Categorie
Antropologia culturale Media Mitologia Patrimonio culturale Scrittura e arte Storia delle religioni

Scienza e cura dei creativi

Una pittura dalle catacombe romane sulla pratica medica

*Scienza e cura un rapporto creativo in una relazione significativa*

La storia della cura, con le sue visioni contrapposte, i suoi successi e fallimenti, è avventurosa, da sempre al centro di dibattiti e scontri che hanno segnato punti nel campo della conquista o del regresso. Ne sono scaturite anche narrazioni leggendarie incentrate su figure che hanno rotto gli schemi, portato innovazione, punti di vista diversi e sfidanti. È in generale la storia del pensiero umano che in questo caso specifico cammina di pari passo con i metodi e la pratica del curare, con i modi in cui soccorrere e preservare i propri simili.

Passa attraverso personalità, caratteri, visioni in grado di ispirare o allontanare chi alla cura necessita di affidarsi. Ha spesso a che fare con l’esercizio del potere, che senza un adeguato bilanciamento, in temi delicatissimi quali la salute pubblica e le politiche culturali, le quali sono altrettanto basate su principi di tutela e conservazione, finiscono per attingere a misure coercitive, che non rappresentano realmente le volontà. Dal mondo antico ad oggi il riproporsi di questi attriti è stato ciclico, inarrestabile. La diatriba fra cosiddetti ciarlatani e sapienti ha da sempre acceso gli animi, fino ai giorni nostri. Nella Roma antica, come ricorda Cicerone, oltre ad affollare templi e santuari – celebri erano i luoghi di preghiera sull’Esquilino, zona malsana e insalubre, che ben si prestava a riti superstiziosi – il popolo ricorreva per curarsi a una folla di barbieri, flebotomi e maghi che, a ogni ora del giorno, intasavano i crocicchi esibendo unguenti e sanguisughe. Il ceto medio-basso invece preferiva i rimedi tradizionali, come il lauro, panacea di tutti i mali – le siepi di alloro ornavano il perimetro delle case in quanto antibatterico naturale – o preparati di pioppo e frassino, accompagnati da formule di scongiuro, diete ed esercizi fisici. A proposito di ostilità fra professionisti, essendo giunti a Roma a partire dal II sec a. C., i medici orientali, greci soprattutto, Catone il Censore, criticandoli, ricordava al figlio Marco una serie di rimedi naturali, come la foglia di cavolo per tumori, lussazioni e malattie nervose, o la radice del melograno contro i parassiti. Nel suo perduto De Medicina Domestica, considerato una sorta di enciclopedia del sapere medico tradizionale dei romani, alternando formule magiche a conoscenze empiriche, declamava le virtù delle erbe e del vino.

E qui già abbiamo gli strumenti per un’analisi antropologica interessante. I più poveri tendevano alla magia, il ceto medio amava la medicina botanica, fedele alla tradizione, i ricchi non disdegnavano di rivolgersi ai medici, anche perché avevano i mezzi per pagarne i servigi, e tuttavia restavano pur sempre fedeli alle pratiche erboristiche, anche di natura magica, in quanto ciò costituiva comunque un retaggio culturale verso cui neppure il patriziato romano più colto si dichiarava insensibile. Tale analisi ci spiega anche un’altra cosa. Quando a livello istituzionale interveniamo su questioni così nodali come appunto la cura, l’educazione, la custodia del patrimonio pubblico bisogna tener conto della composizione culturale, di tutti gli ingredienti che ispirano il convincimento collettivo, di quella che è la struttura sociale in cui ci muoviamo e il suo orizzonte storico.  

Mi avvicino dunque all’argomento che è stato oggetto della mia più recente videolezione. 

Come maneggiare la creatività. Ovvero: handle with care. Maneggiare con cura – ecco che torna la parola chiave a cui mi sono ispirata nei miei ultimi interventi e scritture. Aver cura è curare.

Ora, nel caso della creatività, delle opere d’ingegno, di tutto quello che a livello materiale e immateriale va ad alimentare il patrimonio delle idee, bisogna prestare la massima cura, per l’appunto, che è fatta di rispetto e di integrazione dei punti di vista. Non di integralismi.

Il difetto culturale di fondo che sta causando peraltro un cortocircuito di portata enorme nelle forme stesse del pensiero e nei mezzi attraverso cui ci siamo abituati a veicolarle finora – editoria compresa, ne ho parlato precedentemente intervenendo nel dibattito sulla chiusura di Hoepli – è proprio che per aderire alle vecchie forme, diciamo, bisogna essere granitici, monoblocchi che obbediscono a una dottrina o a un’altra. E questo, nella società della fluidità, dei rovesciamenti, del cambiamento purtroppo anche fine a se stesso, è un evidente controsenso. In tal modo si vorrebbe sostenere che ci sono dei portatori di verità da un lato e dei poveri inguaribili – torno all’idea di guarigione/cura ancora una volta, non a caso – senza direzione dall’altro, delle povere menti ingestibili che non è possibile reclutare in alcuna presunta ortodossia.
Questo discorso viene anche a inserirsi nella mia precedente presa di distanza dall’ideologizzazione di ogni pensiero, fatto o fenomeno umano. Considerare ogni avvenimento misurandolo col metro ideologico è una forma di integralismo del pensiero, secondo me, altrettanto deleteria e pericolosa per molti motivi, fra cui il vizio interpretativo e la scorrettezza scientifica che reca in sé, ma prima di tutto per la sua profonda innaturalezza.

Aggiungo un’ultima cosa, perché ci tengo molto a questo concetto. A forza di imprigionare il pensiero in un meccanismo schematico e fazioso, si producono rigidità non solo opprimenti ma anche limitanti. L’atto creativo nell’essere umano è per eccellenza il più svincolato, liberatorio e rivelatore, qualcosa che potremmo dire in tutto simile, se non interamente, a una relazione intima. La spontaneità, lo slancio, lo sconfinamento che comportano queste cose non hanno evidentemente nulla in comune con l’esercizio concettoso, teorico e men che meno manualistico, improntato alla fede ideologico-politica.

Per concludere, un atto di fede è un libero atto di volontà. Se io decido che una teoria scientifica è plausibile, che un mezzo per curare funziona, mi affido, ripongo fides, fiducia, in quel sapere e in chi lo esercita. La coercizione diventa invece esercizio di potere, vale in ogni ambito della società, e in quello culturale particolarmente. Perché se si arriva a decretare chi possa essere un attore culturale e chi no, se si utilizzano vetusti strumenti, che si stanno sgretolando nelle nostre mani, per continuare a decidere sulla base di vecchi criteri chi possa veicolare delle informazioni e chi no – cioè il vecchio messaggio a scapito di un nuovo orizzonte veramente integrato che guarda all’innovazione, alla lettura autentica e genuina delle fonti, disposto anche ad ascoltare letture trasversali della realtà perché non ha nulla da temere – allora si ammette che non c’è vero interesse nell’edificare, nel dare nuove basi progettuali al nuovo. Comunque, anche stando così le cose, il processo avanzerà indipendentemente dai freni e dalle volontà contrarie. È nella natura stessa.

Alcuni di questi spunti sono raccolti nelle videolezioni pubblicate sul mio canale:

How to handle creativity (Full video)

How to care (Full video)

💬

On the main screen, click the gear icon and select “Subtitles, Simultaneous Translation.” Set your language to listen to me./ Sulla schermata principale, cliccate sull’ingranaggio e selezionate “sottotitoli, traduzione simultanea”.

Per approfondire alcune di queste tematiche:

La buona cura e la qualità di vita / Quando l’ossessione per la protezione riduce l’assistito a un oggetto – Riflessioni sul campo di Letizia Espanoli

Sopra, nelle immagini: 1. Negli ospedali dell’esercito romano prestavano servizio i medici militari, i cui nomi sono ricordati in molte lapidi tombali sparse per tutto l’Impero;
2. Rilievo romano raffigurante un medico in procinto di visitare una paziente

Altri siti per approfondire da cui ho in parte tratto alcune delle mie informazioni:
* Il medico e la malattia nell’antica Roma – Su “Meer.com”
* La medicina nell’antica Roma – Su RomaGuides.it

Appunti sulla mia sincronia…. Grazie, Carl Gustav Jung, che mi ricordi di essere sul sentiero giusto!

22 agosto 2026

Passando per strada, alzo gli occhi su una copertina esposta in un’edicola. C’è scritto così: Odissea, il più bel romanzo del mondo.

23 agosto 2026

Sfoglio la novella di Pirandello, Il dovere del medico, il cui titolo mi era affiorato ieri sera tra decine di prodotti in vendita su un sito, ai quali si alternavano titoli di libri usati. Mentre leggo comodamente seduta vicino alla finestra, tengo il braccio poggiato su una copia di Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona. Il racconto pirandelliano è incentrato su un uomo che rischia di morire per una ferita da arma da fuoco. Naturalmente su tutta la vicenda si allunga l’ombra della psicosi, nello stile del nostro autore. Dopo quindici pagine in cui si parla di emorragia e sutura, mi viene d’istinto d’interrompere. C’è qualcosa di esasperante in quelle righe che comincia a provocarmi un certo fastidio. Altrettanto d’istinto, afferro il libro di Florenskij che mi fa da poggia-gomito. Mi si apre al seguente passo: «L’arteria che alimenta di grazia celeste il suo corpo non deve in alcun modo ostruirsi, e le norme ecclesiali hanno proprio lo scopo di assicurare il libero flusso della grazia dal suo Capo fino al più piccolo dei suoi organi. Certamente, quanto più è ramificato il diffondersi del flusso sanguigno della testimonianza, tanto meno pericolosa per la vita di tutto il corpo ecclesiale è l’ostruzione di un determinato capillare». Sono rimasta a bocca aperta. La narrazione che avevo interrotto sembrava continuare in questo passo. Almeno sul filo dei simboli, sembrava la medesima voce che mi parlava. I due libri stavano dialogando. Ma questo travaso non era destinato a esaurirsi nel messaggio verbale. Bensì doveva rafforzarsi una seconda volta nel numero della pagina corrispondente: 94, per me due cifre in relazione significativa. Due archetipi. Caro dottor Jung, da quando ho intuito la tua teoria mentre camminavo all’inizio del settembre 2024 (il 4 e il 9!) per le vie di Bologna, mi si è aperto un mondo. Anzi, una molteplicità di mondi. Quel giorno non sapevo ancora che eri tu il teorico della mia esperienza, ma ciò che mi è accaduto non si poteva ignorare. La sequenza degli eventi è stata tale che ho cominciato a cercarne una spiegazione scientifica. Doveva esserci! E infatti l’ho trovata.

Come vedete, la scienza è un terreno estremamente creativo e fertile, proprio il contrario dell’ortodossia fine a se stessa che si pretende di affermare.

Healing begins when you share your story with safe people.

Categorie
Antropologia culturale Libri Libri e arte Mitologia Musei Patrimonio culturale Poesia Scrittura e arte

Parola e guarigione

Museo delle Genti d’Abruzzo_Pescara

Nel V libro dell’Odissea il naufrago Ulisse vive uno dei momenti più duri del suo viaggio. Crede ormai che la morte sopravvenga senza alcuna possibilità di scampo. È il libro della massima sofferenza fisica e psichica dell’eroe, qui ridotto a corpo sofferente – il poeta indugia sulla pelle scorticata e il sanguinamento a causa dell’urto con gli scogli, ma anche sulla volontà annientata dai pericoli soperchianti. Ormai non crede più in nulla, sospettoso perfino degli dei che vede come creature inaffidabili, interessate solo a realizzare le loro trame, privi di qualsiasi scrupolo specie se ciò comporta il sacrificio dei mortali. Così quando Leucotea, nell’aspetto di un gabbiano, viene a porgergli il velo magico per vincere la tempesta e raggiungere la riva, Ulisse pensa a una minaccia. Solo nell’attimo in cui capisce di non avere più scelta, si decide a seguire il consiglio della dea che lo condurrà all’insperata salvezza.

Il vero snodo narrativo dell’Odissea si gioca in questi versi. L’eroe prostrato e messo a nudo – alla lettera perché raggiungerà la riva dell’isola dei Feaci stremato e senza vesti – ha sanguinato dalla sue ferite, ha toccato il fondo, smarrito il vigore fisico e mentale. Proprio per questo è finalmente pronto a incamminarsi sulla via del ritorno che coincide con la sua guarigione. Ma perché avvenga deve attingere a quel residuo desiderio di riscatto che ancora, pur debolmente, lo scuote.   

È uno dei temi di cui mi sono occupata nella mia raccolta poetica d’esordio, Umana Sibilla, edita da SETART, dove non a caso richiamo alcune immagini salienti tratte dai poemi omerici e l’idea del viaggio, volto alla riunione con qualcuno e al cercare se stessi, come metafora. 

Un filone che da tempo intride la mia esperienza personale e, dunque, la mia teoria letteraria. La parola poetica, a partire dalle sue lontane evocazioni oracolari, è figlia o sorella dei formulari magici, recitati o cantati. È perciò depositaria di un potere manifestante, trasformativo e terapeutico. Ne ho parlato un paio di settimane fa nel corso dell’appuntamento con Costa Edizioni, a Pescara, per il premio assegnato al mio saggio Presentire e curare. I divini doni della poesia, parte di un ciclo di lavori con cui ho inteso analizzare i nessi qui brevemente esposti.

Se dalle ferite può infine scaturire la luce, come più volte ho sentito ripetere nel corso del nostro evento, e se l’arte ha il dono di trascendere il dolore e di agevolare questo processo, forse proprio il linguaggio cadenzato, rammemorante, lirico è uno degli strumenti chiamati a essere più rivelatori in tal senso.

Ogni sillaba pronunciata può divenire terreno di affermazione, spazio guadagnato nel superamento della tempesta, quindi scintilla liberatoria.

Regine in rosso.
Regine di grazia e forza emotiva.
Spose cerimoniali, Sibille, presenze profetiche.

Walking among the blooms in a healing place

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Sul potere terapeutico della parola – Cenni al mio percorso saggistico (Tumblr)

Dissertazioni su terapia e parola/ Dissertations on therapy and speech, 2025 (Academia.edu)

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, SETART Edizioni, aprile 2025

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Media Mitologia Poesia Scrittura e arte

Una parola che lenisce

Il Gran Sasso a novembre

Le esperienze di queste settimane mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti della mia creatività e anche sulla natura di certi incontri. Spesso quando siamo immersi nel fluire degli eventi, concentrati sul nostro agire, diviene difficile avere uno sguardo d’insieme e far caso a quei dettagli che invece sono estremamente significativi e rivelatori del cammino intrapreso. Se considero i più recenti capitoli della mia vita ne traggo una sequenza sbalorditiva di richiami ad elementi nodali, che se anche in talune fasi sono sembrati meno segnanti, pure hanno continuato a riproporsi. Una linfa che va ben oltre la sostanza organica e che si fa nutrimento per l’immaginazione. In ciò si inserisce per l’appunto l’emotività peculiare sprigionata da alcune situazioni, quelle che oggi nelle lezioni sull’intelligenza emotiva si è soliti definire “il picco”, una metafora che mi piace perché mi riconduce alla montagna. Nel mio picco si colloca senz’altro il ritorno in Abruzzo dove ho portato, ma più correttamente dovrei dire riportato, la Profanazione, una scrittura che proprio in questi luoghi era cominciata.  

Nell’incontro abruzzese, come per tutti gli altri che lo hanno preceduto, si è dato un grande rilievo all’idea di cura, al valore terapeutico della creatività, al potere di lenire insito nelle parole. Pronunciare qualcosa corrisponde a un incantesimo, per questo è importante fare attenzione a quel che diciamo, a come lo diciamo. Le parole sono creatrici di realtà, possono ferire ma hanno anche una enorme facoltà di sanare. Una proprietà guaritrice profonda che nei nostri ritrovi abbiamo sempre provato a evocare in un rituale collettivo che è liberatorio e al contempo funzionale a far schiudere i semi dell’autorealizzazione. Come ha ben sottolineato il pittore pescarese Vittorio Di Boscio l’artista è chiamato a occuparsi degli altri, a dare sollievo laddove gli è consentito, non può sottrarsi a questa sua natura. Qualcuno ha anche detto che la scrittura congela l’età, perché chi scrive vive in una dimensione onirica capace di fermare il tempo. Fa bene alla mente, giova al corpo.

Alla luce di tali considerazioni, ancora una volta ho avuto modo di soffermarmi sulla mia storia familiare, dove seppure in assenza di legami diretti ovverosia di parentele ufficiali, i Ciardi risultano prevalentemente o medici o artisti. Il che mi convince sempre di più, per una prova data anche dal cosiddetto legame di sangue, che è innegabile il nesso fra cura dell’organismo umano e propensione creativa. 

Di seguito, il discorso da me tenuto al Teatro Cordova di Pescara con cui ho presentato al pubblico il mio manoscritto inedito, Profanazione, raccolta di prose liriche dipanate fra mitologia e autobiografia:

«Sono molto felice di essere qui e onorata di poter presentare la Profanazione proprio a Pescara, città a cui mi sento molto legata da ricordi che appartengono al mio periodo universitario. Circostanze fortuite e particolari mi hanno portata qui allora e mi emoziona davvero rinnovare oggi, insieme a voi, l’intensità di quei momenti che furono di una me poco più che ventenne in cammino per le strade di questa città. Episodi, emozioni, destini incrociati che hanno disegnato il sentiero delle parole affidate a queste pagine e che offrono adesso uno dei loro frutti. La Profanazione è il risultato di un’elaborazione, una gestazione direi, alquanto lunga. Sono qui condensate almeno un decennio di esperienze autobiografiche fissate in parallelo a un esercizio sulla lingua plasmata secondo le cadenze e le peculiarità espressive della prosa lirica.

In questa galleria talora vorticosa di immagini ed evocazioni ho creato una sorta di purgatorio, un luogo che non si colloca in nessun al di là ma ben saldato alla quotidiana mutevolezza dell’al di qua. Uno spazio penitenziale terreno, fisico, che si fa attraversare e sentire, un viaggio al termine della notte in cui questa mirifica montagna scalata da anime mortali diviene il centro di riflessioni, sogni, utopie raccolte nel bel mezzo delle umane tempeste.

La narrazione incarna anche elementi di teoria e storia della lingua desunti dagli usi dialettali, ricorrendo alla citazione di parole o formule estratte da una confidenzialità familiare e territoriale. Dunque viaggio interiore, epica paesana, Odissea senza eroi apparenti. Scrittura che irrompe nei generi letterari e li mette a soqquadro, corpo traslucido che non vuole nascondere la sua nudità. Materia organica la cui metamorfosi innesca il mutarsi inquieto della parola con il suo carico di incantesimi e disvelamenti. È un’opera che si fa spazio scenico e che rovescia se stessa fino a lambire le rive del metateatro. Un corpo in grado di guardarsi da fuori, di auto narrarsi, che volutamente gioca a coprire e scoprire le sue articolazioni. I cenni alla questione della lingua divengono strutture anatomiche, parti vitali, che si fondono con le immagini, i simboli, le voci che scandiscono il testo. Ne esce una rappresentazione sfuggente eppure allo stesso tempo compiuta in ogni suo gesto, un rito più volte suscitato in un culto profanato, ma proprio per questo sorprendentemente rivelatore».

Teatro Cordova, per il Premio Giacomucci e Santini, Pescara, 16 novembre 2024

*L’Appennino abruzzese in autunno, nei giorni della prima neve, e la notte a Pescara davanti all’Adriatico.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Categorie
Arte Libri Libri e arte Mitologia Musei Patrimonio culturale Scrittura e arte

Epica e incantesimi delle sirene

La sirena è per lo più associata a caratteristiche di perdizione. Il potere per cui maggiormente viene conosciuta è gettare nel turbamento chi la incontra, il che può significare anche la fine del malcapitato, inghiottito nel gorgo delle acque da dove la straordinaria creatura appare. Esseri simili popolano peraltro diverse tradizioni fiabesche. Celebri sono ad esempio le temibili Ondine o Nixe del folklore germanico, ninfe abitatrici dei corsi d’acqua dolce. Ma questa strana creatura marina non esercita un potere meramente negativo. La sua ambivalenza, incarnata per l’appunto dalle fattezze ibride – per metà donna e per l’altra metà pesce – la colloca in un limbo ancestrale che tuttavia riflette anche virtù positive. Sciogliere i nodi, pettinare le tempeste; non è un caso che il pettine sia uno degli oggetti che la identificano.    

Sirene suonatrici, miniatura tratta dal ‘Salterio della Regina Maria’ (1310-1320), British Library, Londra.

Dal latino tardo sirēna, classico sīrēn – pl.: sīrēnes, trascrizione del greco Σειρήν, Seirḗn – pl.: Σειρῆνες, Seirênes, nome dall’etimologia incerta, le ricostruzioni dei linguisti puntano a una radice indoeuropea “svar” che indicherebbe il canto, tratto principale con cui si fa riconoscere e che utilizza per attirare chi incontra. Proprio nel loro modo di cantare gli antichi greci ravvisavano simboli di sapienza e conoscenza. Dalle divinità acquatiche adorate dai Sumeri (Zagan o Dagan) e nell’antico Egitto (Nun e Naunet), dai culti neolitici della Dea Madre alle sirene di Ulisse (in questo caso metà donne e metà uccelli) per non dimenticare il “pesce umano” del folklore nipponico (detto Ningyo), il mito di misteriosi esseri che conservano alcuni tratti umani, abitanti della acque, accomuna tutti i popoli del pianeta.

Il vaso delle Sirene – Pittore delle Sirene. Arte greca, età arcaica: 480-470 a. C. Collocazione: British Museum, London
Note: Ceramica a figure rosse
Fonti letterarie classiche: Omero, Odissea, XII, 36-61

Va precisato che l’aspetto delle sirene muta dall’antichità al medioevo. Si potrebbe infatti restare alquanto spiazzati osservando un vaso greco – come ad esempio il celebre stamnos ispirato dall’episodio dell’Odissea, libro XII – che le ritrae simili a un incombente stormo di arpie, coperte di piume, dove nulla lascia intendere un’origine dal mondo acquatico. Secondo quanto depositato nella tradizione omerica, che dunque rispecchia qualcosa di ancor più lontano sul versante del tempo, si trattava infatti di essenze demoniache, al pari delle Keres e delle Erinni. La prima descrizione riconducibile al nostro immaginario è attestata non prima dell’VIII secolo d. C. nel Liber Monstrorum. Al contrario delle furie, che in epoca romana vennero designate con nomi propri, per le sirene non si ha notizia di identità specifiche. Soltanto in epoca tarda ci si imbatte in Partenope, morta suicida in mare per essere stata rifiutata da Ulisse; le onde la rigettano alla foce del Sebeto, dove in seguito nasce una città chiamata, appunto, Partenope e poi Neapolis (Napoli). Da quelle parti, sulla penisola sorrentina, sorgeva anche il Tempio delle Sirene. Tutto questo per ribadire ancora una volta che le avvenenti fanciulle con coda di pesce rese universalmente note da Andersen (la fiaba della sirenetta è del 1837) hanno origine solo nel primissimo medioevo, mentre nell’età antica gli unici con queste caratteristiche erano esseri maschili, i Tritoni.

I luoghi delle sirene. Incisioni e pitture sui temi del mare.
Di Mario Calandri (Autore), Edizioni Carte d’Arte, 1993.
Volume edito in occasione della mostra presso la Pinacoteca Provinciale di Bari, giugno 1993. Contributi critici di Lucio Barbera e Angelo Dragone. Tavole in bianco e nero e a colori. Bibliografia. 4to. pp. 88.

In epoca moderna, quella della sirena è una figura che si lega al patriziato veneto. Curiosamente la potente famiglia dei Corner (Cornaro) la adotta come suo simbolo. La nobildonna Caterina Cornaro, andata in sposa a Giacomo II di Lusignano, re di Cipro, volle infatti così ricordare le origini familiari del marito. Non solo evocazione isolana, cosa che si potrebbe immediatamente pensare, ma vera e propria citazione storica, in quanto alla fine del Trecento lo scrittore francese Jean D’Arras nella sua opera Histoire de Lusignan o Roman de Mélusine fece discendere la dinastia di origine francese dei Lusignano dall’azione della bellissima Melusina, creatura fantastica apparentata alle sirene.   

Sirena scolpita commissionata come simbolo nello stemma di famiglia da Caterina Cornaro. Museo Casa Giorgione – Castelfranco Veneto.
Fotografia di Claudia Ciardi ©

Dal romanticismo in avanti la rappresentazione delle sirene procede sulla base dei modelli dettati dallo studio dei patrimoni folklorici. La riscoperta dei cicli fiabeschi indirizza il nuovo gusto estetico, facendo registrare un contatto assolutamente peculiare nonché capillare fra testi scritti e dimensione figurativa.

Giulio Aristide Sartorio, Sirena o abisso verde (dettaglio). Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, Piacenza.
Fotografia di Claudia Ciardi ©
Galleria Ricci Oddi, Piacenza. Vista della sala dedicata alla pittura ligure e piemontese.
Le XXII sale della Ricci Oddi costituiscono uno dei luoghi più belli d’Italia dove ammirare l’arte moderna.
Il genio e la sensibilità del donatore hanno permesso di raccogliere una delle collezioni più affascinanti sul territorio nazionale dedicata ai temi della pittura italiana ottocentesca e novecentesca.
Fotografia di Claudia Ciardi ©