Storie editoriali, sogni di persone

Edizioni storiche Sansoni e Vallecchi_foto di Claudia Ciardi ©

Un libro non è solo ciò che racconta. È fatto anche di una storia che lo precede, spesso anzi di molte storie. Nasce dai sogni di chi intende salvare un messaggio, di chi crede per quella via di contribuire alla rappresentazione del mondo. E poi ci sono intenti, affinità elettive, sintonie caratteriali che si scoprono in corso d’opera, destini che si intrecciano. Idee e persone impegnate a difendere legami, memorie, bellezza. Ogni cosa contribuisce all’impresa, in letteratura, come in arte, come nella musica. Il libro è una straordinaria condensazione di tutte queste sintonie.

Lo scorso autunno Laura Vargiu, divulgatrice infaticabile di letture e scritture, poetessa in organico alla giuria di diversi premi letterari, fondatrice del blog «Il ponte delle parole», ha pubblicato un invito alla riscoperta dei “libri antichi”. Ne è scaturita una riflessione che mi ha fatto nuovamente calcare le orme di alcuni progetti editoriali. Storie che ho avuto modo di vagliare durante le mie ricerche, in fase di collazione testuale o nella ricostruzione dei processi di stampa relativi a un titolo. Sono così affiorate tra le mie mani le vicende di giovani studiosi nell’Italia del secondo dopoguerra, fra Milano e Firenze, ma anche di personalità resistenti mentre il conflitto ancora imperversava. Episodi testimoniati da corposi epistolari nei quali è possibile seguire in dettaglio sodalizi e collaborazioni. La vita piena d’impegno di Lavinia Mazzucchetti, gli incroci, anche sentimentali, fra Cristina Campo e Leone Traverso oppure, andando ancora più indietro, la piccata corrispondenza di un D’Annunzio che lamentava con Fischer le imprecisioni nella traduzione tedesca della propria opera. Alle altisonanti rampogne del vate Fischer replicava sempre composto, misurato. Schermaglie fra signori d’altri tempi. In ciò riemergono le avventurose iniziative di Cederna, Lerici Editore, Ricciardi Editore, Vallecchi, Sansoni.

Riscoperte di Laura Vargiu nella storica collana economica di Rizzoli
A commento delle proposte editoriali di Laura Vargiu


Visionando alcuni dei titoli “antichi” che Laura Vargiu aveva nell’occasione riproposto, sono quindi tornata a pensare al libro come oggetto d’arte; non solo nel senso della rarità e del pregio di un’edizione, ma anche e forse più in quanto deposito evocativo di sensibilità. Del resto, la devozione di Laura per mercatini e piccole botteghe di librai indipendenti mette in luce proprio questa prossimità, le relazioni di un microcosmo sentimentale fatto di luoghi un po’ eccentrici e dei loro altrettanto estrosi custodi-cultori. Questi antri votati alla meraviglia sono vere e proprie isole di collezioni diffuse, snodi dove si riscoprono tesori perduti.

Chi non ricorda i vecchi libri Rizzoli, fra i primi tascabili economici, dalle copertine minimaliste: titolo-autore a caratteri neri su bianco (ingiallito) in carta grezza. I nostri genitori hanno adornato gli scaffali delle loro librerie con questa collana o con i primitivi Oscar Mondadori o con la mitica Medusa (sempre Mondadori). Chi non ha avuto in casa tutto il primo Pavese pubblicato da Einaudi?

Uno sguardo alla Medusa_immagine tratta dal blog di Maremagnum

Scelte editoriali non allineate, inattese, visionarie nella prima Piccola Biblioteca Einaudi

Storie, si diceva all’inizio. Di coloro che i libri li hanno pubblicati e del privato di tanti lettori. Nelle mie più recenti ricognizioni mi sono spesso soffermata su questi contatti emotivi, perché prima del conoscere (e del conoscersi) è il sentire, è l’attrazione per qualcosa che percepiamo somigliante a determinare la scelta di un percorso, un avvicinamento, quel travaso necessario a dar forma concreta all’immaginazione. Perché certe cose ci sollecitano, dunque «si fanno sentire prima di farsi conoscere» (per dirla con Yves-Marie André). È peraltro il tema di un bell’articolo sull’esperienza artistica che mi è capitato di leggere proprio in questi giorni. «All’utilità dell’erudizione son sempre più convinto debba precedere, succedere o accompagnarsi “il compiacimento de’ sensi, e il diletto delle passioni”», conclude l’autore. E infatti, ogni opera creativa non può compiersi né veramente diffondersi senza il più sincero e profondo attaccamento al sogno dell’arte.

Altri rimandi:

Non basta l’erudizione, l’arte deve scuotere i sensi (di Maichol Clemente su «Il Giornale dell’Arte», 1 febbraio 2023)

Uno sguardo alla Medusa (sul blog di Maremagnum)

Johann J. Bachofen – Il popolo licio (su un’edizione storica Sansoni)

In questo sito, la pagina dedicata ad alcuni miei percorsi nell’editoria: Mappe editoriali

Tra gli ultimi articoli dedicati da Laura Vargiu alle mie pubblicazioni si segnalano:

Hermann Broch e il suo “Il ritorno di Virgilio”

“Muor giovane colui ch’al cielo è caro”: in ricordo di Georg Heym

In ricordo di Konstantinos Kavafis: l’importanza delle parole

Meraviglioso Carlo Crivelli

Carlo Crivelli, Madonna del latte, 1472 circa

C’è tempo ancora fino al 12 febbraio per immergersi nelle relazioni meravigliose di Carlo Crivelli a Palazzo Buonaccorsi (Macerata).

Una sede affascinante protagonista di un imperdibile omaggio al genio del pittore che amò l’interno delle Marche, luogo di Sibille e paesaggi incantati, al punto da legarvi carriera e vita.

Grande escluso dalla biografie vasariane, la personalità di Crivelli è forse tra le più sfuggenti nella storia dell’arte, complice anche l’infelice smembramento e dispersione subiti da molte delle sue opere.

In questa rassegna sono riuniti alcuni dei suoi maggiori capolavori oggetto di recente restauro.

Diceva Roberto Longhi che «l’opera d’arte non sta mai sola, è sempre un rapporto» (1950). Con lo spazio, con il tempo, con chi la osserva. Una relazione di volta in volta straordinaria e irripetibile come la vita di chi l’ha creata. Tanto che andare in visita in un luogo, decidere di avere un incontro con un artista in un contesto anziché in un altro, non sono scelte neutrali. Il luogo, il momento, la narrativa di un certo evento concorrono all’esperienza. Non è un caso che questa rassegna al Buonaccorsi sia introdotta proprio dalla citata riflessione di Longhi che peraltro ne ispira il poeticissimo titolo.

Protagonista del cosiddetto rinascimento adriatico, Crivelli ebbe con il territorio marchigiano un legame d’elezione, tanto che queste zone rappresentano per lui un museo diffuso, testimonianza vivente della sua creatività.

Una sala-Wunderkammer di Palazzo Buonaccorsi

E dove potevo trovare realizzata la mia idea di Wunderkammer al museo? Certamente qui, tra singolari atmosfere e magia.

Sarà che al primo incontro con i pittori pistoiesi fui battezzata all’istante “mani crivelline”, il che mi fece un po’ l’effetto dei nomi degli indiani d’America: nube che corre, nata sotto la luna, vento tra i capelli. Una cosa del genere.

Per me, dunque, l’affinità con Carlo Crivelli è di vecchia data e di natura del tutto singolare.

Fotografie C. Ciardi ©

Si veda anche il mio articolo:

Di foglie, Sibille e arte profetica

Su Touring Club Italia:

Crivelli e le Marche, una relazione meravigliosa

Qualcosa che resta

La morte di Joseph Ratzinger chiude simbolicamente il 2022. E chiude ritualmente un ciclo. La mia prima scrittura di quest’anno è dedicata a lui che mi richiama alcuni ricordi romani, il mio incontro con la Germania – e il complesso straordinario (alla lettera fuori dall’ordinario) rapporto con la cultura tedesca che da allora ho sviluppato – oltre alla ricerca costante, tenace di un confronto da opporre alla superficialità, alla dispersione, al disorientamento che proprio in questi ultimi anni ci ha chiamato alla prova. Non riesco a stringere in parole il mio sentimento di queste ore, perché si tratta di corde talmente intime e profonde che perfino lo scrivere sembra inadeguato se non manchevole.

Per molti cultori del disvalore la personalità di Benedetto XVI è inconcepibile, incarnazione di un massimalismo fuori dal tempo, di un’ortodossia cogente. Io stessa, giovane universitaria, infatuata da false e sbrigative emancipazioni, ammetto di aver in un primo momento frainteso l’uomo, di averlo giudicato in modo affrettato. Vivendo ci si accorge però che l’emancipazione priva di contenuti non costa nulla a chi la promette, rivelandosi piuttosto un disperante schiavismo per chi la insegue senza trovarla. Mentre la lezione di fede, umanità, umiltà («un semplice, umile lavoratore nella vigna del Signore») difesa con perseveranza da questo papa avrebbe acquistato forza – specie dopo le sue cosiddette dimissioni – sgretolando pregiudizi, contrapponendosi ad altri imbonitori dell’attimo.

Fino all’ultimo si è voluto scagliare sulla sua persona un preconcetto, sobillando una conflittualità latente, volta a distogliere, mistificare, dividere in fazioni. E invece nel suo entourage ci sono stati uomini integri, più aperti al dialogo tra le fedi di altri loro successori, e animati da un credo limpido, vibrante, caparbio.

Il mio ricordo si aggira in questa patria sentimentale. Ripenso all’Abruzzo, io che nel terremoto dell’Aquila ho avuto la vita salva da un tedesco che fatalmente mi distolse dall’andare in città proprio in quei giorni. Per me questo legame, accompagnato alla scoperta di una spiritualità che fino ad allora avevo respinto, trascende ogni altra relazione, perfino quelle di sangue. È forse paragonabile a certe ataviche cerimonie; penso a vecchi riti mediterranei, alle storie del comparato magico. Da allora ho anche proiettato sui tedeschi una qualità sensitiva, che non riesco a spiegarmi del tutto né mai mi spiegherò, e che talora mi inquieta. Un carattere che ho continuato a sperimentare in circostanze diverse ma pur presenti nel mio cammino.

Mi si è chiesto se i miei libri non ne siano inconsciamente un riflesso. Può darsi, ma di certo il mio tempo terreno non basterebbe a esaurire questo patto. È un debito per la vita che va oltre la vita stessa; qualcosa di inattingibile, che è destinato a restare, qualcosa che fa parte di un prima e che farà parte di un dopo, di là da me.

Di Joseph Ratzinger si disse che era fin troppo distaccato, timido, freddo per affrontare il dolore dei terremotati. Invece, andò in Abruzzo, si strinse a tutti, accarezzò e si lasciò accarezzare. E sono immagini bellissime, di spontaneità, vicinanza, conforto. L’umanità è forse alle soglie di un disvelamento. Il conflitto perciò più esasperato, sembra inasprirsi, macinare ancor più aspettative. Ma ciò è anche indicativo di una fine. La fine come nuovo inizio. La morte di un papa che non è scomparsa ma qualcosa che resta, offrendo la sua sostanza spirituale perché più certa, salda, benedetta sia la vittoria di chi sinceramente ama.

Benedetto XVI a L’Aquila dopo il terremoto

L’indispensabile difesa della spiritualità

Scrittura, architettura, linguaggio figurativo


Proseguendo a scandagliare i rapporti tra scrittura e arte – di cui si è dato un saggio nel numero 45 di «Incroci» introducendo ai lavori di ricerca su Paula Modersohn-Becker – offriamo qui un contributo sugli immaginari letterari e artistici nell’Ottocento. Il presente saggio si concentra sul potere curativo che il nesso fra parola, anche nei suoi affioramenti dalle lingue antiche, e creatività è in grado di liberare, e lo fa da un punto di vista assolutamente insolito: il manifestarsi del neogotico nell’architettura piemontese. Entriamo dunque in contatto con un mondo che ha creato strutture per il ricovero, la cura, la ritualità a partire da un’idea sentimentale dell’umano, radicata nel territorio, sollecita nei confronti dell’altro e nella propria autorappresentazione. I progetti qui passati in rassegna non hanno ricevuto stimmate commerciali, non sono figli di mode istantanee ma si inseriscono quali tasselli di una storia, hanno qualcosa da raccontarci. Se ciò li rende in un primo momento, forse, difficili da avvicinare, una volta in sintonia con il loro messaggio scopriamo quanta lungimiranza racchiudano.

Giovanni Battista Schellino, architetto attivo a Dogliani dal 1818 al 1905, ha saputo dialogare con l’inarrestabile avanzata del progresso nella sua provincia senza subirne gli effetti né rimuoverli. Costruzioni come l’ingresso al cimitero monumentale doglianese, l’ospedale, la torre dei cessi, che si vorrebbe ora trasformare in sede museale, secondo un’idea coerente di valorizzazione e accoglienza, ci parlano di un’acuta rispettosa forza creativa, oggi più necessaria che mai.

Lo scritto a firma di Claudia Ciardi è accompagnato da un percorso visivo a cura di Daniele Regis –  responsabile scientifico per il settore architettura di “Il CuNeo gotico” e coordinatore delle attività su “Schellino 200” – che per questo volume ha redatto anche un ampio contributo in cui l’inquadramento storico e critico del neogotico piemontese si distende in un’originale trattazione dei temi dell’igiene e della cura nell’urbanistica del XIX secolo.  

Una trattazione condotta e sviluppata in sinergia con le attività scientifiche del Politecnico di Torino (dipartimento di architettura e design), il lavoro di ricerca prodottonell’ambito degli studi neogotici per “Schellino 200”, il dipartimento di scienze umane dell’università di Bari “Aldo Moro” che ha concepito il progetto “Malattia, parola, città”


Ulteriori rimandi:

Estratto breve del contributo di Claudia Ciardi uscito su «Incroci» n. 46

La taumaturgia dell’arte (su Linkedin)

Presentazione di «Incroci» n. 45 // Ut pictura poësis

Terre nostre

In questo periodo, con l’avvicinarsi delle festività, assistiamo a una variegata offerta commerciale, anche nella cultura. Dopo il tempo sospeso e le interruzioni della pandemia è chiaro che si cerchino ripartenze un po’ in tutti i settori, ivi incluso quello creativo e dell’intrattenimento. Sebbene l’atmosfera anche adesso non sia delle più rosee, tra costi lievitati e meccanismi rallentati (la lunga coda delle incertezze scaturite dalle chiusure e rinfocolate dagli eventi internazionali) che impensieriscono operatori e fruitori.

Ciononostante, anzi proprio per le difficoltà che ancora persistono, è bello ricordare che sono in corso iniziative assai pregevoli nelle nostre province, le quali non riescono forse a raggiungere la risonanza di altri eventi, sostenute come sono da partnership pur importanti ma di non ampia esposizione mediatica. Appena fuori dalle “vie commerciali” troviamo tesori affascinanti e ricchissimi frutto di progetti ingegnosi, pieni di umanità e vivaci immaginazioni. In un quotidiano che mostra sempre e solo un volto arido e incline a disorientare, l’incontro con questi luoghi fa bene all’umore e alla mente.

Penso alla mostra in corso a San Giovanni Valdarno (Museo Terre Nuove e Museo della Basilica), Masaccio e Angelico. Dialogo sulla verità nella pittura (nell’ambito degli Uffizi diffusi), al Tiziano esposto in buona compagnia di Tintoretto e Veronese negli spazi del San Francesco di Cuneo (luogo pieno di suggestioni) e alla rassegna su Carlo Crivelli nelle sale di Palazzo Buonaccorsi a Macerata. Tre perle all’insegna della spiritualità, della vicinanza ai territori, di un raccoglimento necessario mentre la tempesta continua a scuoterci; tre antidoti contro un tempo richiuso su se stesso.

Il Valdarno (fra le altre eccellenze San Giovanni è anche la patria di Masaccio) in autunno e inverno mostra i suoi colori più affascinanti, e i sangiovannesi sono belle persone con il dono dell’accoglienza, come di solito accade nelle cosiddette “terre nuove” (grazie, amici, per l’utile catalogo che mi avete regalato e per esservi offerti di farmi da guida!).

Siate vicini alle vostre terre, perché c’è bisogno di radici, di memoria, di bellezza. Per risollevarsi c’è bisogno di immaginazione, non mi stanco di ripeterlo. È la nostra mente, l’energia della nostra mente che riversata all’esterno fa leva, scrolla, produce. Quando prima dell’estate sono andata in visita a Santa Maria a Monte ho visto molti “segnacoli” del progetto Terre di Pisa e ho pensato che queste iniziative messe in campo dai borghi per legare a doppio filo, arte, artigianato, piccole produzioni locali, turismo andrebbero vissute ancora di più. Vanno rese vive, nel senso di partecipate, bisogna divengano poli condivisi, aperti, cantieri di studio, ricerca, luoghi di confronto: musei, archivi, laboratori, scuole sono chiamati ad aprirsi il più possibile e cercare scambi, e auspicabilmente un’osmosi ampia, un’alleanza fra diverse progettualità territoriali. Perché c’è urgenza di creare lavoro, reclutare, assorbire risorse umane con immediatezza e certezza, non solo pensando al paio di concorsini da bandire ogni tanto, con i soliti metodi, le solite panie, esigendo dai concorrenti una formazione tutta a loro carico, impegolata anche quella e a rischio senescenza, rifacendosi a modelli ormai superati sul piano delle necessità economiche, della spinta tecnologica che non si può ignorare, dei profondissimi cambiamenti in atto in ogni settore.

Tornando sui tracciati del lungo percorso di studi neogotici e dei progetti messi in campo tra mostre e scritture in un confronto pluriennale, ho immaginato che ad esempio i Beni faro piemontesi potessero incontrare cammini d’arte e itinerari nei castelli di regioni limitrofe o anche lontane. Territori che verrebbero a intersecarsi, iniziative che ne genererebbero altre e potrebbero portare occupazione. Sul fronte delle materie umanistiche mi vengono in mente tante identiche possibilità di dialogo con altri settori scientifici e con attività di rilancio dei luoghi. Quando ad esempio ho partecipato alle giornate di Terra di Virgilio, nel mantovano, il programma aveva fatto da fulcro non solo ad altri eventi sulla poesia contemporanea ma anche a iniziative per il sociale, intrecciandosi con le visite ai beni culturali (dei bambini accompagnavano gli ospiti descrivendo i monumenti); giornate in cui città e dintorni si erano completamente aperte agli ospiti, determinando uno scambio di saperi e un coinvolgimento molto esteso. La socialità è un’altra dimensione importante che queste cose generano e di cui abbiamo estremo bisogno.

Penso ci siano tante cose da fare, soprattutto se vogliamo offrire qualche prospettiva concreta ai più giovani; propinare loro un percorso scolastico standard preconfezionato, che in Italia per giunta è ad alto rischio di impaludarsi, a maggior ragione ora che lo scivolamento in zone di povertà non è più un’ipotesi remota, significa voltare le spalle. Ci vogliono idee, flessibilità mentale, bisogna capire la portata dei mutamenti in atto e interpretarli. Senza immettere queste cose nei percorsi formativi, senza conteggiarli in risorse, sarà ben difficile creare altro lavoro.

Intanto immergersi nei nostri borghi, avvicinare i luoghi della spiritualità, stare accanto a cose belle e profonde aiuta a riflettere.

San Giovanni Valdarno, Museo della Basilica
Beato Angelico, Annunciazione, 1430-1432
  • Masaccio e Angelico, Museo delle Terre Nuove/Museo della Basilica a San Giovanni Valdarno, fino al 15 gennaio 2023
  • Le relazioni meravigliose, Carlo Crivelli a Palazzo Buonaccorsi di Macerata, fino al 12 febbraio 2023
  • Tiziano, Tintoretto, Veronese, al San Francesco di Cuneo, fino al 5 marzo 2023

Un tempo di natura prima che il tempo finisca

Il titolo dell’ultimo lavoro di Michele Pellegrino è più che eloquente e getta uno sguardo sul rischio di una perdita definitiva. L’essere umano infatti sembra vicino, come mai in passato, alla fine dei tempi. Il Novecento ha affilato le sue armi – armi terribili, congegnate per la distruzione di massa – attraverso cui molte stragi e devastazioni ha messo in atto. Nonostante l’umanità sia rimasta così a lungo sospesa sul baratro, tanto da pensare che avesse fissato nella propria mente ogni più atroce efferatezza che lì sia avvenuta, anziché prenderne le distanze pare ancora oggi esserne fatalmente condizionata.

Può darsi che questa sensazione di fine dei tempi sia stata anche delle generazioni che ci hanno preceduto. Certo, la seconda guerra mondiale dev’essere apparsa alla maggior parte come un’apocalisse, di sicuro la sua immagine terrena meglio riuscita.

La raccolta del grande fotografo piemontese appena pubblicata da Mondadori-Electa è una struggente riflessione sulla labilità, lo scivolamento che si va consumando, una caduta che si direbbe inarrestabile ma pure reca in sé la traccia per un’inversione di rotta. Basterebbe tanto poco, ad esempio iniziare ad ascoltarsi e posare gli occhi sull’incanto della natura, per volgere in meglio le nostre energie così disperatamente rivolte all’autodistruzione.  

Le Langhe, terra madre di Pellegrino, possono dirsi un osservatorio d’elezione per ragionare intorno a questo tema, in cerca di una risposta che forse sa un po’ di oracolo, non nel senso dell’infallibilità che agli oracoli si accompagna, piuttosto per l’intuizione e la limpidezza che viene da certe voci.

In una prossimità emotiva che attiene anche ai miei percorsi di scrittura fin qui intrapresi, si segnala la citazione dello studio su Paula Modersohn-Becker nelle note che introducono a questo lavoro. Le iniziative che in alcune zone del Piemonte – e non soltanto qui – si stanno portando avanti sia in architettura che nelle arti (recupero delle borgate, progetti di comunità, partecipazione di diverse personalità creative ai lavori di studio e ricerca per la loro realizzazione) rimanda, pur in contesti diversi e in una fase storica mutata, ai collettivi fondati in diversi luoghi d’Europa fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento – a partire dalle esperienze antecedenti di Barbizon – accomunati dal desiderio di un ritorno a un più autentico rapporto con la natura.

Si riporta integralmente la nota in oggetto con riferimento a Paula Modersohn-Becker e a uno spirito culturale che merita senz’altro di essere approfondito anche alla luce della complessa fase storica che stiamo attraversando.  

«È peraltro uno dei grandi temi dell’arte ottocentesca, dal romanticismo al neogotico, che nella radice romantica ha trovato nutrimento. Le comunità o colonie artistiche da Barbizon in poi, passando per Pont-Aven, fino ad arrivare a Murnau, Sylt, Worpswede nacquero come ritiri alla ricerca di un più genuino rapporto fra natura e persone. Si veda a proposito di questi intrecci una personalissima declinazione espressa in pittura da Paula Modersohn-Becker, illustrata dal saggio di Claudia Ciardi, Ut pictura poësis. Arte, parola e metamorfosi di Paula Modersohn-Becker, rivista «Incroci», semestrale di letteratura e altre scritture, numero 45, anno 2022, pp.118-131».

Peraltro in contiguità con l’approfondimento dei rapporti su letteratura ed arte, nel cui ambito questa trattazione ha posto in rilievo lo scritto di Elsa Morante su Beato Angelico.

Dalla prefazione di Daniele Regis, La poetica della luce, p. 27 (note 28 e 29) in Michele Pellegrino, Prima che il tempo finisca, Mondadori-Electa_Photo, 2022, edizione bilingue (italiano-inglese).


Si rimanda alla scheda della pubblicazione:
https://www.electa.it/prodotto/prima-che-il-tempo-finisca/

Google plus – C’era una volta un social

Questa riflessione prende spunto dall’ennesimo restyling di qualche giorno fa ad opera di facebook, stavolta destinato alle pagine aziendali. Volendo lasciare un feedback sulle cosiddette nuove pagine non posso esimermi dal dire di trovarle peggiorate sul piano grafico; direi che a risentire di tale peggioramento è anche, in generale, la fluidità dell’interazione. Inoltre, tolta de arbitrio la vecchia descrizione dei contenuti a favore di una presentazione più stringata, forse volutamente più razionale, l’impressione è, ripeto, di una compagine impoverita. Per farla breve, sembra tanto un riassetto a risparmio.

È stata fatta una media tra follower e like, unendo i due gruppi (mi sfugge sulla base di quale criterio), a quel che sembra ridimensionando entrambi.

Pertanto, la nuova pagina proposta da fb risulta più debole, ancor meno comunicante con l’esterno. Sarà che da anni il social “gratuito” punta sull’adesione degli utenti alle sue campagne pubblicitarie; il fenomeno delle case editrici che si sponsorizzano a pagamento è davvero fra gli esempi più vistosi.

Tutto ciò conferma la mia impressione di uno spazio tutt’altro che innovativo, direi invece sempre più obsoleto (altro che innovazione nel modo di comunicare!) che ormai introduce cambiamenti fittizi i quali anziché proporre ingredienti diversi, sembrano avviarsi a una noiosa staticità, per giunta direzionata e appesantita dai noti controlli e profilazioni.

Questa ulteriore “svolta”, che svolta non è, si direbbe più un preludio a una dismissione o prossima diramazione tra uno strumento-base gratuito ma con pochissime funzionalità, affatto dinamico e destinato alla periferia della rete, e uno “evoluto” ma a pagamento (le sponsorizzazioni del resto sono già un tassello rilevante di questa struttura bipartita).

Tornando al tema, a me personalmente si para davanti una paginetta da prima elementare – anzi i bambini saprebbero essere molto più propositivi e creativi – un’area basica e poco accattivante che mi fa pensare a tutto tranne che al futurista metaverso, alla forza algoritmica e ad altri ritrovati del tecnologico oggi. Se questo è il figlio di una ricerca di anni, mi sembra si cammini alquanto all’indietro.

Ricordate la fretta e furia con cui venne chiuso google plus? Si disse che il numero di visualizzazioni era un fake e che, in conseguenza, premiava persone non organiche all’ufficialità politica, culturale ecc.. E dunque? I social all’apparenza sono stati sdoganati proprio per questo… All’apparenza. Perché poi i veri lanciati e sostenuti si scoprono essere i più organici e compromessi. Ma valla a capire questa democrazia plutocratica e tecnologica…

Resto ancora un attimo sul povero google plus, figlio di un social minore. Io posso dire che quello spazio mi aiutò a trovare dei contatti e sì, avevo più di un milione di visualizzazioni (fake secondo alcuni giornalisti). Ma perché accalorarsi tanto, perché occupare addirittura spazi pubblici sulla stampa nazionale, per dire che su quel canale i più giovani “scippavano” immeritate attenzioni? Insomma, tanto si disse, tanto si fece che prima il gestore tolse la funzionalità inerente alle visualizzazioni – così per far contenti i contestatori con le verità rivelate in tasca – e poi, neanche due anni dopo, chiuse i battenti. È pur vero che google plus non decollò mai veramente e aveva di per sé un bacino di utenza ridotto – il che rende l’acredine e la critica di cui fu destinatario ancor più fuori fuoco. Tuttavia la soppressione del brutto anatroccolo social va ricordata come un clamoroso precedente: una chiusura del tutto arbitraria, forse sollecitata da altri colossi del settore per togliere un contendente in grado di ritagliarsi una sua presenza per quanto più piccolo.

Così l’offerta è tornata a rimbalzare tra i soliti “giganti” – ogni cosa di nuovo al suo posto, insomma – ma ultimamente un po’ argillosi, sempre più argillosi fra perdite economiche, defezioni, inchieste, dispute giudiziarie (caso Musk-twitter, per fare un esempio).

Anche i social, i cosiddetti social innovatori del contemporaneo, si dividono il mercato e lo controllano. Perché sono il frutto ultimo ed estremo di quelle stesse regole di mercato che li hanno generati. Anzi, proprio in quanto frutto tardivo, hanno in sé molti difetti di un mercato entrato in affanno. Siamo ormai, credo, vicini alla presa di coscienza che gli strumenti che abbiamo ritenuto finora funzionali e imprescindibili alla costruzione del futuro siano in realtà quanto di più obsoleto abbiamo fra le mani. Penso che questi spazi come li conosciamo ora abbiano fatto il loro pezzo di strada. Il tentativo di direzionarli o disciplinarli attraverso più o meno latenti dispositivi censorii è un indicatore della loro arretratezza.

D’altra parte mi sembrano promettere molto di più i mezzi che coniugano attività e comunicazione, rispetto a quelli della “comunicazione pura”. Chat istantanee, bacheche virtuali, piattaforme di team building secondo me hanno molte più prospettive davanti a sé e possibilità di affermarsi in un riassetto di interlocutori e interessi che investirà per l’appunto anche la comunicazione. Mi riferisco a spazi in cui l’informazione circola sviluppando progetti di gruppo, servizi, a partire da un’attività reale generando altra attività.

I social classici invece aiutano solo chi al di fuori degli stessi vanta già di per sé un bacino piuttosto ampio di referenti (un andamento verticistico e piramidale che riflette il divario sociale, in questo miseri e fedeli perimetri, specchio della realtà). Gli altri fanno numero, magari si sfogano, magari aggiornano il profilo con le vicissitudini o i trionfi del giorno e… magari donano i propri dati personali al gestore di turno.

Con la pandemia i social tout court mi sono apparsi definitivamente avviati alla senescenza. Mentre proprio nella prima fase delle chiusure se ne celebrava l’enorme indiscussa potenza… (sempre gli stessi vocalizzi, sempre la stessa faccia della luna). Di sicuro ci sarà intervenuto anche un mio moto personale; difficoltà, necessità, cambiamenti di vita collocano l’effimero dove ha da stare. E certo, ho fatto pure una valutazione sulla qualità del mio tempo: chiuso twitter ho scritto di più, i momenti liberi anziché dedicarli ad aggiornare una scatolina con un migliaio di utenti che puntualmente per progredire di pochissimo mi assorbiva non poche energie, li ho appunto liberati, offrendoli appieno a molto altro e di ben più utile nella mia vita. Quando osservo le ore che persone di cultura, che considero anche valide, spendono per badare a queste vuote cornici rabbrividisco. Penso subito alle loro belle energie mentali così miseramente gettate via. E poi, per quanto nobile sia divulgare progetti solidali, luoghi che si sono visitati ecc…, un tramonto, un abbraccio, il vostro bambino sono vostri, sono di quel momento. Teneteli per voi. Rallentate, almeno. Non esibite, almeno esibite di meno. Anch’io la mia pagina, per quanto ormai la consideri davvero accessoria al mio cosmo creativo, la tengo. Per ora, per quel che posso, la aggiorno. Ma più blandamente. C’è un po’ di protesta per uno strumento che fagocita offrendo poco, ma più ancora un sano distacco. La vera rivoluzione adesso ritengo sia questa, sia questo passo che allontana da ciò che è scontato, se non fermo.

Guardando oltre me, sono convinta che come molte cose anche il comunicarsi, dunque le forme di condivisione del proprio essere ed esserci, andranno incontro nel breve a un radicale mutamento.

Circumnavigarte

La scelta non poteva cadere su un’immagine più felice. Swanbook e “Il Sirmionelugana” attraverso l’antologia dei poeti vincitori, premiati e menzionati del 2022 rendono omaggio all’idea della navigazione, metafora longeva e potentissima, per una lode alle arti che ha il suo centro nella riviera gardesana.
Un battello che salpa dalle acque del lago per unire idealmente mondi, energie, aspettative, simbolo di pace e di rinnovata (e ritrovata) creatività.
Fra gli autori che la giuria ha ritenuto meritevoli di essere premiati, il libro contiene tre delle mie poesie in concorso.


L’antologia è disponibile in prevendita sul sito della casa editrice e nei principali canali dedicati alla distribuzione editoriale.

* Il Sirmionelugana 2022, AA. VV., antologia del Premio letterario, Swanbook, 2022, ISBN 979-10-80357, € 11,00

Si veda anche: Navigazioni d’arte e poesia

Mentre fuori c’è tempesta

Henry De Groux (1866-1930),
Madre con bambini in un rifugio

È già un paio di volte che mi accade di documentarmi sulla ricostruzione in Ucraina. Oggi mi è capitato che mi chiedessero se la guerra era finita. Cosa? Dove l’avete sentito? Rispondo io. E mi fanno: Non hai visto la delegazione che è andata a firmare per ricostruire? No. Comunque la guerra non è finita.

Anzi, da qualche giorno aleggia di nuovo l’incubo nucleare con la questione dei bombardamenti a Zaporižžja e la notizia che il gas sarà tagliato fino all’inizio di settembre (Nord Stream chiuso, ufficialmente per manutenzioni). In via più plausibile, ogni volta che c’è un’iniziativa sgradita a est – annessioni Nato, invio di armi, tavoli per la ricostruzione – la risposta non si fa attendere: grano bloccato, un attacco missilistico particolarmente distruttivo, centrali nucleari che si riaffacciano nella contesa. Stavolta, chiusura del gas da subito, preceduta dalla caustica dichiarazione di Medvedev che poche ore prima aveva liquidato l’intera classe dirigente europea come una compagine di inetti.

No, cari ragazzi miei, la guerra non è per nulla finita.

D’altro canto, la domanda e la conseguente discussione mi hanno fatto tornare all’inizio di luglio, quando a Lugano si è tenuta una conferenza per la spartizione delle zone da ricostruire. Non ci avevo dato molto peso, ma la cartina che mi era venuta sotto gli occhi qualche interrogativo me l’aveva suscitato. Come si poteva e si può parlare di ricostruzione mentre ancora infuria la guerra? Cioè, pensare a ricostruire non quando ormai gli esiti sono chiari, tanto da poter mettere sul tavolo piani certi, cronoprogrammi, risorse entro un quadro politico assodato, scaturito da un evento. Ma farlo molto prima, nella totale incertezza. Sarebbe un messaggio rassicurante, di solidarietà? Siamo sicuri? O forse l’ennesima presunzione, quel tarlo che purtroppo a ovest sembra infestante, di buttarsi nelle cose senza considerare le effettive condizioni in cui si opera. Da questo punto di vista la mia riflessione si collega alla precedente sulla fine delle illusioni di massa. E tra qualche rigo ci voglio tornare.

Prima però intendo concludere questa parte ricordando che nell’occasione della conferenza svizzera di luglio all’Italia sarebbe virtualmente toccata la zona di Donetsk. Forse la più problematica, anzi senza forse. Perché lì la guerra c’era da prima che scoppiasse nel resto dell’Ucraina. Otto anni di martirio nell’indifferenza del mondo – 268 bambini uccisi, altrettanti e più orfani di genitori, feriti e senza cure, costretti a star lontani da scuola perché esposti al tiro dei cecchini. Eppure delle associazioni di volontariato italiane erano presenti, alcune hanno anche girato drammatici reportage lanciando un grido d’allarme che nessuno ha raccolto – in tal senso l’assegnazione al nostro paese mi trova pienamente a favore, avrebbe un suo perché, una certa coerenza, per quanto sia una missione davvero ostica, che implicherebbe grande, grandissimo equilibrio soprattutto nella gestione politica e diplomatica. Ma questa precoce autoinvestitura mi lascia comunque perplessa. Sensazione che oggi torna insieme a tutta la mia precedente perplessità. Cui si aggiunge un’altra domanda: i Russi cosa pensano al riguardo? Ossia che ci arroghiamo il diritto a ricostruire sostanzialmente seduti a un tavolo unilaterale. Ma sì, i Russi staranno a guardare, proprio come hanno fatto in questi ultimi mesi, mentre noi diciamo a noi stessi: qui ci saranno queste delegazioni, qui invece si farà diversamente ecc… Siamo sicuri che funzioni in questo modo?

Infine, come costruisci la tua casa mentre fuori c’è tempesta?

L’iniziativa sarebbe ancora lodevole se funzionale a spingere verso un componimento decisivo del conflitto. In un quadro già avviato, ormai pressoché risolto. Ma noi non siamo nemmeno lontanamente a questo stadio, a parte le dichiarazioni a giorni alterni sulla disponibilità a negoziare o meno. Quali passi avanti nelle trattative di pace o presunte tali sono stati fatti?

Ed Henry Kissinger, questo quasi centenario che di recente è tornato a parlare con assennatezza, come anni fa, come negli ultimi mesi, ancora non lo ascoltiamo. Si dà invece il caso che questi signori del passato abbiano dato prova di essere molto più ragionevoli dei loro pupilli, che lo sono soltanto per un fatto generazionale, non certo per virtù acquisite (gli attuali settantenni alla guida oltreoceano). Rileggiamolo Kissinger: «Gli Stati Uniti sono sull’orlo di una guerra con Russia e Cina. È una situazione che in parte hanno creato Washington e la Nato, senza alcuna idea di come tutto ciò andrà a finire, o a cosa dovrebbe portare». (Dichiarazione apparsa sul Wall Street Journal, agosto 2022). Uno stato cuscinetto fra Russia e Occidente, disinnescare, raffreddare, fare qualcosa di controllabile dalle due parti, non un gioco delle parti, tenere al riparo la popolazione, grazie Henry! Ecco come bisognava agire, molto prima. Novantanove anni, l’unica mente lucida. Invece ad oggi abbiamo solo un massacro senza fine e l’incubo di un’enormità che ci tallona.

Ironia della sorte, ma qui adesso non ride più nessuno. Mentre andiamo ai tavoli di una paradossale ricostruzione (in piena guerra) la Toscana è stata travolta da un evento disastroso che, seppure di natura diversa, per i danni che si è lasciato dietro è almeno in parte assimilabile a un bombardamento. Tanti dei nostri alberi secolari sradicati, uccisi dalla furia della tempesta; quale tremenda metafora di ciò che attraversiamo, una metafora reale, viva e sconvolgente che ci riempie gli occhi, ovunque. Quindi, sul tema della ricostruzione ne avremmo di che riflettere e occuparci, anche alle nostre latitudini.

No, cari ragazzi, la guerra non è ancora finita.

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Alcuni fatti degli ultimi giorni sul fronte ucraino, che dalle nostre parti sono stati anche di emergenza meteoclimatica. Leggendo in sequenza si comprende a che livello di incomunicabilità siano gli attori in campo.

20 agosto/ giorno 178

Deputato Gb: la Nato deve intervenire se c’è fuga radioattiva a Zaporizhzhia

Media: abitanti russi lasciano Sebastopoli dopo le esplosioni in Crimea

Arera, Besseghini: oscillazioni del costo del gas, strategia chiara della Russia

Illeso il sindaco di Mariupol dopo tentato omicidio. Lo riferisce l’agenzia di stampa Tass

Mosca: la guerra è iniziata per minacce inaccettabili da Kiev

Onu: sbloccare export da Russia di alimenti non sanzionati. Appello di Guterres durante la visita a Istanbul

19 agosto/ giorno 177

Zelensky ringrazia Biden per nuovi aiuti militari

Nato: ad agosto incontro Finlandia, Svezia e Turchia su allargamento

Tensioni in Lettonia per la rimozione di monumenti sovietici

A Londra Saatchi Gallery cancella una mostra d’arte ucraina organizzata da un russo

In una lettera all’Onu Mosca denuncia “provocazioni” a Zaporizhzhia

Gazprom: stop ad unica turbina di Nord Stream il 31 agosto per 3 giorni di riparazioni

18 agosto/ giorno 176

Zelensky: “Negoziati possibili solo se i Russi si ritirano”

Mosca: la Russia schiera missili ipersonici a Kaliningrad

Rutte a Stoltenberg: bisogna ancora armare l’Ucraina

Kiev: raid russo su condominio Kharkiv, il bilancio sale a 12 morti

Russia: chiuderemo la centrale di Zaporizhzhia se gli attacchi continuano

Erdogan proporrà il cessate il fuoco nell’incontro a Leopoli


La mostra cancellata – Ancora ingerenze nell’arte, l’unica patria che dovrebbe restarci libera.

  • Riporto per intero la notizia da «Rainews» (19 agosto 2022)

La Saatchi Gallery di Londra ha cancellato una mostra di arte contemporanea ucraina dopo una protesta sui social media dovuta al nome del responsabile dell’organizzazione dell’evento, il banchiere e collezionista d’arte russo Igor Tsukanov, assistito dal collega russo Marat Guelman come consulente. “The Ukrainian Way” avrebbe dovuto esibire le opere di 100 artisti ucraini presso la galleria dal 3 all’11 settembre con tanto di asta di opere. Tra i partner l’M17 Contemporary Art Center di Kiev e nel comunicato stampa era indicato che tutti i proventi sarebbero andati a “enti di beneficenza che sostengono l’arte e la cultura ucraine, tra cui l’Art for Victory Fund e l’Ucraino Emergency Art Fund”. “La Saatchi Gallery non era l’organizzatore o il curatore di ‘The Ukrainian Way’ né era coinvolta in alcuna comunicazione diretta con gli artisti o i collezionisti”, ha affermato l’ufficio stampa della sede in una dichiarazione a The Art Newspaper, citato da Cnn. La galleria aveva donato il suo spazio con l’obiettivo di “promuovere artisti ucraini e generare fondi di beneficenza a beneficio dell’Ucraina” e il suo “coinvolgimento nel progetto era basato sul coinvolgimento delle principali parti interessate ucraine”, continua la dichiarazione. “Abbiamo ricevuto assicurazioni da queste parti interessate che il progetto era da loro pienamente sostenuto. Una volta che è diventato evidente che il sostegno di alcune di queste parti chiave era stato ritirato, insieme alle segnalazioni di preoccupazioni sollevate dagli artisti negli ultimi giorni, la Saatchi Gallery ha immediatamente preso la decisione di annullare la mostra di dieci giorni e ritirare il suo sostegno al progetto”. La galleria ha annunciato che lavorerà con l’Istituto ucraino, che promuove la cultura ucraina a livello internazionale, per “trovare il modo di mostrare le opere degli artisti ucraini, sensibilizzare sulla situazione inaccettabile in Ucraina e generare fondi per sostenere la cultura ucraina”.

La crisi energetica e la fine delle illusioni di massa

“Tempête de Neige” exposé en 1842 de J.W. Turner // Snow Storm – Steam-Boat off a Harbour’s Mouth making Signals in Shallow Water, and going by the Lead


Il viaggio di massa è una pia illusione della nostra epoca mistificatoria. Eh, sì, a quanto sembra stiamo trascorrendo le vacanze più care da cinquant’anni a questa parte. Ma diciamoci la verità, il tanto sbandierato low-cost, destinato a movimentare legionari con poco tempo a disposizione in cerca di traiettorie turistiche, non è mai stato, neppure quello, alla vera portata di tutti. Tutti, come mi ripeteva la mia professoressa d’italiano al liceo, non vuol dire un bel nulla. Il tutti amato da certa sinistra autoreferenziale ed elitarissima è una categoria sbrigativa e furbina che non definisce nessun soggetto e oggetto al suo interno – anzi è per lo più un interno destinato a restar vuoto. Adesso pure scaduto.

Che il meccanismo si è rotto, ce lo mostrano i tanti crescenti disservizi che condizionano il nostro quotidiano. A partire dal trasporto pubblico locale – aumenti pesanti nella bigliettazione di bus e metro – un extraurbano valido per circa un’ora di viaggio ormai costa da 2,60 euro a 3,50 euro – settore che sconta tagli netti in termini di corse e tratte servite. Eppure, si era annunciato che bisognava in ogni modo incentivare le persone a utilizzare di meno la macchina, perché siamo a un punto di non ritorno e stiamo letteralmente morendo d’inquinamento. Il dopo covid, si diceva, sarebbe stato il periodo della presa di coscienza, del cambiamento delle nostre abitudini. Ma in Italia il costume di regalare la macchinina nuova al nipotino neodiciottenne evidentemente non tramonterà mai! Chi non può si arrangi! Questo costume influenza anche i colloqui di lavoro, ma nessuno lo dice: lei è automunito? Eh, allora…

L’unica cosa che negli ultimi tre anni ha scandito le riaperture (un pendolo delirante che mi domando come sia stato possibile accettare senza una vera protesta), l’unica aspettativa nutrita con assoluta enfasi, è stato l’agognato pronti-partenza-via; di anno in anno, a dispetto di una pubblicistica alquanto incoerente e fastidiosa, in tono sempre minore. Fatichiamo, ma mostrarsi funamboli sull’orlo del baratro è stato impagabile!

Si era detto, facciamo uno sforzo, rinunciamo a qualcosa di ciò che nutre il nostro sconfinato egoismo… Ora ci troviamo a mettere in conto gli scioperi a tappeto nel settore EU dei trasporti, riflesso della situazione di disagio appena descritta, e se si aggiungono i danni da meteo tropicalizzato, non so dove andiamo. Avremmo pur potuto fare una riflessione. E invece, aeroplanino low-cost (che low-cost non era più già prima del covid), tanto per le bassissime aspirazioni che orientano il nostro vivere va benissimo, ancora un po’ d’inquinamento massivo a corroborare gli eventi, ed ecco la felicità a prezzo di favore, almeno così sembra. Nella finzione che quello che si sta preparando, anche in termini di tempesta economica alle porte – per non dire della guerra, ma noi ora siamo in vacanza – non ci sia o non ci toccherà. Perché certe persone presumono ancora di non essere in alcun modo toccate.

Buon per chi sta affrontando (all’apparenza!) con disinvoltura tutte le voci di spesa al rialzo (mezzi di trasporto, bollette, rate, tasse…). Fosse solo un problema di villeggiatura. Certuni sembra che vivano su Marte – non scossi dai problemi, puntualmente aiutati, sostenuti… Del resto, è da tanto che si pensa a Marte anziché alla Terra. Infatti, che vogliamo che sia. Un po’ di raffiche di vento tra i 140 e i 220 km/h, tanto siamo su Marte.

Una sera a Padova, poco prima dell’inizio di questa torrida estate, mentre camminavo in centro, dopo un pomeriggio di afa anomala, si è alzato un vento pauroso. È stato un fenomeno repentino che, se avesse investito la città con più forza, avrebbe provocato danni e feriti. Nonostante mi fossi subito messa in cerca di un riparo, quando ci si trova nel bel mezzo di una cosa del genere – e mi è già capitato altrove sia in montagna che in città – si hanno solo pochi secondi a disposizione. C’è da sperare di non essere in un luogo troppo aperto o che il fenomeno perda presto d’intensità. Il mattino seguente ho visto le immagini della devastazione nella campagna veneta, dove quel vento si era abbattuto con molta più foga. Decine di cedri secolari erano stati sradicati e scagliati via, come fossero ramoscelli.

In tutta sincerità, con i problemi che si abbatteranno su di noi tra non molto, preferisco aver vicini i miei miseri terrestri, che hanno avuto le loro umane difficoltà dovute a tre anni di chiusura, al caro tutto, ai regressi che questa indicibile situazione ha comportato nelle vite di ognuno. Nel frattempo, anziché continuare con i castelli in aria, hanno capito un po’ più di cose e perciò sono in grado di ragionare sulla vita in modo più obiettivo e sincero. Agli altri dico, vi prego, non consigliatemi “il metodo” Ryanair, le vacanzine striminzite, e in generale un qualcosa che non c’è più e che a voi sembra ancora durevole, e peggio ancora, fattibile. Finalmente, timidamente, qualcuno ha detto che così non si riuscirà più a spostarsi, prevedendo al contrario l’aumento di treni per i collegamenti in tutta Europa e fuori dal continente. Nel futuro del mondo, se vorremo che ci sia un futuro, bisognerà ritrovare ritmi lenti, bisognerà saper assimilare e rispettare lo spazio che attraversiamo, se vogliamo inquinare di meno e trarre una vera esperienza da ciò che visitiamo, dove andiamo a mettere i nostri piedi che sono il primo strumento di contatto con la terra. Il che implicherà anche una rivoluzione nel lavoro, con maggior attenzione ai tempi di riposo del lavoratore; i lavoretti, lo sfruttamento brado del personale nei servizi, il falso low-cost, nell’attuale quadro non hanno esiti.
Per quanto mi riguarda, coi Marziani non ci parlo più da tanto – a fine conversazione, non c’è mai vero scambio e ci si allontana da loro sentendosi sempre inadeguati, sbagliati e stupidi. A maggior ragione adesso! E tuttavia, poveri i miei transfughi, che tra qualche settimana saranno costretti a tornare sulla terra e a restarci per molto tempo.