misure coercitive, che non rappresentano realmente le volontà Dal mondo antico ad oggi il riproporsi di questi attriti è stato ciclico, inarrestabile. La diatriba fra ciarlatani e sapienti ha da sempre acceso gli animi, fino ai giorni nostri. Nella Roma antica, come ricorda Cicerone, oltre ad affollare templi e santuari – celebri erano i luoghi di preghiera sull’Esquilino, zona malsana e insalubre, che ben si prestava a riti superstiziosi – il popolo ricorreva per curarsi a una folla di barbieri, flebotomi e maghi che, a ogni ora del giorno, intasavano i crocicchi esibendo unguenti e sanguisughe. Il ceto medio-basso invece ricorreva preferibilmente ai rimedi tradizionali, come il lauro, panacea di tutti i mali – le siepi di alloro ornavano il perimetro delle case padronali in quanto antibatterico naturale – o preparati di pioppo e frassino, accompagnati da formule di scongiuro, diete ed esercizi fisici. A proposito di ostilità fra professionisti, essendo giunti a Roma a partire dal II sec a. C., i medici orientali, greci soprattutto, Catone il Censore, criticandoli, ricordava al figlio Marco, una serie di rimedi naturali, come la foglia di cavolo per tumori, lussazioni e malattie nervose, o la radice del melograno contro i parassiti. Nel suo perduto De Medicina Domestica, considerato una sorta di enciclopedia del sapere medico tradizionale dei Romani, alternando formule magiche a conoscenze empiriche, decantava le virtù delle erbe e del vino.
E qui già abbiamo gli strumenti per un’analisi antropologica interessante. I più poveri tendevano alla magia, il ceto medio amava la medicina botanica, fedele alla tradizione, i ricchi non disdegnavano di rivolgersi ai medici, anche perché avevano i mezzi per pagarne i servigi, e tuttavia restavano pur sempre fedeli alle pratiche erboristiche, anche di natura magica, in quanto ciò costituiva comunque un retaggio culturale, verso cui neppure il patriziato romano più colto si dichiarava insensibile. Tale analisi ci spiega anche un’altra cosa. Quando a livello istituzionale interveniamo su questioni così nodali come appunto la cura, l’educazione, la custodia del patrimonio pubblico bisogna tener conto della composizione culturale, di tutti gli ingredienti che ispirano il convincimento collettivo, di quella che è la struttura sociale in cui ci muoviamo e il suo orizzonte storico.
Mi avvicino dunque all’argomento che è stato oggetto della mia più recente videolezione.
Come maneggiare la creatività. Ovvero: handle with care. Maneggiare con cura – ecco che torna la parola chiave a cui mi sono ispirata nei miei ultimi interventi e scritture. Aver cura è curare.
Ora, nel caso della creatività, delle opere d’ingegno, di tutto quello che a livello materiale e immateriale va ad alimentare il patrimonio delle idee, bisogna prestare la massima cura, per l’appunto, che è fatta di rispetto e di integrazione dei punti di vista. Non di integralismi.
Il difetto culturale di fondo che sta causando peraltro un cortocircuito di portata enorme nelle forme stesse del pensiero e nei mezzi attraverso cui ci siamo abituati a veicolarle finora – editoria compresa, ne ho parlato precedentemente intervenendo nel dibattito sulla chiusura di Hoepli – è proprio che per aderire alle vecchie forme, diciamo, bisogna essere granitici, monoblocchi che obbediscono a una dottrina o a un’altra. E questo, nella società della fluidità, dei rovesciamenti, del cambiamento purtroppo anche fine a se stesso, è un evidente controsenso. In tal modo si vorrebbe sostenere che ci sono dei portatori di verità da un lato e dei poveri inguaribili – torno all’idea di guarigione/cura ancora una volta, non a caso – senza direzione dall’altro, ingestibili, delle povere menti che non è possibile reclutare in alcuna presunta ortodossia.
Questo discorso viene anche a inserirsi nella mia precedente presa di distanza dall’ideologizzazione di ogni pensiero, fatto o fenomeno umano. Considerare ogni avvenimento misurandolo col metro ideologico è una forma di integralismo del pensiero, secondo me, altrettanto deleteria e pericolosa per molti motivi, fra cui il vizio interpretativo e la scorrettezza scientifica che reca in sé, ma prima di tutto per la sua profonda innaturalezza.
Aggiungo un’ultima cosa, perché ci tengo molto a questo concetto. A forza di imprigionare il pensiero in un meccanismo schematico e fazioso, si producono rigidità non solo opprimenti ma anche limitanti. L’atto creativo nell’essere umano è per eccellenza l’atto più svincolato, liberatorio e rivelatore, qualcosa che potremmo dire in tutto simile, se non interamente, a una relazione intima. La spontaneità, lo slancio, lo sconfinamento che comportano queste cose non hanno evidentemente nulla in comune con l’esercizio concettoso, teorico e men che meno manualistico, improntato alla fede ideologico-politica.
Per concludere, un atto di fede è un libero atto di volontà. Se io decido che una teoria scientifica è plausibile, che un mezzo per curare funziona, mi affido, ripongo fides, fiducia, in quel sapere e in chi lo esercita. La coercizione diventa invece esercizio di potere, vale in ogni ambito della società, e in quello culturale particolarmente. Perché se si arriva a decretare chi possa essere un attore culturale e chi no, se si utilizzano vetusti strumenti, che si stanno sgretolando nelle nostre mani, per continuare a decidere sulla base di vecchi criteri chi possa veicolare delle informazioni e chi no – cioè il vecchio messaggio a scapito di un nuovo orizzonte veramente integrato che guarda all’innovazione, alla lettura autentica e genuina delle fonti, disposto anche ad ascoltare letture trasversali della realtà perché non ha nulla da temere – allora si ammette che non c’è vero interesse nell’edificare, nel dare nuove basi progettuali al nuovo. Comunque, anche stando così le cose, il processo avanzerà indipendentemente dai freni e dalle volontà contrarie. È nella natura stessa.
Alcuni di questi spunti sono raccolti nelle videolezioni pubblicate sul mio canale:
How to handle creativity (Full video)
How to care (Full video)
Per approfondire alcune di queste tematiche:
La buona cura e la qualità di vita / Quando l’ossessione per la protezione riduce l’assistito a un oggetto – Riflessioni sul campo di Letizia Espanoli


Sopra, nelle immagini: 1. Negli ospedali dell’esercito prestavano servizio i medici militari, i cui nomi sono ricordati in molte lapidi tombali per tutto l’Impero;
2. Rilievo romano raffigurante un medico in procinto di visitare un paziente
Altri siti per approfondire da cui ho in parte tratto alcune delle mie informazioni:
Il medico e la malattia nell’antica Roma – Sul sito “Meer.com”
La medicina nell’antica Roma – Su RomaGuides.it
Appunti sulla mia sincronia…. Grazie, Carl Gustav Jung che mi ricordi di essere sul sentiero giusto!


22 agosto 2026
Passando per strada, alzo gli occhi su una copertina esposta in un’edicola. C’è scritto così: Odissea, il più bel romanzo del mondo.
23 agosto 2026
Ho sotto gli occhi la novella di Pirandello, Il dovere del medico, il cui titolo mi era affiorato ieri sera tra decine di prodotti in vendita su un sito, ai quali si alternavano titoli di libri usati. Mentre leggo comodamente seduta vicino alla finestra, tengo il braccio poggiato su una copia di Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona. Il racconto pirandelliano è incentrato su un uomo che rischia di morire per una ferita da arma da fuoco. Naturalmente su tutta la vicenda si allunga l’ombra della psicosi, nello stile del nostro autore. Dopo quindici pagine in cui si parla di emorragia e sutura, mi viene d’istinto d’interrompere. C’è qualcosa di esasperante in quelle righe che comincia a provocarmi un certo fastidio. Altrettanto d’istinto, afferro il libro di Florenskij che mi fa da poggia-gomito. Mi si apre al seguente passo: «L’arteria che alimenta di grazia celeste il suo corpo non deve in alcun modo ostruirsi, e le norme ecclesiali hanno proprio lo scopo di assicurare il libero flusso della grazia dal suo Capo fino al più piccolo dei suoi organi. Certamente, quanto più è ramificato il diffondersi del flusso sanguigno della testimonianza, tanto meno pericolosa per la vita di tutto il corpo ecclesiale è l’ostruzione di un determinato capillare». Sono rimasta a bocca aperta. La narrazione che avevo interrotto sembrava continuare in questo passo. Almeno sul filo dei simboli, sembrava la medesima voce che mi parlava. I due libri stavano dialogando. Ma questo travaso non era destinato a esaurirsi nel messaggio verbale. Bensì doveva rafforzarsi una seconda volta nel numero della pagina corrispondente: 94, per me due cifre in relazione significativa. Due archetipi. Caro dottor Jung, da quando ho intuito la tua teoria mentre camminavo un pomeriggio d’inizio settembre del 2024 (il 4 e il 9!) per le vie di Bologna, mi si è aperto un mondo. Anzi, una molteplicità di mondi. Quel pomeriggio ancora non sapevo che eri tu il teorico della mia esperienza, ma ciò che mi è accaduto non si poteva ignorare. La sequenza degli eventi è stata tale che ho cominciato a cercarne una spiegazione scientifica. Doveva esserci! E infatti l’ho trovata.
Come vedete, la scienza è un terreno estremamente creativo e fertile, proprio il contrario dell’ortodossia fine a se stessa che si pretende di affermare.