Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri

Ulisse e le sirene, dall’antico al moderno

Cos’hanno in comune queste tre figure del mito e del folklore popolare insofferenti alle classificazioni antropomorfe ma anche a quelle teriomorfe e demoniche? Molto, direi moltissimo. Intanto il fatto che provengono da uno strato di credenze e devozioni che poco o nulla condividono con la religiosità ufficiale. Varianti di una ritualità privata, irregolare, e di una mentalità superstiziosa dove l’atto di fede si fonde col magico.

Si tratta di creazioni della fantasia tante volte mutate e reinterpretate nella storia, e proprio tale elemento, ossia il loro depositarsi nel patrimonio leggendario e fiabesco, significa che provengono da quei medesimi strati profondi dell’immaginario collettivo che a intervalli regolari le ha attirate a sé con rinnovato sentire.

La loro appartenenza al folklore arcaico, tardoantico, bizantino, medievale, moderno e contemporaneo testimonia una sorprendente vitalità, un’incessante metamorfosi che non ha mostrato segni d’invecchiamento, quasi che la loro personalità fosse tutt’uno con una struttura del pensiero fatalmente innescata e chiamata, al mutare delle epoche, a divenirne interprete.

Quanto all’essenza demoniaca è un altro tratto comune, nel senso originario trasmesso dalla cultura greca, ossia collegato a un’incertezza nello status della creatura analizzata, non necessariamente portatrice di negatività. Ora, se per le sirene e il vampiro questa caratteristica maligna pare più vistosa fin dalle origini, nel caso della Sibilla attiene a un’evoluzione successiva del personaggio, specie nella sua presenza tardoantica, medievale e moderna, quando viene ripensata come fata e profetessa di sventure.

In ogni caso sono tutte e tre entità temibili perché depositarie di poteri incontrollati, preclusi all’esercizio umano e alla sua comprensione, nonché in contatto con il divino, con dimensioni svincolate dall’esistenza terrena e con il regno dei morti. Ma proprio qui risiede il loro fascino intramontabile e ciò che ha alimentato innumerevoli reinvenzioni, adattamenti, sovrascritture.


Sulla grecità del vampiro si rimanda agli esaustivi capitoli della monografia di Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro (2022), mentre per una panoramica sulle elaborazioni del fantastico nella cultura ellenica antica si veda Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi (2021). Infine, una sintesi sulla religiosità misterica e le creature liminali che l’accompagnano, spesso depositarie di un simbolismo ermetico, si trova nel volume di Ezio Albrile, Misteri pagani, mistero cristiano (2019). 

La sirena è al centro di un cambiamento di rappresentazione fisiognomico e caratteriale, per cui da demone alato capace di attrarre a sé in un incantesimo mortale, diviene la donna pesce, bella e seducente, fatale ma anche triste e bisognosa di essere salvata.

E fa riflettere anche la consacrazione in film e sceneggiati televisivi. Altro snodo significativo. Il cinema, ultima musa figlia della contemporaneità, cede immediatamente al magnetismo di questi caratteri ancestrali. Sibilla, le sirene, e più di tutti il vampiro, al centro di una riscrittura pressoché continua, indossano i panni di personaggi che poco o nulla hanno in comune con l’antico, con le origini della loro rappresentazione mitologica, ma si pongono come interpreti dei turbamenti e delle vicissitudini dell’oggi. Eppure, anche in questa traslazione, il potere evocativo che sprigionano è frutto dell’intensa stratificazione che il nome manifesta. Nomen omen, è vero. Per le figure mitologiche ancora di più.

A quanto pare ci sono proiezioni fantastiche elaborate dal nostro pensiero che meglio si prestano ad attraversare il mondo e che non smettono di parlarci con voce limpida ed attraente dalla notte dei tempi. In questa breve rassegna abbiamo provato a individuare alcuni motivi di tale longevità. Un’altra creatura che gode di uno status simile, forse un gradino appena sotto l’indiscussa popolarità dei tre protagonisti qui citati, è la Gorgone, di cui ho avuto modo di occuparmi fin dalla mia tesi e, a intervalli, in alcune altre scritture. Con il diffondersi della psicoanalisi l’interpretazione dei miti in tal senso ha aperto ulteriori prospettive e, in molti casi, sovrapposto significati che è diventato difficile scindere dalla loro vera natura deducibile dallo studio filologico delle fonti.

Dunque, ancora una prova di ciò che si è esposto in queste poche righe. Un’arte nuova, il cinema, e una nuova scienza, la psicoanalisi – peraltro fin da subito inclini alle contaminazioni – risultano immediatamente irretite dal ragionamento sulla mitologia. Il pensiero va a Murnau, regista e indiscusso pioniere dietro la macchina da presa, che fa dell’introspezione filmica il pilastro del proprio linguaggio; il suo Nosferatu, variante del Dracula di Bram Stoker di cui non ottenne i diritti, costituisce da questo punto di vista una resa emblematica.  

Attrattività dell’archetipo e immedesimazione. Sono questi gli elementi che favoriscono la familiarità con le espressioni del mito antico al punto da percepirle vicine e per certi versi contigue al nostro stesso modo di pensare e immaginare. Volti e narrazioni che toccano corde profonde, calate nell’inconscio collettivo, dove il tempo umano, la contingenza, il succedersi degli eventi vengono trascesi, lasciandoci intuire un’estensione più coesa e insieme sfaccettata del nostro andare lungo il corso delle epoche.    

A Bologna ci sono i vampiri! L’ho sempre sospettato da quando anni fa mi capitò fra le mani il libro di Carlo Dogheria, eclettico studioso e saggista bolognese.
Fino al 18 gennaio da giovedì a domenica potete visitare la mostra immersiva “Vampiri” organizzata da Alterego a Palazzo Pallavicini.

Grazie al “Laboratorio Studi Neogreci Mirsini Zorba” dell’Università La Sapienza di Roma per aver accolto la mia traduzione di alcuni scritti di Kostantinos Kavafis.

Ringrazio “Scambialibri-amo” il progetto di book-crossing a Livorno ideato e coordinato dall’infermiera e bibliofila Federica Pracchia.
Per informazioni raggiungete la pagina facebook. Qui sono in buona compagnia della mia Sibilla e di altri volumi (Thomas Mann, Joseph Roth, Elsa Morante) fra le scaffalature di Piazza Damiano Chiesa nel cortile di Castagneto Banca. Invito tutti a visitare questo spazio accogliente al centro di un quartiere dinamico e solidale fra l’ospedale cittadino, la sede dei donatori di sangue, botteghe tradizionali e ottimi locali dove fermarsi a fare uno spuntino. Siete a due chilometri circa da Via Grande, il centro della città e, con una passeggiata di una ventina di minuti, potrete scoprire una zona molto interessante del capoluogo labronico.

Qui le playlist del mio canale youtube:
* Le mie videolezioni
* Poesia, senso del sacro e immaginario collettivo
* Arte, architettura, letteratura

Alcune immagini su cui si conclude quest’anno:
The power of rebirth
The gift of words, the dimension of travel and encounters, objects found along the way, the exchange of solidarity through the experience of book-crossing, the constant magic of synchronicity.
Il dono delle parole, la dimensione del viaggio e dell’incontro, gli oggetti trovati lungo il cammino, lo scambio solidale attraverso l’esperienza del book-crossing, la magia costante della sincronicità.

Che dire gente: buona fine e buon inizio!

Sibille delle isole e relazioni culturali

Pochi territori al mondo favoriscono il confronto e la commistione culturale come le isole. Si potrebbe pensare il contrario, in quanto luoghi talvolta inaccessibili, spesso lontani dalla terraferma e, come per l’appunto ci ricorda il sostantivo che le designa, isolati. Invece, è proprio qui che le diversità approdano e convergono, dando vita a modelli peculiari, resistenti, inattesi. Su un carattere intriso di indubbi tratti conservativi, tant’è vero che simili ecosistemi, laddove il turismo non sia arrivato con i suoi flussi eccedenti, tendono a mostrarci qualcosa di perduto, si innesta anche un’attitudine all’apertura, all’interazione. Questa fluidità isolana instaura confini mobili nello spazio e nel pensiero in un processo inverso rispetto al continente.  

Proseguendo la nostra ricognizione sulla Grecia antica, le isole ci si offrono come osservatori privilegiati di tali dinamiche. In età alto-arcaica molti di questi ambienti ospitano comunità miste e i santuari, soprattutto, divengono centri di assimilazione religiosa e culti condivisi, nonché strutture di riferimento per la comunicazione interculturale. Riprendendo una definizione più che calzante di Lewis Mumford (1961), nei santuari greci si dispiega l’incontro con gli altri e, dunque, «un nostos verso le proprie radici», ossia un processo di ritorno e recupero identitario da parte dei nativi.

Ciò è comprovato dall’osservazione di due classi di fenomeni in particolare: l’elaborazione di un linguaggio sacro relativo alla sfera santuariale da parte di una comunità mista insediata su un’isola; la dedica di oggetti votivi nei santuari locali. Sono le tematiche a cui lo storico e antichista Giorgio Camassa ha dedicato un ciclo di saggi raccolti in un volume che nel titolo evoca, non a caso, la figura della Sibilla. Negli articoli precedenti si è dato rilievo alla natura sibillina come elemento sovrastrutturale, figura tratteggiata da un immaginario collettivo svincolato, non istituzionalizzato coevo alla movimentata temperie dell’ellenismo arcaico. Per inciso, la sua collocazione a Samo o nell’Ellesponto – secondo le numerose genealogie ex post – confermano nella geografia il sentimento di naturale vicinanza a orizzonti irrequieti e frammisti che si accompagnano a questa creatura sacra. La Sibilla giudaica, frutto delle tensioni storiche che investono la compagine mediorientale fra il III e il II secolo a. C., incarna e rovescia i codici oracolari della tradizione, riflettendo il punto di vista delle comunità ellenizzate. Siamo ancora una volta di fronte a una testimonianza spirituale che accentra in sé un destino storico. Il distacco fra le comunità ebraiche di Alessandria e Gerusalemme in cui si inseriscono le mire dell’impero romano sulla regione offrono uno spaccato della convivenza fra l’etnia greca, egiziana ed ebraica oltre a richiamare la nostra attenzione sul perpetuarsi dell’incontro-scontro tra Asia ed Europa, fra Oriente e Occidente. Proprio il ricorrere di questo motivo costituisce l’ossatura degli Oracoli Sibillini ben prima del I secolo a. C., periodo al quale vengono di solito riportate le sezioni di testo del terzo libro, il più composito e stratificato della raccolta e dove maggiormente si esprime la visione del giudaismo ellenistico in Egitto.  


Ricordo per inciso la mia narrazione dedicata alla biblioteca alessandrina presentata all’inizio dell’anno al Museo italiano di scienze planetarie di Prato, attraverso cui mi sono soffermata sull’Heraion di Samo e le vie commerciali e sapienziali aperte lungo questa rotta con la città tolemaica. In un resoconto riguardante la fioritura umanistica e scientifica – dall’astronomia alla medicina – negli stessi anni in cui si era intrapresa la costruzione del faro e il medico Erofilo disegnava il primo abbozzo del sistema vascolare umano, ho dato risalto proprio agli aspetti dell’incontro e del meticciato culturale. Una condizione che non significa assenza di attriti o di fasi conflittuali. Rappresenta tuttavia un’atmosfera di grande interesse per ciò che si diceva in apertura sulle interazioni plurisecolari nelle frontiere isolane e nei territori costieri.  
Tornando, sempre a tale proposito, alle trattazioni di Camassa mi sembra di non secondaria importanza l’esercizio sulle fonti a cui ci invita. Nel confronto tra arcaismo ed ellenismo, che abbiamo toccato nel presente articolo a partire dagli sconfinamenti identitari e dalla loro riaffermazione, è importante non liquidare la fonte letteraria tarda come meno veritiera. Pensare quest’ultima come poco attentibile in quanto lontana dal periodo in cui una tradizione si è formata, è un argomento blando. In questo metodo risuona anche la lezione di Silvio Ferri che abbiamo precedentemente analizzato e che ci permette di abbracciare in modo meno pregiudiziale e con maggior successo i molteplici aspetti mitologici e rituali di cui si compone un frammento del passato, specialmente per quel che concerne le figure del pensiero, le mentalità, integrando tradizioni orali, archeologia e opere d’arte. Solo così e ragionando sul tempo in termini duttili, porosi, all’occorrenza incoerenti è possibile farsi un’idea del cammino avventuroso e affatto lineare degli esseri umani e dell’impronta che la loro immaginazione ha lasciato in eredità al mondo.

🌏«L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità». (Strabone, Geografia, I, 1, 1)
LinkedIn – Geography and itineraries of the imagination

Academia.edu – Il desiderio del divenire stelle / The desire of becoming stars

I volti del sacro nel mondo antico / The faces of the sacred in the ancient world. My lecture on YouTube with English subtitles

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

«Una vita nuova di poesia e di sogno»

Prendo in prestito le parole che Cesare Pavese rivolgeva alla sua amata, o forse a un’idea di amore letterario e superno, un rigo in cui risuona peraltro anche la traccia dantesca dell’aspirazione a una vita mutata in virtù dell’esperienza sentimentale, per gettare qualche appunto sulle mie ultime divagazioni. In un ciclo di saggi di teoria linguistica in accompagnamento alla mia opera poetica, mi sono riaffacciata alle suggestioni della saggezza oracolare ellenica e alla dimensione dei santuari come centri di cura, in cui la parola era un’espressione della volontà teurgica del dio.

Si dice che questa presenza scendesse nel cuore, l’organo della risonanza, e da qui dettasse i propri responsi al suo messaggero terreno. Di solito una figura femminile che si riteneva dotata di particolari attitudini sensitive. In tale manifestazione subitanea e incontrollata del divino si può cogliere forse una prima ombra della poesia, il suo primo spirito – nel senso etimologico di spiritus, respiro. Soffermarsi, accordare il proprio soffio vitale a queste cadenze, è un po’ risvegliarsi a nuova vita, abbracciando sensibilità di segno opposto rispetto alla nostra quotidianità.

Nel ripercorre simili tracce mi è capitato di sfogliare il resoconto di Dino Baldi sulle strutture sacre che in Grecia hanno visto il compiersi di guarigioni e prodigi. L’autore definisce il suo sguardo un «gioco paradossale della Grecia fuori dalla Grecia». Sempre per quel cortocircuito fra pensiero e realtà da cui l’Ellade agli occhi dei puristi era «un paese abitato da slavi bizantinizzati e corrotti dall’Oriente». Il viaggiatore che vi si fosse avventurato, anche in tempi non sospetti, molto prima della cosiddetta decadenza imperiale e levantina, correva serio pericolo di restare deluso quando ad andarne di mezzo non fosse la sua incolumità. Il poeta Virgilio, già minato nel corpo, non solo non trovò quello che pensava ma poco dopo essere sbarcato al Pireo rimediò un’insolazione che gli fu letale; a Byron secoli dopo non andò meglio.

Cosa cela dunque ancora questa terra misteriosa, affascinante e tremenda, che si tiene tutto per sé?

«Prima di tutto gli oracoli, porte di comunicazione fra dei e uomini; ma anche i luoghi che i greci, senza distinzione di etnia, riconoscevano come patrimonio comune e rappresentativo della propria identità: i santuari e le sedi dei giochi panellenici». (Dino Baldi)
I resti di un tempo in cui terreno e ultraterreno si cercavano e riuscivano a incontrarsi, anche senza cercarsi, dove mitologia e rituale riempivano di senso l’ordinarietà.

E oggi? Ci sono i greci del Ponto e quelli dei Balcani. E c’è una ruvidità di fondo nel carattere greco – intensità e asprezza – in cui anch’io mi ritrovo. Indocile fierezza si potrebbe dire, un temperamento sfaccettato con cui è difficile fare i conti e che mi suscita un’immedesimazione profonda. Scherzando con la mia amica Androniki mentre mi preparava il caffè e, prima ancora del caffè, il beneugurante dolcetto dell’accoglienza, le dicevo che la nostra complicità era senz’altro il frutto di una vita precedente. Di sicuro ci eravamo incontrate in un bosco della Tracia o giù di lì. Due indomite, polemiche, sognatrici. L’esperienza tutt’altro che tranquilla con la Grecia moderna, che per inciso è figlia di una dominazione turca di quasi cinque secoli dal notevole riverbero anche nella lingua, mi ha forse costretta precocemente a prendere le distanze dal perfezionismo apollineo. E con ciò a guardare più a fondo anche in me stessa; le somiglianze con il carattere contraddittorio e tumultuoso erano ben più di quelle, insussitenti, con gli scatti da cartolina. Qualcosa di ben lontano dai tratti ideali e idealizzati, dalle radiose sintesi dei manuali, dal candore dei reperti. Una landa propensa all’enigma e alla fatalità, che attrae un’epica di delitto, castigo e rinascita, dove nel sangue versato non si fa largo solo la morte ma un divenire estremamente vitale e contraddittorio di creature ribelli, esseri magici destinati a imprese sconcertanti e magnifiche, in cui non per caso un giorno dagli zoccoli di un cavallo è scaturita la fonte dei poeti.

Dino, Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Quodlibet Humboldt, 2013

Si rimanda anche al mio promemoria su Linkedin – Shrines and Healing

L’Amaryllis di Niki e il nostro comune sogno greco in arte e poesia

Claudia Ciardi: «Revue européenne de recherches sur la poésie», Classiques Garnier, Parigi, n° 10, 2024, pp. 275-285: Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo. L’esordio della poesia nelle pratiche oracolari e il potere terapeutico della parola

Donne nell’arte, donne per l’arte

Espressioni volitive e sguardi penetranti. Le donne nell’arte irradiano una bellezza metafisica, un’energia incontenibile, talora perfino destabilizzante. Ritratte nei panni di pittrici, o più spesso autoritratte, esaltano la conquista di un ruolo, fra emancipazione sociale e riscatto personale. Dipinte nelle loro attività quotidiane o in un attimo di intimo raccoglimento possiedono un’aura di curatrici, sensitive, maghe, benefattrici. In altre occasioni sono giustiziere e guerriere, incarnazioni mitologiche di un desiderio di rivalsa. 

Se il cammino dell’autorealizzazione femminile è in ogni ambito irto di ostacoli e battute d’arresto – quando non di imbarazzanti regressi – è pur vero che fin dall’antichità vi sono state zone franche, dove la donna ha trovato non solo mezzi per eludere la sorveglianza ma anche soprendenti vie aperte all’azione. Il fascino di questa storia risiede per l’appunto in tale moto oscillatorio nel quale si determinano ribaltamenti impensabili, uno scorrimento della sorte cui di rado si assiste ad altre latitudini dell’umano.     

L’universo femminile pare destinato a rimanere sospeso fra orgoglio e pregiudizio, ma può accendersi all’improvviso, ammantandosi di un che di leggendario. Un potere coinvolgente ma anche perturbante all’estremo, in grado di sconvolgere qualsiasi pronostico.   

La mostra “Roma pittrice” nella sede di Palazzo Braschi in Trastevere, visitabile fino al 23 marzo 2025, permette di approfondire l’avventurosa vicenda delle donne intente ad affermare la propria creatività intercettando le prestigiose committenze romane fra il XVI e il XIX secolo. Una rassegna approfondita alla riscoperta di personalità dimenticate se non sconosciute, che si dipana come un ricco itinerario nei luoghi salienti della cultura capitolina, con un’attenta mappatura della collocazione degli atelier. Gli studi delle artiste risultano per lo più concentrati al Pincio né sono rari i casi di ospitalità concessa da ecclesiastici, come per i locali messi a disposizione in San Lorenzo in Lucina. Una geografia fisica e sentimentale sulle orme di 56 artiste che hanno contribuito alla costruzione del sistema della arti nella Roma moderna.

Un altro santuario vibrante di presenze femminili è il Museo dell’Ottocento di Pescara. Come già nel corso della mia visita all’omonimo museo bolognese o alla Ricci Oddi di Piacenza, anche in queste stanze dov’è depositata la sensibilità del XIX secolo si respira una dimensione intimista al riparo dall’alienazione che ci attanaglia. Nelle quindici sale s’incontrano i resti di un mondo perduto che tuttavia è ancora in grado di entrare in risonanza con l’osservatore più attento, se entra qui col cuore sincero.   

Vesti, stoffe, ornamenti, amuleti, libri tutto diviene “symbolon” (σύμβολον) nel senso letterale greco di “segno di riconoscimento”, qualcosa che una volta accostato alla sua metà consentiva a due persone di ritrovarsi, di sperimentare un mutuo legame di appartenenza attraverso la riunione o ri-costruzione di un oggetto o di un’immagine. E nel presentarsi di queste donne sembra affiorare un codice cromatico o un comune atteggiamento teso a travalicare l’appartenenza sociale, a infrangere schemi, a spiazzare.  

Orecchini e collane di bella foggia accarezzano il candore dei corpi, graziosi corsetti amaranto stringono fianchi e seni ben proporzionati, nastri e trine adornano le capigliature di fiere signore sedute davanti a un cavalletto in belle e luminose stanze, in cui sono sistemati gli strumenti del mestiere, paesaggi e suggestivi scorci fanno da quinte emotive alla vitalità della figura ritratta, spesso coperta di uno scialle contadino, rimando a una pastorale biblica.

Ognuna di queste presenze reca una forma d’immortalità che fu nel suo passaggio terreno, setacciato dal linguaggio dell’arte, per sempre cucito alla vena creativa che l’ha rappresentata ai posteri. 

*In copertina: Domenico Morelli, Cosarella, Museo dell’Ottocento di Pescara

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Mosè Bianchi_La lettura in Chiesa_Museo dell’Ottocento di Pescara
Domenico Morelli_Oro di Napoli_Museo dell’Ottocento di Pescara
Domenico Morelli_Donna tra le rocce_Museo dell’Ottocento_Pescara

Dalla mostra di Palazzo Braschi a Roma:

1. Claudia Del Bufalo_Ritratto di Faustina Del Bufalo_dettaglio; 2. Irene Parenti Duclos_Autoritratto_dettaglio

1. Laurent Pécheux_Ritratto della Marchesa Sparapani Gentili; 2. Lavinia Fontana_Ritratto di una giovane aristocratica_olio su lapislazzuli

I luminosi atlanti

Mese di brillamenti solari, aurore boreali e comete. Ogni giorno di questo ottobre ci ha schiuso una mappa per navigare i cieli nell’alto e nell’interiore, ci ha fatto sentire legati a doppio filo con i ritmi dello spazio profondo, ci ha ricordato che siamo dei microcosmi infiniti e unisoni, ha fatto esplodere microcariche di energia e creato attrazioni e incontri che forse si preparavano da tempo.
Nel prendere congedo da questa intensa celebrazione di mondi, si vuole riservare uno sguardo alle pubblicazioni dedicate all’universo, dalla cartografia antica alle opere divulgative tenute a battesimo dall’enciclopedismo settecentesco. In epoca moderna, anche in seguito all’invenzione della fotografia, ci volle tempo per mettere a punto tecniche e strumenti idonei agli scatti in notturna, in grado di restituire immagini piuttosto fedeli dei corpi celesti. Non è raro pertanto all’interno di poderosi tomi che si proponevano come una summa delle conoscenze scientifiche acquisite nella temperie del cosiddetto nascente progresso rinvenire tavole illustrate di straordinario pregio estetico, frutto di un’accurata osservazione dei cieli e dell’estro creativo dei loro ritrattisti. Al pari degli atlanti geografici terrestri, anche la cartografia astronomica è imago mundi, ossia riflette l’idea dell’uomo, il suo sguardo gettato sulle profondità siderali.  Se si pensa che le prime cosmogonie si accompagnano all’invenzione della scrittura, dunque a partire dal IV millennio a. C., si tratta di un immaginario lunghissimo, davvero prolifico e sfaccettato. 

Le costellazioni dell’emisfero Sud rappresentate come animali fantastici e personaggi mitologici in una mappa del cielo disegnata in Inghilterra nel 1700

Nel corso del Settecento, tra fermenti illuministi e rivoluzionari, si alzavano gli occhi al cielo con ancor più fervore, scorgendovi forse una smisurata metafora di libertà. La propensione didascalica continua tuttavia ad essere infiltrata da credenze di matrice medievale, riconducibile alla compilazione dei bestiari. Ancora all’inizio del XVIII secolo è infatti evidente come miti, leggende e creature fantastiche occupino un posto d’onore nella cosmologia.

Planisphaerium Coeleste di Matthäus Seutter, incisione del 1730

Un esempio particolarmente raffinato è il Planisphaerium Coeleste di Matthäus Seutter, un’incisione del 1730 inserita nel suo Atlas novus. Il foglio, inchiostrato a colori molto vividi, è una rappresentazione delle costellazioni simboleggiate secondo le loro tipiche figure e suddivise nei cieli dell’emisfero nord e sud. Una fascia chiara indica la Via Lattea. A contorno, sette cerchi, numero della tradizione mistica, in cui sono contenuti aspetti sia astronomici che religiosi. Uno sguardo d’insieme e trasversale su epoche e saperi.

Nel 1877 il giornalista francese Amédéé Guillemin diede alle stampe il libro Il mondo delle comete, subito disponibile in lingua inglese, apparso sugli scaffali delle librerie britanniche in uno dei periodi di massimo interesse per lo spazio. In queste pagine le opere grafiche e la narrazione scientifica intrecciano un dialogo affascinante, tanto da aver costituito un vero e proprio caso editoriale. Il volume offre una disamina dettagliata delle comete apparse nella storia, con un excursus di fonti e testimonianze relative alle diverse apparizioni, non disdegnando un’interpretazione antropologica dei fenomeni, sulle tracce di credenze, superstizioni, presunti prodigi. L’accostamento di tali riflessioni con disegni, incisioni, dipinti dà vita a un catalogo d’arte in cui ci si addentra come in una galleria.

Flammarion Camille, altro divulgatore scientifico, astronomo ed editore piuttosto noto ai suoi tempi, pubblicò Le stelle e le curiosità del cielo, tradotto e diffuso in Italia da Sonzogno nel 1904; una descrizione completa del cielo visibile ad occhio nudo e di tutti i corpi celesti facilmente osservabili. Da segnalare le ben curate spettrografie delle diverse stelle, nastri luminosi che si offrono come arcobaleni stilizzati. Si ricordi inoltre la sua preziosa Astronomia per signore, datata 1903, che ripercorre l’avventura poco nota delle pioniere delle stelle.

Spettri delle varie sorgenti luminose, solare e stellare

Fra gli autori contemporanei, in scia agli antichi trattatisti dediti al genere dei catasterismi, desidero menzionare Giulio Guidorizzi, illustre grecista negli atenei di Torino e Milano, studioso di mitologia e antropologia del mondo antico, autore di I miti delle stelle. Un vademecum per navigare i cieli seguendo le rotte delle “favole antiche” come già Leopardi le aveva cantate nei suoi cieli poetici.
 

*Illustrazioni tratte da “The World of Comets”

Di nuvole, Sibille e ombre sacre

Michele Pellegrino_Nuvole e montagne
Dal catalogo “Io il covid e le nuvole”_Electa Photo_2023


Poeta di nuvole e montagne, a novant’anni il fotografo Michele Pellegrino offre i suoi cieli al grande pubblico raccogliendoli in un emozionante catalogo e ricevendo un’attesa e decisiva consacrazione internazionale con la sua personale ospitata da Camera di Torino a febbraio di quest’anno. Lode alla transitorietà, al fluire di tutte le cose nella corrente del tempo ciclico della natura. Un aruspice del contemporaneo che osserva e afferra l’immediatezza, l’attimo in cui si leva il vento e l’aria vibra per un cambio di luce. Del resto, cosa c’è di più rapido e mutevole di una nuvola? Eppure la fotografia è immanenza, crea una curvatura dello spazio-tempo, proietta un incantesimo paradossale su una cosa finita, proprio perché rappresentata (o nonostante ciò), inducendola a una perpetua traslazione del presente. Se l’aoristo è in greco il tempo indefinito per eccellenza, l’espressione della compiutezza di un atto senza che sia collocato con precisione in un quando o un dove, questa galleria di Pellegrino parla secondo le forme antiche, si coniuga come accadimento puro, apoteosi dell’essere in sé, svincolato, staccato dalla linearità consecutiva, dal costrutto seriale. Un paradigma intraducibile anche dopo essersi fissato in uno scatto.   

Si direbbe il volto sibillino delle nuvole questo essere illimitato, mai identico a se stesso, che si trascende di continuo fra realtà e ineffabile. La Sibilla, dea non dea, di una sensibilità più che umana, estrema, che rasenta il disordine emotivo, è una creatura centrale e al contempo marginale della religione antica. Le sue facoltà divinatorie si perdono «ne le foglie levi», ha un’indole sfuggente, ombrosa e non a caso predilige l’ombra per raccogliersi e ascoltare la voce che la ispira. Le foto dei cieli in montagna di Pellegrino rimandano ai presagi umbratili e assorti degli oracoli antichi. La sua è in qualche modo una storia d’incontri fortuiti, di apparizioni, immaginazioni, conversioni in senso pagano, cristiano e letterariamente personale. La ricerca del proprio respiro nel respiro della terra attraverso la creazione d’immagini, la riscrittura di una genesi di cui l’uomo sembra aver smarrito il senso. Un’epica vegetale e montanina, di erba, acqua e greti solitari e cime screziate come vascelli fantasma, la cui sparuta umanità si limita a quella agreste, china nei campi o intenta ai lavori artigiani di borgata o nei chiostri monasteriali. Ma nell’ultimo volume dei cieli mancano anche questi pochi. Si lavora per sottrazione, l’umano è assente e tuttavia presente, evocato nei controluce del paesaggio, nella ruota dei giorni al cui movimento assiste e che inesorabilmente lo trascina con sé. Un poema dal valore iniziatico, una rappresentazione taoista sul trascorrere degli elementi nell’unicità dei luoghi e delle testimonianze che li abitano. Di questa pittura-scrittura attraverso la luce ci parlano con accenti altrettanto evocativi Daniele Regis e Walter Guadagnini. Arte, poesia, musicalità della creazione; un’opera multifocale e multisensoriale.

Nella sua approfondita prefazione che alterna i toni del resoconto biografico all’analisi tecnica, un sapiente e scorrevole saggio senza inflessione manualistica, in virtù anche dei molti intarsi in cui si ascolta la voce diretta del fotografo, così interviene Regis: «Le montagne, la natura, l’epica della natura nelle immagini incarnate, sembrano dunque l’ultimo orizzonte di Pellegrino che annuncia quello problematico della storia del mondo: “Il rapporto dell’uomo con la natura nelle sue varie forme non è semplicemente un’enunciazione dell’uomo su di sé […] bensì della natura su di sé”. Forse, in questa chiave il progetto dell’uomo che ritorna in una natura delle origini, nei nudi, si inscrive nello svelarsi, nelle immagini della natura, di un nuovo uomo, in un antico mondo che abbiamo perduto. Questo aspetto della visione naturale wordswortiana, che era anche di Constable come in Ruskin, in Pellegrino non sempre emerge nella critica; prevale a volte il tono del realismo, diretto, asciutto, autentico, puro, senza trucchi e a volte aspro […]». Daniele Regis può dirsi uno degli interpreti più acuti e preparati di questi cicli fotografici, per designazione dello stesso Pellegrino, nonché fra i maggiori esponenti della scuola piemontese. Gli stili contigui, i sincretismi, la vicinanza di sensibilità, la condivisione degli ambienti frequentati hanno creato una longeva intesa di linguaggi fra il ricercatore, architetto paesaggista, e il maestro, portando a una proficua collaborazione a prova di anni.

Accanto ai padri spirituali, si trovano dunque i padri putativi della fotografia e poi vi è il cenacolo degli amici-colleghi di una vita, i propri paesani, gli stampatori, chi ha scambiato generosamente contatti, inviti, esperienze.

Siamo senz’altro in presenza di un volume cardinale nel percorso fotografico di un grande autore piemontese, un tomo altamente consigliato a chi desidera comprendere la bellezza specifica di un territorio, il Piemonte, che diviene anche una landa metafisica, allegoria di conservazione che sollecita la tutela, che sprigiona una poetica in difesa della fragilità. È stato un onore visitare la mostra torinese alla sua inaugurazione, lo è ancora di più vedere citati qui i miei lavori sul mito, con particolare riferimento alle figure delle Erinni-Eumenidi e delle Sibille, nell’ambito di una riflessione sul “sacro femminile”. Trascorsi alcuni mesi da quell’evento, rinnovo il mio invito a cercare i cataloghi di Michele Pellegrino e a seguire le rassegne dedicate alla sua opera.

Catalogo di Michele Pellegrino, Io il covid e le nuvole, prefazioni di Daniele Regis e Walter Guadagnini,
Electa Photo_Mondadori_2023
Dall’interno del catalogo

Khalil Gibran, autore molto amato da Michele Pellegrino e fonte d’ispirazione per numerose sue fotografie

Epica e incantesimi delle sirene

La sirena è per lo più associata a caratteristiche di perdizione. Il potere per cui maggiormente viene conosciuta è gettare nel turbamento chi la incontra, il che può significare anche la fine del malcapitato, inghiottito nel gorgo delle acque da dove la straordinaria creatura appare. Esseri simili popolano peraltro diverse tradizioni fiabesche. Celebri sono ad esempio le temibili Ondine o Nixe del folklore germanico, ninfe abitatrici dei corsi d’acqua dolce. Ma questa strana creatura marina non esercita un potere meramente negativo. La sua ambivalenza, incarnata per l’appunto dalle fattezze ibride – per metà donna e per l’altra metà pesce – la colloca in un limbo ancestrale che tuttavia riflette anche virtù positive. Sciogliere i nodi, pettinare le tempeste; non è un caso che il pettine sia uno degli oggetti che la identificano.    

Sirene suonatrici, miniatura tratta dal ‘Salterio della Regina Maria’ (1310-1320), British Library, Londra.

Dal latino tardo sirēna, classico sīrēn – pl.: sīrēnes, trascrizione del greco Σειρήν, Seirḗn – pl.: Σειρῆνες, Seirênes, nome dall’etimologia incerta, le ricostruzioni dei linguisti puntano a una radice indoeuropea “svar” che indicherebbe il canto, tratto principale con cui si fa riconoscere e che utilizza per attirare chi incontra. Proprio nel loro modo di cantare gli antichi greci ravvisavano simboli di sapienza e conoscenza. Dalle divinità acquatiche adorate dai Sumeri (Zagan o Dagan) e nell’antico Egitto (Nun e Naunet), dai culti neolitici della Dea Madre alle sirene di Ulisse (in questo caso metà donne e metà uccelli) per non dimenticare il “pesce umano” del folklore nipponico (detto Ningyo), il mito di misteriosi esseri che conservano alcuni tratti umani, abitanti della acque, accomuna tutti i popoli del pianeta.

Il vaso delle Sirene – Pittore delle Sirene. Arte greca, età arcaica: 480-470 a. C. Collocazione: British Museum, London
Note: Ceramica a figure rosse
Fonti letterarie classiche: Omero, Odissea, XII, 36-61

Va precisato che l’aspetto delle sirene muta dall’antichità al medioevo. Si potrebbe infatti restare alquanto spiazzati osservando un vaso greco – come ad esempio il celebre stamnos ispirato dall’episodio dell’Odissea, libro XII – che le ritrae simili a un incombente stormo di arpie, coperte di piume, dove nulla lascia intendere un’origine dal mondo acquatico. Secondo quanto depositato nella tradizione omerica, che dunque rispecchia qualcosa di ancor più lontano sul versante del tempo, si trattava infatti di essenze demoniache, al pari delle Keres e delle Erinni. La prima descrizione riconducibile al nostro immaginario è attestata non prima dell’VIII secolo d. C. nel Liber Monstrorum. Al contrario delle furie, che in epoca romana vennero designate con nomi propri, per le sirene non si ha notizia di identità specifiche. Soltanto in epoca tarda ci si imbatte in Partenope, morta suicida in mare per essere stata rifiutata da Ulisse; le onde la rigettano alla foce del Sebeto, dove in seguito nasce una città chiamata, appunto, Partenope e poi Neapolis (Napoli). Da quelle parti, sulla penisola sorrentina, sorgeva anche il Tempio delle Sirene. Tutto questo per ribadire ancora una volta che le avvenenti fanciulle con coda di pesce rese universalmente note da Andersen (la fiaba della sirenetta è del 1837) hanno origine solo nel primissimo medioevo, mentre nell’età antica gli unici con queste caratteristiche erano esseri maschili, i Tritoni.

I luoghi delle sirene. Incisioni e pitture sui temi del mare.
Di Mario Calandri (Autore), Edizioni Carte d’Arte, 1993.
Volume edito in occasione della mostra presso la Pinacoteca Provinciale di Bari, giugno 1993. Contributi critici di Lucio Barbera e Angelo Dragone. Tavole in bianco e nero e a colori. Bibliografia. 4to. pp. 88.

In epoca moderna, quella della sirena è una figura che si lega al patriziato veneto. Curiosamente la potente famiglia dei Corner (Cornaro) la adotta come suo simbolo. La nobildonna Caterina Cornaro, andata in sposa a Giacomo II di Lusignano, re di Cipro, volle infatti così ricordare le origini familiari del marito. Non solo evocazione isolana, cosa che si potrebbe immediatamente pensare, ma vera e propria citazione storica, in quanto alla fine del Trecento lo scrittore francese Jean D’Arras nella sua opera Histoire de Lusignan o Roman de Mélusine fece discendere la dinastia di origine francese dei Lusignano dall’azione della bellissima Melusina, creatura fantastica apparentata alle sirene.   

Sirena scolpita commissionata come simbolo nello stemma di famiglia da Caterina Cornaro. Museo Casa Giorgione – Castelfranco Veneto.
Fotografia di Claudia Ciardi ©

Dal romanticismo in avanti la rappresentazione delle sirene procede sulla base dei modelli dettati dallo studio dei patrimoni folklorici. La riscoperta dei cicli fiabeschi indirizza il nuovo gusto estetico, facendo registrare un contatto assolutamente peculiare nonché capillare fra testi scritti e dimensione figurativa.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena o abisso verde (dettaglio). Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, Piacenza.
Fotografia di Claudia Ciardi ©
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Vista della sala dedicata alla pittura ligure e piemontese.
Le XXII sale della Ricci Oddi costituiscono uno dei luoghi più belli d’Italia dove ammirare l’arte moderna.
Il genio e la sensibilità del donatore hanno permesso di raccogliere una delle collezioni più affascinanti sul territorio nazionale dedicata ai temi della pittura italiana ottocentesca e novecentesca.
Fotografia di Claudia Ciardi ©

Libro dipinto

Quello di libro dipinto è un concetto dalla doppia valenza. Lo si può intendere sia come libro decorato, arricchito di immagini e abbellito da fregi e disegni sulla copertina, utilizzata come vera e propria tavola da pittura. Sia come oggetto rappresentato in un quadro, simbolo sacro e profano, testimonianza della posizione culturale della persona ritratta o dei gusti letterari del pittore.

Una lunga storia che affonda le sue radici nella paziente cura dei miniaturisti, con alcune rappresentazioni che potevano occupare anche una pagina intera, composte con pigmenti assai preziosi, o se vogliamo ancor prima, nel mondo antico. Già alcuni papiri sono infatti opere di straordinario pregio, non solo per la bellezza calligrafica. Nei rotoli egizi campeggiano figure a colori eseguite con una minuzia straordinaria come anche in certi formulari magici del periodo ellenistico, dove affiorano esempi illustrati degli strumenti necessari a un incantesimo o su come preparare un simulacro per affatturare qualcuno.

Ma ricordiamo anche nei codici bizantini alcune segnature di rimando agli scolii marginali (asterischi come stelle marine o fiori incantati) laddove gli scolii stessi si presentano talora come “predelle narrative” appese al corpus della scrittura su colonna. Insomma, da questo punto di vista, se guardato nell’insieme, il libro fin dall’età antica o tardoantica è una potente opera grafica in cui il supporto che lo compone, la scrittura e gli abbellimenti che interessano i materiali e le parti testuali concorrono a creare un vero e proprio pezzo d’arte.

Dorsi dipinti su libri del 1750_Biblioteca del Museo del Castello di Praga
Miniatura capolavoro di Jean Fouquet. // Dalla pagina fb di “Osservatorio libri. Quotazioni”

L’incremento del tasso di alfabetizzazione e l’avvento di nuove tecnologie segnano nel XIX secolo l’aspetto e la destinazione del libro che da oggetto confezionato a mano posseduto per lo più dagli aristocratici nelle loro biblioteche private, diviene un prodotto di massa. In tale differente contesto la copertina assume un’ulteriore importanza: non più solo una protezione funzionale per le pagine, ma un elemento chiave, un vero e proprio display attraverso cui comunicare il contenuto e incentivarne così la vendita. Prima di allora – tranne alcune creazioni uniche e personalizzate (ad esempio le copertine ricamate per le biblioteche dei privati) – erano per lo più semplici rilegature in pelle. A partire dagli anni Venti del Novecento, con l’affermarsi della rilegatura industriale, i vecchi rivestimenti in pelle lasciano il posto a nuove tipologie in stoffa che, oltre a essere economiche, divengono anche stampabili. Nel corso dei decenni è stata impiegata un’ampia gamma di tecniche a stampa delle copertine: dalla goffratura (calandratura che permette l’incisione di un disegno semplice sul tessuto) alla doratura alla litografia a più colori. Si apre dunque uno spazio artistico completamente inatteso dove si sono potuti inserire illustratori e designer, producendo una varietà di copertine dal gusto estremamente eclettico, tanto quanto la miriade di contenuti che presentavano. Dagli anni Venti circa, la sovracoperta di carta, molto diffusa anche nei tascabili, che in precedenza serviva semplicemente a proteggere la rilegatura dell’editore, inizia a sfoggiare dei disegni. Non si può far a meno di notare che diversamente dal prodotto odierno, altamente standardizzato, subito riconoscibile nell’appartenenza alle diverse collane editoriali per la sua elevata (e in molti casi fredda) serialità, qui siamo piuttosto in presenza, almeno fino ai primi del Novecento, di produzioni ispirate a un certo artigianato.
L’articolo di «The public domain review» (il collegamento qua in fondo), dal quale provengono alcune delle notizie riportate, presenta un’interessantissima galleria di rilegature disegnate nel secolo della nuova editoria, sebbene non possano dirsi ancora imprese editoriali così come noi le intendiamo. È più che evidente il valore artistico aggiunto che recano queste copertine.

Woman and her Wits_Book cover, 1899
Die Milchstrasse_Leipzig_Johann Ambrosius Barth, 1908

Ma vi è pure un’altra forma decorativa del libro, conosciuta come fore-edge painting. Si tratta della illustrazione riservata al taglio anteriore. Stringendo il blocco di pagine fra le dita, affiora un’immagine che può essere d’invenzione o riprodurre un’opera d’arte nota o ancora richiamare una scena o un soggetto del contenuto (soprattutto nel caso dei romanzi popolari). Questo modo di vivacizzare e mettere in risalto il materiale a stampa fu molto popolare tra Settecento e Novecento. Nei primissimi casi si trattava di stemmi araldici per lo più realizzati in oro. Tale tecnica raggiunse il suo culmine di popolarità e maestria agli inizi del XX secolo, tant’è vero che la maggior parte degli esemplari sopravvissuti risale proprio a questo periodo. Talvolta due diverse varianti vengono dipinte su entrambi i lati delle pagine e ciascuna appare quando il blocco viene allargato da un lato o da quello opposto.
Le biblioteche americane ospitano diverse collezioni di libri rari attestanti quest’arte davvero particolare.

Esempio di fore-edge painting_Miami University Libraries
Frontespizio illustrato del libro dedicato alla Sibilla Cusiana [Cumana]_1870. // L’immaginario sibillino dai libri ai dipinti.
Ritratto di donna con stilo e tavoletta cerata, noto anche come ritratto di Saffo.
I dipinti pompeiani delle fanciulle che impugnano lo stilo, oggi conservati presso il Museo Archeologico di Napoli, sono assai noti. Qui non si tratta di donne rappresentate insieme ai libri ma “fotografate” nelle loro attività di studio (che presupponevano il possesso di libri).
Una è identificata come la moglie di Paquio Proculo e l’altra (qui sopra) associata alla figura della poetessa greca Saffo.

Il libro dipinto, lo si diceva prima, è infine il libro che viene dipinto ossia che entra nell’opera di un pittore. Da oggetto costoso destinato a pochi eletti a prodotto facilmente replicabile, in grandi tirature, grazie al diffondersi della stampa meccanica, gli artisti hanno registrato nel tempo aspetti, mode, riti sociali legati alla presenza dei libri nei più vari contesti. Se nella pittura antica e medievale è in simbiosi con la rappresentazione di scene che rimandano alla sfera educativa, ad esempio dei giovani, o come simbolo religioso che identifica santi, profeti, martiri, col passaggio alla modernità il libro si apre sempre più a status symbol. Di un’aristocrazia che si fa ritrarre nelle proprie biblioteche attraverso cui intende affermare il proprio potere e prestigio, e in seguito come segno di una crescente indipendenza e ascesa delle classi subalterne che in tal modo celebrano il proprio accesso alla cultura. Nel caso dei ritratti e autoritratti femminili il libro entra come precipuo elemento di riscatto sociale, in una condizione in cui la donna, ancora fino all’Ottocento, era interdetta dai corsi accademici e, pur vantando condizioni economiche agiate, non poteva accedere alle medesime opportunità formative degli uomini. L’immagine della Sibilla barocca e tardobarocca condensa simili sentimenti e propensioni, laddove l’aura sacrale del personaggio e la presenza del libro per la divinazione demarcano più latamente la sfera della femminilità, le sue aspettative e finanche un elogio incipiente delle proprie capacità di autoaffermazione. Se in quest’epoca si tratta ancora per lo più del punto di vista di un esecutore maschile – ma quello del pittore è un occhio comunque svincolato dai crismi della società – è innegabile il graduale affioramento di una traccia nell’arte che fa del libro in mani femminili un oggetto di ascesa e riscatto.

Polittico del Maestro delle Murge_Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari_Tre figure di Santi con i libri sacri.
Fotografia di Claudia Ciardi ©
Artemisia Gentileschi inedita_A lungo attribuita al fiorentino Carlo Dolci, la Maddalena penitente è stata uno degli “Old Masters” in vendita a Colonia, presso la casa d’aste Van Ham (lotto del giugno 2021).
Sibilla del Domenichino_1617 circa_Galleria Borghese_opera attualmente non esposta. // Questa Sibilla sui generis in quanto ritratta insieme a uno spartito e a una viola – attributi musicali che di solito non si associano a tale figura mitologica – sembra intenta a cantare.
Vincent van Gogh_Natura morta con statuetta di gesso_Parigi_fine 1887_Dettaglio_Dalla mostra a Palazzo Bonaparte, Roma, 2022-2023.
Fotografia di Claudia Ciardi ©


Per approfondire:

The Art of Book Covers (1820-1914)

Fore-edge painting. Dipinti nascosti nei libri

I libri nell’arte (Glicine Associazione)

Di foglie, Sibille e arte profetica

Echidne, Meduse, monili – Dal mito a El Greco

Un immaginario complesso e longevo che attinge ed elabora i propri connotati nel periodo arcaico – con probabili ascendenze micenee – insinuandosi in quello classico. La Grecia delle Gorgoni e delle Erinni, come anche di molte altre creature notturne e ctonie di dubbia e problematica interpretazione, smentisce la predominante apollinea in questa cultura e non solo. Ne configura una luminosità enigmatica, sempre oscillante fra inquietudine e catarsi. Una condizione sospesa che l’essere umano è chiamato ad attraversare, in quanto parte del suo stesso dissidio. Retaggio che ha esercitato il suo fascino nei secoli e nelle arti, trovando diverse vie di rappresentazione oltre a uno straordinario vitalismo nella cultura popolare. Si dice che i ritmi della taranta, area di pertinenza magnogreca, siano il riflesso di questa medesima duplicità. La mano che percuote il tamburello richiama all’ordine cosmico, peraltro con un gesto di lieve rotazione e contrazione dal palmo alle dita a indicare raccoglimento (ritorno), continuamente messo in discussione dal vibrare dei sonagli, moto sussultorio, tellurico che ricorda lo strisciare o il destarsi delle serpi nella chioma di Medusa, l’unica mortale fra le figlie di Forco.

Dettaglio del busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini_1644-1648 // Probabilmente lo scultore intese immortalarvi l’espressione della sua amante Costanza Piccolomini. Una Medusa dunque più che umana

Volto della paura e della seduzione ha ispirato creazioni vertiginose nella statuaria, in pittura e nell’alta gioielleria. Bulgari, proprio in queste settimane, ha dedicato una mostra alle sue collezioni, per celebrare i settantacinque anni del marchio, scegliendo Milano come unica tappa mondiale di questa storia mitologica e artistica. Al centro l’iconografia del serpente, simbolo di mimesis, adattamento, rinascita e rigenerazione. Un brand di lusso che ha scelto di raccontarsi in modo non convenzionale, cercando un’ampia apertura verso il pubblico e mostrando l’apporto delle nuove tecnologie nel lavoro dei propri creatori, incluso il confronto con l’intelligenza artificiale (Dazio di Levante in Piazza Sempione, fino al 19 novembre, con ingresso gratuito). Questo singolare intreccio dal mito antico, fin dalle sue radici egizie, alla contemporaneità ha dato luogo a un evento ricercato quanto inedito, una tipologia di mostra con esperienze immersive che permettono di toccare letteralmente con mano la narrazione.

Bulgari_75 Infinite Tales_Un particolare dall’allestimento (ottobre-novembre 2023)

Sempre a Milano, spostandoci fra le sale di Palazzo Reale, nell’ambito della mostra in corso su El Greco, ci troviamo a tu per tu con la sua impressionante versione del Laocoonte. Il celebre gruppo del sacerdote troiano che va incontro alla morte con i propri figli, avvinti da serpenti marini, mentre un’indecifrabile quanto impassibile Toledo, città dalle atmosfere ermetiche, quasi una Siena spagnola, campeggia in una delle sue tele che suscitano forse i maggiori interrogativi. Incompiuta, unica opera di soggetto mitologico per questo eccentrico artista, sappiamo che la tenne con sé fino alla morte. In un ulteriore raffronto sulla storia di questo motivo la riproduzione in gesso, proveniente dalla gipsoteca dell’Università di Pisa, dell’originale ellenistico custodito nei Musei Vaticani, alla base dell’onda lunga di imitazioni in scultura e pittura dal Rinascimento in poi (si pensi a quello altrettanto celebre eseguito in marmo da Baccio Bandinelli nel 1520, alle Gallerie degli Uffizi).

El Greco, Laocoonte, 1610-1614, Milano – Palazzo Reale (2023)
Riproduzione in gesso del gruppo statuario del Laocoonte dalla Gipsoteca e Antiquarium dell’Università di Pisa // Prestito per la mostra di El Greco a Milano (2023)

Simbolismo del sacro e del profano, enigmaticità, magnetismo sprigionato da fascino e inquietudine. Filiazioni divine e caratteri rituali, talora difficilmente ricostruibili, in bilico fra contatti figurativi, diffusione in diversi ambiti sociali, ricorrenza o sovrapposizione di narrative. Ad esempio, la prossimità di Gorgoni ed Erinni, liquidata come improbabile da Vernant (si veda il suo saggio Figure, idoli e maschere, in particolare le pagine 75-102, dove descrive diffusamente l’Erinni Tilfussa) e che io ho provato invece ad ipotizzare fin dal mio lavoro di tesi.   

Richard Buxton_La Grecia dell’immaginario_I contesti della mitologia_capitolo 1, “Dalla culla”

Un discorso affascinante che si muove su diversi piani della ricerca, oltre a costituire una materia di per sé molto coinvolgente per chi la affronta, da studioso o da semplice appassionato. Un racconto che s’innova, un’espressione culturale dinamica e versatile che aggiunge mutazione a mutazione e che pure nell’atto stesso di rappresentarsi espande i confini dell’immaginario di riferimento. Qualcosa che per il fatto stesso di originare dagli strati più profondi dell’interiorità umana, non smette di destare la nostra attenzione e interpellarci. Una capacità generativa fuori dal comune, che di sicuro attiene al mito stesso, ma che al contempo lo trascende, modernizzandolo, favorendone l’adattabilità a contesti mutevoli e storicamente diversi.

Dalla mostra di Bulgari (Milano 2023)_Dettaglio della Gorgone

Sul simbolismo del serpente_dall’allestimento di Bulgari (Milano 2023)


* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Si veda anche:

Guardare la Gorgone