Epica e incantesimi delle sirene

La sirena è per lo più associata a caratteristiche di perdizione. Il potere per cui maggiormente viene conosciuta è gettare nel turbamento chi la incontra, il che può significare anche la fine del malcapitato, inghiottito nel gorgo delle acque da dove la straordinaria creatura appare. Esseri simili popolano peraltro diverse tradizioni fiabesche. Celebri sono ad esempio le temibili Ondine o Nixe del folklore germanico, ninfe abitatrici dei corsi d’acqua dolce. Ma questa strana creatura marina non esercita un potere meramente negativo. La sua ambivalenza, incarnata per l’appunto dalle fattezze ibride – per metà donna e per l’altra metà pesce – la colloca in un limbo ancestrale che tuttavia riflette anche virtù positive. Sciogliere i nodi, pettinare le tempeste; non è un caso che il pettine sia uno degli oggetti che la identificano.    

Sirene suonatrici, miniatura tratta dal ‘Salterio della Regina Maria’ (1310-1320), British Library, Londra.

Dal latino tardo sirēna, classico sīrēn – pl.: sīrēnes, trascrizione del greco Σειρήν, Seirḗn – pl.: Σειρῆνες, Seirênes, nome dall’etimologia incerta, le ricostruzioni dei linguisti puntano a una radice indoeuropea “svar” che indicherebbe il canto, tratto principale con cui si fa riconoscere e che utilizza per attirare chi incontra. Proprio nel loro modo di cantare gli antichi greci ravvisavano simboli di sapienza e conoscenza. Dalle divinità acquatiche adorate dai Sumeri (Zagan o Dagan) e nell’antico Egitto (Nun e Naunet), dai culti neolitici della Dea Madre alle sirene di Ulisse (in questo caso metà donne e metà uccelli) per non dimenticare il “pesce umano” del folklore nipponico (detto Ningyo), il mito di misteriosi esseri che conservano alcuni tratti umani, abitanti della acque, accomuna tutti i popoli del pianeta.

Il vaso delle Sirene – Pittore delle Sirene. Arte greca, età arcaica: 480-470 a. C. Collocazione: British Museum, London
Note: Ceramica a figure rosse
Fonti letterarie classiche: Omero, Odissea, XII, 36-61

Va precisato che l’aspetto delle sirene muta dall’antichità al medioevo. Si potrebbe infatti restare alquanto spiazzati osservando un vaso greco – come ad esempio il celebre stamnos ispirato dall’episodio dell’Odissea, libro XII – che le ritrae simili a un incombente stormo di arpie, coperte di piume, dove nulla lascia intendere un’origine dal mondo acquatico. Secondo quanto depositato nella tradizione omerica, che dunque rispecchia qualcosa di ancor più lontano sul versante del tempo, si trattava infatti di essenze demoniache, al pari delle Keres e delle Erinni. La prima descrizione riconducibile al nostro immaginario è attestata non prima dell’VIII secolo d. C. nel Liber Monstrorum. Al contrario delle furie, che in epoca romana vennero designate con nomi propri, per le sirene non si ha notizia di identità specifiche. Soltanto in epoca tarda ci si imbatte in Partenope, morta suicida in mare per essere stata rifiutata da Ulisse; le onde la rigettano alla foce del Sebeto, dove in seguito nasce una città chiamata, appunto, Partenope e poi Neapolis (Napoli). Da quelle parti, sulla penisola sorrentina, sorgeva anche il Tempio delle Sirene. Tutto questo per ribadire ancora una volta che le avvenenti fanciulle con coda di pesce rese universalmente note da Andersen (la fiaba della sirenetta è del 1837) hanno origine solo nel primissimo medioevo, mentre nell’età antica gli unici con queste caratteristiche erano esseri maschili, i Tritoni.

I luoghi delle sirene. Incisioni e pitture sui temi del mare.
Di Mario Calandri (Autore), Edizioni Carte d’Arte, 1993.
Volume edito in occasione della mostra presso la Pinacoteca Provinciale di Bari, giugno 1993. Contributi critici di Lucio Barbera e Angelo Dragone. Tavole in bianco e nero e a colori. Bibliografia. 4to. pp. 88.

In epoca moderna, quella della sirena è una figura che si lega al patriziato veneto. Curiosamente la potente famiglia dei Corner (Cornaro) la adotta come suo simbolo. La nobildonna Caterina Cornaro, andata in sposa a Giacomo II di Lusignano, re di Cipro, volle infatti così ricordare le origini familiari del marito. Non solo evocazione isolana, cosa che si potrebbe immediatamente pensare, ma vera e propria citazione storica, in quanto alla fine del Trecento lo scrittore francese Jean D’Arras nella sua opera Histoire de Lusignan o Roman de Mélusine fece discendere la dinastia di origine francese dei Lusignano dall’azione della bellissima Melusina, creatura fantastica apparentata alle sirene.   

Sirena scolpita commissionata come simbolo nello stemma di famiglia da Caterina Cornaro. Museo Casa Giorgione – Castelfranco Veneto.
Fotografia di Claudia Ciardi ©

Dal romanticismo in avanti la rappresentazione delle sirene procede sulla base dei modelli dettati dallo studio dei patrimoni folklorici. La riscoperta dei cicli fiabeschi indirizza il nuovo gusto estetico, facendo registrare un contatto assolutamente peculiare nonché capillare fra testi scritti e dimensione figurativa.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena o abisso verde (dettaglio). Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, Piacenza.
Fotografia di Claudia Ciardi ©
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Vista della sala dedicata alla pittura ligure e piemontese.
Le XXII sale della Ricci Oddi costituiscono uno dei luoghi più belli d’Italia dove ammirare l’arte moderna.
Il genio e la sensibilità del donatore hanno permesso di raccogliere una delle collezioni più affascinanti sul territorio nazionale dedicata ai temi della pittura italiana ottocentesca e novecentesca.
Fotografia di Claudia Ciardi ©

Libro dipinto

Quello di libro dipinto è un concetto dalla doppia valenza. Lo si può intendere sia come libro decorato, arricchito di immagini e abbellito da fregi e disegni sulla copertina, utilizzata come vera e propria tavola da pittura. Sia come oggetto rappresentato in un quadro, simbolo sacro e profano, testimonianza della posizione culturale della persona ritratta o dei gusti letterari del pittore.

Una lunga storia che affonda le sue radici nella paziente cura dei miniaturisti, con alcune rappresentazioni che potevano occupare anche una pagina intera, composte con pigmenti assai preziosi, o se vogliamo ancor prima, nel mondo antico. Già alcuni papiri sono infatti opere di straordinario pregio, non solo per la bellezza calligrafica. Nei rotoli egizi campeggiano figure a colori eseguite con una minuzia straordinaria come anche in certi formulari magici del periodo ellenistico, dove affiorano esempi illustrati degli strumenti necessari a un incantesimo o su come preparare un simulacro per affatturare qualcuno.

Ma ricordiamo anche nei codici bizantini alcune segnature di rimando agli scolii marginali (asterischi come stelle marine o fiori incantati) laddove gli scolii stessi si presentano talora come “predelle narrative” appese al corpus della scrittura su colonna. Insomma, da questo punto di vista, se guardato nell’insieme, il libro fin dall’età antica o tardoantica è una potente opera grafica in cui il supporto che lo compone, la scrittura e gli abbellimenti che interessano i materiali e le parti testuali concorrono a creare un vero e proprio pezzo d’arte.

Dorsi dipinti su libri del 1750_Biblioteca del Museo del Castello di Praga
Miniatura capolavoro di Jean Fouquet. // Dalla pagina fb di “Osservatorio libri. Quotazioni”

L’incremento del tasso di alfabetizzazione e l’avvento di nuove tecnologie segnano nel XIX secolo l’aspetto e la destinazione del libro che da oggetto confezionato a mano posseduto per lo più dagli aristocratici nelle loro biblioteche private, diviene un prodotto di massa. In tale differente contesto la copertina assume un’ulteriore importanza: non più solo una protezione funzionale per le pagine, ma un elemento chiave, un vero e proprio display attraverso cui comunicare il contenuto e incentivarne così la vendita. Prima di allora – tranne alcune creazioni uniche e personalizzate (ad esempio le copertine ricamate per le biblioteche dei privati) – erano per lo più semplici rilegature in pelle. A partire dagli anni Venti del Novecento, con l’affermarsi della rilegatura industriale, i vecchi rivestimenti in pelle lasciano il posto a nuove tipologie in stoffa che, oltre a essere economiche, divengono anche stampabili. Nel corso dei decenni è stata impiegata un’ampia gamma di tecniche a stampa delle copertine: dalla goffratura (calandratura che permette l’incisione di un disegno semplice sul tessuto) alla doratura alla litografia a più colori. Si apre dunque uno spazio artistico completamente inatteso dove si sono potuti inserire illustratori e designer, producendo una varietà di copertine dal gusto estremamente eclettico, tanto quanto la miriade di contenuti che presentavano. Dagli anni Venti circa, la sovracoperta di carta, molto diffusa anche nei tascabili, che in precedenza serviva semplicemente a proteggere la rilegatura dell’editore, inizia a sfoggiare dei disegni. Non si può far a meno di notare che diversamente dal prodotto odierno, altamente standardizzato, subito riconoscibile nell’appartenenza alle diverse collane editoriali per la sua elevata (e in molti casi fredda) serialità, qui siamo piuttosto in presenza, almeno fino ai primi del Novecento, di produzioni ispirate a un certo artigianato.
L’articolo di «The public domain review» (il collegamento qua in fondo), dal quale provengono alcune delle notizie riportate, presenta un’interessantissima galleria di rilegature disegnate nel secolo della nuova editoria, sebbene non possano dirsi ancora imprese editoriali così come noi le intendiamo. È più che evidente il valore artistico aggiunto che recano queste copertine.

Woman and her Wits_Book cover, 1899
Die Milchstrasse_Leipzig_Johann Ambrosius Barth, 1908

Ma vi è pure un’altra forma decorativa del libro, conosciuta come fore-edge painting. Si tratta della illustrazione riservata al taglio anteriore. Stringendo il blocco di pagine fra le dita, affiora un’immagine che può essere d’invenzione o riprodurre un’opera d’arte nota o ancora richiamare una scena o un soggetto del contenuto (soprattutto nel caso dei romanzi popolari). Questo modo di vivacizzare e mettere in risalto il materiale a stampa fu molto popolare tra Settecento e Novecento. Nei primissimi casi si trattava di stemmi araldici per lo più realizzati in oro. Tale tecnica raggiunse il suo culmine di popolarità e maestria agli inizi del XX secolo, tant’è vero che la maggior parte degli esemplari sopravvissuti risale proprio a questo periodo. Talvolta due diverse varianti vengono dipinte su entrambi i lati delle pagine e ciascuna appare quando il blocco viene allargato da un lato o da quello opposto.
Le biblioteche americane ospitano diverse collezioni di libri rari attestanti quest’arte davvero particolare.

Esempio di fore-edge painting_Miami University Libraries
Frontespizio illustrato del libro dedicato alla Sibilla Cusiana [Cumana]_1870. // L’immaginario sibillino dai libri ai dipinti.
Ritratto di donna con stilo e tavoletta cerata, noto anche come ritratto di Saffo.
I dipinti pompeiani delle fanciulle che impugnano lo stilo, oggi conservati presso il Museo Archeologico di Napoli, sono assai noti. Qui non si tratta di donne rappresentate insieme ai libri ma “fotografate” nelle loro attività di studio (che presupponevano il possesso di libri).
Una è identificata come la moglie di Paquio Proculo e l’altra (qui sopra) associata alla figura della poetessa greca Saffo.

Il libro dipinto, lo si diceva prima, è infine il libro che viene dipinto ossia che entra nell’opera di un pittore. Da oggetto costoso destinato a pochi eletti a prodotto facilmente replicabile, in grandi tirature, grazie al diffondersi della stampa meccanica, gli artisti hanno registrato nel tempo aspetti, mode, riti sociali legati alla presenza dei libri nei più vari contesti. Se nella pittura antica e medievale è in simbiosi con la rappresentazione di scene che rimandano alla sfera educativa, ad esempio dei giovani, o come simbolo religioso che identifica santi, profeti, martiri, col passaggio alla modernità il libro si apre sempre più a status symbol. Di un’aristocrazia che si fa ritrarre nelle proprie biblioteche attraverso cui intende affermare il proprio potere e prestigio, e in seguito come segno di una crescente indipendenza e ascesa delle classi subalterne che in tal modo celebrano il proprio accesso alla cultura. Nel caso dei ritratti e autoritratti femminili il libro entra come precipuo elemento di riscatto sociale, in una condizione in cui la donna, ancora fino all’Ottocento, era interdetta dai corsi accademici e, pur vantando condizioni economiche agiate, non poteva accedere alle medesime opportunità formative degli uomini. L’immagine della Sibilla barocca e tardobarocca condensa simili sentimenti e propensioni, laddove l’aura sacrale del personaggio e la presenza del libro per la divinazione demarcano più latamente la sfera della femminilità, le sue aspettative e finanche un elogio incipiente delle proprie capacità di autoaffermazione. Se in quest’epoca si tratta ancora per lo più del punto di vista di un esecutore maschile – ma quello del pittore è un occhio comunque svincolato dai crismi della società – è innegabile il graduale affioramento di una traccia nell’arte che fa del libro in mani femminili un oggetto di ascesa e riscatto.

Polittico del Maestro delle Murge_Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari_Tre figure di Santi con i libri sacri.
Fotografia di Claudia Ciardi ©
Artemisia Gentileschi inedita_A lungo attribuita al fiorentino Carlo Dolci, la Maddalena penitente è stata uno degli “Old Masters” in vendita a Colonia, presso la casa d’aste Van Ham (lotto del giugno 2021).
Sibilla del Domenichino_1617 circa_Galleria Borghese_opera attualmente non esposta. // Questa Sibilla sui generis in quanto ritratta insieme a uno spartito e a una viola – attributi musicali che di solito non si associano a tale figura mitologica – sembra intenta a cantare.
Vincent van Gogh_Natura morta con statuetta di gesso_Parigi_fine 1887_Dettaglio_Dalla mostra a Palazzo Bonaparte, Roma, 2022-2023.
Fotografia di Claudia Ciardi ©


Per approfondire:

The Art of Book Covers (1820-1914)

Fore-edge painting. Dipinti nascosti nei libri

I libri nell’arte (Glicine Associazione)

Di foglie, Sibille e arte profetica

Echidne, Meduse, monili – Dal mito a El Greco

Un immaginario complesso e longevo che attinge ed elabora i propri connotati nel periodo arcaico – con probabili ascendenze micenee – insinuandosi in quello classico. La Grecia delle Gorgoni e delle Erinni, come anche di molte altre creature notturne e ctonie di dubbia e problematica interpretazione, smentisce la predominante apollinea in questa cultura e non solo. Ne configura una luminosità enigmatica, sempre oscillante fra inquietudine e catarsi. Una condizione sospesa che l’essere umano è chiamato ad attraversare, in quanto parte del suo stesso dissidio. Retaggio che ha esercitato il suo fascino nei secoli e nelle arti, trovando diverse vie di rappresentazione oltre a uno straordinario vitalismo nella cultura popolare. Si dice che i ritmi della taranta, area di pertinenza magnogreca, siano il riflesso di questa medesima duplicità. La mano che percuote il tamburello richiama all’ordine cosmico, peraltro con un gesto di lieve rotazione e contrazione dal palmo alle dita a indicare raccoglimento (ritorno), continuamente messo in discussione dal vibrare dei sonagli, moto sussultorio, tellurico che ricorda lo strisciare o il destarsi delle serpi nella chioma di Medusa, l’unica mortale fra le figlie di Forco.

Dettaglio del busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini_1644-1648 // Probabilmente lo scultore intese immortalarvi l’espressione della sua amante Costanza Piccolomini. Una Medusa dunque più che umana

Volto della paura e della seduzione ha ispirato creazioni vertiginose nella statuaria, in pittura e nell’alta gioielleria. Bulgari, proprio in queste settimane, ha dedicato una mostra alle sue collezioni, per celebrare i settantacinque anni del marchio, scegliendo Milano come unica tappa mondiale di questa storia mitologica e artistica. Al centro l’iconografia del serpente, simbolo di mimesis, adattamento, rinascita e rigenerazione. Un brand di lusso che ha scelto di raccontarsi in modo non convenzionale, cercando un’ampia apertura verso il pubblico e mostrando l’apporto delle nuove tecnologie nel lavoro dei propri creatori, incluso il confronto con l’intelligenza artificiale (Dazio di Levante in Piazza Sempione, fino al 19 novembre, con ingresso gratuito). Questo singolare intreccio dal mito antico, fin dalle sue radici egizie, alla contemporaneità ha dato luogo a un evento ricercato quanto inedito, una tipologia di mostra con esperienze immersive che permettono di toccare letteralmente con mano la narrazione.

Bulgari_75 Infinite Tales_Un particolare dall’allestimento (ottobre-novembre 2023)

Sempre a Milano, spostandoci fra le sale di Palazzo Reale, nell’ambito della mostra in corso su El Greco, ci troviamo a tu per tu con la sua impressionante versione del Laocoonte. Il celebre gruppo del sacerdote troiano che va incontro alla morte con i propri figli, avvinti da serpenti marini, mentre un’indecifrabile quanto impassibile Toledo, città dalle atmosfere ermetiche, quasi una Siena spagnola, campeggia in una delle sue tele che suscitano forse i maggiori interrogativi. Incompiuta, unica opera di soggetto mitologico per questo eccentrico artista, sappiamo che la tenne con sé fino alla morte. In un ulteriore raffronto sulla storia di questo motivo la riproduzione in gesso, proveniente dalla gipsoteca dell’Università di Pisa, dell’originale ellenistico custodito nei Musei Vaticani, alla base dell’onda lunga di imitazioni in scultura e pittura dal Rinascimento in poi (si pensi a quello altrettanto celebre eseguito in marmo da Baccio Bandinelli nel 1520, alle Gallerie degli Uffizi).

El Greco, Laocoonte, 1610-1614, Milano – Palazzo Reale (2023)
Riproduzione in gesso del gruppo statuario del Laocoonte dalla Gipsoteca e Antiquarium dell’Università di Pisa // Prestito per la mostra di El Greco a Milano (2023)

Simbolismo del sacro e del profano, enigmaticità, magnetismo sprigionato da fascino e inquietudine. Filiazioni divine e caratteri rituali, talora difficilmente ricostruibili, in bilico fra contatti figurativi, diffusione in diversi ambiti sociali, ricorrenza o sovrapposizione di narrative. Ad esempio, la prossimità di Gorgoni ed Erinni, liquidata come improbabile da Vernant (si veda il suo saggio Figure, idoli e maschere, in particolare le pagine 75-102, dove descrive diffusamente l’Erinni Tilfussa) e che io ho provato invece ad ipotizzare fin dal mio lavoro di tesi.   

Richard Buxton_La Grecia dell’immaginario_I contesti della mitologia_capitolo 1, “Dalla culla”

Un discorso affascinante che si muove su diversi piani della ricerca, oltre a costituire una materia di per sé molto coinvolgente per chi la affronta, da studioso o da semplice appassionato. Un racconto che s’innova, un’espressione culturale dinamica e versatile che aggiunge mutazione a mutazione e che pure nell’atto stesso di rappresentarsi espande i confini dell’immaginario di riferimento. Qualcosa che per il fatto stesso di originare dagli strati più profondi dell’interiorità umana, non smette di destare la nostra attenzione e interpellarci. Una capacità generativa fuori dal comune, che di sicuro attiene al mito stesso, ma che al contempo lo trascende, modernizzandolo, favorendone l’adattabilità a contesti mutevoli e storicamente diversi.

Dalla mostra di Bulgari (Milano 2023)_Dettaglio della Gorgone

Sul simbolismo del serpente_dall’allestimento di Bulgari (Milano 2023)


* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Si veda anche:

Guardare la Gorgone

Chi ha visto l’elefante bianco?

Era tradizione in Siam che il re offrisse un elefante bianco ai membri dell’élite decaduti dal suo favore. Non si trattava di un regalo, piuttosto di una punizione; diversamente dagli altri animali, infatti, il dono era sacro, andava mantenuto e dunque non poteva essere utilizzato per lavorare. L’espressione inglese “white elephant”, che in questa pratica affonda le sue radici, viene a designare un progetto senza sbocchi, qualcosa che si pensava funzionale e che poi finisce per impaludarsi, a causa di un vizio nel progetto stesso o del difetto di volontà – interessato o semplicemente frutto di inadeguatezza – di chi avrebbe dovuto farsene carico.  

La locuzione omologa in italiano sarebbe “cattedrale nel deserto”, coniata nel 1958 da don Luigi Sturzo, in riferimento a tutti quei cosiddetti grandi progetti (improduttivi) pensati per le zone depresse d’Italia. In generale, la nostra lingua utilizza un’espressione che ha perfino dei risvolti poetici per tratteggiare una realtà di degrado sulla quale purtroppo il bel paese non lesina quanto a esempi.

Le cattedrali nel deserto sono certamente fisiche ma ancor più mentali. Anzi, diciamo che in generale nascono nel pensiero. Spesso queste idee sono azzardate e sbilanciate fin dalla prima concezione. Edifici dalle faraoniche pretese, immaginati in spazi privi o quasi di collegamenti, oppure grandi strutture polifunzionali su cui si ripongono troppe ottimistiche speranze, quanto a prospettive di occupazione e sviluppo del territorio. Il caso più recente lo stiamo riscontrando in Cina dove intere città, sorte in fretta per assorbire e urbanizzare i flussi migratori interni dalle campagne, alla prima seria battuta di arresto di un ciclo economico favorevole pur sospinto da molte contraddizioni, rischiano di restare vuote. Il che mette anche in discussione l’intero modello, perché forse non si tratta neppure di una crisi sistemica ma di un problema di portata ben più grande.

Air & Space Museum – Provocation, state of mind or physical truth?

A tutto ciò si aggiunga che pure molti spazi già organizzati corrono il pericolo di una desertificazione. I musei, i centri espositivi e culturali sono fra questi. Creature dall’anima poliedrica – se solo si volesse veramente e compiutamente farla emergere con il concorso di professionalità non inquadrate in schemi ormai inadatti – depositarie di un altissimo potenziale pronto a trasformarsi in qualcosa in grado di catalizzare forze economiche latenti. È peraltro l’oggetto del mio ultimo saggio Cultura e creatività per un’altra economia («Incroci», n. 47, giugno 2023). La riduzione degli orari di apertura, la mancanza di servizi adeguati che aiutino a raggiungere certi luoghi incentivando quindi la permanenza negli stessi, costituiscono problemi strutturali che non possono essere aggirati se si vuole puntare a un vero rinnovamento.

Analizzando alcune situazioni diciamo di “isolamento culturale” emergono diverse criticità, frutto di premesse diverse ma con un minimo comune denominatore; il fallimento degli intenti iniziali, il deteriorarsi di un sito, quando non si arrivi a constatarne un’assoluta decadenza. Fra i report che mi è capitato di leggere ci sono il mancato decollo del Museo di Archeologia Subacquea a Grado e non pochi clamorosi flop romani: la vela di Calatrava, le Torri dell’EUR, gli ex mercati generali a Ostiense, la ex fabbrica di penicillina LEO. In quest’ultimo caso si tratta di uno dei numerosi resti della deindustrializzazione (ricordiamo pure Torino per l’incidenza molto alta di problematiche di questo tipo). Ancora, i problemi di raggiungibilità di Capodimonte e i suoi ben poco sfolgoranti dintorni – si rimanda a un articolo di Gennaro Di Biase uscito su «Il Mattino» alla fine del 2021, che con piglio anche ironico descrive una situazione di estremo contrasto fra l’interno del polo museale e la trascuratezza delle immediate vicinanze.

Cito a chiudere l’interporto di Bologna da poco inaugurato come museo a cielo aperto della street art. Un progetto molto interessante, che fa il punto e accende i riflettori su una delle espressioni più controverse – ma anche affascinanti – dell’arte contemporanea. Mutatis mutandis quelle che si candidano come gigantografie o sinopie dell’oggi, necessitano chiaramente di spazi molto estesi. Se da una parte si è messo a terra qualcosa che intende valorizzare un’area altrimenti difficile da “interpretare”, il rischio è che sia poco vissuta.

Abbiamo già avuto modo di discutere come l’idea di patrimonio culturale sia estremamente variegata e necessariamente antropizzata. Fruizione, condivisione, tutela fondano le loro radici nella comunità e a regole comunitarie si appellano. Beni e persone, oggetti e immaginari collettivi, materiale e immateriale si confrontano nella mutua ispirazione di strategie volte sia a conservare che a divulgare. Strategie per il territorio a presidio e cura. Diviene quindi centrale il ruolo dell’educazione, dal momento che solo lo studio approfondito dei propri segni identitari e al contempo della diversità culturale porta alla comprensione reciproca, anche nell’ottica della risoluzione e prevenzione dei conflitti. Materia che, alla luce degli attuali scenari di guerra, dovrebbe ancor più spronarci a riflettere.

Infine il pericolo della polarizzazione fra aree attrattive (e ormai sommerse dallo tsunami turistico) che continuano a magnetizzare su di sé tutta l’attenzione e la mancanza di valide opzioni. Lo sviluppo territoriale di cui sopra è da intendersi in senso culturale e sociale. In molti casi, anche nelle storie di maggior successo, l’effetto controproducente è che i flussi turistici restino in buona sostanza estranei al territorio. Privilegiare una logica commerciale, anziché economica, significa sottrarsi a una programmazione lunga, che in una società complessa costituisce l’unica via per generare risposte efficaci e risultati produttivi.

Le strategie di comunicazione sono pure molto importanti purché responsabili e ispirate da una solida visione emotiva e analitica.
Communication strategies are also very important as long as they are responsible and inspired by a sound emotional and analytical vision.


Si veda anche:

Musei, oltre alle classifiche dei visitatori bisogna pensare a strategie per il territorio – Stefano Monti su «Archeoreporter», 13 gennaio 2023

Patrimonio culturale, patrimonio umano

Roma_Palazzo Altemps_Medusa Ludovisi_ o Erinni dormiente_Schlafende Erinnye (sleeping Erinys)

Preservare, tramandare, studiare il patrimonio culturale non può essere cosa disgiunta dall’attenzione verso il patrimonio umano. Fin troppo spesso nel nostro ragionare, infatti, tendiamo a percepire la cultura come qualcosa di separato, un prodotto slegato e, per così dire, senza filiazione alcuna dalle attività umane. È evidente l’enormità di questo controsenso. La cultura è creatività storicizzata, diventata cioè patrimonio storico. Tale processo, ossia l’assunzione del suo portato nel tempo, implica certo una presa di distanza ma ciò non deve significare disconoscimento delle fonti, negazione di chi vi presiede. È un fatto che la tensione creativa sia una caratteristica propria degli esseri umani, forse perfino la più spiccata, e come tale non possa considerarsi una semplice manifestazione di ciò che ha prodotto, al di là di coloro nei quali l’idea è nata. Sarebbe questa, lo ripetiamo, un’astrazione priva di fondamento.

Ho appena letto un’interessante riflessione condivisa sui social: «What makes humans different than other living beings? I think that it’s our amazing way of expressing ourselves through art. [Cosa distingue gli esseri umani dalle altre forme viventi? Io credo il nostro sorprendente modo di esprimere noi stessi attraverso l’arte]».

È pur vero che, al contrario, la creatività si pone a un grado non storicizzato, dunque non è detto che generi cultura. Ma ne è in ogni caso l’indispensabile premessa e medium. E inoltre, il suo centro propulsore risiede in larga parte nell’esperienza emotiva, forse ben più che nella sfera cognitiva. Il grado emozionale è quello che permette di creare e comprendere, anche aggirando eventuali lacune conoscitive. L’intelligenza ispirata dagli aspetti sensibili aiuta quindi la regolazione delle nostre emozioni, consentendo decisioni più affinate e pensieri più chiari prima di agire. La Conferenza dell’Unesco sull’educazione artistica che si è svolta a Lisbona nel 2006 ha lanciato l’allarme circa il divario crescente fra i processi cognitivi ed emotivi «che conduce ad un maggiore focus, nei contesti di apprendimento, sullo sviluppo delle competenze cognitive rispetto al valore riconosciuto alla sfera emotiva. Questa enfasi sugli aspetti cognitivi, a discapito della sfera emotiva, è causa del declino morale della società. Il processo emotivo è parte del decision making e agisce come vettore di azioni e di idee, favorendo la riflessione e il giudizio. Un senso morale profondo, che si pone alle radici della cittadinanza, richiede il coinvolgimento emotivo. L’educazione artistica incoraggiando lo sviluppo emotivo, può promuovere un equilibrio migliore tra lo sviluppo cognitivo ed emotivo, e dunque supportare la costruzione di una cultura di pace».

Dal post pubblicato sul profilo linkedin di Chris D. Connors sull’intelligenza emotiva

Mi è già capitato di accennare al fatto che qualsiasi siano i mezzi di cui disponiamo, l’incontro con un’opera d’arte produrrà comunque uno scambio, anche se non siamo completamente edotti sul suo autore e sulle circostanze storiche dalle quali è scaturita – a corollario di ciò non va dimenticato il grado di acquisizione culturale dell’individuo in una data epoca; tranne periodi che possono essere classificati come di “regresso”, si può affermare che la storia umana tende a un innalzamento del proprio livello di cognizione. Gli strumenti su cui contiamo oggi possono risultare dispersivi o causare perdita di concentrazione ma anche offrirci canali per comunicare e assimilare delle nozioni velocemente. Ciò è innegabile e contribuisce alla formazione individuale, pur lo ripetiamo con alcuni limiti e contraddizioni. Nell’esperienza di quel che abbiamo intorno, nella sua lettura, non è un dato trascurabile.

Dunque, vediamo come l’interesse per il patrimonio culturale sia strettamente intrecciato alle vicende del cosiddetto patrimonio umano, alla sfera della sensibilità e a un impulso creativo che nella comunità deputata alla fruizione e conservazione trova il suo inderogabile compendio. Con la ratifica della Convenzione di Faro da parte dell’Italia nel 2020 si è inteso per l’appunto ufficializzare il ruolo nello sviluppo umano rivestito dal patrimonio culturale (nelle sue ulteriori declinazioni di patrimonio naturale e intangibile, ossia legato alla comunità sociale incaricata della sua valorizzazione). Per sviluppo s’intende l’elevarsi della qualità di vita e il diritto garantito all’accesso al patrimonio.

Molte delle riflessioni fatte sin qui sono raccolte in due interessanti capitoli del Dossier pubblicato dal Centro di Ateneo per i diritti umani (Università di Padova) a cura di Desirée Campagna.

Per concludere sui temi della tutela e dell’educazione. Proprio in questi giorni sta tornando alla ribalta la questione etica delle collezioni museali laddove risultino acquisite in conseguenza di saccheggi durante la guerra o nel periodo coloniale. Ci si interroga su quando e come restituire e si stanno producendo mostre che vogliono sensibilizzare il pubblico su tali problemi. Anche in un simile caso si toccano ambiti che non sono strettamente legati agli oggetti del patrimonio ma coinvolgono la storia di una comunità, i suoi valori e tradizioni di riferimento, gli ordinamenti su cui si fonda.

Learn about diversity_Da un articolo collettivo su Linkedin a cui ho partecipato_in evidenza il parallelo fra patrimonio culturale e patrimonio umano

L’arte scuote punti nodali nell’ambito del diritto e gli artisti assurgono a human rights defenders, trasmettitori di quell’immaginazione necessaria ai cambiamenti della società.

Immersioni nel centro Italia (Cortona, Foiano, Foligno)

Per la mia pausa estiva quest’anno ho privilegiato gli itinerari del centro Italia dalla Valdichiana alla provincia di Foligno. L’estremità della Toscana interna e l’Umbria con il doppio anniversario di Signorelli e Perugino, cui vanno aggiunti i percorsi per l’anno robbiano, si sono posti come fulcro di iniziative di grande spessore, tuttora in corso. È stata l’occasione per tornare a esplorare, a passo lento, spazi e tracciati culturali che non sembrano esaurirsi in una sola visita. Anzi, sono proprio queste iniziative a creare i presupposti e incentivare un avvicinamento ai luoghi più responsabile, obbligando a soste che possano dirsi veramente tali. Come già ho avuto modo di dire, nell’incontro con un’opera d’arte, come con qualcuno del resto – perché si tratta di sensibilità affatto dissimili – il dove avvenga non è un fattore secondario. Aver visto Crivelli per la prima volta proprio nelle sue amate terre adottive marchigiane si è rivelata dal mio punto di vista un’esperienza di vera contemplazione, per così dire; certamente diversa se la prima scoperta fosse avvenuta altrove. Che poi si abbia una conoscenza pregressa e un legame intellettivo, mentale, con un artista è altra cosa ancora. Ma l’incontro, lo ripeto, lo stare in piedi davanti a un suo lavoro, che poi è stare secoli dopo davanti alle mani che lì hanno lavorato, sentire perfino quella carnalità dell’autore, incide profondamente sul tipo di consapevolezza che sviluppiamo. Il che attiene anche e soprattutto, lo dico di nuovo, alla nostra emotività. Conseguentemente è chiaro che non vi sia un modo unico e univoco di fruire la cultura. Chi dichiara che si passa in fretta davanti ai nostri capolavori senza capire nulla, enuncia una verità solo parziale. Sulla fretta, ha ragione in pieno – d’altronde se non si danno strumenti anche economici alle persone per fermarsi di più sarà difficile invertire questa tendenza. Sull’incoscienza starei attento, perché il rischio è divulgare una visione elitaria che inficia le reali possibilità di apertura e condivisione del nostro patrimonio. Ci sono gradi diversi di conoscere e sentire. Se anche sono totalmente a digiuno riguardo la storia di un capolavoro, il poterlo incontrare e soffermarmi lì nei pressi, mi innalzerà comunque. Ne ho parlato in uno dei miei ultimi saggi pubblicati sulla rivista «Erba d’Arno», in cui sono tornata a esplorare un tema che ho molto a cuore e che definisco “la taumaturgia dell’arte”. Tornerò quindi a rifletterci descrivendo il rito collettivo che si è tenuto in Piazza dei Miracoli il 9 agosto scorso, per il via alle celebrazioni della Torre pendente. Questo evento è stato infatti una summa di quanto espresso fin qui, di tutte le mie ricerche e convinzioni maturate finora, una grande lezione antropologica di cosa significhi l’accesso simultaneo gratuito e in piena libertà a monumenti e musei. Per inciso ci tengo a ribadire che in 180 km, la distanza da Pisa ad Arezzo, per coloro che su questa rotta hanno navigato in una settimana di pieno agosto, è andato in scena uno spettacolo incomparabile. Un’immersione nella bellezza che io credo non abbia avuto eguali al mondo.

Valga come ulteriore annotazione, a conferma, la piccolissima ma straordinaria mostra dedicata a luglio a Margarito d’Arezzo e le aperture in notturna del Cassero e del relativo polo museale a Castiglion fiorentino. Gioielli, come gioelli sono talune esposizioni minimali o minimaliste che anche adesso si stanno tenendo in tutta la penisola e che forse ci fanno scoprire una dimensione differente, più raccolta, meno dispersiva da cui avvicinare e sentire l’arte (a titolo d’esempio si rimanda a Bernini protagonista a Cellatica in Franciacorta fino al 29 ottobre).

Bottega di Luca Signorelli _MAEC – Cortona

Epicentri di storia e fascino mai tramontato. Le terre etrusche che spaziano dalla costa tirrenica alla Maremma primitiva fino in Valdichiana, per restare in area toscana, sono capaci di sprigionare intatta la loro profonda essenza. La mostra di Signorelli a Cortona è il punctum originis per risalire all’incredibile carriera di questo maestro. Oltre alle due sale in cui sono allestite opere provenienti anche dall’estero, insieme alla minuziosa e interessante ricostruzione della Pala di Matelica, il tutto introdotto da un documentario che aiuta ad abbracciare le coordinate spazio-temporali di una fastosa epoca della pittura dove ben si evidenzia pure il ruolo chiave di Foiano, si fanno largo i capolavori del MAEC che ospita, fra gli altri, diversi quadri della cosiddetta “bottega di Signorelli”. Nonché la tappa al diocesano e la chiesa di San Domenico, banco di prova delle abilità dello stesso Signorelli (la pala della Madonna col bambino), di Beato Angelico (L’Annunciazione) e Niccolò di Martino con il suo polittico.

Niccolò di Martino – Polittico
Chiesa di San Domenico, Cortona

A Foiano si è già accennato. Questo affascinante paese dei silenzi, distante una quarantina di minuti da Arezzo, dalle vorticose strutture in cotto che che hanno il loro cardine nella spettacolare Collegiata, è la quinta di una mostra diffusa dedicata alla maestria dei della Robbia. Un’idea ben concepita, in linea peraltro con le tendenze che vanno affermandosi sulla necessità di diversificare e decentrare i flussi turistici. E nell’aretino ciò ha i suoi effetti, perché siamo in territori dove fortunatamente le ripercussioni più deleterie dell’assalto non si vedono. Non in ultima analisi il motivo sta nei costi: queste valli non sono affatto per tutti e il mordi e fuggi, date le distanze e le poche infrastrutture, impraticabile; il che in tal caso non è un discorso dai risvolti elitari ma di semplice sopravvivenza e conservazione.

Percorsi robbiani a Foiano della Chiana
Madonna della cintola

Il progetto e le iniziative dell’anno robbiano

Infine la provincia folignate, questa sconosciuta propaggine dell’Umbria profonda. Si esce dal territorio di Cortona, seguendo la direttrice del Trasimeno e si avanza di un bel pezzo oltre Perugia. Il centro storico di Foligno è qualcosa di fuori dal tempo, una scheggia uscita dalla fucina dei Titani fra rugose colline che sembrano onde immobilizzate da un incantesimo. Il museo diocesano è semplicemente uno scrigno con alcune sculture lignee policrome di scuola locale che lasciano a bocca a aperta. Devo dire che questa piacevole esperienza mi si è poi protratta a Firenze. È stato come chiudersi una porta alle spalle per riaprirla settimane dopo sulla medesima stanza. All’inizio del percorso del Bargello, appena ho messo i piedi nella prima sala, mi si è presentata una Madonna dipinta che tanto mi ha ricordato quella osservata per una mezz’ora buona a Foligno. E infatti anche questa è di scuola umbra (umilmente oserei dire di maestranze folignati).

Madonna in trono col bambino
Scultura policroma in legno di noce
inizi del XIII secolo
Museo diocesano di Foligno
Madonna con bambino
Legno dipinto_Scultore umbro_1300-1310
Museo del Bargello_Firenze

Le “relazioni meravigliose” in cui mi sono imbattuta quest’anno, in non pochi casi alla Mrs. Magoo, cioè come l’alter ego femminile di quel signore che cammina sopra il vuoto senza cadere né provare paura dal momento che non se ne accorge, mi hanno fatto sentire fortunata. Era davvero impensabile, è davvero impensabile eppure accade; non lo cerco e accade. Stando ad Antonio Machado “el camino se hace caminando”, e io posso dire di aver camminato molto. Per il resto, alla vita di una persona, al fiorire della sua personalità, si devono dare le condizioni, non è qualcosa di già fatto e già scritto ma è questione di opportunità, di intenzioni e sguardi che si schiudono su ciascuno di noi. Mentre si finisce, oggi particolarmente, per considerare gli esseri umani come già fatti. Pur essendo questo un palese controsenso, perché si è dentro un collettivo, un organismo che ha necessità di svilupparsi nelle sue diverse estensioni. Ad ogni modo quello che io ho schiuso da sola, almeno per questa parte, mi dice della bontà di tutto quanto finora mi si è offerto.  

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Marius Ernest Sabino – Tanagra e art déco

La scarsità di notizie biografiche e bibliografiche, in italiano specialmente, su Marius Ernest Sabino (1878-1961), che come il cognome fa intendere proprio origini italiane aveva, mi lascia piuttosto sorpresa. Sono giunta sulle sue tracce per l’interesse in me suscitato dalle statuette di Tanagra. A dire il vero non immaginavo di incrociare un così raffinato maestro del vetro, che fra gli anni Venti e Trenta ha espanso i commerci delle sue creazioni fino al Medio Oriente.

Il cosiddetto “modello Tanagra”, riconducibile alla foggia delle piccole statue greche di terracotta rinvenute nell’omonimo demo ellenico, influenzò molto velocemente l’immaginario artistico occidentale. Quest’anno mi è capitato di scriverne in più occasioni, e la scoperta dei lavori di Sabino non è che una piacevole conferma di un radicamento che ha centro soprattutto a Parigi. Il Louvre, infatti, con lungimirante intuizione, a differenza dell’Italia, comprese subito il rilievo della scoperta accaparrandosi un buon numero di originali greci.

In quanto artigiano del vetro e designer, Sabino può dirsi un interprete assai particolare  dell’immaginario antico da lui fatto rivivere in opere sognanti e lievissime. Complici le trasparenze dettate dalla scelta del materiale – per lo più vetro – insieme alla ricerca degli effetti cromatici, tutti a tinte tenui (azzurro e giallo con esiti verde acqua e, quando il caso, ricercati effetti opacizzanti). Non solo Tanagra, ma anche manufatti che sembrano richiamare idoli e amuleti egizi, presenze cristalline e diafane che sovrappongono le suggestioni arcaiche o classiche alle cesellature dell’art nouveau e dell’art déco.  

Figure in vetro fra cui soggetti egiziani, Venere di Milo, due piccole Veneri di Milo, Madonna (figura che chiude a sinistra la serie di tre in primo piano)

Imprenditore e artista il suo lavoro ha influenzato l’arte vetraria moderna. Fra le due guerre, la sua tecnica del vetro modellato a compressione fu una delle migliori messe a punto in quel periodo. Insignito di numerosi premi e riconoscimenti in Europa, ottenne anche la massima onorificenza francese, la Legion d’Onore, per il suo contributo all’arte e all’industria.

Originario di Acireale in Sicilia, approdò in Francia all’età di quattro anni. A Parigi studiò scultura del legno, seguendo le orme del padre. Successivamente seguì i corsi all’École Nationale des Arts Decoratifs et de Beaux Arts di Parigi. Affascinato dalla diffusione dell’elettricità, sostituì i suoi primi modelli di lampadari lignei con pezzi in cui il vetro divenne l’elemento principale di propagazione della luce.
Nel 1925 brevettò una sua formula chimica (a base di arsenico!) per il vetro opalescente. Il risultato è che in condizioni di scarsa illuminazione il vetro appare spesso bianco o bluastro come il ghiaccio di un ghiacciaio. Molti pezzi assumono un sottile colore dorato di un’inusuale brillantezza, quasi una magia.

Tanagra – Donna con veli (Dal catalogo di Sabino del 1930-1931)

Dal 1914 lavorò con un vetraio di Romilly-sur-Andelle, aprendo quindi dopo la guerra una bottega-laboratorio in proprio a Noisy-le-Sec con grandi magazzini nel quartiere del Marais a Parigi.

Il 1925, anno del celebre brevetto, fu pure il più fruttuoso per lui, presenziando all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi.

Il successo dei suoi lampadari coincide con il movimento dell’architettura dell’epoca incentrata sull’elemento luminoso, tanto che Sabino fu anche richiesto per creare l’illuminazione decorativa per i transatlantici. Aprì nuovi punti vendita ad Algeri, Orano, Tunisi e Costantinopoli. Nel 1935, la sua celebrità lo portò a ricevere l’incarico di creare tutte le lampade e i lampadari elettrici per il palazzo dello Scià di Persia.

L’idolo – Scultura in vetro montata su lampada

Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi fecero chiudere i suoi stabilimenti e negozi. Con la ripresa del dopoguerra affidò le sue attività e i modelli creati alle mani dei propri direttori commerciali, non potendo più seguire direttamente il lavoro a causa di una malattia. La vita, anche quella che riesce a schiudersi e realizzarsi al meglio e con soddisfazione, è fatta di apici. Quello di Sabino si era evidentemente celebrato prima della grande deflagrazione degli anni Quaranta. Tuttavia l’impresa da lui fondata andò avanti per qualche tempo attraverso i curatori designati dopo la sua morte, dal 1961 fino al 1975. Il suo delicato mondo creativo, nutrito di estetiche colte e gentili, ci sorprende ancora oggi come una fortunata apparizione.

Le quattro ballerine (1927)

Raro vaso in corno sfaccettato appoggiato su un tacco; la decorazione del titolo è in rilievo e scomposta su ogni lato. Prova in vetro opalescente stampato. Senza segno. Altezza 24,5 cm

Si rimanda anche ai seguenti articoli:

Le signore di Tanagra

L’arte e l’archetipo

L’arte e l’archetipo

Tanagra in Toscana

Archetipo, forma primitiva, radice, matrice, primo volto. Creare è attingere al momento originale, chinarsi alla fonte dell’immaginario collettivo e berne le larve che vi affiorano. Dell’evocazione di questa delicatissima corrente, una sorta di flusso che compenetra chi si appresta all’opera e che si è soliti definire genericamente ispirazione, ho tentato una lettura in alcune mie pagine di recente pubblicazione.

La parola, derivante dal greco ἀρχέτυπον, assume in italiano quattro significati diversi che coprono altrettanti ambiti disciplinari: tecnico-artistico (da notare come la parola greca τέχνη congiunga le due sfere cognitive), filosofico, psicologico, filologico.

Così ci si riferisce al primo esemplare, il modello di un’opera cui altre simili e successive si orienteranno. Quindi nella filosofia, d’indirizzo platonico in particolare, il concetto di idee archetipiche rimanda all’essenza delle cose sensibili. In ambito psicologico, secondo le teorie di C. G. Jung (1875-1961), l’archetipo è l’immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale sussume tutte le esperienze dell’umanità e della vita animale che l’ha preceduta, alimentando gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni. Infine, in filologia, si è soliti definire archetipo il manoscritto non noto ma ricostruibile con maggiore o minor sicurezza attraverso il confronto dei manoscritti pervenuti, da cui questi deriverebbero secondo i rapporti di dipendenza configurati nello stemma codicum, o albero genealogico. Ad esempio, non possediamo l’originale della Divina Commedia di Dante Alighieri – uno dei più clamorosi archetipi mancanti, rovello e passione per molti studiosi – ma talvolta la vicenda familiare dei codici pone in evidenza che l’archetipo stesso sia una chimera. Ossia nella genesi di un testo pare siano entrati in circolazione, fin dall’inizio, esemplari paralleli che rendono vana la ricerca di un solo capostipite.
Tale declinazione filologica è d’uso anche nell’archeologia e nella storia dell’arte: si dirà, statua che riproduce l’archetipo di Lisippo.

Il mio articolo per «Erba d’Arno» (quaderni 171-172), rivista pubblicata con il contributo della CR Firenze, indaga i nessi fra queste discipline, esplorando in che modo le arti e le diverse sfumature linguistiche di archetipo influiscano sia sulle realizzazioni creative sia sui meccanismi di fruizione delle opere stesse.

Accenniamo anche brevemente alla cosiddetta contaminazione fra le arti, come nel caso della poesia, della pittura e scultura. I rapporti e le influenze linguistiche fra Dante e Giotto, quindi i componimenti in versi di Michelangelo Buonarroti che hanno ispirato generazioni di artisti italiani e stranieri, fino all’età moderna, tra cui ad esempio gli espressionisti tedeschi.

«L’entusiasmo che si accompagna a certi ritrovamenti, a scoperte fortuite che all’improvviso ci riconsegnano fra le mani reperti millenari, è innescato da cotali suggestioni. La lontananza che si rifà vicinanza, l’idea di un destino comune che percorre l’umanità, la storia che s’incarna in un segno tangibile spingono l’onda emotiva che abbiamo visto in tante analoghe circostanze. Pensiamo a Tanagra o più recentemente a San Casciano dei Bagni o ancora ai nuovi ritratti del Fayum, affiorati dall’oasi alla fine di quest’anno, trascorso più di un secolo dall’ultima fortunata campagna.  Idoli del sacro e del profano, una quotidianità estatica che sopraggiunge a scrutarci, dee-madri che allattano, giocano coi loro bambini, impugnano il fuso, tessitrici che imitano il gesto delle Parche». (Claudia Ciardi, L’arte e l’archetipo. Specchio di vita immortale, giugno 2023).

https://www.tumblr.com/claudiaciardiautrice

Pistoia, una defilata città – solo in apparenza – ma da sempre spazio in fermento e fucina di molte iniziative. Capoluogo toscano meno frequentato dal turismo, crocevia affascinante di creatività e culture (da «Erba d’Arno» quaderni 171-172, rubrica “Editoria pistoiese”, pp. 132-133).


Calligrammi, una personale esplorazione nella mia scrittura del legame fra linguaggio verbale e figurativo. La riproposta sul mio profilo tumblr della prosa In ogni filo d’erba, omaggio ai borghi liguri, alla mia permanenza sanremese e a Giorgio de Chirico. Grazie a chi continua ad apprezzare questo testo (e a farmelo sapere!).

Bergamo è un fiore

Ai piedi delle Orobie, città di architetture e atmosfere insolite, incorniciata da bellezze naturali con in dote un patrimonio culturale di rilievo, ai più forse poco noto. La parte vecchia dell’agglomerato, se si ha la fortuna d’incontrarla di sera, risalendo lungo i tortuosi muri che scortano verso l’alto, tra il silenzio e il profumo delle fioriture, sprigiona un fascino davvero singolare.

Verso la Città Alta, salendo lungo le antiche mura

In questo momento si stanno tenendo tantissime iniziative per vivere al meglio i percorsi urbani e sperimentare la vocazione artistica del luogo. Bergamo è infatti capitale italiana della cultura per il 2023. Molte le installazioni e i programmi che vanno dai festival musicali alle mostre, fino alla scoperta dei numerosi ecosistemi cittadini – ad esempio con la sentieristica dell’orto botanico, vero e proprio giardino pensile che sovrasta le mura veneziane.

Questa del paesaggio fiorito è forse la più spiccata delle caratteristiche offerte da Bergamo nella stagione calda. Roseti dappertutto. Una città letteralmente incoronata di rose. Una propensione ‘botticelliana’ e non a caso il maestro del Rinascimento si affaccia dalle sale dell’Accademia Carrara, sfaccettato gioiello dove sono raccolti capolavori assoluti. Un ambiente davvero suggestivo. Gustare la prossimità delle prealpi, percepirne la presenza, mentre ci si immerge fra i quadri del Quattrocento toscano, e poi Carlo Crivelli, Sofonisba Anguissola – unica rappresentanza femminile – Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Andrea Mantegna, Giovanni Battista Tiepolo, Francesco Hayez.

Benozzo Gozzoli, Madonna con bambino e angeli (Madonna dell’Umiltà), 1440-1445
Vicino da Ferrara, Angelo che piange, 1465-1470


Voracità espressiva dell’allattamento
1. Bergognone (Ambrogio da Fossano), Madonna che allatta il bambino, 1492-1495 circa. * Il capezzolo enorme di questa Madonna-contadina a cui il bambino si attacca con vorace appagamento suggerisce una spiritualità davvero terrena, carnale, incarnata. Esempio stupendo della presenza piemontese nel Quattrocento lombardo.
2. Giovanni Antonio Boltraffio, Madonna che allatta il bambino, 1508 circa.

Carlo Crivelli, Madonna col bambino, 1482.

*Il quadro esposto alla mostra di Palazzo Buonaccorsi a Macerata quest’inverno. Ritrovarlo qui è stato rivedermi nell’istante in cui l’ho osservato nelle Marche. E questa del vedere più volte un’opera che ci innamora in luoghi diversi è quasi una trasmigrazione spirituale. Per me uno stato che mi fa ricordare esattamente com’ero, cosa ho detto, chi era accanto a me quando l’ho visto altrove.
In tale circostanza si è anche rinnovata la sorprendente continuità con cui quest’anno, ad ogni mostra che ho visitato dopo Macerata, mi è sempre venuto incontro un Crivelli.


Un Francesco Hayez sfolgorante, che sta sempre e ovunque molto bene...

Francesco Hayez, Caterina Cornaro riceve l’annuncio della sua deposizione dal Regno di Cipro, 1842 (dettaglio)


Nelle sale ho pure avuto il piacere d’incrociare l’ex direttrice di Capodimonte che mi ha raccontato fatti d’interesse sia della Carrarese che delle collezioni napoletane. Se questa non si chiama fortuna.

Fiori che trionfano anche in un bellissimo allestimento all’entrata dell’Accademia stessa, a precedere il percorso di visita. Una galleria che racchiude schegge floreali, come un abbraccio fra città, immaginario che è qui sedimentato e bellezze custodite.

Rosa fresca aulentissima

Nella mia permanenza mi è quasi sembrato di onorare un rito apuleiano. E infatti Apuleio si è poi materializzato sotto una delle porte cittadine nell’aspetto di una bizzarra opera contemporanea. Un ‘disco epigrafico’ che ha subito richiamato la mia curiosità. Me incredula!

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Cultura diffusa – Alla scoperta del Piemonte

È di questi giorni il meritatissimo riconoscimento dei Musei Reali di Torino come polo culturale di primo livello, equiparato a Uffizi, Colosseo e Reggia di Caserta. In una regione di straordinarie bellezze naturali, che si accompagnano a un vastissimo e affascinante patrimonio artistico, dove il turismo si è fatto largo con meno clamore (e meno travisamenti), siamo di fronte a una dichiarazione di estremo rilievo.

Non si sa perché, il Piemonte è stato da sempre considerato forse meno attrattivo, almeno in certe frettolose narrazioni pubblicistiche. Sconta diciamo la sua indole un po’ burbera e dimessa. Non è un territorio che si rivela al primo passaggio né si concede agli sguardi superficiali. E ciò, a mio avviso, costituisce un punto di grande forza.

Questa indole la si comprende molto bene in un confronto fra la montagna piemontese e quella trentina. Al di là dei caratteri regionali diversi, che hanno comportato scelte e orientamenti in molti casi opposti, il Trentino è per larga parte un’affascinante e ordinatissima cartolina. Entrare di sera in Val di Fassa con la luce radente che accende le Dolomiti sullo sfondo è qualcosa che ti resta per la vita. La differenza che rilevo non riguarda dunque il paesaggio, suggestivo nei due luoghi, ma i caratteri degli abitati che si sono voluti conservare o a cui si è deciso di rinunciare. In Trentino trovo magari una sola baita con le vecchie travature nel centro di un paese, un miracolo risparmiato dalla foga della ristrutturazione, attorniato da alberghi moderni con servizi al top che però finiscono col togliermi qualcosa dell’intimità del posto. Mentre in quei pochi metri fra i muri cadenti e il legno disfatto amo passare più tempo che altrove, proprio perché lì finalmente il luogo mi parla.

Quando si arriva in alcune borgate del Piemonte, capita di metter piede in un ambiente fermo nel tempo, talora di rifugi cadenti – anche spopolati, e questo può essere pure un problema o forse no – ma ancora si osserva un ambiente alpino con i suoi caratteri di un secolo fa. E non è una montagna facile da capire, perché non ci sono canoni prestabiliti, riferimenti esatti e già noti. È la bellezza difficile di cui parlava Sciascia, quella che non si offre in modo scontato. Una bellezza tacita, che ti cade davanti improvvisa e coglie impreparati.

Nel marzo di quest’anno la Fondazione CRC, attiva in tanti progetti di altissima qualità per la tutela, lo studio e la fruizione dei beni culturali della provincia di Cuneo e, in generale, della regione, ha festeggiato il suo anniversario. È stata l’occasione per omaggiare figure di spicco che molto si sono spese per portare a conoscenza e comunicare le bellezze piemontesi, oltre l’ambito locale. Così Daniele Regis (Politecnico di Torino) in uno stralcio del discorso commemorativo: «Altri primati ci vengono universalmente riconosciuti (ma dimenticati da tutte le politiche europee sino all’ultimo PNRR) come l’eccellenza del patrimonio artistico, architettonico paesistico, demo-antropologico, agroalimentare, artigianale e naturalmente archivistico. Ai siti Unesco delle residenze Sabaude di Racconigi e Pollenzo e Grinzane, dei paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, dei siti palafitticoli preistorici alpini, solo per restare alla meravigliosa provincia di Cuneo, per non parlare dei parchi delle Marittime e Gesso, corrisponde la rilevanza di un patrimonio diffuso senza eguali. E non parlo solo dell’architettura, del barocco che aveva sedotto l’americano Millon come Paolo Portoghesi, che ha dedicato le sue energie più belle nel suo indimenticabile libro molto fotografico sulle opere di Vittone nelle campagne piemontesi […] e ricordo la mostra fotografica sul barocco promossa da Viale degli anni Sessanta che aveva avuto 100.000  visitatori – o del neogotico oramai assurto, grazie al progetto CRC, ad assoluta rilevanza internazionale (con la benedizione di A. G. Dixon). […] Ma mi riferisco ancor più al patrimonio diffuso, che Pellegrino ha cantato in tanti libri, della montagna un tempo antropizzata, rimasta  intatta nei suoi abbandoni (e per questo così ricercata dagli stranieri stanchi delle ultra turisticizzate Alpi del nord-est), costruita dalla fatica di generazioni, raccontata in tanti suoi volumi stupendi». (Cuneo, 24 marzo 2023)

Cospicue sono state le progettualità messe in campo anche durante la pandemia. Campagne fotografiche estese, studi archivistici, catalogazioni imponenti, incontri e scambi che hanno tenuto nonostante politiche dissennate di chiusura. Certi atteggiamenti di intolleranza legati agli ultimi anni, aggravati da un serpeggiante dissidio sociale che ha visto scontrarsi proprio nel mondo della cultura persone animate da idee diverse e contrarie all’eccesso dei provvedimenti emergenziali, hanno finito con l’oscurare la genuinità e la bellezza di tante delle iniziative che si sono tratte in quel periodo. Non dimentico alcuni (indecenti) attacchi ad personam oltre al diniego da parte di taluni media di dare notizia di pubblicazioni e nomi di studiosi che avevano preso le distanze dalle politiche governative ispirate da austerità e autoritarismi sanitari. E questi sarebbero stati i ‘valori socialisti’? Comportamenti strumentali per intestarsi meriti valendosi del lavoro altrui, profittando delle condizioni di disagio dei singoli. Una cosa davvero gravissima da chi si dica artista o da chiunque abbia incarichi di ricerca.   

Allora, siamo felici di riprendere le fila di tante cose che ci hanno sostenuto e accomunato in un lasso di tempo difficile. Sui temi salienti di questi nostri studi siamo tornati nel corso delle ultime settimane per una lettura in chiave economica – con le crescenti sfide che ci pone e impone una nuova gestione economica – in un lungo saggio che uscirà a giorni. Abbiamo pertanto parlato di progetti diffusi, non solo in Piemonte ma anche in altre aree d’Italia. E di come il museo, assai più di altre istituzioni, abbia la possibilità e la responsabilità in questo momento storico di definirsi come interprete di dinamiche e tendenze innovatrici che sappiano fare la differenza in termini di modelli educativi e ricadute territoriali.

Benvenuto, Piemonte, dunque! E benvenuta sia una ritrovata capacità dinamica e progettuale che scardini certe ritualità puramente ideologiche e consequenziali impaludamenti del mondo culturale.

Pratonevoso – Artesina

Storica Libreria La Montagna – Via Sacchi – Torino

Celebrazioni del barocco piemontese (2020)

Venaria Reale – Il Parco

* Fotografie di Claudia Ciardi ©