Quando arriviamo in un luogo e lo attraversiamo pensiamo di essere noi gli ospiti, i visitatori. Ciò è vero solo in parte. Lo siamo, certamente, ma anche il posto con cui entriamo in contatto ci visita a sua volta. Si fa strada dentro di noi, tanto quanto il percorso che abbiamo fatto per raggiungerlo. Recentemente, durante alcune letture pubbliche, mi è capitato di riflettere sull’idea di luogo e, fra le considerazioni dedicate alla mia poesia, a parere dei lettori, è emerso che ho un modo particolare di raccontare i luoghi. Un narrare sentimentale, compenetrato, da cui affiorano molte voci, molte presenze. Qualcosa che si denota come evocazione, dove lo spazio e il tempo si ricreano nel qui e nell’ora. Adattandosi a una simile cadenza lo spirito del luogo, il genius loci come solevano definirlo gli antichi, torna a risuonare.
C’è in tale risonanza anche un profondo potere curativo. Più ci si sente in armonia con quello che abbiamo intorno, maggiori saranno i vantaggi per il nostro benessere. Del resto, l’ho detto anche in alcuni dei miei ultimi interventi, senza qualità di vita si può parlare all’infinito di progressi della scienza; gli ipotizzati benefici si scontreranno inevitabilmente con una condizione generale peggiorativa del nostro stare al mondo.
Nell’antichità la medicina era cura ma anche rapporto con il divino e relazione con l’ambiente. Lo si comprende molto bene osservando i resti di abitati che un tempo furono colonie romane o espressione di altre civiltà mediterranee, per restare alla cultura di riferimento nella mia area. Prendiamo la scuola di medicina di Velia, istituzione strettamente legata alla scuola filosofica eleatica fondata dai filosofi Parmenide e Zenone. Dunque, vero e proprio centro multifunzionale all’avanguardia, polo sanitario e culturale. Gli antichi infatti prendevano molto sul serio la sanità del corpo e quella della mente. A ulteriore riprova, è appena riaffiorata in una colonia romana in Turchia, a Tralleis, una piscina pubblica di circa quaranta metri di lunghezza che faceva parte di una vasta area termale pubblica collegata al Gymnasium. La salute passa necessariamente attraverso il vivere sano nei luoghi, il rapporto genuino con lo spazio e le persone, l’equilibrio e l’apertura con cui siamo in grado di accoglierne, di ascoltarne la storia presente e passata.
Un retaggio, questo del luogo animato e latore di energie, che trae in parte origine dalla religiosità etrusca, cultura nella quale il fluire di presenze ultraterrene e la loro interpretazione a livello di pratiche divinatorie, era a dir poco centrale. La necessità di decifrare e cogliere simili tracce spirituali, nei luoghi e negli elementi di natura, ha fatto di questo popolo forse il più profondo depositario di tecniche legare a oracoli e presagi. Pensiamo alla fulguratoria o all’aruspicina, fra le più note, anche queste passate presso i romani.
In tal modo il luogo viene ad assumere una doppia identità che attinge sia alla sua consistenza materiale sia a una proiezione immateriale, intangibile dovuta a una presunta entità spirituale o a una stratificazione di memorie significative che lì per qualche motivo si sono accumulate.
Negli anni Ottanta, il fenomenologo e filosofo Norberg-Schulz definì il luogo come uno spazio che possiede un carattere distintivo proprio in virtù del suo “genius”. Quindi la denotazione del luogo era necessariamente bidimensionale, fisicamente e metafisicamente connotata. Un’entità multidimensionale, crocevia di risonanze paesaggistiche e storiche. Talora, alcuni eventi volti alla valorizzazione di uno spazio e alla riscoperta della sua voce, si indirizzano alla pubblicistica di un manufatto o comunque di un’attività che in qualche modo va a richiamare la commistione della sua natura. Evocare il genius loci, oggi, rientra anche in un’idea ben precisa di strategia di rilancio economico basata su leve culturali.
Altro esempio, ancora sui cammini etruschi. Si tratta di un’iniziativa che ho avuto modo di scoprire dopo l’inizio di questa scrittura, in seguito al mio impegno pratese. Proprio la rete musei di Prato, in collaborazione con la necropoli di Rosello, per celebrare il genius loci in regione e per i quarant’anni del “Progetto Etruschi 1985”, ha pensato a un percorso di ecosistemi e tradizioni locali improntato a tale concetto.
Dunque, vediamo come questa impronta di civiltà presente nei nostri orizzonti abbia una portata così ampia e durevole, al punto da farsi vettore di riscoperte e narrazioni culturali.
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Una pittura dalle catacombe romane sulla pratica medica
*Scienza e cura un rapporto creativo in una relazione significativa*
La storia della cura, con le sue visioni contrapposte, i suoi successi e fallimenti, è avventurosa, da sempre al centro di dibattiti e scontri che hanno segnato punti nel campo della conquista o del regresso. Ne sono scaturite anche narrazioni leggendarie incentrate su figure che hanno rotto gli schemi, portato innovazione, punti di vista diversi e sfidanti. È in generale la storia del pensiero umano che in questo caso specifico cammina di pari passo con i metodi e la pratica del curare, con i modi in cui soccorrere e preservare i propri simili.
Passa attraverso personalità, caratteri, visioni in grado di ispirare o allontanare chi alla cura necessita di affidarsi. Ha spesso a che fare con l’esercizio del potere, che senza un adeguato bilanciamento, in temi delicatissimi quali la salute pubblica e le politiche culturali, le quali sono altrettanto basate su principi di tutela e conservazione, finiscono per attingere a misure coercitive, che non rappresentano realmente le volontà. Dal mondo antico ad oggi il riproporsi di questi attriti è stato ciclico, inarrestabile. La diatriba fra cosiddetti ciarlatani e sapienti ha da sempre acceso gli animi, fino ai giorni nostri. Nella Roma antica, come ricorda Cicerone, oltre ad affollare templi e santuari – celebri erano i luoghi di preghiera sull’Esquilino, zona malsana e insalubre, che ben si prestava a riti superstiziosi – il popolo ricorreva per curarsi a una folla di barbieri, flebotomi e maghi che, a ogni ora del giorno, intasavano i crocicchi esibendo unguenti e sanguisughe. Il ceto medio-basso invece preferiva i rimedi tradizionali, come il lauro, panacea di tutti i mali – le siepi di alloro ornavano il perimetro delle case in quanto antibatterico naturale – o preparati di pioppo e frassino, accompagnati da formule di scongiuro, diete ed esercizi fisici. A proposito di ostilità fra professionisti, essendo giunti a Roma a partire dal II sec a. C., i medici orientali, greci soprattutto, Catone il Censore, criticandoli, ricordava al figlio Marco una serie di rimedi naturali, come la foglia di cavolo per tumori, lussazioni e malattie nervose, o la radice del melograno contro i parassiti. Nel suo perduto De Medicina Domestica, considerato una sorta di enciclopedia del sapere medico tradizionale dei romani, alternando formule magiche a conoscenze empiriche, declamava le virtù delle erbe e del vino.
E qui già abbiamo gli strumenti per un’analisi antropologica interessante. I più poveri tendevano alla magia, il ceto medio amava la medicina botanica, fedele alla tradizione, i ricchi non disdegnavano di rivolgersi ai medici, anche perché avevano i mezzi per pagarne i servigi, e tuttavia restavano pur sempre fedeli alle pratiche erboristiche, anche di natura magica, in quanto ciò costituiva comunque un retaggio culturale verso cui neppure il patriziato romano più colto si dichiarava insensibile. Tale analisi ci spiega anche un’altra cosa. Quando a livello istituzionale interveniamo su questioni così nodali come appunto la cura, l’educazione, la custodia del patrimonio pubblico bisogna tener conto della composizione culturale, di tutti gli ingredienti che ispirano il convincimento collettivo, di quella che è la struttura sociale in cui ci muoviamo e il suo orizzonte storico.
Mi avvicino dunque all’argomento che è stato oggetto della mia più recente videolezione.
Come maneggiare la creatività. Ovvero: handle with care. Maneggiare con cura – ecco che torna la parola chiave a cui mi sono ispirata nei miei ultimi interventi e scritture. Aver cura è curare.
Ora, nel caso della creatività, delle opere d’ingegno, di tutto quello che a livello materiale e immateriale va ad alimentare il patrimonio delle idee, bisogna prestare la massima cura, per l’appunto, che è fatta di rispetto e di integrazione dei punti di vista. Non di integralismi.
Il difetto culturale di fondo che sta causando peraltro un cortocircuito di portata enorme nelle forme stesse del pensiero e nei mezzi attraverso cui ci siamo abituati a veicolarle finora – editoria compresa, ne ho parlato precedentemente intervenendo nel dibattito sulla chiusura di Hoepli – è proprio che per aderire alle vecchie forme, diciamo, bisogna essere granitici, monoblocchi che obbediscono a una dottrina o a un’altra. E questo, nella società della fluidità, dei rovesciamenti, del cambiamento purtroppo anche fine a se stesso, è un evidente controsenso. In tal modo si vorrebbe sostenere che ci sono dei portatori di verità da un lato e dei poveri inguaribili – torno all’idea di guarigione/cura ancora una volta, non a caso – senza direzione dall’altro, delle povere menti ingestibili che non è possibile reclutare in alcuna presunta ortodossia. Questo discorso viene anche a inserirsi nella mia precedente presa di distanza dall’ideologizzazione di ogni pensiero, fatto o fenomeno umano. Considerare ogni avvenimento misurandolo col metro ideologico è una forma di integralismo del pensiero, secondo me, altrettanto deleteria e pericolosa per molti motivi, fra cui il vizio interpretativo e la scorrettezza scientifica che reca in sé, ma prima di tutto per la sua profonda innaturalezza.
Aggiungo un’ultima cosa, perché ci tengo molto a questo concetto. A forza di imprigionare il pensiero in un meccanismo schematico e fazioso, si producono rigidità non solo opprimenti ma anche limitanti. L’atto creativo nell’essere umano è per eccellenza il più svincolato, liberatorio e rivelatore, qualcosa che potremmo dire in tutto simile, se non interamente, a una relazione intima. La spontaneità, lo slancio, lo sconfinamento che comportano queste cose non hanno evidentemente nulla in comune con l’esercizio concettoso, teorico e men che meno manualistico, improntato alla fede ideologico-politica.
Per concludere, un atto di fede è un libero atto di volontà. Se io decido che una teoria scientifica è plausibile, che un mezzo per curare funziona, mi affido, ripongo fides, fiducia, in quel sapere e in chi lo esercita. La coercizione diventa invece esercizio di potere, vale in ogni ambito della società, e in quello culturale particolarmente. Perché se si arriva a decretare chi possa essere un attore culturale e chi no, se si utilizzano vetusti strumenti, che si stanno sgretolando nelle nostre mani, per continuare a decidere sulla base di vecchi criteri chi possa veicolare delle informazioni e chi no – cioè il vecchio messaggio a scapito di un nuovo orizzonte veramente integrato che guarda all’innovazione, alla lettura autentica e genuina delle fonti, disposto anche ad ascoltare letture trasversali della realtà perché non ha nulla da temere – allora si ammette che non c’è vero interesse nell’edificare, nel dare nuove basi progettuali al nuovo. Comunque, anche stando così le cose, il processo avanzerà indipendentemente dai freni e dalle volontà contrarie. È nella natura stessa.
Alcuni di questi spunti sono raccolti nelle videolezioni pubblicate sul mio canale:
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Sopra, nelle immagini: 1. Negli ospedali dell’esercito romano prestavano servizio i medici militari, i cui nomi sono ricordati in molte lapidi tombali sparse per tutto l’Impero; 2. Rilievo romano raffigurante un medico in procinto di visitare una paziente
Appunti sulla mia sincronia…. Grazie, Carl Gustav Jung, che mi ricordi di essere sul sentiero giusto!
22 agosto 2026
Passando per strada, alzo gli occhi su una copertina esposta in un’edicola. C’è scritto così: Odissea, il più bel romanzo del mondo.
23 agosto 2026
Sfoglio la novella di Pirandello, Il dovere del medico, il cui titolo mi era affiorato ieri sera tra decine di prodotti in vendita su un sito, ai quali si alternavano titoli di libri usati. Mentre leggo comodamente seduta vicino alla finestra, tengo il braccio poggiato su una copia di Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona. Il racconto pirandelliano è incentrato su un uomo che rischia di morire per una ferita da arma da fuoco. Naturalmente su tutta la vicenda si allunga l’ombra della psicosi, nello stile del nostro autore. Dopo quindici pagine in cui si parla di emorragia e sutura, mi viene d’istinto d’interrompere. C’è qualcosa di esasperante in quelle righe che comincia a provocarmi un certo fastidio. Altrettanto d’istinto, afferro il libro di Florenskij che mi fa da poggia-gomito. Mi si apre al seguente passo: «L’arteria che alimenta di grazia celeste il suo corpo non deve in alcun modo ostruirsi, e le norme ecclesiali hanno proprio lo scopo di assicurare il libero flusso della grazia dal suo Capo fino al più piccolo dei suoi organi. Certamente, quanto più è ramificato il diffondersi del flusso sanguigno della testimonianza, tanto meno pericolosa per la vita di tutto il corpo ecclesiale è l’ostruzione di un determinato capillare». Sono rimasta a bocca aperta. La narrazione che avevo interrotto sembrava continuare in questo passo. Almeno sul filo dei simboli, sembrava la medesima voce che mi parlava. I due libri stavano dialogando. Ma questo travaso non era destinato a esaurirsi nel messaggio verbale. Bensì doveva rafforzarsi una seconda volta nel numero della pagina corrispondente: 94, per me due cifre in relazione significativa. Due archetipi. Caro dottor Jung, da quando ho intuito la tua teoria mentre camminavo all’inizio del settembre 2024 (il 4 e il 9!) per le vie di Bologna, mi si è aperto un mondo. Anzi, una molteplicità di mondi. Quel giorno non sapevo ancora che eri tu il teorico della mia esperienza, ma ciò che mi è accaduto non si poteva ignorare. La sequenza degli eventi è stata tale che ho cominciato a cercarne una spiegazione scientifica. Doveva esserci! E infatti l’ho trovata.
Come vedete, la scienza è un terreno estremamente creativo e fertile, proprio il contrario dell’ortodossia fine a se stessa che si pretende di affermare.
Healing begins when you share your story with safe people.
Mese di brillamenti solari, aurore boreali e comete. Ogni giorno di questo ottobre ci ha schiuso una mappa per navigare i cieli nell’alto e nell’interiore, ci ha fatto sentire legati a doppio filo con i ritmi dello spazio profondo, ci ha ricordato che siamo dei microcosmi infiniti e unisoni, ha fatto esplodere microcariche di energia e creato attrazioni e incontri che forse si preparavano da tempo. Nel prendere congedo da questa intensa celebrazione di mondi, si vuole riservare uno sguardo alle pubblicazioni dedicate all’universo, dalla cartografia antica alle opere divulgative tenute a battesimo dall’enciclopedismo settecentesco. In epoca moderna, anche in seguito all’invenzione della fotografia, ci volle tempo per mettere a punto tecniche e strumenti idonei agli scatti in notturna, in grado di restituire immagini piuttosto fedeli dei corpi celesti. Non è raro pertanto all’interno di poderosi tomi che si proponevano come una summa delle conoscenze scientifiche acquisite nella temperie del cosiddetto nascente progresso rinvenire tavole illustrate di straordinario pregio estetico, frutto di un’accurata osservazione dei cieli e dell’estro creativo dei loro ritrattisti. Al pari degli atlanti geografici terrestri, anche la cartografia astronomica è imago mundi, ossia riflette l’idea dell’uomo, il suo sguardo gettato sulle profondità siderali. Se si pensa che le prime cosmogonie si accompagnano all’invenzione della scrittura, dunque a partire dal IV millennio a. C., si tratta di un immaginario lunghissimo, davvero prolifico e sfaccettato.
Le costellazioni dell’emisfero Sud rappresentate come animali fantastici e personaggi mitologici in una mappa del cielo disegnata in Inghilterra nel 1700
Nel corso del Settecento, tra fermenti illuministi e rivoluzionari, si alzavano gli occhi al cielo con ancor più fervore, scorgendovi forse una smisurata metafora di libertà. La propensione didascalica continua tuttavia ad essere infiltrata da credenze di matrice medievale, riconducibile alla compilazione dei bestiari. Ancora all’inizio del XVIII secolo è infatti evidente come miti, leggende e creature fantastiche occupino un posto d’onore nella cosmologia.
Planisphaerium Coeleste di Matthäus Seutter, incisione del 1730
Un esempio particolarmente raffinato è il Planisphaerium Coeleste di Matthäus Seutter, un’incisione del 1730 inserita nel suo Atlas novus. Il foglio, inchiostrato a colori molto vividi, è una rappresentazione delle costellazioni simboleggiate secondo le loro tipiche figure e suddivise nei cieli dell’emisfero nord e sud. Una fascia chiara indica la Via Lattea. A contorno, sette cerchi, numero della tradizione mistica, in cui sono contenuti aspetti sia astronomici che religiosi. Uno sguardo d’insieme e trasversale su epoche e saperi.
Nel 1877 il giornalista francese Amédéé Guillemin diede alle stampe il libro Il mondo delle comete, subito disponibile in lingua inglese, apparso sugli scaffali delle librerie britanniche in uno dei periodi di massimo interesse per lo spazio. In queste pagine le opere grafiche e la narrazione scientifica intrecciano un dialogo affascinante, tanto da aver costituito un vero e proprio caso editoriale. Il volume offre una disamina dettagliata delle comete apparse nella storia, con un excursus di fonti e testimonianze relative alle diverse apparizioni, non disdegnando un’interpretazione antropologica dei fenomeni, sulle tracce di credenze, superstizioni, presunti prodigi. L’accostamento di tali riflessioni con disegni, incisioni, dipinti dà vita a un catalogo d’arte in cui ci si addentra come in una galleria.
Flammarion Camille, altro divulgatore scientifico, astronomo ed editore piuttosto noto ai suoi tempi, pubblicò Le stelle e le curiosità del cielo, tradotto e diffuso in Italia da Sonzogno nel 1904; una descrizione completa del cielo visibile ad occhio nudo e di tutti i corpi celesti facilmente osservabili. Da segnalare le ben curate spettrografie delle diverse stelle, nastri luminosi che si offrono come arcobaleni stilizzati. Si ricordi inoltre la sua preziosa Astronomia per signore, datata 1903, che ripercorre l’avventura poco nota delle pioniere delle stelle.
Spettri delle varie sorgenti luminose, solare e stellare
Fra gli autori contemporanei, in scia agli antichi trattatisti dediti al genere dei catasterismi, desidero menzionare Giulio Guidorizzi, illustre grecista negli atenei di Torino e Milano, studioso di mitologia e antropologia del mondo antico, autore di I miti delle stelle. Un vademecum per navigare i cieli seguendo le rotte delle “favole antiche” come già Leopardi le aveva cantate nei suoi cieli poetici.
Nella cornice delle iniziative di valorizzazione del patrimonio culturale italiano per il mese di maggio, mentre si preparano gli eventi legati alla notte dei musei, si ripropone una lettura specialistica da considerarsi un prologo significativo per ripercorrere i sentieri delle civiltà che ci hanno preceduti. Si tratta delle Tre variazioni romane sul tema delle origini a firma di Angelo Brelich, da cui ho ricavato alcuni spunti per la mia ricerca sugli immaginari collettivi e i nessi fra simbolo, linguaggio letterario e figurativo.
Dato alle stampe nel 1955 per le Edizioni dell’Ateneo, in collaborazione con “L’Erma di Bretschneider”, affascinante storia d’impresa libraria romana votata ai mondi dell’archeologia e dell’arte, l’emblematico saggio sulla religione agli albori di Roma non è solo una prova della perizia e dell’acume del celebre studioso italo-ungherese ma anche la testimonianza di come la profondità di uno studio possa restituirci un’immagine vitale e relativamente vicina dell’antico. Non perché lo si voglia forzare a parlare con voce attuale ma per le possibilità interpretative che un’analisi non affrettata e aderente ai contesti è in grado di schiuderci. Volgere lo sguardo alle forme culturali e cultuali di un remoto passato non significa considerare involucri vuoti ma estrarre visioni lontane e sfuggenti nella loro sostanza.
Il mito, inteso quale duplicità di azione e parola, è cosa viva come ci ha spiegato in altrettante pagine mirabili Walter Friedrich Otto. «Considerato sotto questo aspetto di azione culturale, il mito riesce comunque più facile ad essere afferrato nel suo giusto senso. […] L’azione culturale è invero l’accadimento divino stesso nel suo perenne ricompimento. […]… il mito come parola, conformemente al significato originario del termine. Che il Divino voglia manifestarsi nella parola, questo è l’evento massimo del mito. E come gli atteggiamenti, le azioni e le creazioni culturali [di cui abbiamo parlato] sono essi stessi mito, così anche il discorso sacro è la manifestazione diretta della figura divina e della sua potenza». (Theophania)
Passando in rassegna il culto prenestino di Fortuna e l’organizzazione calendariale monarchica da Numa a Servio Tullio, cioè vagliando temi storici, antropologici e religiosi su cui le fonti risultano lacunose e gli indizi latitano, Brelich ci dimostra come mettersi su tracce apparentemente labili, se non addirittura immaginando quelle tracce, può svelare approdi obliati, la cui esistenza non si sospettava neppure. Pur nelle cadenze metodologiche stringenti che ne fanno un testo per addetti ai lavori, lo storico si apre dunque a una narrativa ampia, poliedrica che chiama in causa aspetti politici e sacri. Ne esce una sorta di romanzo i cui protagonisti sono luoghi e figure chiave dell’antichità: templi, altari sacrificali, re, dei. Viene allora spontaneo domandarsi cos’abbiano da dirci adesso queste voci, queste personae e i loro sapienti curatori. L’orizzonte culturale e sentimentale che ci mostrano è tutt’altro che superato e riappropriarci di certe sensibilità o almeno tentare di avvicinarle nel nostro tempo dominato dalla fretta, dalle letture superficiali e dalla dimenticanza può senz’altro contribuire a ridefinire una scala di valori in cui offrire alle nostre radici nuovi terreni di crescita.
Nel corso di alcune ricognizioni sui paesaggi sacri del mondo antico ho avuto il piacere di riscoprire un bel volume edito da Celid che raccoglie gli atti del convegno tenutosi ad Aosta nel 1999 sulla montagna secondo gli antichi e le sensazioni che in loro suscitava. Non considero casuale questo “affioramento” librario visto che più volte nella cerchia dei sodalizi torinesi ho avuto la fortuna di parlare con chi alla Celid ha lavorato in un periodo di grande intensità per la casa editrice. Questa impresa, nel momento di più ampia diffusione della propria attività, si è valsa di editor accurati, procedendo a dare spazio a temi poco o affatto funzionali alle logiche di mercato, cosa che ha contribuito a un’impronta significativa quanto peculiare nel catalogo prodotto negli anni Novanta. O meglio, le esigenze del mercato di allora – e sono passati neppure una trentina d’anni ma sembra molto di più – contemplavano progetti in grado di resistere al tempo. Il libro, in quanto strumento di conoscenza, era chiamato a inserirsi nella costruzione di un pensiero ben delineato: il che non significa limitato, ma bilanciato e insieme aggettante. Con gli amici torinesi è spesso accaduto di parlare della solidità e durevolezza di certi libri passati, nel senso strettamente cronologico di pubblicati appena qualche decennio fa, rispetto alla nostra epoca di autopromozioni e lavoro creativo in serie. Leggendo simili opere si ha l’impressione di essere costantemente stimolati dalla materia scritta, un qualcosa che non risulta fine a se stesso ma che si apre ad altrettanti interrogativi, alle ipotesi di un dire ulteriore. Questa dimensione policentrica o multifocale, e lo slancio che ne consegue, è ciò che forse oggi manca a molti studi e ricerche. Si tratta infine di un aspetto autenticamente comunicante in quello che intendiamo rappresentare e nel grado di comprensione che vogliamo suscitare.
Dunque il racconto di un lavoro condotto con passione e attenzione nei confronti del materiale manoscritto e degli autori, una storia che ho più volte ascoltato dalla viva voce di chi vi ha partecipato, trova piena conferma in queste pagine. Il tema della cultura e ritualità montana risale dalle pieghe millenarie non come un fossile o una collezione museale dimenticata ma nel pieno dinamismo contestuale delle testimonianze epigrafiche, storiografiche ed epiche. L’immaginario arcaico, classico e tardo vengono analizzati all’interno delle coordinate religiose e politiche dei popoli antichi, con speciale riferimento alla civiltà romana. Non le forme svuotate di una luminosa cultura per cui si struggeva il romanticismo tedesco, non le divinità come “esseri belli di un mondo di fiaba” secondo la lezione schilleriana o le trepidazioni di Hölderlin, per cui Apollo e Dioniso erano solo gli dei del sole e del vino, cioè riflessi delle potenze di natura, o i volti di un eroismo sublime, in ogni caso frammenti statuari e vestigia del tempo cui destinare un interesse antiquario e letterario. Qui il sacro e i suoi rappresentanti tornano a veicolare un universo valoriale significante, colmo del proprio respiro, inquadrato in un cammino di fondazione e sacralizzazione degli itinerari alpini.
Si tratta della incomparabile forza creativa del pensiero religioso antico, che Walter Friedrich Otto riferiva in particolare ai greci nel mirabile argomentare della sua Theophania. In generale lo spazio gelido e innevato delle vette è percepito come entità più appartenente al cielo che alla terra. Alla montagna era perciò legato un sentimento spirituale del tutto caratteristico e persistente nel tempo, insinuandosi anche in epoche nelle quali simili paure ancestrali non avevano più motivo apparente di esistere. Il civis romano ha trionfato lungamente, spingendosi ai confini del mondo, perché ha seguitato a rispettare il senso del sacro in natura. Le direttrici appenniniche e alpestri così ricche di testimonianze cultuali confermano questa devozione e quanto l’inquietudine per la traversata di luoghi impervi riguardi indistintamente ogni classe sociale, compresi i funzionari di più alto livello da cui ci si sarebbe aspettati un atteggiamento più razionale e distaccato. A un graduale processo di statalizzazione e legalizzazione delle zone vallive, che avevano un’importanza strategica nella rete viaria dell’impero, continuava pertanto ad affiancarsi, anche a un livello politico-istituzionale, l’esigenza di una protezione sacra dai pericoli degli ambienti montani: insidie che potevano essere naturali o legate all’ostilità di chi abitava o a sua volta transitava in questi spazi. Un simile intreccio di interessi fu ben vistoso lungo la via ad Gallias: Augusto costituì dalla statio di ad Quintum (a Collegno, nelle vicinanze di Torino) al Mons Matrona, nell’arco di alcune decine di miglia cruciali per l’economia dell’intero pedemonte, un sistema di strutture sacrali, al cui interno ognuno poteva esprimere la propria pietas nei confronti della divinità che più aveva cara. Capolavoro di intelligenza politica e strumento nodale per la romanizzazione fra tarda repubblica e primo impero, lo straordinario processo di ordinamento amministrativo e sacrale delle vie di valico può dirsi una delle avventure più affascinanti e longeve dell’antichità, dove ataviche usanze e credenze s’incontrano con il bisogno di gettare ponti, di spingersi al di là, di offrire all’immaginazione, allo stupore e alla poesia un cammino nel mondo.
Berg und Gebirge als poetisches Motiv bei Claudian
Mario Bernardi Guardi, “Il sogno e il simbolo nutrono la creatività dell’incisore Klinger”, «Libero», 5 febbraio 2017.
Giorgio Bonomi ne scrive per la rubrica “Spigolature”, su «Titolo», rivista d’arte contemporanea edita da Rubbettino, n.14, estate-autunno 2017.
Ne hanno inoltre parlato sui loro profili e blog, Ofelia Sisca per «Mangialibri», Eleuterio Telese e «Toscana Eventi & News».
Paola Baratto, “Käthe Kollwitz, dal dolore alla responsabilità verso i giovani”, «Giornale di Brescia», 2 gennaio 2018.
Amedeo Anelli, “L’arte, l’uomo, la guerra: i pensieri di Käthe Kollwitz”, «Il Cittadino di Lodi», 8 febbraio 2018.
Rebecca Mais, su “beckyculturecorner.blogspot.com”, 17 dicembre 2018.
Leonardo Soldati, “Diario di Paula Becker. Vita e arte di una pittrice”, «Avvenire», 14 giugno 2020.
Paola Baratto, “Amo l’arte, voglio servirla in ginocchio perché mi pervada”, «Il Giornale di Brescia», 3 febbraio 2019.
Amedeo Anelli, “Quei pensieri sulla vita di una grande pittrice” «Il cittadino di Lodi», 1 marzo 2019.
Ne hanno inoltre parlato sui loro blog e profili, Daniela Distefano («Liberi di scrivere», 29 settembre 2019), Daniela Domenici («Daniela & dintorni», 24 gennaio 2019), Manuela Gatti, Giovanna Gheser, Antonella Lucchini («Mangialibri», ottobre 2019), Gian Ruggero Manzoni («Versante ripido», febbraio 2019), Mary Mazzocchi («Babele letteraria», giugno 2019), Chiara Romanini, Eleuterio Telese.