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Scienza e cura dei creativi

Una pittura dalle catacombe romane sulla pratica medica

*Scienza e cura un rapporto creativo in una relazione significativa*

La storia della cura, con le sue visioni contrapposte, i suoi successi e fallimenti, è avventurosa, da sempre al centro di dibattiti e scontri che hanno segnato punti nel campo della conquista o del regresso. Ne sono scaturite anche narrazioni leggendarie incentrate su figure che hanno rotto gli schemi, portato innovazione, punti di vista diversi e sfidanti. È in generale la storia del pensiero umano che in questo caso specifico cammina di pari passo con i metodi e la pratica del curare, con i modi in cui soccorrere e preservare i propri simili.

Passa attraverso personalità, caratteri, visioni in grado di ispirare o allontanare chi alla cura necessita di affidarsi. Ha spesso a che fare con l’esercizio del potere, che senza un adeguato bilanciamento, in temi delicatissimi quali la salute pubblica e le politiche culturali, le quali sono altrettanto basate su principi di tutela e conservazione, finiscono per attingere a misure coercitive, che non rappresentano realmente le volontà. Dal mondo antico ad oggi il riproporsi di questi attriti è stato ciclico, inarrestabile. La diatriba fra cosiddetti ciarlatani e sapienti ha da sempre acceso gli animi, fino ai giorni nostri. Nella Roma antica, come ricorda Cicerone, oltre ad affollare templi e santuari – celebri erano i luoghi di preghiera sull’Esquilino, zona malsana e insalubre, che ben si prestava a riti superstiziosi – il popolo ricorreva per curarsi a una folla di barbieri, flebotomi e maghi che, a ogni ora del giorno, intasavano i crocicchi esibendo unguenti e sanguisughe. Il ceto medio-basso invece preferiva i rimedi tradizionali, come il lauro, panacea di tutti i mali – le siepi di alloro ornavano il perimetro delle case in quanto antibatterico naturale – o preparati di pioppo e frassino, accompagnati da formule di scongiuro, diete ed esercizi fisici. A proposito di ostilità fra professionisti, essendo giunti a Roma a partire dal II sec a. C., i medici orientali, greci soprattutto, Catone il Censore, criticandoli, ricordava al figlio Marco una serie di rimedi naturali, come la foglia di cavolo per tumori, lussazioni e malattie nervose, o la radice del melograno contro i parassiti. Nel suo perduto De Medicina Domestica, considerato una sorta di enciclopedia del sapere medico tradizionale dei romani, alternando formule magiche a conoscenze empiriche, declamava le virtù delle erbe e del vino.

E qui già abbiamo gli strumenti per un’analisi antropologica interessante. I più poveri tendevano alla magia, il ceto medio amava la medicina botanica, fedele alla tradizione, i ricchi non disdegnavano di rivolgersi ai medici, anche perché avevano i mezzi per pagarne i servigi, e tuttavia restavano pur sempre fedeli alle pratiche erboristiche, anche di natura magica, in quanto ciò costituiva comunque un retaggio culturale verso cui neppure il patriziato romano più colto si dichiarava insensibile. Tale analisi ci spiega anche un’altra cosa. Quando a livello istituzionale interveniamo su questioni così nodali come appunto la cura, l’educazione, la custodia del patrimonio pubblico bisogna tener conto della composizione culturale, di tutti gli ingredienti che ispirano il convincimento collettivo, di quella che è la struttura sociale in cui ci muoviamo e il suo orizzonte storico.  

Mi avvicino dunque all’argomento che è stato oggetto della mia più recente videolezione. 

Come maneggiare la creatività. Ovvero: handle with care. Maneggiare con cura – ecco che torna la parola chiave a cui mi sono ispirata nei miei ultimi interventi e scritture. Aver cura è curare.

Ora, nel caso della creatività, delle opere d’ingegno, di tutto quello che a livello materiale e immateriale va ad alimentare il patrimonio delle idee, bisogna prestare la massima cura, per l’appunto, che è fatta di rispetto e di integrazione dei punti di vista. Non di integralismi.

Il difetto culturale di fondo che sta causando peraltro un cortocircuito di portata enorme nelle forme stesse del pensiero e nei mezzi attraverso cui ci siamo abituati a veicolarle finora – editoria compresa, ne ho parlato precedentemente intervenendo nel dibattito sulla chiusura di Hoepli – è proprio che per aderire alle vecchie forme, diciamo, bisogna essere granitici, monoblocchi che obbediscono a una dottrina o a un’altra. E questo, nella società della fluidità, dei rovesciamenti, del cambiamento purtroppo anche fine a se stesso, è un evidente controsenso. In tal modo si vorrebbe sostenere che ci sono dei portatori di verità da un lato e dei poveri inguaribili – torno all’idea di guarigione/cura ancora una volta, non a caso – senza direzione dall’altro, delle povere menti ingestibili che non è possibile reclutare in alcuna presunta ortodossia.
Questo discorso viene anche a inserirsi nella mia precedente presa di distanza dall’ideologizzazione di ogni pensiero, fatto o fenomeno umano. Considerare ogni avvenimento misurandolo col metro ideologico è una forma di integralismo del pensiero, secondo me, altrettanto deleteria e pericolosa per molti motivi, fra cui il vizio interpretativo e la scorrettezza scientifica che reca in sé, ma prima di tutto per la sua profonda innaturalezza.

Aggiungo un’ultima cosa, perché ci tengo molto a questo concetto. A forza di imprigionare il pensiero in un meccanismo schematico e fazioso, si producono rigidità non solo opprimenti ma anche limitanti. L’atto creativo nell’essere umano è per eccellenza il più svincolato, liberatorio e rivelatore, qualcosa che potremmo dire in tutto simile, se non interamente, a una relazione intima. La spontaneità, lo slancio, lo sconfinamento che comportano queste cose non hanno evidentemente nulla in comune con l’esercizio concettoso, teorico e men che meno manualistico, improntato alla fede ideologico-politica.

Per concludere, un atto di fede è un libero atto di volontà. Se io decido che una teoria scientifica è plausibile, che un mezzo per curare funziona, mi affido, ripongo fides, fiducia, in quel sapere e in chi lo esercita. La coercizione diventa invece esercizio di potere, vale in ogni ambito della società, e in quello culturale particolarmente. Perché se si arriva a decretare chi possa essere un attore culturale e chi no, se si utilizzano vetusti strumenti, che si stanno sgretolando nelle nostre mani, per continuare a decidere sulla base di vecchi criteri chi possa veicolare delle informazioni e chi no – cioè il vecchio messaggio a scapito di un nuovo orizzonte veramente integrato che guarda all’innovazione, alla lettura autentica e genuina delle fonti, disposto anche ad ascoltare letture trasversali della realtà perché non ha nulla da temere – allora si ammette che non c’è vero interesse nell’edificare, nel dare nuove basi progettuali al nuovo. Comunque, anche stando così le cose, il processo avanzerà indipendentemente dai freni e dalle volontà contrarie. È nella natura stessa.

Alcuni di questi spunti sono raccolti nelle videolezioni pubblicate sul mio canale:

How to handle creativity (Full video)

How to care (Full video)

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Per approfondire alcune di queste tematiche:

La buona cura e la qualità di vita / Quando l’ossessione per la protezione riduce l’assistito a un oggetto – Riflessioni sul campo di Letizia Espanoli

Sopra, nelle immagini: 1. Negli ospedali dell’esercito romano prestavano servizio i medici militari, i cui nomi sono ricordati in molte lapidi tombali sparse per tutto l’Impero;
2. Rilievo romano raffigurante un medico in procinto di visitare una paziente

Altri siti per approfondire da cui ho in parte tratto alcune delle mie informazioni:
* Il medico e la malattia nell’antica Roma – Su “Meer.com”
* La medicina nell’antica Roma – Su RomaGuides.it

Appunti sulla mia sincronia…. Grazie, Carl Gustav Jung, che mi ricordi di essere sul sentiero giusto!

22 agosto 2026

Passando per strada, alzo gli occhi su una copertina esposta in un’edicola. C’è scritto così: Odissea, il più bel romanzo del mondo.

23 agosto 2026

Sfoglio la novella di Pirandello, Il dovere del medico, il cui titolo mi era affiorato ieri sera tra decine di prodotti in vendita su un sito, ai quali si alternavano titoli di libri usati. Mentre leggo comodamente seduta vicino alla finestra, tengo il braccio poggiato su una copia di Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona. Il racconto pirandelliano è incentrato su un uomo che rischia di morire per una ferita da arma da fuoco. Naturalmente su tutta la vicenda si allunga l’ombra della psicosi, nello stile del nostro autore. Dopo quindici pagine in cui si parla di emorragia e sutura, mi viene d’istinto d’interrompere. C’è qualcosa di esasperante in quelle righe che comincia a provocarmi un certo fastidio. Altrettanto d’istinto, afferro il libro di Florenskij che mi fa da poggia-gomito. Mi si apre al seguente passo: «L’arteria che alimenta di grazia celeste il suo corpo non deve in alcun modo ostruirsi, e le norme ecclesiali hanno proprio lo scopo di assicurare il libero flusso della grazia dal suo Capo fino al più piccolo dei suoi organi. Certamente, quanto più è ramificato il diffondersi del flusso sanguigno della testimonianza, tanto meno pericolosa per la vita di tutto il corpo ecclesiale è l’ostruzione di un determinato capillare». Sono rimasta a bocca aperta. La narrazione che avevo interrotto sembrava continuare in questo passo. Almeno sul filo dei simboli, sembrava la medesima voce che mi parlava. I due libri stavano dialogando. Ma questo travaso non era destinato a esaurirsi nel messaggio verbale. Bensì doveva rafforzarsi una seconda volta nel numero della pagina corrispondente: 94, per me due cifre in relazione significativa. Due archetipi. Caro dottor Jung, da quando ho intuito la tua teoria mentre camminavo all’inizio del settembre 2024 (il 4 e il 9!) per le vie di Bologna, mi si è aperto un mondo. Anzi, una molteplicità di mondi. Quel giorno non sapevo ancora che eri tu il teorico della mia esperienza, ma ciò che mi è accaduto non si poteva ignorare. La sequenza degli eventi è stata tale che ho cominciato a cercarne una spiegazione scientifica. Doveva esserci! E infatti l’ho trovata.

Come vedete, la scienza è un terreno estremamente creativo e fertile, proprio il contrario dell’ortodossia fine a se stessa che si pretende di affermare.

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Materia scritta, rappresentazione, immaginazione

Un libro è un oggetto che raccoglie pensieri in forma scritta ma non è solo contenitore e veicolo di parole. Può trasformarsi e rappresentarsi in molto altro, acquisire un valore simbolico, sia autonomamente sia all’interno di un’opera figurativa, ed essere dunque percepito al di là del suo contenuto.


Torno a un tema già esplorato in precedenza per riportare l’attenzione sul libro come medium letterario e artistico, qualora le parti che lo compongono non siano concepite solo come funzionali alla struttura ma a loro volta comunicanti, fino a distinguersi come soggetto a sé, cioè elemento che si pone oltre una qualsiasi concetto rappresentativo, proiettandosi nella sfera immaginativa. In tal senso si tratta di quello che noi stessi identifichiamo col testo: un’idea del sacro, un valore legato alla testimonianza di un tempo storico, il fatto che quella copia fosse posseduta da un personaggio influente, destinatario di un riconoscimento pubblico che passa perciò anche dagli oggetti che ha posseduto, ad esempio i libri. È il caso delle biblioteche di studiosi o figure illustri che hanno contribuito al sapere scientifico e umanistico di un paese. Si pensi alla biblioteca di casa Leopardi, solo per citare un luogo noto in Italia fra molti altri.

Un volume, o una collezione, un corpus di manoscritti incluso lo spazio che li raccoglie possono essere quindi incarnazioni di memoria ed essere visti come emanazioni dei loro possessori. Per gli antichi i libri liturgici, che è chiaro avevano forma ben diversa da quella di epoca moderna, simboleggiavano l’appartenenza, il legame comunitario, l’atto di fondazione per volontà divina di una stirpe, di una città, di un’intera civiltà. Il racconto della genesi nel mondo greco antico è emblematico di come il sacro venga a depositarsi in persone, spazi, pensieri. I luoghi sono talora archivi orali, archivi dell’immaginario. Si pensi ad esempio ai siti di divinazione associati alla Sibilla o al Monte delle Muse. La stessa sorte seguono gli oggetti, come i donari di templi o santuari che includevano anche testimonianze scritte – per lo più incisioni – con una precisa valenza religiosa e politica.

Nell’antico Egitto, il libro era depositario di un potere, di nozioni segrete la cui consultazione spettava esclusivamente ai praticanti di una certa disciplina. A quanto pare i sacerdoti dell’Egitto protodinastico avevano scritto la somma totale della loro conoscenza in 42 libri sacri, che venivano portati in processioni religiose. Di queste opere sei riguardavano la medicina, occupandosi di anatomia, malattie in generale, chirurgia, rimedi, malattie degli occhi e malattie delle donne. La medicina aveva raggiunto un alto e sorprendente livello di specializzazione, tanto che l’arrivo in occidente di questo sapere avrebbe dato un impulso essenziale alla scuola medica ellenica, romana e successive. Citare da un papiro medico egizio o affermare che un medico aveva studiato in Egitto era garanzia di autorevolezza.
E ancora, restando al ragionamento già sviluppato in queste righe e nel precedente articolo, a proposito dell’intreccio fra significato e simbolo, anche in questo caso un’immagine è divenuta sintesi visiva di un’attività nella pratica medica moderna. Associazione fra l’altro favorita anche dalla natura stessa del linguaggio egizio, i geroglifici, un vero e proprio sistema misto di scrittura figurativa i cui caratteri si riferiscono a oggetti animati e inanimati e suoni. Fra questi, l’occhio di Horus è utilizzato nel campo della diagnostica per immagini (come le RX, radiografie), poiché già per gli antichi Egizi “vedere” e comprendere l’anatomia interna erano alla base della guarigione.

* I frammenti dell’Occhio di Horus furono organizzati insieme per formare la figura intera e a questi frammenti furono assegnati una serie di valori numerici con numeratore pari a uno e dominatori a potenze di due: 1/2, 1 /4, 1/8, 1/16, 1/32 e 1/64. Alcuni storici hanno suggerito che ciascuna parte dell’occhio rappresenti uno dei sei sensi: olfatto, vista, pensiero, udito, gusto e tatto. Sorprendentemente, se sovrapponiamo queste parti suggerite all’immagine sagittale media del cervello umano, ogni componente corrisponde a parti delle caratteristiche neuroanatomiche umane.

Noterete pertanto come il tema qui introdotto, ossia l’intersezione del piano materiale, rappresentativo e immaginativo, nel presente contesto prendendo le mosse dalla storia culturale del libro, sia un meccanismo innato della mente umana che si attiva in diversi ambiti della tecnica e della ricerca. 

La traslazione da oggetto-concetto a immagine-simbolo, la sovrapposizione fra contenuto e contenitore, lo sconfinamento di definizione fisica di uno spazio, di e la sua narrazione metafisica, dimostra come i processi cognitivi umani siano basati su una pluralità di codici che all’occorrenza convergono tra loro senza attriti. Studiare e approfondire queste zone di convergenza può schiuderci nuove frontiere metodologiche, in materia di assemblaggio dei codici, anche alla luce del dibattito sull’intelligenza artificiale che sembra entrare proprio adesso in una fase diversa. Mentre si levano voci demonizzanti e sempre più critiche, anche in quegli stessi spazi pubblici dell’informazione dove fino a ieri se ne parlava con tanto entusiasmo – mi domando da cosa sia dettata questa improvvisa onda di scetticismo – credo sia importante, nonché stimolante, mantendere viva una sana curiosità intellettuale che ci sta permettendo di esplorare le nostre attitudini da un punto di vista completamente inedito.

* Volendo approfondire la storia sapienziale dell’antico Egitto – Si veda “La biblioteca medica egiziana”

I miei video più recenti / My most recent videos:

Chiamatele Muse e Sibille – Call them Muses and Sibyls

Chiamatele Muse e poetesse – Call them Muses and poetesses

Il libro è un’infrastruttura civile – A book is a pillar of society

Si avvia alla chiusura (fino al 12 luglio 2026) la mostra fotografica “Le stanze dei sogni dimenticati”, allestita per ridare voce e rappresentazione ai reperti custoditi nei depositi del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma, in concomitanza con il recupero dello spazio del grande Ninfeo che occupa il centro della residenza.
Mentre è appena iniziata l’esposizione degli affreschi della Tomba François di Vulci per celebrare la recente acquisizione da parte dello Stato italiano.


Forgotten Dreams at Villa Giulia Museum – Video on my youtube channel

A proposito di sovrapposizioni di immagini e significati, osservando la collezione Castellani a Villa Giulia, si resta colpiti da quanto l’arte orafa etrusca, e in generale la raffinatezza raggiunta dalla toreutica presso questa civiltà, abbia ispirato le produzioni moderne. Perfino nella ritrattistica dalla metà all’inizio del Novecento, molte donne dell’alta società, vengono rappresentate con monili che ricordano nelle forme gli oggetti rinvenuti nei corredi tombali delle necropoli etrusche. La fotografia della teca qui pubblicata mostra un fermacapelli che potrebbe far pensare sia a un caduceo che a un’insegna romana. La ricchezza di suggestioni e metamorfosi è davvero straordinaria.

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Il dire sognante: immagini metaforiche e poesia

Caduceo o bastone di Asclepio? Dal mito al simbolo

Riprendendo alcuni concetti che erano confluiti nella mia lezione sulla sintassi dei sogni, torno a citare dal paragrafo di Simon Monneret dove emerge l’idea di condensazione. Scrive l’autore in queste pagine: «Il sogno riunisce dei pensieri sparsi nel contenuto latente e li condensa in una sola immagine. Essere obbligato a rappresentare più pensieri con una sola immagine è al tempo stesso la povertà e la ricchezza del sogno. In effetti, ogni elemento del sogno risulta così arricchito, surdeterminato; a partire da questo elemento potranno svolgersi parecchie catene associative, orientate in direzioni diverse. […] La condensazione è, in qualche modo, un ingorgo del sogno, un sovrappiù di significato che fa dire al sogno, in una sola immagine, più di quanto potremmo dire da svegli col nostro linguaggio. Questo, infatti, tende a rendere ogni cosa con un solo segno. Per questo la condensazione è stata paragonata a una figura del linguaggio poetico che è la metafora. Infatti la metafora condensa parecchi significati in una sola immagine. Questo raffronto del lavoro del sogno col linguaggio poetico è stato fatto da Roman Jacobson e ripreso da Jacques Lacan». (Il sonno e i sogni. Teoria e pratica)

Per Lacan il sogno ha la struttura di una frase o di un rebus. È a tutti gli effetti un testo da decifrare. Da una parte, in quanto finzione, il sogno ci fa uscire dal reale, anche per proteggerci. Tuttavia ci offre pure un mezzo di confronto. La poesia incarna la trascendenza della parola. È lo spazio d’espressione in cui il linguaggio comunica al massimo grado con chiarezza in forme peculiari; la vera poesia infatti non è criptica o involuta ma densamente limpida. Il poeta, proprio come fa il sogno, irrompe nel codice linguistico convenzionale spaginandolo e dissestandolo per creare un evento di senso. Codice linguistico poetico e codice onirico si possono pertanto rappresentare come l’intersezione di due insiemi.

La storia del caduceo, in quanto simbolo e rappresentazione metaforica, è un esempio di sovrapposizione di senso, di condensazione concettuale in un’immagine o, se preferite, di assemblaggio di codici. L’idea di cura nell’immaginario antico si lega strettamente al dire poetico. Curare è manifestare quell’idea e quell’atto anche attraverso la parola, è comunicare, e ancor più è infondere nella parola e in chi la riceve la possibilità di condurre con successo quell’azione.
Se, a livello immaginativo, il bastone di Asclepio e il caduceo di Hermes divengono via via simboli intercambiabili degli ambiti in cui si pratica la medicina, non si tratta di un esito privo di nessi. Asclepio è il figlio di Apollo, il dio della poesia, fra le altre qualità che gli vengono attribuite. Apprese l’arte della guarigione dal centauro Chirone che, com’era d’uso per queste creature, deteneva poteri taumaturgici e magici; si diceva che fosse capace di entrare in contatto con i morti e riportarli in vita. Da parte sua Hermes è un messaggero, divinità della comunicazione, che viene a mostrare la via da intraprendere per salvarsi o per perdersi irrimediabilmente. Quindi, medicina, poesia, magia costituiscono nella cultura greca arcaica e, in conseguenza, nel retaggio mitologico e religioso ellenico, tre aspetti strettamente intrecciati. In epoca moderna gli ermetici sono alchimisti e poeti, in onore dell’antico volto divino che sorvegliava i bivi; la strada da percorrere per giungere alla meta o per trovare se stessi.

La ricostruzione storica sancisce come definitiva la confusione fra i due simboli quando durante la seconda guerra mondiale un ufficiale dell’esercito americano, il Colonnello Hoff, scambiò erroneamente il caduceo per il simbolo della medicina, adottandolo per il Medical Corps statunitense. Tale errore, se così si può dire, ha influenzato i loghi di molti ospedali e organizzazioni, specialmente nel mondo anglosassone. In alcuni contesti – tra cui spesso in Italia – il caduceo è utilizzato come stemma delle farmacie. In questo caso, i due serpenti vengono talvolta interpretati metaforicamente: uno rappresenta il veleno (la tossicità) e l’altro il rimedio (la cura), unendo l’idea di equilibrio nella somministrazione del farmaco; si ricordi che la parola greca antica pharmakon assume entrambi i significati a seconda del contesto. Vi sarebbe infine il fattore estetico e araldico: il caduceo presenta una struttura simmetrica che spesso risulta più accattivante e bilanciata rispetto al più semplice bastone con un solo serpente.


Ma questo chiaramente non è che l’esito di un processo molto più lungo e profondo che ha investito la mentalità umana in epoche e culture diverse, annidandosi per molto tempo nel terreno fertile degli immaginari. Che il caduceo a un certo punto fosse percepito come intercambiabile o perfino attribuibile ad Asclepio è di fatto, lo abbiamo visto, legato a una lontana provenienza.

In aggiunta a tutto ciò, oggi forse l’esposizione algoritmica sta decretando il velocizzarsi di certe dinamiche del ragionare, comportando una riorganizzazione del pensiero logico, cosicché ci troviamo sempre più a familiarizzare con forme di ragionamento non convenzionali che assecondano l’associazione di idee e le correnti simboliche dell’inconscio. Inoltre, se osservare la sincronicità è un po’ ripercorrere le orme del pensiero magico, può darsi anche che l’incremento algoritmico ci spinga paradossalmente – ma neppure così tanto – a riadattare e orientare i nostri modelli di pensiero verso queste forme, che poi sono parte costitutiva e integrante della nostra più remota storia culturale.

Tornando quindi alle premesse da cui siamo partiti, potremmo dire in termini piuttosto stringati che la mente vigile è avvezza alla prosa, adottando una logica sequenziale, mentre il sogno e la poesia sovvertono le regole della logica, aggirando le difese razionali. Qui la parola sconfina e scioglie il collante fra significante e significato, diventando altro, offrendosi come pura materia sensoriale. La parola cantata agli albori del tempo nei formulari magici o nel dire oracolare per curare e possibilmente guarire. 

Da questo punto di vista, anche in tal caso, lo si può definire un ritorno al mondo magico, al riflettere sulla realtà in termini incantatori, di influssi subiti o gettati sulle cose, laddove la nostra presenza da quando condivide le sorti terrene vacilla in cerca di riferimenti e rinnovati appigli.

* Per recuperare la traccia degli argomenti presentati nella più recente serie dei miei articoli si rimanda alla mia videolezione: La sintassi dei sogni / The Syntax of Dreams

* Tra simboli e itinerari. Proseguendo a esplorare gli spazi della cura che contraddistinguono la storia urbana e artistica di Firenze, su cui avevamo già avuto modo di soffermarci, qui l’articolo sulla farmacia più antica del mondo, da spezieria conventuale a simbolo della città:
https://www.menshealth.com/it/lifestyle/vacanze-viaggi/a71449703/citta-farmacia-piu-antica-mondo-italia/

Sull’intreccio fra parola, arti visive e guarigione.
La mia collaborazione con Karel Fehr, fotografo, consulente d’immagini, poeta:


Alcune delle mie ultime video narrazioni sui temi dell’acqua, della terra e della guarigione:


Miet Warlop, Si ha cura, Biennale di Venezia_Padiglione del Belgio, 2026

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Un parlare cifrato tra linguaggio dei sogni e grandi archetipi

Via Cumana entrando da Via Vermiglioli – già Via e piazza Vermiglia (Perugia); i luoghi ci parlano, non è solo spazio quello che attraversiamo.

I codici sono alla base della comunicazione umana fin dai tempi più antichi. Quando fra due o più interlocutori non è possibile procedere a un confronto scoperto oppure nel caso in cui si senta il bisogno di elaborare un nuovo linguaggio, per ragioni di potere o prestigio, al fine di affermare se stessi, il proprio gruppo di appartenenza e la storia che lo contraddistingue, in una modalità unica ed esemplare, l’adozione di un codice diviene un medium efficace, giocato su un’enigmatica polisemia.

Nella mia recente permanenza a Perugia ho avuto il piacere di visitare la mostra “Pergamene che parlano”. Oltre a delineare un percorso tematico sull’idea del manoscritto che diviene oggetto d’arte e opera dipinta – le “coperte” dei registri notarili sfoggiavano spesso la pittura di stemmi familiari dei compilatori – lo stemma di per sé acquista un’autonomia rappresentativa e di rappresentanza, tanto da imporsi come elemento che pervade la cultura visiva europea a partire dal Medioevo. Si tratta di un vero e proprio codice che incarna la quintessenza grafica della storia comunale. Traslando tali aspetti nel perimetro dell’innovazione digitale si direbbe che ci muoviamo in un sistema multimodale ante litteram, dove cioè il contenuto passa da una modalità espressiva a un’altra, in questo caso dalla parola alla sintesi figurativa. L’espressione grafica rafforza il sigillo araldico, e viceversa, in una commistione di linguaggi che rivendica l’autorevolezza del copista e amplifica il senso del messaggio. Già secoli addietro, fra le esigenze dei funzionari responsabili della cosa pubblica, vediamo come riconoscibilità, immediatezza dell’informazione, propensione a intersecare piani comunicativi differenti segnino un momento decisivo dell’utopia politica, culturale e artistica desiderosa di lasciare la propria impronta. E tutto ciò è passato attraverso l’elaborazione di un codice condiviso dalle classi dirigenti del periodo comunale.   

Qui si inserisce anche l’odierna ricerca sui processi di rappresentazione simbolica e lo studio dei vettori che ne veicolano la capillare diffusione in ambiti affatto contigui del vivere umano. Roberto Balzani, storico dell’Università di Bologna intervenuto nelle scorse settimane al convegno sui rapporti tra IA e beni culturali, ha definito questa innovativa forma di esegesi una “nuova euristica”. Cito dalla sua lezione: «Molti di questi processi non sono affatto controllati, si sviluppano attraverso delle forme di contatto fra condizioni esterne, personalità e disponibilità di vettori semantici che sono più adatti a trasferirli. […] Se riusciamo a dimostrare come questi processi si sono generati, siamo anche in grado di cominciare a costruire un filone su questo tipo di rappresentazioni che oggi sono alla base di altre forme di comunicazione sociale, di vitalità delle informazioni, di come esse si sviluppino per contatto, come si riproducano e così via. Stiamo parlando di una specie di archetipo di questo argomento».   

Nella definizione di simili meccanismi, di una fenomenologia relativa a certi simboli che sembrano essere più predisposti a incontrare altri immaginari, ho ritenuto d’interesse esplorare il funzionamento dei sogni e l’idea di sincronicità. È questo l’oggetto dei miei ultimi articoli e delle annotazioni che hanno riempito i taccuini in cui ho descritto le mie esperienze al riguardo. Sono giunta anche alla conclusione che esercitando la sfera sensibile ci si possa aspettare le sincronicità, presagirne l’apparire, quali tracce significative seminate dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia. Una volta osservato il raggio d’azione di questo passe-partout tra sogno e veglia, se ne guadagna l’attitudine a interpretare con inedita profondità eventi della nostra vita a cui non avevamo dato importanza o che non eravamo riusciti a comprendere, e si può pure registrare una maggiore frequenza del loro visitarci.

Traggo qualche considerazione da un paragrafo di Simon Monneret sul linguaggio dei sogni: «Freud aveva posto l’accento sul fenomeno di sovrapposizione delle immagini nel sogno, fenomeno che aveva chiamato condensazione. Questa sovrimpressione di elementi consisteva essenzialmente, per Freud, in un rapporto fra gli eventi recenti e quelli passati. Heinz Hartmann ipotizza che questo processo testimoni delle connessioni fra i canali di memorizzazione antichi e recenti. Afferma dunque con Freud che il sogno non è una successione assurda di immagini senza collegamento. […] D’altra parte, accanto ai fenomeni di spostamento e di condensazione, ci si può anche domandare che cosa significa l’aspetto lineare del sogno. Il sogno, in realtà, è al tempo stesso una forma di racconto o di storia, ma anche una storia spezzata, che salta senza preavviso da un piano all’altro».

Dunque due narrative, l’una improntata alla linearità, l’altra alla discontinuità, disgiunte, autonomamente significanti, spesso compresenti. E poi vi è il vastissimo capitolo contenutistico che spazia dalla tipicità alla premonizione, quest’ultima sconfinante nella parapsicologia e vicina ai grandi sogni junghiani degli archetipi. Oltre all’influsso esercitato dai cosiddetti schemi di civiltà, per cui i sogni sono innegabilmente intrisi di valori culturali e simbolici che mutano e si trasformano insieme ai cambiamenti della società; al riguardo si sono già esposte le riflessioni di Eric Dodds e Giulio Guidorizzi.

Credo che tutto questo sia estremamente rivelatore di quanto abbiamo illustrato in precedenza sulla comprensione dei fenomeni sottesi alla rappresentazione simbolica. Mi sembra che il cosiddetto codice onirico, come ho avuto modo di descriverlo negli ultimi interventi dedicati anche all’esposizione algoritmica, possa offrirci delle chiavi di lettura molto utili sul fronte dell’innovazione e delle nuove prassi comunicative legate all’affermarsi di programmi che sembrano basarsi in buona parte proprio su queste stesse caratteristiche.    

La mostra “Pergamene che parlano“, organizzata dalla Fondazione Perugia; ingresso libero fino al 2 giugno 2026

Libri in strada, abbandonati su un muretto a Perugia; ho trovato la mia ierofania

Precedentemente un’altra ierofania: la cultura e l’arte sono continuità, non mi stanco di ripeterlo

Al Museo del Capitolo di San Lorenzo mi è venuta incontro la statua in legno policromo di Giuliano l’ospitaliere: figura significativa del mio percorso, entrata nella mia poetica (e nella mia vita), presenza simpatetica fin dal viaggio di tre anni fa nelle terre del maceratese a lui e alla Sibilla consacrate.

Fotografie di Claudia Ciardi ©

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Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri

Ulisse e le sirene, dall’antico al moderno

Cos’hanno in comune queste tre figure del mito e del folklore popolare insofferenti alle classificazioni antropomorfe ma anche a quelle teriomorfe e demoniche? Molto, direi moltissimo. Intanto il fatto che provengono da uno strato di credenze e devozioni che poco o nulla condividono con la religiosità ufficiale. Varianti di una ritualità privata, irregolare, e di una mentalità superstiziosa dove l’atto di fede si fonde col magico.

Si tratta di creazioni della fantasia tante volte mutate e reinterpretate nella storia, e proprio tale elemento, ossia il loro depositarsi nel patrimonio leggendario e fiabesco, significa che provengono da quei medesimi strati profondi dell’immaginario collettivo che a intervalli regolari le ha attirate a sé con rinnovato sentire.

La loro appartenenza al folklore arcaico, tardoantico, bizantino, medievale, moderno e contemporaneo testimonia una sorprendente vitalità, un’incessante metamorfosi che non ha mostrato segni d’invecchiamento, quasi che la loro personalità fosse tutt’uno con una struttura del pensiero fatalmente innescata e chiamata, al mutare delle epoche, a divenirne interprete.

Quanto all’essenza demoniaca è un altro tratto comune, nel senso originario trasmesso dalla cultura greca, ossia collegato a un’incertezza nello status della creatura analizzata, non necessariamente portatrice di negatività. Ora, se per le sirene e il vampiro questa caratteristica maligna pare più vistosa fin dalle origini, nel caso della Sibilla attiene a un’evoluzione successiva del personaggio, specie nella sua presenza tardoantica, medievale e moderna, quando viene ripensata come fata e profetessa di sventure.

In ogni caso sono tutte e tre entità temibili perché depositarie di poteri incontrollati, preclusi all’esercizio umano e alla sua comprensione, nonché in contatto con il divino, con dimensioni svincolate dall’esistenza terrena e con il regno dei morti. Ma proprio qui risiede il loro fascino intramontabile e ciò che ha alimentato innumerevoli reinvenzioni, adattamenti, sovrascritture.


Sulla grecità del vampiro si rimanda agli esaustivi capitoli della monografia di Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro (2022), mentre per una panoramica sulle elaborazioni del fantastico nella cultura ellenica antica si veda Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi (2021). Infine, una sintesi sulla religiosità misterica e le creature liminali che l’accompagnano, spesso depositarie di un simbolismo ermetico, si trova nel volume di Ezio Albrile, Misteri pagani, mistero cristiano (2019). 

La sirena è al centro di un cambiamento di rappresentazione fisiognomico e caratteriale, per cui da demone alato capace di attrarre a sé in un incantesimo mortale, diviene la donna pesce, bella e seducente, fatale ma anche triste e bisognosa di essere salvata.

E fa riflettere anche la consacrazione in film e sceneggiati televisivi. Altro snodo significativo. Il cinema, ultima musa figlia della contemporaneità, cede immediatamente al magnetismo di questi caratteri ancestrali. Sibilla, le sirene, e più di tutti il vampiro, al centro di una riscrittura pressoché continua, indossano i panni di personaggi che poco o nulla hanno in comune con l’antico, con le origini della loro rappresentazione mitologica, ma si pongono come interpreti dei turbamenti e delle vicissitudini dell’oggi. Eppure, anche in questa traslazione, il potere evocativo che sprigionano è frutto dell’intensa stratificazione che il nome manifesta. Nomen omen, è vero. Per le figure mitologiche ancora di più.

A quanto pare ci sono proiezioni fantastiche elaborate dal nostro pensiero che meglio si prestano ad attraversare il mondo e che non smettono di parlarci con voce limpida ed attraente dalla notte dei tempi. In questa breve rassegna abbiamo provato a individuare alcuni motivi di tale longevità. Un’altra creatura che gode di uno status simile, forse un gradino appena sotto l’indiscussa popolarità dei tre protagonisti qui citati, è la Gorgone, di cui ho avuto modo di occuparmi fin dalla mia tesi e, a intervalli, in alcune altre scritture. Con il diffondersi della psicoanalisi l’interpretazione dei miti in tal senso ha aperto ulteriori prospettive e, in molti casi, sovrapposto significati che è diventato difficile scindere dalla loro vera natura deducibile dallo studio filologico delle fonti.

Dunque, ancora una prova di ciò che si è esposto in queste poche righe. Un’arte nuova, il cinema, e una nuova scienza, la psicoanalisi – peraltro fin da subito inclini alle contaminazioni – risultano immediatamente irretite dal ragionamento sulla mitologia. Il pensiero va a Murnau, regista e indiscusso pioniere dietro la macchina da presa, che fa dell’introspezione filmica il pilastro del proprio linguaggio; il suo Nosferatu, variante del Dracula di Bram Stoker di cui non ottenne i diritti, costituisce da questo punto di vista una resa emblematica.  

Attrattività dell’archetipo e immedesimazione. Sono questi gli elementi che favoriscono la familiarità con le espressioni del mito antico al punto da percepirle vicine e per certi versi contigue al nostro stesso modo di pensare e immaginare. Volti e narrazioni che toccano corde profonde, calate nell’inconscio collettivo, dove il tempo umano, la contingenza, il succedersi degli eventi vengono trascesi, lasciandoci intuire un’estensione più coesa e insieme sfaccettata del nostro andare lungo il corso delle epoche.    

A Bologna ci sono i vampiri! L’ho sempre sospettato da quando anni fa mi capitò fra le mani il libro di Carlo Dogheria, eclettico studioso e saggista bolognese.
Fino al 18 gennaio da giovedì a domenica potete visitare la mostra immersiva “Vampiri” organizzata da Alterego a Palazzo Pallavicini.

Grazie al “Laboratorio Studi Neogreci Mirsini Zorba” dell’Università La Sapienza di Roma per aver accolto la mia traduzione di alcuni scritti di Kostantinos Kavafis.

Ringrazio “Scambialibri-amo” il progetto di book-crossing a Livorno ideato e coordinato dall’infermiera e bibliofila Federica Pracchia.
Per informazioni raggiungete la pagina facebook. Qui sono in buona compagnia della mia Sibilla e di altri volumi (Thomas Mann, Joseph Roth, Elsa Morante) fra le scaffalature di Piazza Damiano Chiesa nel cortile di Castagneto Banca. Invito tutti a visitare questo spazio accogliente al centro di un quartiere dinamico e solidale fra l’ospedale cittadino, la sede dei donatori di sangue, botteghe tradizionali e ottimi locali dove fermarsi a fare uno spuntino. Siete a due chilometri circa da Via Grande, il centro della città e, con una passeggiata di una ventina di minuti, potrete scoprire una zona molto interessante del capoluogo labronico.

Qui le playlist del mio canale youtube:
* Le mie videolezioni
* Poesia, senso del sacro e immaginario collettivo
* Arte, architettura, letteratura

Alcune immagini su cui si conclude quest’anno:
The power of rebirth
The gift of words, the dimension of travel and encounters, objects found along the way, the exchange of solidarity through the experience of book-crossing, the constant magic of synchronicity.
Il dono delle parole, la dimensione del viaggio e dell’incontro, gli oggetti trovati lungo il cammino, lo scambio solidale attraverso l’esperienza del book-crossing, la magia costante della sincronicità.

Che dire gente: buona fine e buon inizio!

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Simbologie teurgiche

Giorni di fine novembre. Come lo scorso autunno il sole è nuovamente entrato in una fase acuta di attività; l’espulsione di massa coronale ha riportato nei cieli, a diverse latitudini, lo spettacolo delle aurore boreali. Ho trovato magnifico che proprio in queste ore si festeggiasse Leonardo Fibonacci.


L’immaginazione antica avrebbe forse interpretato tali avvenimenti – il fenomeno cosmico entro la misura calendariale – come segno divino, la traccia viva di un’armonia superiore operante nello spazio e nel tempo. Fra l’altro, alla base di certe credenze religiose, il ritorno rituale a una dimensione superiore rappresentava un ideale iniziatico e una necessità sacra per ritrovare la propria unità e unicità di corpo e anima.

Il viaggio astrale nel rito teurgico era un’esperienza extracorporea in cui la coscienza si distaccava dal corpo fisico per esplorare altri piani di esistenza. A differenza della medianità, l’individuo viaggiava coscientemente verso esseri o luoghi, valendosi di questo mezzo per congiungersi spiritualmente con forze superiori, in una sorta di “matrimonio mistico”.

Giamblico, fra i massimi interpreti delle dottrine misteriche, autore del più importante commentario all’opera di Giuliano il Teurgo, nonché fondatore della scuola di Apamea dove la teurgia era argomento di dissertazione ma anche disciplina praticata, accomunava l’immaginario religioso egizio a questo genere di culti d’indirizzo neoplatonico, individuandovi radici condivise. Il comunicare l’inesprimibile attraverso simboli, la tecnica estatica per tornare, almeno idealmente, al mondo smarrito degli dei, la ricerca dei frammenti di una creazione spirituale dimenticata – il mito di Iside e Osiride è in tal senso un’allegoria liturgica.    

Nella teurgia il viaggio astrale non è solo un’esplorazione speculativa ma uno strumento utile a congiungersi misticamente con esseri sovrannaturali e ottenere in cambio una maggiore consapevolezza e integrità personale. Passa da qui il pensiero che si riesca ad agire sulla presenza del divino, sulla natura e l’essenza del suo manifestarsi, ricorrendo all’arte mantica. L’anagogè della tradizione oracolare caldaica e della filosofia neoplatonica, come la merkabah del misticismo giudaico, implicano la separazione della mente dal corpo o trasmigrazione dell’anima o telecinesi del corpo stesso. Ad ogni modo, si tratta di eventi visionari su cui si regge l’attitudine estatica né sorprende che una simile concezione faccia largo a spunti e suggestioni magiche.
Le tecniche di concentrazione e di controllo del respiro esposte nella “Lithurgia mithriaca”, fondamentali per la buona riuscita del viaggio mistico, sono riconducibili al cosiddetto principio di empatia cosmica che ispira anche l’antica medicina greca, e nello specifico la teoria umorale. Si riteneva che lo sperma, proveniente dal midollo spinale, fosse un fluido igneo e luminoso, sul quale lo pneuma agiva come soffio vivificante. Tali speculazioni mediche rientrano in un patrimonio di mitologie arcaiche di matrice non solo ellenica ma anche indo-iranica.

Come più volte leggiamo negli oracoli caldaici, quale immagine-chiave ricorrente, il fuoco è la sostanza più elevata dell’organismo umano: il corpo, in quanto microcosmo, era formato dai quattro elementi fisici.

Non è un caso che nel Novecento, il secolo che scopre la psicoanalisi, si assista al moltiplicarsi di studi sui culti astrali e le religioni antiche, di matrice orientale soprattutto. L’esplorazione del legame inestricabile fra sapere soprannaturale e forza magica, la volontà di carpire o almeno provare a sondare il mistero di quella che potremmo definire una ierofania psichica, va in parallelo con la scoperta dell’inconscio e con il suo potere di influire sulla realtà.

L’energia mentale diviene oggetto di una rinnovata attenzione che necessariamente spinge a riconsiderare il punto di vista degli antichi su questioni di tal genere. In particolare, il concetto di trasformazione magica, assente nella religiosità civile ma ben operante all’interno dei culti misterici di epoca tardoantica, permette di rilevare certe implicazioni psichiche sulla presenza del sé, sul definirsi del proprio esserci nel mondo, in scia a quella che sarà anche l’indagine demartiniana sul fronte antropologico.

Questo fattore magico si esplica in una convergenza fra cerimonie cristiane e credenze orfico-dionisiache, a partire dall’idea di morte-rinascita passando per l’interiorizzazione rituale del dio: si pensi in proposito al “pasto sacro”.

Realtà fisica, visione cosmica, operatività magica saldate su un desiderio di ricongiungimento universale che si percepisce come scaturigine, come atto primo di creazione e fonte di ogni immaginazione, non accennano dunque a disperdere il loro vitalismo, addirittura contro ogni pronostico nei tempi del progresso scientifico e, oggi stesso, nella nuova era algoritmica. Anzi, viene da dire che questi temi esercitino un fascino perfino crescente, quasi che l’essere umano per istinto ricorra da sempre alle sorgenti spirituali per placare la sete che certe fasi storiche gli impongono. Quando è vicino a smarrirsi, il fuoco elementale torna ad accendersi in lui, riportandolo sul sentiero di una mitologia sacra, di una poesia che lo colma, di una rivelazione che va oltre la finitezza e la resa emotiva. Se posso sentire l’intensità di una stagione mentre cammino sotto gli aceri in autunno, percepire dentro di me il mutare delle nuvole osservando il cielo fra quei rami, ascoltare ogni cadenza legata a eventi apparentemente lontani fra loro e avvertirne così i legami, so per certo che nulla è andato disperso di certe voci, perché ancora mi parlano, perché ancora fluiscono nel grande sapiente strumento dell’immaginario umano.


Pagine per l’autunno e per l’inverno/ Pages for fall and winter 📚🕯️#books #pickabook #autumncolors
https://www.youtube.com/shorts/wspKC8MSwaA

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Si veda anche l’articolo precedente / To my previous article:



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Magia sacra ed essere umano divino

Nella tarda antichità si assiste al diffondersi di un’idea di trasformazione magica – assente nelle religiosità cosiddette civili, figlie delle istituzioni – conseguita attraverso elaborati rituali di “morte” e “rinascita” a nuova vita. Tali credenze sono alla base delle dottrine misteriche in cui confluiscono molti aspetti filosofici e teologici dal neoplatonismo all’orfismo ai culti di matrice orientale, laddove la teologia stessa sconfina e si confonde per l’appunto con le pratiche magiche. Fra i maggiori coltivatori di queste ricerche attorno alle quali fioriscono numerosi studi, soprattutto all’inizio del Novecento, vanno indubbiamente annoverati Hermann Usener e Richard Reitzenstein (1902; 1904).

Abbiamo già avuto modo di soffermarci, parlando della longevità trasformativa che caratterizza la figura della Sibilla, sulla devozione popolare che organizza immaginari rituali propri, svincolati dall’ufficialità, vincendo e superando nel tempo il logorarsi delle liturgie di potere.

Col tramonto del mondo antico, stando alle più recenti conclusioni in materia di storia delle religioni, si è riscontrato come diversi culti siano oggetto di un processo di rinnovamento, saldandosi in una sorta di sincretismo convergente. In particolare, lo studio dei documenti della religione egizia in età ellenistica, con riferimento ai papiri magici e alle raccolte di preghiere più vicini alla devozione dei ceti bassi, restituisce un intreccio di influenze che mostrano con chiarezza quanto il cristianesimo stesso abbia attinto al misticismo ellenistico.

Se la storia della civiltà greca era dominata dall’antitesi tra la religione olimpica e le credenze misteriosofiche, quest’ultime veicolate principalmente dai santuari demetriaci e dalle comunità orfiche e pitagoriche, la cesura pare riassorbirsi nell’orizzonte concettuale del periodo tardoantico. Da un lato l’Apollo di Delfi, rigoroso e sanzionante sull’osservanza dei limiti e della separatezza tra natura umana e divina, dall’altro la saggezza iniziatica che ammetteva il superamento delle barriere fra mondo terreno e celeste, fluiscono in una corrente che conduce alla redenzione salvifica. D’interesse il risvolto sociale evidenziato da Eric Dodds (1965) in questa dinamica: una sintesi dottrinaria così definita rappresentava una risposta credibile all’angoscia e alla perdita di riferimenti che scuoteva le comunità dell’epoca.

Nella temperie che per sommi capi abbiamo qui ricostruito, magia e religione, lo si diceva all’inizio, non appaiono nettamente delimitate: Apuleio – pure finito sotto processo con l’accusa di praticare incantesimi per sedurre una ricca ereditiera – soffermandosi sulla natura dei Magi persiani ne rilevava la qualità sacerdotale. D’altra parte in latino il vocabolo sacerdos si applica sia al sacerdote che al mago; a titolo d’esempio si pensi all’esecutrice del rito magico per Didone nell’Eneide virgiliana (IV, 483).


Il myste, detentore della sapienza segreta nelle liturgie misteriche, era il mediatore fra corporeo e incorporeo, fra essenza terrena e ultraterrena. Nel Grande papiro magico di Parigi – il più lungo dei papiri magici pervenuti con le sue 36 pagine – è descritta l’esperienza estatica che gli consente di ritrovare in se stesso frammenti di una creazione spirituale dimenticata nelle profondità del proprio sé. L’estasi può essere suscitata attraverso diverse tecniche respiratorie, cosicché il pneuma diviene l’elemento chiave di congiunzione fra soffio individuale e respiro cosmico.   

La figura del myste o docheus o medium che dir si voglia è al centro della teurgia, comportando un allontanamento dalle premesse della teologia. Emblematico in tal senso lo scontro tra il neoplatonico Porfirio e il suo allievo Giamblico, autore di un commentario sull’opera di Giuliano il Teurgo, il poeta sciamano ispiratore dei misteri teurgici. Considerando i proseliti della scuola di Apamea fondata da Giamblico, si può sostenere che sul finire del III secolo d. C. l’idea che ai fini della comprensione del divino il pensiero razionale andasse di necessità integrato con rituali magici, fosse prevalente.

Questo patrimonio di concetti e credenze, qui brevemente elencato, risulta funzionale al pensiero umano fin dalle origini. Si pensi al rapporto fra magia e poesia, secondo cui in molte culture arcaiche talune espressioni classificate come poetiche, rientrano a pieno titolo nei formulari magici; rimandiamo in proposito allo studio insuperato di Anita Seppilli (1962; 1971).


In determinati momenti storici alcune idee sono assurte a nuova gloria, mostrando un’improvvisa vitalità e tenendo a battesimo altre stagioni, quando si ritenevano ormai morte e sepolte. Ciò è utile a comprendere una volta di più la straordinaria continuità dell’immaginario collettivo, quel coacervo di pensieri convidisi dalle varie generazioni su un arco di tempo lunghissimo. Pensieri che ognuno di noi può avvertire sul proprio cammino, in risonanza con il proprio inconscio, volendo adottare la griglia interpretativa junghiana che meglio ha saputo orientarci in mezzo a tali primitive testimonianze. La percezione di familiarità e perfino di consuetudine quando ci chiniamo su certi frammenti dell’essere e del divenire umano, anche se ci separano i millenni, viene da una comune radice dell’anima. È un percorso affascinante nella storia ma anche nel tempo infinito del sé, che offre un senso compiuto alla nostra vicenda terrena come qualcosa in cui la materialità sfuma e si trascende volgendosi al magico e al sacro.    


* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

La mostra “Creature fantastiche: il mito prende forma” al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Villa Henderson a Livorno, sulle espressioni dell’immaginario umano dall’antichità al Novecento, sarà aperta fino al 31 ottobre 2025.

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

* My recent videos on youtube
Oracles, metaphysics and Poetic Pilgrimages

By divine nature and poetry / Per natura divina e per poesia

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Sibille delle isole e relazioni culturali

Pochi territori al mondo favoriscono il confronto e la commistione culturale come le isole. Si potrebbe pensare il contrario, in quanto luoghi talvolta inaccessibili, spesso lontani dalla terraferma e, come per l’appunto ci ricorda il sostantivo che le designa, isolati. Invece, è proprio qui che le diversità approdano e convergono, dando vita a modelli peculiari, resistenti, inattesi. Su un carattere intriso di indubbi tratti conservativi, tant’è vero che simili ecosistemi, laddove il turismo non sia arrivato con i suoi flussi eccedenti, tendono a mostrarci qualcosa di perduto, si innesta anche un’attitudine all’apertura, all’interazione. Questa fluidità isolana instaura confini mobili nello spazio e nel pensiero in un processo inverso rispetto al continente.  

Proseguendo la nostra ricognizione sulla Grecia antica, le isole ci si offrono come osservatori privilegiati di tali dinamiche. In età alto-arcaica molti di questi ambienti ospitano comunità miste e i santuari, soprattutto, divengono centri di assimilazione religiosa e culti condivisi, nonché strutture di riferimento per la comunicazione interculturale. Riprendendo una definizione più che calzante di Lewis Mumford (1961), nei santuari greci si dispiega l’incontro con gli altri e, dunque, «un nostos verso le proprie radici», ossia un processo di ritorno e recupero identitario da parte dei nativi.

Ciò è comprovato dall’osservazione di due classi di fenomeni in particolare: l’elaborazione di un linguaggio sacro relativo alla sfera santuariale da parte di una comunità mista insediata su un’isola; la dedica di oggetti votivi nei santuari locali. Sono le tematiche a cui lo storico e antichista Giorgio Camassa ha dedicato un ciclo di saggi raccolti in un volume che nel titolo evoca, non a caso, la figura della Sibilla. Negli articoli precedenti si è dato rilievo alla natura sibillina come elemento sovrastrutturale, figura tratteggiata da un immaginario collettivo svincolato, non istituzionalizzato coevo alla movimentata temperie dell’ellenismo arcaico. Per inciso, la sua collocazione a Samo o nell’Ellesponto – secondo le numerose genealogie ex post – confermano nella geografia il sentimento di naturale vicinanza a orizzonti irrequieti e frammisti che si accompagnano a questa creatura sacra. La Sibilla giudaica, frutto delle tensioni storiche che investono la compagine mediorientale fra il III e il II secolo a. C., incarna e rovescia i codici oracolari della tradizione, riflettendo il punto di vista delle comunità ellenizzate. Siamo ancora una volta di fronte a una testimonianza spirituale che accentra in sé un destino storico. Il distacco fra le comunità ebraiche di Alessandria e Gerusalemme in cui si inseriscono le mire dell’impero romano sulla regione offrono uno spaccato della convivenza fra l’etnia greca, egiziana ed ebraica oltre a richiamare la nostra attenzione sul perpetuarsi dell’incontro-scontro tra Asia ed Europa, fra Oriente e Occidente. Proprio il ricorrere di questo motivo costituisce l’ossatura degli Oracoli Sibillini ben prima del I secolo a. C., periodo al quale vengono di solito riportate le sezioni di testo del terzo libro, il più composito e stratificato della raccolta e dove maggiormente si esprime la visione del giudaismo ellenistico in Egitto.  


Ricordo per inciso la mia narrazione dedicata alla biblioteca alessandrina presentata all’inizio dell’anno al Museo italiano di scienze planetarie di Prato, attraverso cui mi sono soffermata sull’Heraion di Samo e le vie commerciali e sapienziali aperte lungo questa rotta con la città tolemaica. In un resoconto riguardante la fioritura umanistica e scientifica – dall’astronomia alla medicina – negli stessi anni in cui si era intrapresa la costruzione del faro e il medico Erofilo disegnava il primo abbozzo del sistema vascolare umano, ho dato risalto proprio agli aspetti dell’incontro e del meticciato culturale. Una condizione che non significa assenza di attriti o di fasi conflittuali. Rappresenta tuttavia un’atmosfera di grande interesse per ciò che si diceva in apertura sulle interazioni plurisecolari nelle frontiere isolane e nei territori costieri.  
Tornando, sempre a tale proposito, alle trattazioni di Camassa mi sembra di non secondaria importanza l’esercizio sulle fonti a cui ci invita. Nel confronto tra arcaismo ed ellenismo, che abbiamo toccato nel presente articolo a partire dagli sconfinamenti identitari e dalla loro riaffermazione, è importante non liquidare la fonte letteraria tarda come meno veritiera. Pensare quest’ultima come poco attentibile in quanto lontana dal periodo in cui una tradizione si è formata, è un argomento blando. In questo metodo risuona anche la lezione di Silvio Ferri che abbiamo precedentemente analizzato e che ci permette di abbracciare in modo meno pregiudiziale e con maggior successo i molteplici aspetti mitologici e rituali di cui si compone un frammento del passato, specialmente per quel che concerne le figure del pensiero, le mentalità, integrando tradizioni orali, archeologia e opere d’arte. Solo così e ragionando sul tempo in termini duttili, porosi, all’occorrenza incoerenti è possibile farsi un’idea del cammino avventuroso e affatto lineare degli esseri umani e dell’impronta che la loro immaginazione ha lasciato in eredità al mondo.

🌏«L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità». (Strabone, Geografia, I, 1, 1)
LinkedIn – Geography and itineraries of the imagination

Academia.edu – Il desiderio del divenire stelle / The desire of becoming stars

I volti del sacro nel mondo antico / The faces of the sacred in the ancient world. My lecture on YouTube with English subtitles

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

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Ombra sacra. Percorsi d’arte nei Musei Capitolini

Dallo scorso novembre, in seguito ai lavori di ristrutturazione della Pinacoteca Podesti di Ancona e nell’ambito delle celebrazioni del Giubileo, i capolavori sacri del polo marchigiano hanno raggiunto i Musei Capitolini. Una mostra raccolta e toccante che ci permette di incontrare i grandi maestri che hanno segnato due secoli di storia della pittura, dal Quattrocento al Seicento. Su tutti la monumentale Pala Gozzi di Tiziano, opera d’esordio del cadorino, di cui è esposto anche il pressoché sconosciuto retro. E poi ancora Olivuccio di Ciccarello, Carlo Crivelli, Guercino, Lorenzo Lotto. Sei straordinarie opere che raccontano un momento irripetibile nella storia dell’arte e l’importanza della città anconetana, crocevia di mecenati e collezionisti, abile nell’attrarre committenze di primo livello.

Due siti rappresentativi di altrettante tradizioni culturali intrecciano qui le loro avventurose storie, rinnovando suggestioni del passato mai venute meno.

Musei Capitolini_decorazione di una porta_Appartamento dei Conservatori

*Sala d’ingresso agli Horti Lamiani – Pavimento policromo e dettaglio_Musei Capitolini
Da una residenza consolare coeva all’imperatore Tiberio, ubicati nella zona più alta dell’Esquilino, vennero acquisiti fra le proprietà imperiali. Lo scavo ottocentesco ha riportato alla luce nella loro integrità i sorprendenti elementi architettonici, trasferiti nelle sale espositive capitoline.

*Carlo Crivelli – Madonna con bambino (1480 circa)

1. Olivuccio di Ciccarello, Circoncisione (dettaglio, 1430 circa)
2. Lorenzo Lotto, Pala dell’Alabarda (dettaglio, 1539 circa)
* Dalla mostra: Capolavori della Pinacoteca di Ancona (Roma, fino al 30 marzo 2025)

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Il Campidoglio si conferma un centro vitale di arti antiche e contemporenee. In un coinvolgente dialogo la letteratura e la pittura si sono date appuntamento in Sala Promoteca per una festa della creatività. Ringrazio il comitato organizzatore del premio artistico-letterario “Le Pietre di Anuaria” per aver premiato e presentato pubblicamente il mio saggio su Grubicy De Dragon, Cesare Maggi e l’avventura del divisionismo in Italia. Oltre ad aver dato spazio al mio percorso grafico con un prezioso riconoscimento alla pittura che ho dedicato alle Alpi, in particolare ai paesaggi delle Apuane.

Per ulteriori dettagli sul lavoro oggetto della premiazione si rimanda al documento caricato sul mio profilo di Academia.edu, La pittura del silenzio/ Painting the silence.

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Una parola che lenisce

Il Gran Sasso a novembre

Le esperienze di queste settimane mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti della mia creatività e anche sulla natura di certi incontri. Spesso quando siamo immersi nel fluire degli eventi, concentrati sul nostro agire, diviene difficile avere uno sguardo d’insieme e far caso a quei dettagli che invece sono estremamente significativi e rivelatori del cammino intrapreso. Se considero i più recenti capitoli della mia vita ne traggo una sequenza sbalorditiva di richiami ad elementi nodali, che se anche in talune fasi sono sembrati meno segnanti, pure hanno continuato a riproporsi. Una linfa che va ben oltre la sostanza organica e che si fa nutrimento per l’immaginazione. In ciò si inserisce per l’appunto l’emotività peculiare sprigionata da alcune situazioni, quelle che oggi nelle lezioni sull’intelligenza emotiva si è soliti definire “il picco”, una metafora che mi piace perché mi riconduce alla montagna. Nel mio picco si colloca senz’altro il ritorno in Abruzzo dove ho portato, ma più correttamente dovrei dire riportato, la Profanazione, una scrittura che proprio in questi luoghi era cominciata.  

Nell’incontro abruzzese, come per tutti gli altri che lo hanno preceduto, si è dato un grande rilievo all’idea di cura, al valore terapeutico della creatività, al potere di lenire insito nelle parole. Pronunciare qualcosa corrisponde a un incantesimo, per questo è importante fare attenzione a quel che diciamo, a come lo diciamo. Le parole sono creatrici di realtà, possono ferire ma hanno anche una enorme facoltà di sanare. Una proprietà guaritrice profonda che nei nostri ritrovi abbiamo sempre provato a evocare in un rituale collettivo che è liberatorio e al contempo funzionale a far schiudere i semi dell’autorealizzazione. Come ha ben sottolineato il pittore pescarese Vittorio Di Boscio l’artista è chiamato a occuparsi degli altri, a dare sollievo laddove gli è consentito, non può sottrarsi a questa sua natura. Qualcuno ha anche detto che la scrittura congela l’età, perché chi scrive vive in una dimensione onirica capace di fermare il tempo. Fa bene alla mente, giova al corpo.

Alla luce di tali considerazioni, ancora una volta ho avuto modo di soffermarmi sulla mia storia familiare, dove seppure in assenza di legami diretti ovverosia di parentele ufficiali, i Ciardi risultano prevalentemente o medici o artisti. Il che mi convince sempre di più, per una prova data anche dal cosiddetto legame di sangue, che è innegabile il nesso fra cura dell’organismo umano e propensione creativa. 

Di seguito, il discorso da me tenuto al Teatro Cordova di Pescara con cui ho presentato al pubblico il mio manoscritto inedito, Profanazione, raccolta di prose liriche dipanate fra mitologia e autobiografia:

«Sono molto felice di essere qui e onorata di poter presentare la Profanazione proprio a Pescara, città a cui mi sento molto legata da ricordi che appartengono al mio periodo universitario. Circostanze fortuite e particolari mi hanno portata qui allora e mi emoziona davvero rinnovare oggi, insieme a voi, l’intensità di quei momenti che furono di una me poco più che ventenne in cammino per le strade di questa città. Episodi, emozioni, destini incrociati che hanno disegnato il sentiero delle parole affidate a queste pagine e che offrono adesso uno dei loro frutti. La Profanazione è il risultato di un’elaborazione, una gestazione direi, alquanto lunga. Sono qui condensate almeno un decennio di esperienze autobiografiche fissate in parallelo a un esercizio sulla lingua plasmata secondo le cadenze e le peculiarità espressive della prosa lirica.

In questa galleria talora vorticosa di immagini ed evocazioni ho creato una sorta di purgatorio, un luogo che non si colloca in nessun al di là ma ben saldato alla quotidiana mutevolezza dell’al di qua. Uno spazio penitenziale terreno, fisico, che si fa attraversare e sentire, un viaggio al termine della notte in cui questa mirifica montagna scalata da anime mortali diviene il centro di riflessioni, sogni, utopie raccolte nel bel mezzo delle umane tempeste.

La narrazione incarna anche elementi di teoria e storia della lingua desunti dagli usi dialettali, ricorrendo alla citazione di parole o formule estratte da una confidenzialità familiare e territoriale. Dunque viaggio interiore, epica paesana, Odissea senza eroi apparenti. Scrittura che irrompe nei generi letterari e li mette a soqquadro, corpo traslucido che non vuole nascondere la sua nudità. Materia organica la cui metamorfosi innesca il mutarsi inquieto della parola con il suo carico di incantesimi e disvelamenti. È un’opera che si fa spazio scenico e che rovescia se stessa fino a lambire le rive del metateatro. Un corpo in grado di guardarsi da fuori, di auto narrarsi, che volutamente gioca a coprire e scoprire le sue articolazioni. I cenni alla questione della lingua divengono strutture anatomiche, parti vitali, che si fondono con le immagini, i simboli, le voci che scandiscono il testo. Ne esce una rappresentazione sfuggente eppure allo stesso tempo compiuta in ogni suo gesto, un rito più volte suscitato in un culto profanato, ma proprio per questo sorprendentemente rivelatore».

Teatro Cordova, per il Premio Giacomucci e Santini, Pescara, 16 novembre 2024

*L’Appennino abruzzese in autunno, nei giorni della prima neve, e la notte a Pescara davanti all’Adriatico.
Fotografie di Claudia Ciardi ©