


Esplorare linguisticamente i modi in cui si comunica il colore è un campo di ricerca tanto vasto, per non dire sconfinato, che si rischia di addentrarsi senza riuscire a mappare il terreno. Non è solo un fatto di denominazioni, di cogliere e codificare sul piano teorico le singole sfumature, ma più profondamente si tratta di percezione. La vista e la sensibilità di ognuno di noi formula risposte differenti rispetto agli stimoli che riceve da ciò che osserva e avverte dentro di sé. Democrito, il pensatore greco noto per aver aperto la strada all’atomismo, sosteneva che era una questione di particelle che si staccavano dalle cose, conferendo a questo processo d’incontro fra vista e oggetto, una natura quasi osmotica. Pensiamo anche alle proprietà terapeutiche attribuite a certe tinte; il verde è sotto tale profilo uno dei più riconosciuti. Dunque, milioni di interpretazioni soggettive e stati emotivi per definire l’intensità di un colore e, in generale, l’immagine-sensazione che determina in noi.
Sfogliando alcuni manuali di storia del colore, nel caso del verde e dell’azzurro di cui mi sono occupata per la mia particolare propensione verso questa zona dello spettro cromatico, si nota come in epoche diverse, personalità di professionisti e studiosi altrettanto diverse, abbiano elaborato innumerevoli categorie, individuando svariate gamme e dando vita a nomenclature di eccentrica inventiva poetica.
Così nel manuale di Ritter von Schönfeld, il Wiener Farbenkabinet (Collezione di colori viennese o Libro completo di campioni di tutti i colori naturali, base e combinati), pubblicato nel 1794, prima della scoperta dei coloranti sintetici nel 1856, si trovano meticolosamente catalogati verdi gialli, verdi grigi, verdi marroni o verdi azzurri, a loro volta ramificati in numerose, talvolta sottilissime, tonalità affini. Lo sforzo tassonomico è ammirevole.



Mentre il libro di Henry Leidel, pubblicato nel 1893, contiene istruzioni dettagliate su 175 pigmenti colorati, fornendone i campioni e suggerendo come mischiarli. Qui si scoprono alcuni dei titoli più sorprendenti come “verde azzurro di Brema”, “verde Nilo”, “verde russo”. Le associazioni geografiche fra colore città, colore fiume, colore continente meriterebbero uno studio a sé per approfondire la storia di simili nessi. Non è infrequente che un colore venga identificato con un luogo, magari per ragioni di provenienza o utilizzo legato a produzioni locali. O ancora, forse in quanto diffusamente utilizzato per decorazioni di interni o pitture di facciate o per la realizzazione di altri elementi architettonici che hanno influenzato il carattere di una località. Ad esempio, mi sono imbattuta nel bel verde Nicosia, da citare in aggiunta a quelli elencati poco sopra, una sfumatura molto leggera dai riflessi acquatici, magari ispirata al paesaggio per poi entrare come tratto distintivo ornamentale urbano, da qui diffondendosi altrove.



* Verde Nicosia; Paul Klincksieck, Codice dei colori (1908); Scatola di colori Schmincke (1904)
Tra i tesori dell’università di Harvard si annovera una collezione dei più rari pigmenti naturali del mondo. A testimonianza del valore scientifico e del prestigio culturale espressi da una materia così affascinante che unisce creatività e sapere.
La definizione del colore è a tutti gli effetti una disciplina vasta e mutevole che ci dice molto del gusto e degli orientamenti culturali di un’epoca. È d’obbligo sottolineare la distinzione fra pigmenti naturali e chimici, con i secondi che hanno fatto la loro comparsa insieme all’industria basata su questo tipo di produzione.
Fra i molti casi che si potrebbero analizzare ci sembra interessante quello del “verde cobalto”. Parliamo di un composto chimico a base di zinco, fissato dal tecnico svedese Sven Rinman sul finire del Settecento, ma iniziato a diffondersi nei canali commerciali non prima degli anni Trenta dell’Ottocento. I costi del prodotto restarono elevati a lungo e il suo approvvigionamento altrettanto poco accessibile. Sebbene utilizzabile sia nella pittura a olio che in quella ad acquerello, non riuscì a farsi posto nella tavolozza dei pittori impressionisti e post-impressionisti. Il verde smeraldo e il verde veronese continuarono ad attrarre le maggiori attenzioni fra i professionisti dell’arte con la sola eccezione di Édouard Vuillard. Cosa non deponeva a suo favore? Era costoso, granuloso, opaco, privo di capacità colorante. Solo negli ultimi decenni sembra essersi riscattato in un ambito che potrebbe dirsi inatteso: la tecnologia informatica.
Il verde cobalto, infatti, può essere magnetizzato a temperatura ambiente e ha perciò un altissimo potenziale nella realizzazione di computer superveloci e nell’efficientamento energetico di molti macchinari.
Dalla teoria del colore approdiamo dunque alla tavola periodica degli elementi fino a spingerci alle nuove frontiere tecnologiche. Vediamo come l’uso dei pigmenti e lo studio delle loro proprietà vada ben oltre le finalità artistiche. Storia della lingua, indagine antropologica in grado di riportare alla luce sensibilità e percezioni eclissate nel tempo, mappa psicoanalitica. Siamo davvero di fronte a un’avventura culturale sfaccettata, un ingranaggio che alimenta l’immaginario umano e che accende da sempre quelle componenti irrinunciabili del nostro essere creativi e aperti alla conoscenza.
Link ai miei video / To my videos:
Matter and Language_ The Names of Colors / Materia e parola: i nomi dei colori
On the Color Boundary / Sul confine cromatico
Tonalism_Color-Light / Il colore-luce
Sul verde cobalto e la sua storia si rimanda all’articolo di Evie Hatch pubblicato sul sito Jacksonsart.com:
Cobalt Green: The Pigment overlooked by the Impressionists


















































































