Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

*Frontespizio dell’Onirocritica di Artemidoro: manoscritto cinquecentesco;
*Albrecht Dürer, Il sogno del dottore, 1498, incisione;

«L’aria – secondo quanto affermato da Alessandro Poliistore che si rifà all’antica sapienza pitagorica – è tutta piena di anime, venerate come demoni ed eroi; sono loro che inviano agli uomini sogni e presagi». In queste poche righe si legge il sunto del demonismo onirico dei pitagorici. Tali entità sarebbero gli spiriti degli antenati vissuti durante l’età dell’oro, come diceva Esiodo, e avvolgono la terra in un manto invisibile. A volte si confondono fra i viventi, guidandoli con la loro voce, e Socrate diceva di ascoltarne uno proprio dentro di sé.

Una simile concezione riflette l’idea della continuità visionaria che lega le stirpi degli uomini, il retaggio di un impulso a immaginare che attinge figure, proiezioni simboliche, significati a epoche differenti. E se questi influssi anziché perdersi trovassero piena realizzazione nella vita reale, al punto da determinare i più profondi orientamenti nel nostro essere? Non sono molte delle nostre sensazioni, scelte e azioni, che razionalmente non riusciamo a spiegare, ascrivibili al regno dei visitatori notturni?

«Non solo i grandi problemi e i grandi miti di una civiltà si riflettono nei sogni, plasmando l’immaginario onirico degli individui, non solo le immagini oniriche sono cariche di specifici valori culturali e simbolici, che mutano e si trasformano con il trasformarsi della società, ma il modo stesso di ricordare e di descrivere i sogni dipende direttamente dagli schemi narrativi, linguistici, letterari, ideologici, oltre che dalle mitologie della civiltà a cui un individuo appartiene». (Così Giulio Guirdorizzi nell’introduzione ad Artemidoro, sulla traccia di quanto formulato da Eric Dodds). Qui l’autore registra una specificità storica per così dire, in base alla quale un modello onirico caratteristico di una civiltà può non passare in un’altra. Ad esempio i sogni degli antichi sulle trasformazioni del corpo, le metamorfosi dell’anatomia umana in animali e piante non costituiscono più, a quanto pare, i sogni tipici dei moderni. «Si può supporre che questo specifico schema onirico, caratteristico per i sognatori antichi, dipenda da una più diretta simbiosi tra uomo e natura o da modelli simbiotici sedimentati nella cultura e rifusi nella simbologia onirica ovvero anche da una diversa consapevolezza del proprio io fisico, oppure da impulsi che al sognatore provenivano da una mitologia naturalistica e animalesca di cui il suo immaginario era impregnato». (Guidorizzi dalla citata introduzione). Ma se anche non costituiscono più materia viva per i sogni si tratta comunque di fantasie assimilate, di un patrimonio emozionale che evidentemente scorre e agisce ancora in altre forme, alimentando altri schemi di civiltà.

Ancora un esempio: «Il sogno che i cristiani reputavano angelico continua lo schema onirico della visione oracolare pagana», e qui invece vi è un passaggio di testimone fra immaginari, il perdurare di un’apparizione ossia qualcosa che germoglia da una medesima pianta che ha radici lontane nel tempo. (Citazione dal saggio di Guidorizzi sui greci e il sogno, Il compagno dell’anima).    

Nel lungo colloquiare di corpo e anima che attraversa in modo incessante la ricerca organica e filosofica è d’interesse osservare le posizioni di medici e adepti dei culti religiosi, tenendo conto che le due identità non erano per forza in conflitto, piuttosto ravvisando il loro intento a mitigarsi e talora integrare aspetti divergenti; proprio il sogno costituisce uno di questi ponti. Sempre rifacendoci all’antico emerge una differenza sostanziale tra credenze orfiche e pratica medica. Mentre per gli orfici l’anima durante il sonno evade dal corpo come da una prigione, per i medici si concentra con ancor più intensità sull’organismo. Eppure, che l’anima si allontani o si chini sul corpo, non è possibile ignorare quel che manifesta nel suo viaggio durante il sonno. Per quanto sognare rappresenti un’attività fuggevole e criptica, tanto che l’applicazione diagnostica conduce a esiti aleatori – questo ciò che a grandi linee conclude Galeno – nonostante, dunque, la sua interpretazione nel mondo antico resti appannaggio degli “oneirokrìtai” professionisti, i medici non hanno potuto rinnegare l’esistenza e gli influssi del dominio dell’anima. Quando questo incontro avviene è innegabile cogliere più di un’analogia fra osservazione medica e divinazione. «Divinare il futuro partendo dai labili indizi di un sogno, così come trarre una diagnosi da sintomi incerti e contraddittori, comporta un’operazione mentale di simile natura: un’intelligenza fatta di prontezza, d’intuizione… […]. L’interpretazione del sogno è un campo che avvicina, più che dividere, medicina e divinazione. In effetti, l’impiego diagnostico del sogno viene elaborato in una cultura in cui era profondamente radicata la credenza che ciò che avviene nella mente addormentata fosse un segnale profetico, che la medicina antica accettò, pur inserendola nel suo sistema dottrinale». (Guidorizzi, Il compagno dell’anima).

Volendo ravvisare in tutto questo un senso vicino alla mia esperienza, vi dirò cosa mi è accaduto di recente. Ad essere sincera sono molti gli episodi che mi riconducono in petto a tali ragionamenti; se anche mi sforzassi con tutta me stessa, non potrei fingere che tali indizi non esistono e non siano pertanto parlanti nella mia vita. Ve ne sono anche di più articolati: sono solita raccoglierli, descriverli, interpretarli. Vedo che pure per molti altri lo sono. Mi è capitato di leggere un commento a margine di una lezione di scienza e filosofia in cui qualcuno sosteneva che quando avremo compreso a fondo i meccanismi della sincronicità, coglieremo nessi straordinari fra le vite umane e i rapporti che intrattengono. Ne sono più che convinta.

Veniamo alla singolare circostanza che mi ha coinvolta. Un paio di sere prima di recarmi all’ospedale cittadino di Livorno per portare dei libri destinati alla clinica di chirurgia – in sala di attesa c’è una graziosa libreria per ricordarci che un luogo di cura del corpo può esserlo se non si dimentica di curare l’anima – avevo sotto gli occhi Il libro dei sogni di Artemidoro. Fra i vari paragrafi mi raggiunge quello sulla meridiana. Provo una familiarità istantanea nel leggerlo, qualcosa che sento subito risuonare in me. Ve lo trascrivo: «Una meridiana indica attività, iniziative, movimenti e impulsi negli affari, in quanto gli uomini fanno qualsiasi cosa tenendo d’occhio le ore. Perciò, se una meridiana cade o si rompe, è negativo e funesto, soprattutto per gli ammalati. È sempre meglio calcolare le ore prima di mezzogiorno che quelle dopo mezzogiorno» (Artemidoro, Il libro dei sogniOnirocritica, III, 66).

Brevemente, il padiglione di chirurgia è il numero sei – peraltro significativo nella mia vita – e lungo il cammino ho scoperto che la via di accesso a quest’ala dell’ospedale è Via della Meridiana. La mia visita è terminata intorno a mezzogiorno e mentre tornavo sui miei passi è uscito il sole, cosa del tutto inattesa perché il cielo sembrava non volerne sapere di riprendersi dal fitto grigiore in cui era sprofondato. È stato come se in quella porzione della meridiana qualcosa fosse scivolato non solo nella dimensione del tempo ma verso chissà quali destinazioni.

*Il bianco, il rosso, l’astrologia biblica e altre affinità elettive alla Galleria
“Il Melograno” di Livorno.

* Il book-crossing all’ospedale cittadino di Livorno – punto di raccolta della sala di attesa di chirurgia, padiglione 6.

The synchronicity of places / La sincronicità dei luoghi:
On Linkedin

Marius Pictor al Museo dell’Ottocento a Bologna, un’esperienza di sincronicità (settembre 2024)

My short on youtube:
https://www.youtube.com/shorts/DFdTsS4XAXw
Artemidorus, dream interpretation before Freud:
https://www.youtube.com/shorts/dtM6DfTLtIU

C’è più verità in un sogno che in una vita intera

Secondo la lingua greca antica, a differenza della nostra, non si faceva un sogno ma si vedeva. Poeti, filosofi e medici appartenuti a quella cultura hanno tentato di spiegare l’essenza ambigua dei sogni, teorizzandone cause e aspetti nelle loro opere.

Come scriveva Eric R. Dodds nel suo noto volume I Greci e l’irrazionale, «l’uomo ha in comune con pochissimi mammiferi superiori il curioso privilegio della cittadinanza di due mondi». (Dodds, Schema onirico e schema di civiltà, in op. cit., 1959)

Opera di Rob Gonsalves

Il sonno e la veglia sono a tutti gli effetti vite parallele. Da sempre si è cercato di attingere ai criteri di realtà e irrealtà per catalogare questo tipo di esperienze. Ma il sogno, che per sua natura risponde solo a una trama irregolare, rifiuta ogni discriminante e, infine, mischiando elementi che appartengono sia alla nostra quotidianità sia a ciò che sfugge alla nostra comprensione, rimane un dominio inafferrabile. Da svegli possiamo facilmente liquidare il momento onirico come irreale ma quando dormiamo e ci visitano le immagini di un altro spazio e di un altro tempo, che proprio queste dimensioni sovvertono, allora l’idea del fantastico ci appare accessibile, anzi del tutto normale.

Il viaggio fra questi due mondi avviene ogni giorno, anche se non sempre ci è dato ricordare quel che ci visita durante lo stato di abbandono notturno. Eppure, anche senza averne memoria, le tracce di quella alterità disegnano insospettabili cammini dentro di noi che finiscono per indirizzare la nostra attività diurna. Un simile influsso è la prova tangibile di un confine molto più blando fra i due regni di quanto ci sforziamo di definirlo.

A un livello di simbologia e di interpretazione è innegabile, sempre sulla scia dello studio di Dodds citato poco sopra, che la struttura onirica rifletta anche schemi della società dove si vive per cui «la natura stessa del sogno sembra conformarsi a rigidi schemi tradizionali». Tuttavia contenuti e suggestioni non si esauriscono in questo assunto, sebbene la trasmissione culturale di contenuti archetipici sia un processo largamente attestato del quale pure Jung ha offerto evidenze nelle sue ricerche.    

Restando un po’ più vicini all’antico è chiara la contiguità fra sogno e mito, cosicché se pensiamo ai miti come frutto dei sogni di un popolo, allora possiamo vedere nel sogno una forma di mito individuale. E qui ci addentriamo in quella landa affascinante dell’immaginario collettivo dove i singoli pensieri e sentimenti si depositano a creare una risonanza con noi anche se apparentemente non sembrano riguardarci. Il fatto che in talune circostanze proviamo familiarità con una storia, con il suo portato sentimentale o con uno soltanto degli elementi che la abitano, è indicativo del loro iscriversi nel profondo del nostro avvicendamento terreno e della loro condivisione. 

Per toccare nello specifico due aspetti legati alla vitalità dei sogni e al loro significato presso i greci ci soffermeremo brevemente sulla pratica divinatoria e su quella medica. S’incontrano affatto raramente nella civiltà ellenica i cosiddetti “oracoli onirici”, santuari in cui si utilizzava per lo più la tecnica dell’incubazione, ossia del dormire all’interno dello spazio sacro per favorire la venuta del “sogno divino”. In tal modo la divinità poteva manifestarsi per offrire aiuto, in caso di una decisione da prendere, o guarigione, se l’interrogante necessitava di cure. Spesso il collegio sacerdotale preposto si occupava di interpretare il messaggio divino e, qualora si trattasse di un paziente, era suo compito dare le disposizioni rituali di circostanza, incluso il digiuno preparatorio e terapeutico, prima per attrarre la visione, poi per favorire il recupero dell’assistito. Alcuni esempi salienti sono la “Grotta di Caronte” in Asia Minore e l’oracolo di Oropo (Dodds, 1959, cit.; Ciardi, Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo, 2024).

Emerge già da questi cenni il nesso fra credenze religiose e medicina, un legame che, al di là dell’autonomia scientifica rivendicata da Ippocrate, giungerà a un tramonto tardivo e si dissolverà del tutto solo quando le porte dei santuari verranno chiuse per sempre in epoca tardoantica. Emblematico al riguardo il propendere dei medici di scuola ippocratica, attivi fra il IV e il III secolo a.C., per l’uno o l’altro atteggiamento; alcuni più rigorosi, altri pronti a far largo a un sistema di credenze che non poteva essere cancellato dall’oggi al domani con un colpo di spugna. Nessuna attitudine, anche la più razionale, sarebbe riuscita infatti a frenare un ricorso quasi istintivo a un patrimonio di idee tanto longevo e radicato. Per dare una misura concreta della durata nel tempo di simili mentalità – mi rifaccio non a caso a una parola chiave dell’indagine di Marc Bloch, storico di testimonianze immateriali – si consideri che l’incubazione era nota agli Egizi fin dal XV secolo a.C. e che probabilmente lo era anche alla civiltà minoica.

Sminuire il miracolo medico fino a tacciarlo di impostura come pure affermare che il rapporto fra mondo dei sogni e medicina è privo di razionalità, significa andare incontro a una pesante banalizzazione e fraintendere molte sfaccettature che in epoca arcaica hanno tenuto a battesimo questi concetti. L’onirocritica medica non era una forma di superstizione ma un esercizio attento attraverso cui catalogare malattie, identificare sintomi e cercare mezzi per la guarigione.

Dalla poesia omerica – nei poemi si parla di “popolo dei sogni”, parvenze che tendenzialmente incarnano l’intimo sentire dei personaggi – alle narrazioni erodotee, dai medici Erofilo e Galeno fino all’onirologo Artemidoro di Daldi è evidente che i sogni per i greci non erano significativi allo stesso modo: conseguenza di fatti fisiologici più o meno rilevanti oppure effetto delle esperienze diurne. 

Ne scaturisce un ampio dibattito con implicazioni teoriche destinate ad attraversare numerosi secoli. Torneremo perciò a passare in rassegna le fonti antiche sul sogno e il suo retaggio simbolico, chiamando nuovamente in causa Artemidoro che merita assai più di un accenno. Quel che è certo nel regno dell’incerto è che gli autori greci sono fra i primi interpreti ed esploratori di una dimensione percepita come fisicamente altra, esistente e dotata di regole proprie, che hanno provato a rappresentare nelle loro opere, sottolineando quanto il suo incontro con il sognatore fosse un evento degno della massima attenzione, preparato da forze incontenibili e misteriose per raggiungerlo e cambiarlo. 

* Sul mio canale ho pubblicato una serie di montaggi brevi che illustrano simboli e suggestioni alla base del mio percorso letterario e di ricerca:
https://www.youtube.com/@marginiemiraggidiclaudiaciardi/shorts

* Alcuni dei temi fin qui trattati sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Di bianco e vermiglio e d’arte… Accadde poco dopo aver visitato il diocesano di Foligno. Mi ritrovai per le sale del Bargello e, appena entrata, fui accolta da una madonna lignea di scuola umbra (scrissi che per me era di mano folignate). Non so quale espressione ci fosse sul mio viso ma provai un’emozione fortissima, come se mi fossi chiusa una porta alle spalle e, aprendone una differente, sentissi di proseguire nel medesimo spazio; scrissi anche questo.
Ora, di ritorno da Fabriano mi sono ritrovata immersa fra inchiostri di porpora e panneggi bianchi e vermigli nelle opere di Beato Angelico; all’ingresso, uno dei primi quadri su cui si è posato il mio sguardo era di Gentile da Fabriano. Poco più avanti mi sono venute incontro le miniature dell’Angelico su pergamena violacea, commoventi quanto inedite. Osservandole, non potevo fare a meno di pensare alle suggestioni cromatiche di cui il mio percorso più recente è risultato intriso.
Se questa non è sincronicità, ditemi voi di cosa si tratta.
Ogni esperienza si lega a un’altra, ogni immaginazione ne racchiude una ulteriore, ogni sogno è il proseguimento del sogno di un altro.

Immagini dalla mostra di Beato Angelico, Palazzo Strozzi (settembre 2025-gennaio 2026); a settant’anni dall’ultima grande rassegna su questo artista.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

«Una vita nuova di poesia e di sogno»

Prendo in prestito le parole che Cesare Pavese rivolgeva alla sua amata, o forse a un’idea di amore letterario e superno, un rigo in cui risuona peraltro anche la traccia dantesca dell’aspirazione a una vita mutata in virtù dell’esperienza sentimentale, per gettare qualche appunto sulle mie ultime divagazioni. In un ciclo di saggi di teoria linguistica in accompagnamento alla mia opera poetica, mi sono riaffacciata alle suggestioni della saggezza oracolare ellenica e alla dimensione dei santuari come centri di cura, in cui la parola era un’espressione della volontà teurgica del dio.

Si dice che questa presenza scendesse nel cuore, l’organo della risonanza, e da qui dettasse i propri responsi al suo messaggero terreno. Di solito una figura femminile che si riteneva dotata di particolari attitudini sensitive. In tale manifestazione subitanea e incontrollata del divino si può cogliere forse una prima ombra della poesia, il suo primo spirito – nel senso etimologico di spiritus, respiro. Soffermarsi, accordare il proprio soffio vitale a queste cadenze, è un po’ risvegliarsi a nuova vita, abbracciando sensibilità di segno opposto rispetto alla nostra quotidianità.

Nel ripercorre simili tracce mi è capitato di sfogliare il resoconto di Dino Baldi sulle strutture sacre che in Grecia hanno visto il compiersi di guarigioni e prodigi. L’autore definisce il suo sguardo un «gioco paradossale della Grecia fuori dalla Grecia». Sempre per quel cortocircuito fra pensiero e realtà da cui l’Ellade agli occhi dei puristi era «un paese abitato da slavi bizantinizzati e corrotti dall’Oriente». Il viaggiatore che vi si fosse avventurato, anche in tempi non sospetti, molto prima della cosiddetta decadenza imperiale e levantina, correva serio pericolo di restare deluso quando ad andarne di mezzo non fosse la sua incolumità. Il poeta Virgilio, già minato nel corpo, non solo non trovò quello che pensava ma poco dopo essere sbarcato al Pireo rimediò un’insolazione che gli fu letale; a Byron secoli dopo non andò meglio.

Cosa cela dunque ancora questa terra misteriosa, affascinante e tremenda, che si tiene tutto per sé?

«Prima di tutto gli oracoli, porte di comunicazione fra dei e uomini; ma anche i luoghi che i greci, senza distinzione di etnia, riconoscevano come patrimonio comune e rappresentativo della propria identità: i santuari e le sedi dei giochi panellenici». (Dino Baldi)
I resti di un tempo in cui terreno e ultraterreno si cercavano e riuscivano a incontrarsi, anche senza cercarsi, dove mitologia e rituale riempivano di senso l’ordinarietà.

E oggi? Ci sono i greci del Ponto e quelli dei Balcani. E c’è una ruvidità di fondo nel carattere greco – intensità e asprezza – in cui anch’io mi ritrovo. Indocile fierezza si potrebbe dire, un temperamento sfaccettato con cui è difficile fare i conti e che mi suscita un’immedesimazione profonda. Scherzando con la mia amica Androniki mentre mi preparava il caffè e, prima ancora del caffè, il beneugurante dolcetto dell’accoglienza, le dicevo che la nostra complicità era senz’altro il frutto di una vita precedente. Di sicuro ci eravamo incontrate in un bosco della Tracia o giù di lì. Due indomite, polemiche, sognatrici. L’esperienza tutt’altro che tranquilla con la Grecia moderna, che per inciso è figlia di una dominazione turca di quasi cinque secoli dal notevole riverbero anche nella lingua, mi ha forse costretta precocemente a prendere le distanze dal perfezionismo apollineo. E con ciò a guardare più a fondo anche in me stessa; le somiglianze con il carattere contraddittorio e tumultuoso erano ben più di quelle, insussitenti, con gli scatti da cartolina. Qualcosa di ben lontano dai tratti ideali e idealizzati, dalle radiose sintesi dei manuali, dal candore dei reperti. Una landa propensa all’enigma e alla fatalità, che attrae un’epica di delitto, castigo e rinascita, dove nel sangue versato non si fa largo solo la morte ma un divenire estremamente vitale e contraddittorio di creature ribelli, esseri magici destinati a imprese sconcertanti e magnifiche, in cui non per caso un giorno dagli zoccoli di un cavallo è scaturita la fonte dei poeti.

Dino, Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Quodlibet Humboldt, 2013

Si rimanda anche al mio promemoria su Linkedin – Shrines and Healing

L’Amaryllis di Niki e il nostro comune sogno greco in arte e poesia

Claudia Ciardi: «Revue européenne de recherches sur la poésie», Classiques Garnier, Parigi, n° 10, 2024, pp. 275-285: Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo. L’esordio della poesia nelle pratiche oracolari e il potere terapeutico della parola

Una parola che lenisce

Il Gran Sasso a novembre

Le esperienze di queste settimane mi hanno permesso di riflettere su molti aspetti della mia creatività e anche sulla natura di certi incontri. Spesso quando siamo immersi nel fluire degli eventi, concentrati sul nostro agire, diviene difficile avere uno sguardo d’insieme e far caso a quei dettagli che invece sono estremamente significativi e rivelatori del cammino intrapreso. Se considero i più recenti capitoli della mia vita ne traggo una sequenza sbalorditiva di richiami ad elementi nodali, che se anche in talune fasi sono sembrati meno segnanti, pure hanno continuato a riproporsi. Una linfa che va ben oltre la sostanza organica e che si fa nutrimento per l’immaginazione. In ciò si inserisce per l’appunto l’emotività peculiare sprigionata da alcune situazioni, quelle che oggi nelle lezioni sull’intelligenza emotiva si è soliti definire “il picco”, una metafora che mi piace perché mi riconduce alla montagna. Nel mio picco si colloca senz’altro il ritorno in Abruzzo dove ho portato, ma più correttamente dovrei dire riportato, la Profanazione, una scrittura che proprio in questi luoghi era cominciata.  

Nell’incontro abruzzese, come per tutti gli altri che lo hanno preceduto, si è dato un grande rilievo all’idea di cura, al valore terapeutico della creatività, al potere di lenire insito nelle parole. Pronunciare qualcosa corrisponde a un incantesimo, per questo è importante fare attenzione a quel che diciamo, a come lo diciamo. Le parole sono creatrici di realtà, possono ferire ma hanno anche una enorme facoltà di sanare. Una proprietà guaritrice profonda che nei nostri ritrovi abbiamo sempre provato a evocare in un rituale collettivo che è liberatorio e al contempo funzionale a far schiudere i semi dell’autorealizzazione. Come ha ben sottolineato il pittore pescarese Vittorio Di Boscio l’artista è chiamato a occuparsi degli altri, a dare sollievo laddove gli è consentito, non può sottrarsi a questa sua natura. Qualcuno ha anche detto che la scrittura congela l’età, perché chi scrive vive in una dimensione onirica capace di fermare il tempo. Fa bene alla mente, giova al corpo.

Alla luce di tali considerazioni, ancora una volta ho avuto modo di soffermarmi sulla mia storia familiare, dove seppure in assenza di legami diretti ovverosia di parentele ufficiali, i Ciardi risultano prevalentemente o medici o artisti. Il che mi convince sempre di più, per una prova data anche dal cosiddetto legame di sangue, che è innegabile il nesso fra cura dell’organismo umano e propensione creativa. 

Di seguito, il discorso da me tenuto al Teatro Cordova di Pescara con cui ho presentato al pubblico il mio manoscritto inedito, Profanazione, raccolta di prose liriche dipanate fra mitologia e autobiografia:

«Sono molto felice di essere qui e onorata di poter presentare la Profanazione proprio a Pescara, città a cui mi sento molto legata da ricordi che appartengono al mio periodo universitario. Circostanze fortuite e particolari mi hanno portata qui allora e mi emoziona davvero rinnovare oggi, insieme a voi, l’intensità di quei momenti che furono di una me poco più che ventenne in cammino per le strade di questa città. Episodi, emozioni, destini incrociati che hanno disegnato il sentiero delle parole affidate a queste pagine e che offrono adesso uno dei loro frutti. La Profanazione è il risultato di un’elaborazione, una gestazione direi, alquanto lunga. Sono qui condensate almeno un decennio di esperienze autobiografiche fissate in parallelo a un esercizio sulla lingua plasmata secondo le cadenze e le peculiarità espressive della prosa lirica.

In questa galleria talora vorticosa di immagini ed evocazioni ho creato una sorta di purgatorio, un luogo che non si colloca in nessun al di là ma ben saldato alla quotidiana mutevolezza dell’al di qua. Uno spazio penitenziale terreno, fisico, che si fa attraversare e sentire, un viaggio al termine della notte in cui questa mirifica montagna scalata da anime mortali diviene il centro di riflessioni, sogni, utopie raccolte nel bel mezzo delle umane tempeste.

La narrazione incarna anche elementi di teoria e storia della lingua desunti dagli usi dialettali, ricorrendo alla citazione di parole o formule estratte da una confidenzialità familiare e territoriale. Dunque viaggio interiore, epica paesana, Odissea senza eroi apparenti. Scrittura che irrompe nei generi letterari e li mette a soqquadro, corpo traslucido che non vuole nascondere la sua nudità. Materia organica la cui metamorfosi innesca il mutarsi inquieto della parola con il suo carico di incantesimi e disvelamenti. È un’opera che si fa spazio scenico e che rovescia se stessa fino a lambire le rive del metateatro. Un corpo in grado di guardarsi da fuori, di auto narrarsi, che volutamente gioca a coprire e scoprire le sue articolazioni. I cenni alla questione della lingua divengono strutture anatomiche, parti vitali, che si fondono con le immagini, i simboli, le voci che scandiscono il testo. Ne esce una rappresentazione sfuggente eppure allo stesso tempo compiuta in ogni suo gesto, un rito più volte suscitato in un culto profanato, ma proprio per questo sorprendentemente rivelatore».

Teatro Cordova, per il Premio Giacomucci e Santini, Pescara, 16 novembre 2024

*L’Appennino abruzzese in autunno, nei giorni della prima neve, e la notte a Pescara davanti all’Adriatico.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Umane e sacre allegorie

Chi si fa sterminatore dei sogni altrui, non è poi così impensabile che finisca con il distruggere i propri.

L’ambizione umana non è una cosa in sé deprecabile, purché il conseguimento dei propri obiettivi faccia parte di un processo equilibrato che armonizzi se stessi nella relazione con gli altri.

Raggiungere posizioni apicali avendo calpestato, per fini strategici, chi abbiamo avuto vicino è indicativo di una leadership debole. I progetti di potere e le idee di queste personalità saranno inevitabilmente soggetti a cadute. Attribuiscono i loro momentanei successi a innate virtù da paragnosti. In realtà non ne possiedono, e anche quella residua immaginazione che in loro sembrava pur sopravvivere e che per un po’ le ha anche condotte a risultati positivi, a un certo punto, vedendosi tradita, recede.

Vivendo di piccoli calcoli, invece di pensare in grande e in modo veramente inclusivo, si danno obiettivi minori pensando di essere arrivati in cima alla piramide.

Annunciano regni che non esistono e nel frattempo perdono il cuore.

L’Allegoria sacra è un dipinto olio su tavola (73×119 cm) di Giovanni Bellini, databile tra il 1490 e il 1500 circa e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.


Those who become exterminators of others’ dreams are not so unthinkable that they end up destroying their own.

Human ambition is not a deplorable thing in itself, as long as the realization of one’s goals is part of a balanced process that harmonizes oneself in relationship with others.

Achieving top positions by having trampled, for strategic purposes, those we have been close to is indicative of weak leadership. The power projects and ideas of these personalities will inevitably be subject to downfall. They attribute their momentary successes to innate parognost virtues. In reality they possess none, and even that residual imagination which seemed to survive in them and which for a while even led them to positive outcomes, at some point, seeing itself betrayed, recedes.

Living by small calculations, instead of thinking big and in a truly inclusive way, they give themselves smaller goals thinking they have reached the top of the pyramid.

They announce kingdoms that do not exist and meanwhile lose heart.

* The Allegoria sacra is an oil on panel painting (73×119 cm) by Giovanni Bellini, dated between about 1490 and 1500 and preserved in the Uffizi Gallery in Florence.

Pendoli e prodigi

Questa riflessione potrebbe intitolarsi pendoli e prodigi. Il pendolo è qualcosa che scandisce il tempo, anzi lo spazio ancor prima del tempo, con identico moto. Ha in sé qualcosa di ossessivo e perfino snervante. Ci fa sentire senza uscita ed è meglio non soffermarcisi troppo. Si rischia l’ipnosi o di restare inchiodati al suo ripetitivo dettato. Il prodigio è qualcosa che irrompe, inatteso, improvviso. Non è detto che faccia rumore. Anzi, spesso ci viene incontro impercettibile. Altre volte sembra quasi metterci alla prova. Saremo davvero in grado di coglierlo o la nostra sensibilità si è nel frattempo persa, soccombente ai ritmi sempre uguali e ossessivi del pendolo che ci svuotano le pupille? No, sentiamo ancora se quell’impercettibile ancora ci parla. E anche il pendolo, forse, diventa meno stringente. La sua cadenza non è più ad infinitum, inafferrabile, senza meta, ma diviene un cenno rituale.

Ero salita a San Pietro in Vincoli e mi aggiravo in una via laterale. A un certo punto si è alzato il vento, sempre il vento, che è spirito, anima, soffio vitale. Cammino nel primo pomeriggio, la luce è cambiata e io vago. Divago. Cadono all’improvviso dei calcinacci da un palazzone antico. I pochi frammenti si disintegrano sulla macchina sottostante, quelli più piccoli mi arrivano sul braccio, per fortuna senza conseguenze. Un turista accanto a me, visibilmente spaventato grida: “What’s happened?”. E io, appena dopo aver compreso: “The wind, the wall”, con una calma inusuale. Mi è sembrato di ripetere il verso di un poema. Quasi parlassi da chissà quale mondo. E non mi sono resa conto che intanto stavo tenendo il braccio fermo nella stessa posizione dell’attimo in cui avevo sentito cadere quei pezzi d’intonaco. Chiamarlo prodigio può suscitare inquietudine. In fin dei conti, diciamo, è andata bene. Oppure, si tratta di un prodigio proprio perché è andata bene. Ma c’è qualcos’altro. Nello spavento di quei secondi, che ho realizzato solo nel momento in cui ho sentito gridare quella frase accanto a me, mentre ho avvertito la mia pelle lambita da quei frammenti di muro, per me è stato come esser toccata, non solo da materia fisica, ma da un pensiero, un intendimento, qualcosa di molto vasto, di sapiente e presente come se fosse sempre lì dove siamo. E questo non può certo dirsi pauroso. Una mia amica asserisce con grande convinzione che si tratta per l’appunto di Wunder, e che vanno presi per quello che sono e bisogna rispettarli.

Io credo in una ritualità che appartiene agli eventi, agli incontri. Non credo alla casualità di questo turista al mio fianco che ha condiviso con me l’esperienza dello spavento e dello stupore. Un’esperienza così intima e frastornante, più intima e profonda di altre che consideriamo tali. Sacre cose che saluto sul mio cammino, perché attutiscono, rallentano il pendolo e, anzi, danno senso, illuminando tutto il resto. Ultimamente ho avuto molti riscontri così, meno rischiosi, ma di pari intensità, un’intensità che per ciascun caso si misura in modo diverso. Ogni volta ci si sente scavati, torniti come materia grezza plasmata da una mano che forse talvolta sembra togliere ma solo per aggiungere, per raggiungere un istante di comprensione, il senso, il vero che ci appartiene, che è per noi riconoscimento nostro e degli altri. Tali cose sono costellazioni, sono parte della bellezza a cui esortavo nelle mie poche frasi d’inizio primavera. Sono infine disvelamento e respiro.

Dunque certi attimi sembrano destinati ad essere più rivelatori di un’intera epoca. Lo ha già espresso qualcuno, se in forma simile o diversa non saprei dire con esattezza. Ci si sente infinitesimi, fibre lievissime che sono parte e non parte di qualcosa di molto più grande. Attraversiamo luoghi come in sogno. Siamo e non siamo. E capita un giorno di entrare in un giardino, di posare lo sguardo su un’erta un po’ arruffata, sulla delicatezza dei fiori. È un miracolo avvistare tanto splendore, soffermarsi sull’idea che la terra spontaneamente ancora ne offra. Proprio questo pensiero tra belle e delicate apparizioni è anzi il perfetto connubio, il vero incantesimo opposto alla bufera. Perché ormai ogni attimo risparmiato a ciò che è crollo e perdita, ogni intensità sottratta alla fuga del tempo, al rigore del pendolo, che altrimenti livella e abbatte e disfa, ha in sé una qualità prodigiosa. Passa un altro giorno e dal cielo scendono grandine e pioggia. Che ne è più della leggerezza e del sogno di quelle rapide ore vissute? Il vento ha frantumato l’intonaco di una facciata, la pioggia ha dilavato le alture. Qualcosa precipita vicino a me, mi tocca e non mi tocca. Lo sbriciolarsi di un muro in un vicolo, la caduta dei cieli. Materia per materia, tanto reale, altrettanto irreale. Davanti o dietro di me a delimitare un istante di verità.

Roma – Fioriture ai Fori Imperiali
Roma – Tra noi e gli antichi
Firenze – Il giardino dell’iris
Firenze – Il giardino dell’iris – panorama

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Incantare. Simboli e figure del magico

Pagina d’illustrazioni tratta da “La magia a Roma”, articolo pubblicato su Storica (National Geographic Italia), luglio 2022

Mentre raccolgo qualche idea sulle tracce della cultura magica nel mondo antico, mi capita di leggere un articolo che mette in guardia da possibili risvolti patologici nel cosiddetto pensiero magico compulsivo. Tutti questi seriosi sostantivi così inanellati mi frastornano; forse l’avvisaglia patologica sta proprio in un lessico così ruvido e respingente. Si dice poi che bisogna fare attenzione a stanare questi sintomi già nei bambini. Un bambino ‘troppo fantasioso’ va monitorato e disinnescato. Che asettica in-civiltà la nostra! Ci sarà anche il rischio di qualche scivolamento psichico, ma si corre pure un pericolo altrettanto grave – se non peggiore – di sterminare degli ingenui moti e bisogni interiori, che sono forse il primo e unico mezzo per un bimbo di comunicare col mondo. Un mondo che può fargli sempre più paura e in cui vorrebbe trovare qualcosa di affascinante (non uso casualmente questa parola, ma la intendo come preciso rimando all’idea del fascino e dell’affatturazione).

Si capisce perché gli studi sull’antichità vivano oggi un momento assai impopolare. Greci, romani, persiani, egiziani erano immersi in simili credenze – certo erano società molto superstiziose, anche – ma avevano di sicuro più rispetto di noi per il dono dell’immaginazione.

Mi ha sempre suscitato apprensione chi attacca qualcuno solo perché si diverte a leggere un oroscopo. Che è peraltro un piacevolissimo divertissement, e oltretutto ci sono astrologi che hanno una capacità di scrittura più fine di altri compunti letterati à la carte. Insomma, l’intolleranza nei confronti della leggerezza, verso aspetti per così dire non immediatamente utilitaristici del vivere, la ritengo molto pericolosa. Fiutare il morbo dappertutto, perfino in un ingenuo momento di ‘piacere magico’ scaturito dal trafiletto astrale di una rivista, cela un intento persecutorio. Così, mentre diciamo di difendere la razionalità, siamo i più irrazionali e maniacali.

Nel mondo antico divinazione, interpretazione dei sogni, poesia, incantesimi e rituali religiosi, astronomia e astrologia erano aspetti vicini, in armonica fusione e comprovata confusione. Certo, non tutto era lecito. Anzi, le leggi sui sospettati di praticare malefici, di utilizzare le proprie conoscenze mediche e botaniche per fabbricare veleni, di attentare alla vita o ai beni altrui con mezzi occulti, erano severe e le punizioni contemplavano fino alla pena di morte. Emblematico il caso delle XII Tavole, il primo corpus giuridico latino. Secondo le autorità la magia era capace di provocare conseguenze nella vita reale, di qui la codifica di norme a protezione dei cittadini. Il pantheon greco-romano annoverava non a caso alcuni dei associati alla dimensione magica, come Hermes, il messaggero divino, che poteva viaggiare fra terra e aldilà, o Ecate, dea della notte e della stregoneria.

Nel periodo imperiale è noto il caso del romanziere Apuleio che non nascose la sua dedizione per le pratiche di magia – probabilmente si interessò ai misteri di Mitra, che dal I secolo a. C., con il ritorno delle legioni da oriente, conobbero a Roma larga diffusione. La stessa religiosità misterica con le sue implicazioni rituali intessute di prove da superare e catarsi finale sono per l’appunto al centro della sua maggiore opera letteraria Le Metamorfosi (o L’Asino d’oro).

La parola mago viene dal greco magos (μάγος) con cui si indicavano i Magi, sacerdoti persiani esperti in arti magiche, ma allo stesso tempo dotti in matematica e medicina. Quella legata ai culti magici è dunque una storia molto longeva che connette fasi diverse delle civiltà antiche nonché spazi geografici alquanto vasti, dalle satrapie orientali all’occidente. I greci ad esempio assimilarono la tradizione egizia di scrivere su piccoli fogli di papiro gli incantesimi, ai quali si accompagnavano ricette o pozioni a base di rare piante esotiche. Celebre l’opera di Fritz Graf, filologo e grande specialista delle religioni antiche, che ha raccolto, analizzato, ricostruito moltissimi aspetti della magia nel mondo greco e romano.

Per gli antichi la parola sprigionava un potere straordinario, cosicché era il medium per eccellenza dell’incantesimo. Una parola plasmata in versi, intonata, cantata. Qualcosa che poteva insinuarsi nella volontà, nel più intimo sentire di qualcuno e fin dentro i suoi sogni, intesi come catalizzatori di desideri, fantasie, disvelamenti; non semplici illusioni notturne ma spazi veri e propri in cui abitava l’anima.

In ambito artistico si segnala una produzione variegata e meravigliosa di oggetti magici dei quali gli amuleti sono forse i manufatti più bizzarri. Teste teriomorfe o figure mitologiche (la Medusa è forse la più frequente) sono al centro di rinvenimenti diffusi in tutte le aree occupate dalla civiltà ellenica e romana. Simili suggestioni si sono tramandate fino ai giorni nostri. Il volto della Gorgone in quanto simbolo ipnotizzante e apotropaico – quindi anche intriso di qualità magiche – ha avuto larghissima fortuna, come soggetto indipendente nelle rappresentazioni d’arte e perfino come logo aziendale. Si pensi alla casa di moda Versace che ha unito la Medusa (scelta dal fondatore Gianni) al leone (idea di Donatella) per la proposta commerciale delle sue produzioni. Entrambe queste creature sono infatti associate a vari livelli nella ritualità romana, portatrici di messaggi ctoni e ultraterreni.

Inchiostro Medusa_ditta Gio Diletti di Brisighella // Adoro questa bottiglia vintage / fotografia di Claudia Ciardi ©

La magia nell’antica Grecia e a Roma – Articolo di Eleonora Fioletti su Frammentirivista

Risolto il mistero della testa di toro nella vasca magica etrusco-romana di San Casciano dei Bagni – Su StileArte

I leoni antichi – simbologia – Museo Monteleonesabino

L’antropologia letteraria di Carlo Levi

Esuli di ieri e di oggi. Memorie istriane

Barcola prima del temporale

Ricordo un cambio repentino di luce, come un’anima che entri in un’altra. La città mi salutò così. È così che ho attraversato il golfo di Trieste. E la sera bevevo un caffè in Viale XX Settembre sotto un cielo lampeggiante. Per ore la tempesta ha continuato a indugiare e sembrava che tutto il golfo danzasse uno strano rituale che non si decideva al compimento.

Nei giorni successivi ho incontrato un istriano, fulvo di capelli, che mi ha costretta a seguirlo e che in tutti i modi voleva farmi una cabala. Diceva di esser stato un esule, di venire da Pirano, additandomela sull’orizzonte. In quel momento la luce che la illuminava era di nuovo così enigmatica da dipingermela come una scheggia di un altro mondo. Aggiunse poi che si sarebbe espresso sul mio destino non prima di aver giocato una dozzina di mani con le carte triestine, con le quali mi imbrogliò bellamente, perché faticavo a ricordarle. Né da parte mia ebbi voglia di applicarmi.

Quindi compitò su un foglietto numeri e date. Alle spalle avevo Miramare, la cui fatale presenza avvertivo sopra di me, intanto che seguivo la mano scarna del mio indovino. Pensai che il cabalista mi stesse prendendo in giro una seconda volta, ma il modo in cui mi affidò il biglietto dissipò in me ogni dubbio. In quel momento ebbi la certezza che l’adorabile ciarlatano sapeva il fatto suo.

Più tardi, una sera di fine settembre, un sentiero che porta sulle mura di Lucca, direttamente in uno degli affacci più belli della città, dietro il campanile di S. Frediano. Anche l’ora poteva dirsi la più propizia per girare in quel luogo. Sul tardi, quando il sole si posa obliquamente sopra le architetture e i monti e tutto il resto sembrano sciogliersi in un irrefrenabile trapasso. Ero tornata a camminare lì dopo il mio passaggio a Trieste, giorni intensi segnati da narratori d’eccezione, gente che con spontaneità, signorilità d’altri tempi, e perfino una sana follia, mi aveva donato un pezzo di sé: che Trieste sia una finestra sul mondo è vero non solo per l’intreccio di cultura ed eventi che vivono nei libri e continuano a scaldare il cuore della città, ma più ancora per la miniera di tipi umani in cui ci si imbatte. Mi ero lasciata indietro Miramare, il mansueto guardiano del golfo, il bambino bianco che si fa beffe del tempo, e mi ritrovavo a passeggio su questo scorcio di mura antiche, in una luce calda che ne alleggeriva i contorni. Dentro di me si fece avanti una presenza, quasi una vicinanza che rivendicava attenzione. Forse perché avevo ancora nelle orecchie le voci di chi nel mio viaggio mi era venuto incontro. Ma no, sentivo che era qualcosa di più forte. Non sono affatto metodica e raramente mi soffermo su targhe e iscrizioni. Eppure avvertii il preciso bisogno di voltarmi. Ridiscesi il sentiero e mi avvicinai al grande edificio bianco sulla destra, che sorgeva come un panno steso dietro S. Frediano. Possibile che sia una scuola? No, il liceo classico è in una strada vicina, non mi sbaglio. Provai una strana sollecitudine che mi provocò a leggere la targa commemorativa. Nella grande casa bianca, che per certi versi al tramonto ricorda il candore di Miramare e che guarda le alture al di là delle mura, azzurre come onde portate lì da un’insolita corrente, trovarono ricovero molti esuli dell’Istria. All’improvviso tutto mi divenne chiaro. Guardando là oltre, in quei momenti di strazio e sradicamento, magari più d’uno si sarà sentito confortato qualche attimo dal sole che veglia i bastioni, dove il verde cupo dei monti, che a tratti vira in blu, ricorda i dolci profili istriani. Sono rimasta senza parole. Mi sono venuti i brividi.

Anni dopo, una notte tra i carruggi di Genova, avrei avuto precisa conferma dei miei numeri, dei destini che vi si agitavano. Ad ascoltare di nuovo le cifre sillabate nel caldo soffocante di un’altra città, in ore incomprensibili e certamente non di questa terra, mi sono sentita quasi divelta.

(Claudia Ciardi)

Barcola

* fotografie di Claudia Ciardi

È  raro che in poche battute le persone si rendano disponibili a rivelare qualcosa di sé. Questo grado di profondità, raggiunto con inspiegabile spontaneità e immediatezza, l’ho sperimentato finora solo a Trieste.

Stralcio di corrispondenza con uno degli artisti triestini (ottobre 2014)

La follia abbatte il personaggio perché si impadronisce dell’anima, voglio difendere la mia anima e la mia persona perché nessuno lo farà mai.

Attualmente ho una mostra delle mie opere dove rappresento l’interno della grotta di mare a miramar, nel parco dove due amanti si incontrano come in sogno, sono stati Massimiliano e Carlotta sicuramente due spiriti, a suo tempo, che aleggiano, e forse due amanti che sognano di esserci. Folli son quelli che si lasciano travolgere dalle furie, io non voglio e se è successo nella mia vita non ero cosciente, pensa forse capirai.

Me – ottobre 2014

Quello che fai è molto bello. La tua grotta è un mondo incantato in cui i sogni di tanti vengono a darsi appuntamento.

È strano come la tua sfrontata esuberanza si richiuda all’improvviso. Ne resto quasi sconvolta.  

Purtroppo la realtà è cosa assai ruvida e spesso distaccata da una più autentica comprensione. Però, finché siamo qui, è inevitabile viverla. Ma può anche essere bello abbandonarsi, se bello è ciò che ci afferra. A dircelo è qualcosa che ha a che fare con l’istinto, credo. Le sensazioni sono continuamente esiliate nell’epoca in cui viviamo, e questo è un male, male per la creatività, male per l’arte, male per la spontaneità dei rapporti tra esseri umani. L’aridità è la cosa da cui non vorrei mai essere dominata. E un artista, per sua stessa inclinazione, non può essere avaro di sé.

La tua anima la culla Trieste, lo ha già fatto per tanti. È generosa e calda come una madre, e ti sorregge. Non dimenticarlo. Te lo dice una forestiera, che ama guardare lontano.

13 ottobre 2014

Per fortuna la grotta sul mare esiste è reale non è un sogno quindi sono al sicuro dalla follia lontano lontanissimo tocco la realtà con mano ….. finché vivrò.

Il soldato Schwendar – La mobilitazione e il sogno della pace


In questo periodo di guerra desidero ricordare i miei inediti di Hofmannsthal usciti in Italia per Via del Vento edizioni, rimandando ai più recenti contributi dei lettori che ne hanno parlato.

Il soldato Schwendar vive gli affanni dell’addestramento militare sognando la pace.  Quale più sentito augurio per questa tremenda deflagrazione che ci ha travolti nell’ultimo mese.

Che la rinascita della parola di Hugo von Hofmannsthal in Italia sia messaggera di una nuova pacificata visione del mondo, proprio come avviene nel riscatto interiore del soldato dipinto con accenti di raccoglimento e stupore dal grande letterato viennese.

Arte: Klinger, Kollwitz, Modersohn


Mario Bernardi Guardi, “Il sogno e il simbolo nutrono la creatività dell’incisore Klinger”, «Libero», 5 febbraio 2017.

Giorgio Bonomi ne scrive per la rubrica “Spigolature”, su «Titolo», rivista d’arte contemporanea edita da Rubbettino, n.14, estate-autunno 2017.

Ne hanno inoltre parlato sui loro profili e blog, Ofelia Sisca per «Mangialibri», Eleuterio Telese e «Toscana Eventi & News».


Paola Baratto, “Käthe Kollwitz, dal dolore alla responsabilità verso i giovani”, «Giornale di Brescia», 2 gennaio 2018.

Amedeo Anelli, “L’arte, l’uomo, la guerra: i pensieri di Käthe Kollwitz”, «Il Cittadino di Lodi», 8 febbraio 2018.

Rebecca Mais, su “beckyculturecorner.blogspot.com”, 17 dicembre 2018.


Leonardo Soldati, “Diario di Paula Becker. Vita e arte di una pittrice”, «Avvenire», 14 giugno 2020.

Paola Baratto, “Amo l’arte, voglio servirla in ginocchio perché mi pervada”, «Il Giornale di Brescia», 3 febbraio 2019.

Amedeo Anelli, “Quei pensieri sulla vita di una grande pittrice” «Il cittadino di Lodi», 1 marzo 2019.

Ne hanno inoltre parlato sui loro blog e profili, Daniela Distefano («Liberi di scrivere», 29 settembre 2019), Daniela Domenici («Daniela & dintorni», 24 gennaio 2019), Manuela Gatti, Giovanna Gheser, Antonella Lucchini («Mangialibri», ottobre 2019), Gian Ruggero Manzoni («Versante ripido», febbraio 2019), Mary Mazzocchi («Babele letteraria», giugno 2019), Chiara Romanini, Eleuterio Telese.