Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri

Ulisse e le sirene, dall’antico al moderno

Cos’hanno in comune queste tre figure del mito e del folklore popolare insofferenti alle classificazioni antropomorfe ma anche a quelle teriomorfe e demoniche? Molto, direi moltissimo. Intanto il fatto che provengono da uno strato di credenze e devozioni che poco o nulla condividono con la religiosità ufficiale. Varianti di una ritualità privata, irregolare, e di una mentalità superstiziosa dove l’atto di fede si fonde col magico.

Si tratta di creazioni della fantasia tante volte mutate e reinterpretate nella storia, e proprio tale elemento, ossia il loro depositarsi nel patrimonio leggendario e fiabesco, significa che provengono da quei medesimi strati profondi dell’immaginario collettivo che a intervalli regolari le ha attirate a sé con rinnovato sentire.

La loro appartenenza al folklore arcaico, tardoantico, bizantino, medievale, moderno e contemporaneo testimonia una sorprendente vitalità, un’incessante metamorfosi che non ha mostrato segni d’invecchiamento, quasi che la loro personalità fosse tutt’uno con una struttura del pensiero fatalmente innescata e chiamata, al mutare delle epoche, a divenirne interprete.

Quanto all’essenza demoniaca è un altro tratto comune, nel senso originario trasmesso dalla cultura greca, ossia collegato a un’incertezza nello status della creatura analizzata, non necessariamente portatrice di negatività. Ora, se per le sirene e il vampiro questa caratteristica maligna pare più vistosa fin dalle origini, nel caso della Sibilla attiene a un’evoluzione successiva del personaggio, specie nella sua presenza tardoantica, medievale e moderna, quando viene ripensata come fata e profetessa di sventure.

In ogni caso sono tutte e tre entità temibili perché depositarie di poteri incontrollati, preclusi all’esercizio umano e alla sua comprensione, nonché in contatto con il divino, con dimensioni svincolate dall’esistenza terrena e con il regno dei morti. Ma proprio qui risiede il loro fascino intramontabile e ciò che ha alimentato innumerevoli reinvenzioni, adattamenti, sovrascritture.


Sulla grecità del vampiro si rimanda agli esaustivi capitoli della monografia di Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro (2022), mentre per una panoramica sulle elaborazioni del fantastico nella cultura ellenica antica si veda Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi (2021). Infine, una sintesi sulla religiosità misterica e le creature liminali che l’accompagnano, spesso depositarie di un simbolismo ermetico, si trova nel volume di Ezio Albrile, Misteri pagani, mistero cristiano (2019). 

La sirena è al centro di un cambiamento di rappresentazione fisiognomico e caratteriale, per cui da demone alato capace di attrarre a sé in un incantesimo mortale, diviene la donna pesce, bella e seducente, fatale ma anche triste e bisognosa di essere salvata.

E fa riflettere anche la consacrazione in film e sceneggiati televisivi. Altro snodo significativo. Il cinema, ultima musa figlia della contemporaneità, cede immediatamente al magnetismo di questi caratteri ancestrali. Sibilla, le sirene, e più di tutti il vampiro, al centro di una riscrittura pressoché continua, indossano i panni di personaggi che poco o nulla hanno in comune con l’antico, con le origini della loro rappresentazione mitologica, ma si pongono come interpreti dei turbamenti e delle vicissitudini dell’oggi. Eppure, anche in questa traslazione, il potere evocativo che sprigionano è frutto dell’intensa stratificazione che il nome manifesta. Nomen omen, è vero. Per le figure mitologiche ancora di più.

A quanto pare ci sono proiezioni fantastiche elaborate dal nostro pensiero che meglio si prestano ad attraversare il mondo e che non smettono di parlarci con voce limpida ed attraente dalla notte dei tempi. In questa breve rassegna abbiamo provato a individuare alcuni motivi di tale longevità. Un’altra creatura che gode di uno status simile, forse un gradino appena sotto l’indiscussa popolarità dei tre protagonisti qui citati, è la Gorgone, di cui ho avuto modo di occuparmi fin dalla mia tesi e, a intervalli, in alcune altre scritture. Con il diffondersi della psicoanalisi l’interpretazione dei miti in tal senso ha aperto ulteriori prospettive e, in molti casi, sovrapposto significati che è diventato difficile scindere dalla loro vera natura deducibile dallo studio filologico delle fonti.

Dunque, ancora una prova di ciò che si è esposto in queste poche righe. Un’arte nuova, il cinema, e una nuova scienza, la psicoanalisi – peraltro fin da subito inclini alle contaminazioni – risultano immediatamente irretite dal ragionamento sulla mitologia. Il pensiero va a Murnau, regista e indiscusso pioniere dietro la macchina da presa, che fa dell’introspezione filmica il pilastro del proprio linguaggio; il suo Nosferatu, variante del Dracula di Bram Stoker di cui non ottenne i diritti, costituisce da questo punto di vista una resa emblematica.  

Attrattività dell’archetipo e immedesimazione. Sono questi gli elementi che favoriscono la familiarità con le espressioni del mito antico al punto da percepirle vicine e per certi versi contigue al nostro stesso modo di pensare e immaginare. Volti e narrazioni che toccano corde profonde, calate nell’inconscio collettivo, dove il tempo umano, la contingenza, il succedersi degli eventi vengono trascesi, lasciandoci intuire un’estensione più coesa e insieme sfaccettata del nostro andare lungo il corso delle epoche.    

A Bologna ci sono i vampiri! L’ho sempre sospettato da quando anni fa mi capitò fra le mani il libro di Carlo Dogheria, eclettico studioso e saggista bolognese.
Fino al 18 gennaio da giovedì a domenica potete visitare la mostra immersiva “Vampiri” organizzata da Alterego a Palazzo Pallavicini.

Grazie al “Laboratorio Studi Neogreci Mirsini Zorba” dell’Università La Sapienza di Roma per aver accolto la mia traduzione di alcuni scritti di Kostantinos Kavafis.

Ringrazio “Scambialibri-amo” il progetto di book-crossing a Livorno ideato e coordinato dall’infermiera e bibliofila Federica Pracchia.
Per informazioni raggiungete la pagina facebook. Qui sono in buona compagnia della mia Sibilla e di altri volumi (Thomas Mann, Joseph Roth, Elsa Morante) fra le scaffalature di Piazza Damiano Chiesa nel cortile di Castagneto Banca. Invito tutti a visitare questo spazio accogliente al centro di un quartiere dinamico e solidale fra l’ospedale cittadino, la sede dei donatori di sangue, botteghe tradizionali e ottimi locali dove fermarsi a fare uno spuntino. Siete a due chilometri circa da Via Grande, il centro della città e, con una passeggiata di una ventina di minuti, potrete scoprire una zona molto interessante del capoluogo labronico.

Qui le playlist del mio canale youtube:
* Le mie videolezioni
* Poesia, senso del sacro e immaginario collettivo
* Arte, architettura, letteratura

Alcune immagini su cui si conclude quest’anno:
The power of rebirth
The gift of words, the dimension of travel and encounters, objects found along the way, the exchange of solidarity through the experience of book-crossing, the constant magic of synchronicity.
Il dono delle parole, la dimensione del viaggio e dell’incontro, gli oggetti trovati lungo il cammino, lo scambio solidale attraverso l’esperienza del book-crossing, la magia costante della sincronicità.

Che dire gente: buona fine e buon inizio!

Simbologie teurgiche

Giorni di fine novembre. Come lo scorso autunno il sole è nuovamente entrato in una fase acuta di attività; l’espulsione di massa coronale ha riportato nei cieli, a diverse latitudini, lo spettacolo delle aurore boreali. Ho trovato magnifico che proprio in queste ore si festeggiasse Leonardo Fibonacci.


L’immaginazione antica avrebbe forse interpretato tali avvenimenti – il fenomeno cosmico entro la misura calendariale – come segno divino, la traccia viva di un’armonia superiore operante nello spazio e nel tempo. Fra l’altro, alla base di certe credenze religiose, il ritorno rituale a una dimensione superiore rappresentava un ideale iniziatico e una necessità sacra per ritrovare la propria unità e unicità di corpo e anima.

Il viaggio astrale nel rito teurgico era un’esperienza extracorporea in cui la coscienza si distaccava dal corpo fisico per esplorare altri piani di esistenza. A differenza della medianità, l’individuo viaggiava coscientemente verso esseri o luoghi, valendosi di questo mezzo per congiungersi spiritualmente con forze superiori, in una sorta di “matrimonio mistico”.

Giamblico, fra i massimi interpreti delle dottrine misteriche, autore del più importante commentario all’opera di Giuliano il Teurgo, nonché fondatore della scuola di Apamea dove la teurgia era argomento di dissertazione ma anche disciplina praticata, accomunava l’immaginario religioso egizio a questo genere di culti d’indirizzo neoplatonico, individuandovi radici condivise. Il comunicare l’inesprimibile attraverso simboli, la tecnica estatica per tornare, almeno idealmente, al mondo smarrito degli dei, la ricerca dei frammenti di una creazione spirituale dimenticata – il mito di Iside e Osiride è in tal senso un’allegoria liturgica.    

Nella teurgia il viaggio astrale non è solo un’esplorazione speculativa ma uno strumento utile a congiungersi misticamente con esseri sovrannaturali e ottenere in cambio una maggiore consapevolezza e integrità personale. Passa da qui il pensiero che si riesca ad agire sulla presenza del divino, sulla natura e l’essenza del suo manifestarsi, ricorrendo all’arte mantica. L’anagogè della tradizione oracolare caldaica e della filosofia neoplatonica, come la merkabah del misticismo giudaico, implicano la separazione della mente dal corpo o trasmigrazione dell’anima o telecinesi del corpo stesso. Ad ogni modo, si tratta di eventi visionari su cui si regge l’attitudine estatica né sorprende che una simile concezione faccia largo a spunti e suggestioni magiche.
Le tecniche di concentrazione e di controllo del respiro esposte nella “Lithurgia mithriaca”, fondamentali per la buona riuscita del viaggio mistico, sono riconducibili al cosiddetto principio di empatia cosmica che ispira anche l’antica medicina greca, e nello specifico la teoria umorale. Si riteneva che lo sperma, proveniente dal midollo spinale, fosse un fluido igneo e luminoso, sul quale lo pneuma agiva come soffio vivificante. Tali speculazioni mediche rientrano in un patrimonio di mitologie arcaiche di matrice non solo ellenica ma anche indo-iranica.

Come più volte leggiamo negli oracoli caldaici, quale immagine-chiave ricorrente, il fuoco è la sostanza più elevata dell’organismo umano: il corpo, in quanto microcosmo, era formato dai quattro elementi fisici.

Non è un caso che nel Novecento, il secolo che scopre la psicoanalisi, si assista al moltiplicarsi di studi sui culti astrali e le religioni antiche, di matrice orientale soprattutto. L’esplorazione del legame inestricabile fra sapere soprannaturale e forza magica, la volontà di carpire o almeno provare a sondare il mistero di quella che potremmo definire una ierofania psichica, va in parallelo con la scoperta dell’inconscio e con il suo potere di influire sulla realtà.

L’energia mentale diviene oggetto di una rinnovata attenzione che necessariamente spinge a riconsiderare il punto di vista degli antichi su questioni di tal genere. In particolare, il concetto di trasformazione magica, assente nella religiosità civile ma ben operante all’interno dei culti misterici di epoca tardoantica, permette di rilevare certe implicazioni psichiche sulla presenza del sé, sul definirsi del proprio esserci nel mondo, in scia a quella che sarà anche l’indagine demartiniana sul fronte antropologico.

Questo fattore magico si esplica in una convergenza fra cerimonie cristiane e credenze orfico-dionisiache, a partire dall’idea di morte-rinascita passando per l’interiorizzazione rituale del dio: si pensi in proposito al “pasto sacro”.

Realtà fisica, visione cosmica, operatività magica saldate su un desiderio di ricongiungimento universale che si percepisce come scaturigine, come atto primo di creazione e fonte di ogni immaginazione, non accennano dunque a disperdere il loro vitalismo, addirittura contro ogni pronostico nei tempi del progresso scientifico e, oggi stesso, nella nuova era algoritmica. Anzi, viene da dire che questi temi esercitino un fascino perfino crescente, quasi che l’essere umano per istinto ricorra da sempre alle sorgenti spirituali per placare la sete che certe fasi storiche gli impongono. Quando è vicino a smarrirsi, il fuoco elementale torna ad accendersi in lui, riportandolo sul sentiero di una mitologia sacra, di una poesia che lo colma, di una rivelazione che va oltre la finitezza e la resa emotiva. Se posso sentire l’intensità di una stagione mentre cammino sotto gli aceri in autunno, percepire dentro di me il mutare delle nuvole osservando il cielo fra quei rami, ascoltare ogni cadenza legata a eventi apparentemente lontani fra loro e avvertirne così i legami, so per certo che nulla è andato disperso di certe voci, perché ancora mi parlano, perché ancora fluiscono nel grande sapiente strumento dell’immaginario umano.


Pagine per l’autunno e per l’inverno/ Pages for fall and winter 📚🕯️#books #pickabook #autumncolors
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* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Si veda anche l’articolo precedente / To my previous article:



Magia sacra ed essere umano divino

Nella tarda antichità si assiste al diffondersi di un’idea di trasformazione magica – assente nelle religiosità cosiddette civili, figlie delle istituzioni – conseguita attraverso elaborati rituali di “morte” e “rinascita” a nuova vita. Tali credenze sono alla base delle dottrine misteriche in cui confluiscono molti aspetti filosofici e teologici dal neoplatonismo all’orfismo ai culti di matrice orientale, laddove la teologia stessa sconfina e si confonde per l’appunto con le pratiche magiche. Fra i maggiori coltivatori di queste ricerche attorno alle quali fioriscono numerosi studi, soprattutto all’inizio del Novecento, vanno indubbiamente annoverati Hermann Usener e Richard Reitzenstein (1902; 1904).

Abbiamo già avuto modo di soffermarci, parlando della longevità trasformativa che caratterizza la figura della Sibilla, sulla devozione popolare che organizza immaginari rituali propri, svincolati dall’ufficialità, vincendo e superando nel tempo il logorarsi delle liturgie di potere.

Col tramonto del mondo antico, stando alle più recenti conclusioni in materia di storia delle religioni, si è riscontrato come diversi culti siano oggetto di un processo di rinnovamento, saldandosi in una sorta di sincretismo convergente. In particolare, lo studio dei documenti della religione egizia in età ellenistica, con riferimento ai papiri magici e alle raccolte di preghiere più vicini alla devozione dei ceti bassi, restituisce un intreccio di influenze che mostrano con chiarezza quanto il cristianesimo stesso abbia attinto al misticismo ellenistico.

Se la storia della civiltà greca era dominata dall’antitesi tra la religione olimpica e le credenze misteriosofiche, quest’ultime veicolate principalmente dai santuari demetriaci e dalle comunità orfiche e pitagoriche, la cesura pare riassorbirsi nell’orizzonte concettuale del periodo tardoantico. Da un lato l’Apollo di Delfi, rigoroso e sanzionante sull’osservanza dei limiti e della separatezza tra natura umana e divina, dall’altro la saggezza iniziatica che ammetteva il superamento delle barriere fra mondo terreno e celeste, fluiscono in una corrente che conduce alla redenzione salvifica. D’interesse il risvolto sociale evidenziato da Eric Dodds (1965) in questa dinamica: una sintesi dottrinaria così definita rappresentava una risposta credibile all’angoscia e alla perdita di riferimenti che scuoteva le comunità dell’epoca.

Nella temperie che per sommi capi abbiamo qui ricostruito, magia e religione, lo si diceva all’inizio, non appaiono nettamente delimitate: Apuleio – pure finito sotto processo con l’accusa di praticare incantesimi per sedurre una ricca ereditiera – soffermandosi sulla natura dei Magi persiani ne rilevava la qualità sacerdotale. D’altra parte in latino il vocabolo sacerdos si applica sia al sacerdote che al mago; a titolo d’esempio si pensi all’esecutrice del rito magico per Didone nell’Eneide virgiliana (IV, 483).


Il myste, detentore della sapienza segreta nelle liturgie misteriche, era il mediatore fra corporeo e incorporeo, fra essenza terrena e ultraterrena. Nel Grande papiro magico di Parigi – il più lungo dei papiri magici pervenuti con le sue 36 pagine – è descritta l’esperienza estatica che gli consente di ritrovare in se stesso frammenti di una creazione spirituale dimenticata nelle profondità del proprio sé. L’estasi può essere suscitata attraverso diverse tecniche respiratorie, cosicché il pneuma diviene l’elemento chiave di congiunzione fra soffio individuale e respiro cosmico.   

La figura del myste o docheus o medium che dir si voglia è al centro della teurgia, comportando un allontanamento dalle premesse della teologia. Emblematico in tal senso lo scontro tra il neoplatonico Porfirio e il suo allievo Giamblico, autore di un commentario sull’opera di Giuliano il Teurgo, il poeta sciamano ispiratore dei misteri teurgici. Considerando i proseliti della scuola di Apamea fondata da Giamblico, si può sostenere che sul finire del III secolo d. C. l’idea che ai fini della comprensione del divino il pensiero razionale andasse di necessità integrato con rituali magici, fosse prevalente.

Questo patrimonio di concetti e credenze, qui brevemente elencato, risulta funzionale al pensiero umano fin dalle origini. Si pensi al rapporto fra magia e poesia, secondo cui in molte culture arcaiche talune espressioni classificate come poetiche, rientrano a pieno titolo nei formulari magici; rimandiamo in proposito allo studio insuperato di Anita Seppilli (1962; 1971).


In determinati momenti storici alcune idee sono assurte a nuova gloria, mostrando un’improvvisa vitalità e tenendo a battesimo altre stagioni, quando si ritenevano ormai morte e sepolte. Ciò è utile a comprendere una volta di più la straordinaria continuità dell’immaginario collettivo, quel coacervo di pensieri convidisi dalle varie generazioni su un arco di tempo lunghissimo. Pensieri che ognuno di noi può avvertire sul proprio cammino, in risonanza con il proprio inconscio, volendo adottare la griglia interpretativa junghiana che meglio ha saputo orientarci in mezzo a tali primitive testimonianze. La percezione di familiarità e perfino di consuetudine quando ci chiniamo su certi frammenti dell’essere e del divenire umano, anche se ci separano i millenni, viene da una comune radice dell’anima. È un percorso affascinante nella storia ma anche nel tempo infinito del sé, che offre un senso compiuto alla nostra vicenda terrena come qualcosa in cui la materialità sfuma e si trascende volgendosi al magico e al sacro.    


* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

La mostra “Creature fantastiche: il mito prende forma” al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Villa Henderson a Livorno, sulle espressioni dell’immaginario umano dall’antichità al Novecento, sarà aperta fino al 31 ottobre 2025.

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

* My recent videos on youtube
Oracles, metaphysics and Poetic Pilgrimages

By divine nature and poetry / Per natura divina e per poesia

Sibille delle isole e relazioni culturali

Pochi territori al mondo favoriscono il confronto e la commistione culturale come le isole. Si potrebbe pensare il contrario, in quanto luoghi talvolta inaccessibili, spesso lontani dalla terraferma e, come per l’appunto ci ricorda il sostantivo che le designa, isolati. Invece, è proprio qui che le diversità approdano e convergono, dando vita a modelli peculiari, resistenti, inattesi. Su un carattere intriso di indubbi tratti conservativi, tant’è vero che simili ecosistemi, laddove il turismo non sia arrivato con i suoi flussi eccedenti, tendono a mostrarci qualcosa di perduto, si innesta anche un’attitudine all’apertura, all’interazione. Questa fluidità isolana instaura confini mobili nello spazio e nel pensiero in un processo inverso rispetto al continente.  

Proseguendo la nostra ricognizione sulla Grecia antica, le isole ci si offrono come osservatori privilegiati di tali dinamiche. In età alto-arcaica molti di questi ambienti ospitano comunità miste e i santuari, soprattutto, divengono centri di assimilazione religiosa e culti condivisi, nonché strutture di riferimento per la comunicazione interculturale. Riprendendo una definizione più che calzante di Lewis Mumford (1961), nei santuari greci si dispiega l’incontro con gli altri e, dunque, «un nostos verso le proprie radici», ossia un processo di ritorno e recupero identitario da parte dei nativi.

Ciò è comprovato dall’osservazione di due classi di fenomeni in particolare: l’elaborazione di un linguaggio sacro relativo alla sfera santuariale da parte di una comunità mista insediata su un’isola; la dedica di oggetti votivi nei santuari locali. Sono le tematiche a cui lo storico e antichista Giorgio Camassa ha dedicato un ciclo di saggi raccolti in un volume che nel titolo evoca, non a caso, la figura della Sibilla. Negli articoli precedenti si è dato rilievo alla natura sibillina come elemento sovrastrutturale, figura tratteggiata da un immaginario collettivo svincolato, non istituzionalizzato coevo alla movimentata temperie dell’ellenismo arcaico. Per inciso, la sua collocazione a Samo o nell’Ellesponto – secondo le numerose genealogie ex post – confermano nella geografia il sentimento di naturale vicinanza a orizzonti irrequieti e frammisti che si accompagnano a questa creatura sacra. La Sibilla giudaica, frutto delle tensioni storiche che investono la compagine mediorientale fra il III e il II secolo a. C., incarna e rovescia i codici oracolari della tradizione, riflettendo il punto di vista delle comunità ellenizzate. Siamo ancora una volta di fronte a una testimonianza spirituale che accentra in sé un destino storico. Il distacco fra le comunità ebraiche di Alessandria e Gerusalemme in cui si inseriscono le mire dell’impero romano sulla regione offrono uno spaccato della convivenza fra l’etnia greca, egiziana ed ebraica oltre a richiamare la nostra attenzione sul perpetuarsi dell’incontro-scontro tra Asia ed Europa, fra Oriente e Occidente. Proprio il ricorrere di questo motivo costituisce l’ossatura degli Oracoli Sibillini ben prima del I secolo a. C., periodo al quale vengono di solito riportate le sezioni di testo del terzo libro, il più composito e stratificato della raccolta e dove maggiormente si esprime la visione del giudaismo ellenistico in Egitto.  


Ricordo per inciso la mia narrazione dedicata alla biblioteca alessandrina presentata all’inizio dell’anno al Museo italiano di scienze planetarie di Prato, attraverso cui mi sono soffermata sull’Heraion di Samo e le vie commerciali e sapienziali aperte lungo questa rotta con la città tolemaica. In un resoconto riguardante la fioritura umanistica e scientifica – dall’astronomia alla medicina – negli stessi anni in cui si era intrapresa la costruzione del faro e il medico Erofilo disegnava il primo abbozzo del sistema vascolare umano, ho dato risalto proprio agli aspetti dell’incontro e del meticciato culturale. Una condizione che non significa assenza di attriti o di fasi conflittuali. Rappresenta tuttavia un’atmosfera di grande interesse per ciò che si diceva in apertura sulle interazioni plurisecolari nelle frontiere isolane e nei territori costieri.  
Tornando, sempre a tale proposito, alle trattazioni di Camassa mi sembra di non secondaria importanza l’esercizio sulle fonti a cui ci invita. Nel confronto tra arcaismo ed ellenismo, che abbiamo toccato nel presente articolo a partire dagli sconfinamenti identitari e dalla loro riaffermazione, è importante non liquidare la fonte letteraria tarda come meno veritiera. Pensare quest’ultima come poco attentibile in quanto lontana dal periodo in cui una tradizione si è formata, è un argomento blando. In questo metodo risuona anche la lezione di Silvio Ferri che abbiamo precedentemente analizzato e che ci permette di abbracciare in modo meno pregiudiziale e con maggior successo i molteplici aspetti mitologici e rituali di cui si compone un frammento del passato, specialmente per quel che concerne le figure del pensiero, le mentalità, integrando tradizioni orali, archeologia e opere d’arte. Solo così e ragionando sul tempo in termini duttili, porosi, all’occorrenza incoerenti è possibile farsi un’idea del cammino avventuroso e affatto lineare degli esseri umani e dell’impronta che la loro immaginazione ha lasciato in eredità al mondo.

🌏«L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità». (Strabone, Geografia, I, 1, 1)
LinkedIn – Geography and itineraries of the imagination

Academia.edu – Il desiderio del divenire stelle / The desire of becoming stars

I volti del sacro nel mondo antico / The faces of the sacred in the ancient world. My lecture on YouTube with English subtitles

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Ombra sacra. Percorsi d’arte nei Musei Capitolini

Dallo scorso novembre, in seguito ai lavori di ristrutturazione della Pinacoteca Podesti di Ancona e nell’ambito delle celebrazioni del Giubileo, i capolavori sacri del polo marchigiano hanno raggiunto i Musei Capitolini. Una mostra raccolta e toccante che ci permette di incontrare i grandi maestri che hanno segnato due secoli di storia della pittura, dal Quattrocento al Seicento. Su tutti la monumentale Pala Gozzi di Tiziano, opera d’esordio del cadorino, di cui è esposto anche il pressoché sconosciuto retro. E poi ancora Olivuccio di Ciccarello, Carlo Crivelli, Guercino, Lorenzo Lotto. Sei straordinarie opere che raccontano un momento irripetibile nella storia dell’arte e l’importanza della città anconetana, crocevia di mecenati e collezionisti, abile nell’attrarre committenze di primo livello.

Due siti rappresentativi di altrettante tradizioni culturali intrecciano qui le loro avventurose storie, rinnovando suggestioni del passato mai venute meno.

Musei Capitolini_decorazione di una porta_Appartamento dei Conservatori

*Sala d’ingresso agli Horti Lamiani – Pavimento policromo e dettaglio_Musei Capitolini
Da una residenza consolare coeva all’imperatore Tiberio, ubicati nella zona più alta dell’Esquilino, vennero acquisiti fra le proprietà imperiali. Lo scavo ottocentesco ha riportato alla luce nella loro integrità i sorprendenti elementi architettonici, trasferiti nelle sale espositive capitoline.

*Carlo Crivelli – Madonna con bambino (1480 circa)

1. Olivuccio di Ciccarello, Circoncisione (dettaglio, 1430 circa)
2. Lorenzo Lotto, Pala dell’Alabarda (dettaglio, 1539 circa)
* Dalla mostra: Capolavori della Pinacoteca di Ancona (Roma, fino al 30 marzo 2025)

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Il Campidoglio si conferma un centro vitale di arti antiche e contemporenee. In un coinvolgente dialogo la letteratura e la pittura si sono date appuntamento in Sala Promoteca per una festa della creatività. Ringrazio il comitato organizzatore del premio artistico-letterario “Le Pietre di Anuaria” per aver premiato e presentato pubblicamente il mio saggio su Grubicy De Dragon, Cesare Maggi e l’avventura del divisionismo in Italia. Oltre ad aver dato spazio al mio percorso grafico con un prezioso riconoscimento alla pittura che ho dedicato alle Alpi, in particolare ai paesaggi delle Apuane.

Per ulteriori dettagli sul lavoro oggetto della premiazione si rimanda al documento caricato sul mio profilo di Academia.edu, La pittura del silenzio/ Painting the silence.

Una parola che lenisce

Il Gran Sasso a novembre

Le esperienze di queste settimane mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti della mia creatività e anche sulla natura di certi incontri. Spesso quando siamo immersi nel fluire degli eventi, concentrati sul nostro agire, diviene difficile avere uno sguardo d’insieme e far caso a quei dettagli che invece sono estremamente significativi e rivelatori del cammino intrapreso. Se considero i più recenti capitoli della mia vita ne traggo una sequenza sbalorditiva di richiami ad elementi nodali, che se anche in talune fasi sono sembrati meno segnanti, pure hanno continuato a riproporsi. Una linfa che va ben oltre la sostanza organica e che si fa nutrimento per l’immaginazione. In ciò si inserisce per l’appunto l’emotività peculiare sprigionata da alcune situazioni, quelle che oggi nelle lezioni sull’intelligenza emotiva si è soliti definire “il picco”, una metafora che mi piace perché mi riconduce alla montagna. Nel mio picco si colloca senz’altro il ritorno in Abruzzo dove ho portato, ma più correttamente dovrei dire riportato, la Profanazione, una scrittura che proprio in questi luoghi era cominciata.  

Nell’incontro abruzzese, come per tutti gli altri che lo hanno preceduto, si è dato un grande rilievo all’idea di cura, al valore terapeutico della creatività, al potere di lenire insito nelle parole. Pronunciare qualcosa corrisponde a un incantesimo, per questo è importante fare attenzione a quel che diciamo, a come lo diciamo. Le parole sono creatrici di realtà, possono ferire ma hanno anche una enorme facoltà di sanare. Una proprietà guaritrice profonda che nei nostri ritrovi abbiamo sempre provato a evocare in un rituale collettivo che è liberatorio e al contempo funzionale a far schiudere i semi dell’autorealizzazione. Come ha ben sottolineato il pittore pescarese Vittorio Di Boscio l’artista è chiamato a occuparsi degli altri, a dare sollievo laddove gli è consentito, non può sottrarsi a questa sua natura. Qualcuno ha anche detto che la scrittura congela l’età, perché chi scrive vive in una dimensione onirica capace di fermare il tempo. Fa bene alla mente, giova al corpo.

Alla luce di tali considerazioni, ancora una volta ho avuto modo di soffermarmi sulla mia storia familiare, dove seppure in assenza di legami diretti ovverosia di parentele ufficiali, i Ciardi risultano prevalentemente o medici o artisti. Il che mi convince sempre di più, per una prova data anche dal cosiddetto legame di sangue, che è innegabile il nesso fra cura dell’organismo umano e propensione creativa. 

Di seguito, il discorso da me tenuto al Teatro Cordova di Pescara con cui ho presentato al pubblico il mio manoscritto inedito, Profanazione, raccolta di prose liriche dipanate fra mitologia e autobiografia:

«Sono molto felice di essere qui e onorata di poter presentare la Profanazione proprio a Pescara, città a cui mi sento molto legata da ricordi che appartengono al mio periodo universitario. Circostanze fortuite e particolari mi hanno portata qui allora e mi emoziona davvero rinnovare oggi, insieme a voi, l’intensità di quei momenti che furono di una me poco più che ventenne in cammino per le strade di questa città. Episodi, emozioni, destini incrociati che hanno disegnato il sentiero delle parole affidate a queste pagine e che offrono adesso uno dei loro frutti. La Profanazione è il risultato di un’elaborazione, una gestazione direi, alquanto lunga. Sono qui condensate almeno un decennio di esperienze autobiografiche fissate in parallelo a un esercizio sulla lingua plasmata secondo le cadenze e le peculiarità espressive della prosa lirica.

In questa galleria talora vorticosa di immagini ed evocazioni ho creato una sorta di purgatorio, un luogo che non si colloca in nessun al di là ma ben saldato alla quotidiana mutevolezza dell’al di qua. Uno spazio penitenziale terreno, fisico, che si fa attraversare e sentire, un viaggio al termine della notte in cui questa mirifica montagna scalata da anime mortali diviene il centro di riflessioni, sogni, utopie raccolte nel bel mezzo delle umane tempeste.

La narrazione incarna anche elementi di teoria e storia della lingua desunti dagli usi dialettali, ricorrendo alla citazione di parole o formule estratte da una confidenzialità familiare e territoriale. Dunque viaggio interiore, epica paesana, Odissea senza eroi apparenti. Scrittura che irrompe nei generi letterari e li mette a soqquadro, corpo traslucido che non vuole nascondere la sua nudità. Materia organica la cui metamorfosi innesca il mutarsi inquieto della parola con il suo carico di incantesimi e disvelamenti. È un’opera che si fa spazio scenico e che rovescia se stessa fino a lambire le rive del metateatro. Un corpo in grado di guardarsi da fuori, di auto narrarsi, che volutamente gioca a coprire e scoprire le sue articolazioni. I cenni alla questione della lingua divengono strutture anatomiche, parti vitali, che si fondono con le immagini, i simboli, le voci che scandiscono il testo. Ne esce una rappresentazione sfuggente eppure allo stesso tempo compiuta in ogni suo gesto, un rito più volte suscitato in un culto profanato, ma proprio per questo sorprendentemente rivelatore».

Teatro Cordova, per il Premio Giacomucci e Santini, Pescara, 16 novembre 2024

*L’Appennino abruzzese in autunno, nei giorni della prima neve, e la notte a Pescara davanti all’Adriatico.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Simboli, sogni e sincronie nell’opera di Marius Pictor

Nel centenario della morte del pittore Mario de Maria, in arte Marius Pictor (1852-1924), Bologna ha voluto rendergli omaggio con una preziosa retrospettiva al Museo dell’Ottocento. Nome fra i più rilevanti del simbolismo italiano, la sua vita si dipana in diversi luoghi chiave della penisola da Roma a Venezia – fu uno dei fondatori della Biennale d’arte – circondato da altrettanti personaggi noti e influenti dell’epoca come Vittore Grubicy de Dragon e Gabriele D’Annunzio. Il titolo della mostra “Ombra cara” è tratto non a caso da un omonimo quadro di Grubicy, che non fu solo un sensibile coltivatore di talenti ma anche valente pittore in proprio. La rassegna fa luce su tali rapporti, nel tentativo di restituire un quadro vivido delle raffinate sensibilità che si sono incontrate alla svolta di due secoli. Un intreccio fiabesco tra poesia e rappresentazione alla ricerca di accordi in cui il paesaggio è specchio dell’anima. Commovente la lettera inviata da de Maria a Vittore in occasione della morte improvvisa della madre come anche l’epistola indirizzata agli Uffizi da Emilia Elena Voigt, coniuge del pittore, per suggellare la donazione dell’autoritratto del marito; l’opera è tra quelle esposte a Bologna. Una storia che dall’Italia si estende alla Germania, per la precisione a Brema e alla cerchia bremese di intellettuali e artisti. Si ipotizza infatti una conoscenza dei Worpswediani da parte di de Maria, se non personale, almeno sicuramente della loro produzione pittorica. Di fatto ha frequentato in diverse occasioni la città anseatica, come attestano i quadri con vedute di campagna realizzati all’inizio del Novecento ed esposti in mostra. Queste opere denotano una lettura non superficiale né affrettata dei luoghi, ben lontana da velleità manieriste, e nella tecnica non mancano i richiami alle avanguardie d’oltralpe, passando per quella variegata e misconosciuta galassia dei trentini che si abbeveravano in misura diversa alle secessioni tedesche.

Architetture soffuse e notturne come riflessi di immagini mentali, vibrazioni fiabesche che stabiliscono connessioni in zone d’ombra dell’umano, trapassi rapidi di sguardi e ammiccamenti mitologici, intuizioni, luminescenze. Da sotto un pergolato può spuntare il volto di un fauno, una vecchia casa-torre immersa nel buio sprigiona un fulgore metafisico, un plenilunio suscita un incantesimo corale. Si sperimenta un continuo oscillare tra reale e irreale, laddove il pittore si adopra a comporre un fraseggio visivo, assolutamente originale e inedito, del travaso fra le due dimensioni. Tutto ciò fa pensare a una narrazione pittorica della sincronicità junghiana, che attribuisce alla mente, al suo potere immaginativo la capacità di dare concretezza a quanto esiste nel pensiero. Il convergere di queste energie nell’esistenza di qualcuno, nel posto giusto al momento giusto, può creare straordinarie risonanze tanto da stabilire connessioni significative fra individuo e mondo. Quello che appare come un processo istantaneo, se non improvvisato, è in realtà il frutto di una continua ricerca e disposizione ricettiva nei confronti di tutto ciò che ruota intorno a noi. Mario de Maria è un artista che raccoglie queste cadenze, che ne elabora le percezioni tattili, trasferendole sulle sue tele, cosicché l’esercizio del guardare sfugge continuamente alla mera dimensione fisica.

Antiche architetture, 1890 circa

* La mostra è visitabile ancora fino al 9 settembre nei locali del Museo dell’Ottocento in Piazza San Michele a Bologna.

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Morituri vos salutant, 1887-1888
Una terrazza a Capri, 1884-1909
Viale alberato a Brema, 1912

Di nuvole, Sibille e ombre sacre

Michele Pellegrino_Nuvole e montagne
Dal catalogo “Io il covid e le nuvole”_Electa Photo_2023


Poeta di nuvole e montagne, a novant’anni il fotografo Michele Pellegrino offre i suoi cieli al grande pubblico raccogliendoli in un emozionante catalogo e ricevendo un’attesa e decisiva consacrazione internazionale con la sua personale ospitata da Camera di Torino a febbraio di quest’anno. Lode alla transitorietà, al fluire di tutte le cose nella corrente del tempo ciclico della natura. Un aruspice del contemporaneo che osserva e afferra l’immediatezza, l’attimo in cui si leva il vento e l’aria vibra per un cambio di luce. Del resto, cosa c’è di più rapido e mutevole di una nuvola? Eppure la fotografia è immanenza, crea una curvatura dello spazio-tempo, proietta un incantesimo paradossale su una cosa finita, proprio perché rappresentata (o nonostante ciò), inducendola a una perpetua traslazione del presente. Se l’aoristo è in greco il tempo indefinito per eccellenza, l’espressione della compiutezza di un atto senza che sia collocato con precisione in un quando o un dove, questa galleria di Pellegrino parla secondo le forme antiche, si coniuga come accadimento puro, apoteosi dell’essere in sé, svincolato, staccato dalla linearità consecutiva, dal costrutto seriale. Un paradigma intraducibile anche dopo essersi fissato in uno scatto.   

Si direbbe il volto sibillino delle nuvole questo essere illimitato, mai identico a se stesso, che si trascende di continuo fra realtà e ineffabile. La Sibilla, dea non dea, di una sensibilità più che umana, estrema, che rasenta il disordine emotivo, è una creatura centrale e al contempo marginale della religione antica. Le sue facoltà divinatorie si perdono «ne le foglie levi», ha un’indole sfuggente, ombrosa e non a caso predilige l’ombra per raccogliersi e ascoltare la voce che la ispira. Le foto dei cieli in montagna di Pellegrino rimandano ai presagi umbratili e assorti degli oracoli antichi. La sua è in qualche modo una storia d’incontri fortuiti, di apparizioni, immaginazioni, conversioni in senso pagano, cristiano e letterariamente personale. La ricerca del proprio respiro nel respiro della terra attraverso la creazione d’immagini, la riscrittura di una genesi di cui l’uomo sembra aver smarrito il senso. Un’epica vegetale e montanina, di erba, acqua e greti solitari e cime screziate come vascelli fantasma, la cui sparuta umanità si limita a quella agreste, china nei campi o intenta ai lavori artigiani di borgata o nei chiostri monasteriali. Ma nell’ultimo volume dei cieli mancano anche questi pochi. Si lavora per sottrazione, l’umano è assente e tuttavia presente, evocato nei controluce del paesaggio, nella ruota dei giorni al cui movimento assiste e che inesorabilmente lo trascina con sé. Un poema dal valore iniziatico, una rappresentazione taoista sul trascorrere degli elementi nell’unicità dei luoghi e delle testimonianze che li abitano. Di questa pittura-scrittura attraverso la luce ci parlano con accenti altrettanto evocativi Daniele Regis e Walter Guadagnini. Arte, poesia, musicalità della creazione; un’opera multifocale e multisensoriale.

Nella sua approfondita prefazione che alterna i toni del resoconto biografico all’analisi tecnica, un sapiente e scorrevole saggio senza inflessione manualistica, in virtù anche dei molti intarsi in cui si ascolta la voce diretta del fotografo, così interviene Regis: «Le montagne, la natura, l’epica della natura nelle immagini incarnate, sembrano dunque l’ultimo orizzonte di Pellegrino che annuncia quello problematico della storia del mondo: “Il rapporto dell’uomo con la natura nelle sue varie forme non è semplicemente un’enunciazione dell’uomo su di sé […] bensì della natura su di sé”. Forse, in questa chiave il progetto dell’uomo che ritorna in una natura delle origini, nei nudi, si inscrive nello svelarsi, nelle immagini della natura, di un nuovo uomo, in un antico mondo che abbiamo perduto. Questo aspetto della visione naturale wordswortiana, che era anche di Constable come in Ruskin, in Pellegrino non sempre emerge nella critica; prevale a volte il tono del realismo, diretto, asciutto, autentico, puro, senza trucchi e a volte aspro […]». Daniele Regis può dirsi uno degli interpreti più acuti e preparati di questi cicli fotografici, per designazione dello stesso Pellegrino, nonché fra i maggiori esponenti della scuola piemontese. Gli stili contigui, i sincretismi, la vicinanza di sensibilità, la condivisione degli ambienti frequentati hanno creato una longeva intesa di linguaggi fra il ricercatore, architetto paesaggista, e il maestro, portando a una proficua collaborazione a prova di anni.

Accanto ai padri spirituali, si trovano dunque i padri putativi della fotografia e poi vi è il cenacolo degli amici-colleghi di una vita, i propri paesani, gli stampatori, chi ha scambiato generosamente contatti, inviti, esperienze.

Siamo senz’altro in presenza di un volume cardinale nel percorso fotografico di un grande autore piemontese, un tomo altamente consigliato a chi desidera comprendere la bellezza specifica di un territorio, il Piemonte, che diviene anche una landa metafisica, allegoria di conservazione che sollecita la tutela, che sprigiona una poetica in difesa della fragilità. È stato un onore visitare la mostra torinese alla sua inaugurazione, lo è ancora di più vedere citati qui i miei lavori sul mito, con particolare riferimento alle figure delle Erinni-Eumenidi e delle Sibille, nell’ambito di una riflessione sul “sacro femminile”. Trascorsi alcuni mesi da quell’evento, rinnovo il mio invito a cercare i cataloghi di Michele Pellegrino e a seguire le rassegne dedicate alla sua opera.

Catalogo di Michele Pellegrino, Io il covid e le nuvole, prefazioni di Daniele Regis e Walter Guadagnini,
Electa Photo_Mondadori_2023
Dall’interno del catalogo

Khalil Gibran, autore molto amato da Michele Pellegrino e fonte d’ispirazione per numerose sue fotografie

Leggere l’arte

Il libro in qualità di oggetto d’uso o riprodotto in rappresentazioni di pittura e scultura si candida a incarnare nel corso della storia una doppia valenza come strumento sapienziale e simbolo di questa caratteristica speculativa. La sua comparsa sulla scena dell’arte, spesso affiancato al ritratto di un lettore più o meno illustre, celebra l’emancipazione culturale e sociale, avvenuta nel tempo, di un numero sempre più vasto di categorie umane alla ricerca della propria identità pubblica e privata. Una conquista lenta e inesorabile che si accompagna all’invenzione della stampa e, dunque, alla graduale consapevolezza dei cambiamenti prodotti da una circolazione più veloce e ampia della cultura.

Espressione verbale, segno grafico, creazione pittorica vengono così a stipulare una longeva alleanza che si nutre della medesima facoltà immaginativa. Parola e disegno sono infatti due costellazioni complementari, che si possono pensare nello stesso cielo, che servono volentieri un comune intento divinante e, dunque, una natura similmente ispirata.

A dispetto di cori lamentosi annunciati da vessilli di resa – voci di un passato recente e già oltremodo vetusto – noi guardiamo alla vera antichità, autentica fonte di cultura. Diverse concomitanze ci stanno riconsegnando le tracce di una storia potente. I Fori imperiali rinnovano il loro splendore, anche attraverso il riposizionamento di trecentomila sanpietrini – pietra su pietra, passo su passo. Dopo mille e cinquecento anni si è riportata l’acqua alle Terme di Caracalla, elemento costitutivo e fondante di quelle architetture. A Piazza Pia riaffiorano il Portico e i giardini di Caligola.

Un’urbanità sepolta si scuote dal torpore e bussa alle soglie del nostro tempo, densa di messaggi, carica di attese. Ancor più sentiamo il bisogno di esserne custodi e interpreti. Raccogliere questi indizi trasmette forza alla nostra stessa idea di arte, di disegnatori e costruttori del contemporaneo. In ciò riprende vigore anche il convincimento che le idee non siano negoziabili. E quando sono veramente ispirate e sostenute dalla genuinità dei sentimenti diventano incontenibili.

Per questo rito di unione fra arte e scrittura il SetArt 2024 non poteva che tenersi a Roma.

Book nook

Letteralmente libro d’angolo, da cantuccio (nook), per la posizione che gli è riservata sulla mensola di una libreria o simile e per il suo essere angolato, scavato, un libro aperto in senso letterale (si legga pure incavato). Un volume decorativo, un oggetto d’arte ma non qualcosa di statico, non un semplice pezzo da esposizione. Nel novero dei libri d’artista si può forse considerare anche questo genere di opere, estremamente minuziose, alquanto difficili da comporre. Un libro “a rilievo” ben diverso dal libro animato con disegni ripiegati che si aprono sulle tre dimensioni, girando pagina. Qui si tratta di una vera e propria scena che occupa il taglio del libro, munita di congegni luminosi e piccoli dispositivi funzionali alla diffusione di suoni, articolata in pavimenti e travature, in stanze e voliere o altri ambienti d’invenzione.

Il libro diviene così uno scrigno all’incrocio fra arte, gioco e scoperta. Una forma di scrittura-architettura che combina spazio fisico e inventiva. Una rappresentazione plastica del meccanismo immaginifico legato alla lettura. Si riproducono infatti i grandi capolavori letterari, si raffigurano gli archetipi della mente, oppure vengono ideate eccentriche mescolanze fra questi ingredienti.

Ascrivibile alla categoria del diorama, διόραμα (πανόραμα), parola di origine greca, coniata da Louis Daguerre nel 1822, che alla lettera significa “guardare attraverso” e che rimanda alla prospettiva panoramica. In quanto padre del dagherrotipo, oltre che pittore e fisico, l’inventore di questo termine ci indica una precisa relazione con la fotografia. Rispetto a tale mezzo, così come per il disegno o un testo scritto, siamo tuttavia di fronte a un’esperienza che coinvolge più livelli. Strettamente legati all’ambito museale, in particolare per la storia naturale, il carattere coinvolgente dei diorami è una sorta di arte immersiva contemporanea. Fra i primi e più noti creatori italiani si ricorda Paolo Savi, geologo e ornitologo, che lavorò a diversi modelli per finalità didattiche e scientifiche. Le sue opere si possono ammirare al Museo di Storia Naturale e del Territorio di Calci, nei locali della stupenda Certosa monumentale, in provincia di Pisa.

Per inciso, si segnala che ad oggi le riproduzioni dioramiche rappresentano i soggetti più diversi, dando vita a scenografie estremamente realistiche e duttili.

Nel caso specifico del book nook siamo in presenza di una copia su scala, di una elaborata miniatura che intende evocare il fiabesco, chiamato a una fragile apparizione entro i limiti dimensionali di un tomo a stampa. Qualcuno li ha ribattezzati finestre aperte su altri mondi, a ribadire l’essenza della struttura concreta proiettata verso un’astrazione, un’idea di luogo nonluogo. Tale realizzazione è interamente affidata alla cura del costruttore-lettore, qui nei panni di giardiniere, progettista, narratore e, stando a chi se ne intende, non è una cosa tanto semplice in cui cimentarsi. Sapendo di affrontare un esercizio che contempla pazienza e delicatezza, vicino alle pratiche di modellismo, al confine fra tecnica e ritualità, l’impegno sarà la condizione necessaria al fiorire dell’arte.

Altri collegamenti:

Principali tipi di diorama

I diorami nei musei di storia naturale

Book Nook World // A Midsummer night’s dream

Book Nook – Figure d’Art

Esempio di kit per un Book nook