Ierogamia e psichismo della Sibilla

Sulle tracce degli studi compiuti da Silvio Ferri, proseguiamo ad addentrarci nel mistero della Sibilla, tentando una restituzione della sua identità religiosa e della sua personalità divinante. Questo tipo singolarissimo e longevo di donna provvista di estrema intuizione e saggezza, qualità infuse dal dono profetico apollineo, ha radici nella devozione popolare greca in un tempo che sfida la rigidità dei limiti cronologici imposti dagli esegeti. Contemporanea o di poco successiva all’arte dei cantori – è un fatto che Omero non ne faccia alcuna menzione tra i suoi versi – sicuramente antecede l’insediamento della Pizia a Delfi.

Quest’ultima è infatti figlia di un processo di istituzionalizzazione del culto, inserita in un collegio sacerdotale e in una pratica cerimoniale che prevede l’utilizzo di specifici strumenti divinatori nonché di un codice comunicativo per trasmettere il responso. Sibilla è il suo alter ego, diciamo così, più libero, nelle cui vene la religiosità arcaica scorre senza compromessi né censure dettate dagli apparati pubblici. Sul piano della ricerca ci offre pertanto la possibilità di esplorare un fenomeno inerente alla sfera sacra svincolato, non intorbidato, a uno stadio più primitivo non solo in termini storici ma anche sotto il profilo umano.

Dunque, quali sarebbero gli indizi salienti, i cosiddetti marcatori, che fanno della Sibilla un resto emblematico di un atteggiamento psico-religioso esteso e capillare nelle credenze della Grecia antica?

Hieròs gámos (ἱερὸς γάμος), l’unione sacra col dio, veicolo di catochè (κατοχή), la possessione da parte dello sposo divino. La ierogamia non era affatto intesa come mero contatto dello spirito; è questa semmai una lettura influenzata da una cultura più tarda. Per gli antichi l’avvicinarsi del dio corrispondeva a un atto carnale, che decretava la sua sposa e perciò destinataria delle capacità profetiche. L’atto sessuale offriva il dono della predizione che si esercitava senza alcun mezzo, senza altro tramite che la presenza del dio stesso nel corpo della Sibilla. In quanto prescelta, era la custode di tale traccia celeste dovuta all’unione carnale e mistica.

Quanto alla possessione, che nel caso presente si riconduce alla follia mantica, secondo quanto stabilito su questo argomento da Platone nel Fedro, esprime quel legame dinamico spesso scientificamente accertato fra la religione e l’amore. Anzi, nella sistemazione platonica, delle quattro forme di follia (mantica per dono di Apollo, telestica causata da Dioniso, poetica, erotica), quella d’amore è più nobile, intrisa di meno ambiguità rispetto a tutte le altre. Eros infatti sarebbe fra le divinità il mediatore per eccellenza, colui che più è capace di riavvicinare il mortale e l’immortale. L’innamorato, sotto l’effetto rivelatore del dio, grazie alla reminiscenza ottiene la massima visione della bellezza corporea e la contemplazione delle forme intelligibili; torna a sentirsi come quando l’anima preesisteva al corpo nel mondo delle idee.  

Per un’accurata discussione di tali temi si rimanda al capitolo di Luc Brisson, Del buon uso della sregolatezza in Divinazione e razionalità, a cura di Jean-Pierre Vernant, Einaudi, 1982.

Due ritratti in cui appare evidente l’ispirazione ai connotati della Sibilla
📌 Timashevskiy Orest Isakovich, Girl of Italy, XIX sec. 📌 Francois Joseph Navez, Portrait of a woman with a turban, 1826

Sibilla vaga da sola, divaga e si ricostituisce ovunque l’immaginario popolare intenda riservarle uno spazio. È propensa al sincretismo, tratto estremamente vistoso nella sua assimilazione all’interno del mondo romano, dove non a caso cumula in sé gli aspetti della Pizia greca. Riferimenti in questo senso si trovano ad esempio nelle Metamorfosi di Apuleio.

Spesso gli interpreti moderni si sono concentrati di preferenza sulla Pizia, trascurando o fraintendendo il carattere sibillino, solo perché come spiega bene Silvio Ferri si tratta di una creatura più vistosa e meno complicata. Qui opera diffusamente, e la Sibilla ha il merito di mostrarcelo in controluce, un tipico pregiudizio sul mondo greco antico che ha inibito per molto tempo l’ammissione di forme superstiziose proprie di un culto ellenico popolare.

Concludendo, l’universalità della Sibilla, in quanto resto meno cristallizzato e più sfuggente dell’antico, le ha permesso di sopravvivere alla fine del mondo greco e romano per riemergere insieme all’enigma del suo potere sacro in epoca medievale e rinascimentale. Qui le sue caratteristiche si fissano nella cosiddetta Sibylla sapiens, figura sapienziale e afflitta, pur continuando a pulsare entro il suo cuore la polimorfia che lì l’ha condotta. Qualcosa che si avverte in sottotraccia e non smette di interrogare i suoi devoti, anche fra gli insospettabili adepti contemporanei.

On Femininity and Art: Claudia Ciardi autrice/ Linkedin Profile

Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

«Una vita nuova di poesia e di sogno»

Prendo in prestito le parole che Cesare Pavese rivolgeva alla sua amata, o forse a un’idea di amore letterario e superno, un rigo in cui risuona peraltro anche la traccia dantesca dell’aspirazione a una vita mutata in virtù dell’esperienza sentimentale, per gettare qualche appunto sulle mie ultime divagazioni. In un ciclo di saggi di teoria linguistica in accompagnamento alla mia opera poetica, mi sono riaffacciata alle suggestioni della saggezza oracolare ellenica e alla dimensione dei santuari come centri di cura, in cui la parola era un’espressione della volontà teurgica del dio.

Si dice che questa presenza scendesse nel cuore, l’organo della risonanza, e da qui dettasse i propri responsi al suo messaggero terreno. Di solito una figura femminile che si riteneva dotata di particolari attitudini sensitive. In tale manifestazione subitanea e incontrollata del divino si può cogliere forse una prima ombra della poesia, il suo primo spirito – nel senso etimologico di spiritus, respiro. Soffermarsi, accordare il proprio soffio vitale a queste cadenze, è un po’ risvegliarsi a nuova vita, abbracciando sensibilità di segno opposto rispetto alla nostra quotidianità.

Nel ripercorre simili tracce mi è capitato di sfogliare il resoconto di Dino Baldi sulle strutture sacre che in Grecia hanno visto il compiersi di guarigioni e prodigi. L’autore definisce il suo sguardo un «gioco paradossale della Grecia fuori dalla Grecia». Sempre per quel cortocircuito fra pensiero e realtà da cui l’Ellade agli occhi dei puristi era «un paese abitato da slavi bizantinizzati e corrotti dall’Oriente». Il viaggiatore che vi si fosse avventurato, anche in tempi non sospetti, molto prima della cosiddetta decadenza imperiale e levantina, correva serio pericolo di restare deluso quando ad andarne di mezzo non fosse la sua incolumità. Il poeta Virgilio, già minato nel corpo, non solo non trovò quello che pensava ma poco dopo essere sbarcato al Pireo rimediò un’insolazione che gli fu letale; a Byron secoli dopo non andò meglio.

Cosa cela dunque ancora questa terra misteriosa, affascinante e tremenda, che si tiene tutto per sé?

«Prima di tutto gli oracoli, porte di comunicazione fra dei e uomini; ma anche i luoghi che i greci, senza distinzione di etnia, riconoscevano come patrimonio comune e rappresentativo della propria identità: i santuari e le sedi dei giochi panellenici». (Dino Baldi)
I resti di un tempo in cui terreno e ultraterreno si cercavano e riuscivano a incontrarsi, anche senza cercarsi, dove mitologia e rituale riempivano di senso l’ordinarietà.

E oggi? Ci sono i greci del Ponto e quelli dei Balcani. E c’è una ruvidità di fondo nel carattere greco – intensità e asprezza – in cui anch’io mi ritrovo. Indocile fierezza si potrebbe dire, un temperamento sfaccettato con cui è difficile fare i conti e che mi suscita un’immedesimazione profonda. Scherzando con la mia amica Androniki mentre mi preparava il caffè e, prima ancora del caffè, il beneugurante dolcetto dell’accoglienza, le dicevo che la nostra complicità era senz’altro il frutto di una vita precedente. Di sicuro ci eravamo incontrate in un bosco della Tracia o giù di lì. Due indomite, polemiche, sognatrici. L’esperienza tutt’altro che tranquilla con la Grecia moderna, che per inciso è figlia di una dominazione turca di quasi cinque secoli dal notevole riverbero anche nella lingua, mi ha forse costretta precocemente a prendere le distanze dal perfezionismo apollineo. E con ciò a guardare più a fondo anche in me stessa; le somiglianze con il carattere contraddittorio e tumultuoso erano ben più di quelle, insussitenti, con gli scatti da cartolina. Qualcosa di ben lontano dai tratti ideali e idealizzati, dalle radiose sintesi dei manuali, dal candore dei reperti. Una landa propensa all’enigma e alla fatalità, che attrae un’epica di delitto, castigo e rinascita, dove nel sangue versato non si fa largo solo la morte ma un divenire estremamente vitale e contraddittorio di creature ribelli, esseri magici destinati a imprese sconcertanti e magnifiche, in cui non per caso un giorno dagli zoccoli di un cavallo è scaturita la fonte dei poeti.

Dino, Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Quodlibet Humboldt, 2013

Si rimanda anche al mio promemoria su Linkedin – Shrines and Healing

L’Amaryllis di Niki e il nostro comune sogno greco in arte e poesia

Claudia Ciardi: «Revue européenne de recherches sur la poésie», Classiques Garnier, Parigi, n° 10, 2024, pp. 275-285: Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo. L’esordio della poesia nelle pratiche oracolari e il potere terapeutico della parola

Complessità culturale nella vita liquida

Automazione, informatizzazione e passaggio al digitale – della pubblica amministrazione, dei patrimoni culturali e di moltissimi settori in contatto diretto o ravvicinato con la nostra quotidianità – stanno determinando mutamenti estesi e profondi nei modi di relazionarci, di intendere il lavoro, scisso fra alcune possibilità aperte dalle nuove tecnologie e la perdita di occupazione, e dunque una non aggirabile condizione di incertezza, precarietà economica e conseguente disagio. 
Quando il direttore del Museo egizio di Torino ha di recente prospettato la realtà di un museo gratuito, in molti si sono detti contrari e contrariati. Ma l’atteggiamento di chi sembrava abbracciare chissà quali rivoluzioni in questo stesso settore, per poi mostrarsi fra i più reazionari, ormai non mi sorprende più. La gratuità non deve spaventarci, non va vissuta come un incubo ingovernabile. Semmai bisogna iniziare a ragionare su come intervenire per destinare risorse laddove altre se ne possono liberare; il dono dell’automazione e dell’utilizzo delle intelligenze artificiali – purché sia un uso controllato e indirizzato dall’essere umano – necessita di una governance, che va pensata per tempo, e che ovviamente non potrà non valersi di qualità creative, di fantasia e in buona sostanza d’immaginazione. Temere una deriva di sregolatezza rispondendo con chiusure irrazionali, significa rinunciare a essere interpreti di quanto sta accadendo. Mentre è importante coglierne l’alto potenziale di libertà a un preciso e più saldo livello di responsabilizzazione.
Il cambiamento è già in mezzo a noi, tant’è vero che ne stiamo osservando rovesci e problematiche. Esserne osservatori passivi, vuol dire desistere dal comprenderlo e volgerlo – almeno provarci – in situazioni vantaggiose. Quello che ha affermato il direttore Christian Greco solleva pertanto una questione di enorme attualità, che coinvolge l’impostazione politica, che quindi si riflette su una serie di altri orientamenti e scelte. Una questione strutturale, di metodo, direi. Nei miei articoli ne parlo da diverso tempo e, lo ammetto, anche forse in alcune forme piuttosto immature quando si ragionava sui primi modelli di reddito di cittadinanza o universale. È un argomento irritante per alcuni, lo capisco, ma non è evitabile. L’estrema esasperata condizionalità con cui il lavoro appare e scompare, e aggiungo anche la sensazione che i modelli e i contenuti formativi siano sempre non dico un passo indietro, ma un centinaio, rispetto alla velocità di quel che ci costringe di continuo a ripensarci, non permettono tentennamenti al riguardo.

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Non è un caso, per fare un esempio in linea con queste urgenze, che proprio nell’ambito del dibattito culturale – almeno fra soggetti realmente e autenticamente in campo per trovare soluzioni e un po’ meno preoccupati dagli avanzamenti e riposizionamenti delle proprie carriere – sia molto sentito il tema della riconoscibilità delle professioni artistiche e, più ingenerale, dell’inclusività delle diverse figure operanti a vario titolo in tale settore. E ancora, fra i vari rilievi emersi ad esempio durante la conferenza di “Minicifre 2023” tenuta a Roma lo scorso 6 dicembre, si è ribadita l’importanza di incrementare osservatori aggregati del territorio per leggere, elaborare e armonizzare al meglio i dati della cultura. Trattandosi infatti di un mondo multidimensionale, con molti attori, dove peraltro l’intervento politico relativo ad alcune aree sembra incerto, prima della lettura statistica, ovverosia dei consumi, occorrerebbe tener presente la pratica culturale (o esperienza culturale), cioè il coinvolgimento, il tempo dedicato dal cittadino alla cultura. In concreto, seguendo quanto detto in questa occasione dalla professoressa Annalisa Cicerchia, economista dell’Università di Tor Vergata, più che misurare gli ingressi nei musei, come ci si ostina a fare, sarebbe opportuno misurare il tempo trascorso da una persona in un museo. Dunque tenere in mano il metro della qualità di una visita, che comprende un insieme organico di fattori, non solo l’entrata-uscita da un luogo ma cosa quel luogo è in grado di trasmetterci (e cosa può cambiare dentro di noi) durante e dopo il nostro percorso.
Come correlato si rimanda ai tracciati esperienziali dell’immersività che negli ultimi anni, specialmente nel periodo della pandemia, hanno contribuito e stanno contribuendo alle maggiori e più articolate considerazioni sul comunicarsi dell’arte, sui nodi psicologici della multisensorialità quando incontriamo (e attraversiamo) gli oggetti d’arte.

Minicifre_Roma_6 dicembre 2023

A monte di tutto si pone è chiaro un richiamo all’etica. In sintesi, le pubblicistiche possono aiutare un po’ ma bisogna che poggino su basi solide, su contenuti. Se la pubblicistica arriva a oscurare i contenuti, quando non a calpestarli, è solo un clamore fine a stesso, incomprensibile e controproducente. E uno spreco di denaro pubblico. Con la crisi economica e con i danni aggiuntivi causati da eventi atmosferici aggressivi che impattano su infrastrutture mal costruite, già discutibili e precedentemente discusse, certe propagande e manie di protagonismo meritano un po’ più di una riflessione. In questo scenario liquido, secondo le penetranti letture di Zygmunt Bauman, dove pochi personaggi alla sommità della piramide dimostrano adattabilità, velocità e un impassibile e divino distacco verso chi non ha gli strumenti per navigare e avere successo in queste condizioni – tuttavia non potranno che essere pochi i beneficiari della liquidità, perché come spiega Bauman un simile status genera appunto una struttura piramidale – sperimentiamo in pieno un deficit di rispetto in ogni sfera dell’attività umana. L’insofferenza – o incapacità – al prendere impegno con l’altro, la sensazione di essere sempre spinti via, di non potersi né volersi soffermare su qualcuno o qualcosa mette in crisi ogni minima forma o propensione solidale. Ciò proprio mentre le architetture della coesione sociale – nella forma ultima di questa selettiva piramide – vacillano. Ma che la piramide liquida non poggi su basi ferme è un bene, ed è una fatalità attesa. 

Zygmunt Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Bari 2006
(e ristampe)

Vorrei concludere sottolineando che nel corso di quest’anno – nonostante il carico di pesantezze che certi piramidali prigionieri di vecchi schemi hanno inteso gettarmi addosso – per fortuna ho avuto modo di gestire attività appaganti e parlare e confrontarmi con decine di persone, di età e percorsi professionali assai diversi. Incontrate in viaggio, durante gli eventi culturali cui ho presenziato o in fila da qualche parte. È stata un’esperienza di altissimo valore, direi di grande arricchimento personale. Perché mi sono sempre capitati interlocutori “svincolati”, con idee trasversali e traverse, insomma delle belle menti. Al contrario, devo dire, non si sarebbero avvicinati o non ci sarebbe venuta voglia di parlare. La chimica dei rabdomanti. Tutto ha contribuito agli spunti e agli stimoli che mi hanno avvicinata e per così dire “consacrata” in via definitiva a certi temi che ho sviluppato nei più recenti lavori di scrittura, nelle mie collaborazioni d’arte e in ciò che desidero coltivare nella mia ricerca.

Poesia, amore e pazienza. Sono i principi chiave del prendersi cura. Cura del sé, degli altri e del patrimonio culturale (materiale e immateriale). // Artslife su Linkedin.

Per approfondire:

Fuori rotta. Gli itinerari silenziosi della cultura

Ibico – Un canto di primavera

Nella poesia lirica corale Ibico (570-522 a.C. circa) occupa una posizione di rilievo. Reggino, appartenente a una famiglia aristocratica, si formò alla scuola del siciliano Stesicoro. Definito come uno dei primi poeti itineranti, soggiornò a Samo, alla corte del tiranno Eace e di suo figlio Policrate. Qui incontrò un altro celebre poeta greco, Anacreonte. Sarebbe stato anche un inventore (e costruttore) di strumenti musicali, tra cui un tipo particolare di lira detto sambuca (così Ateneo di Naucrati, IV, 175).

Secondo una leggenda, morì a causa dell’aggressione di un gruppo di malviventi inseguiti e scovati da uno stormo di gru, grazie a cui il poeta fu vendicato.

Proponiamo qui un suo celebre canto, il fr. 286 P, nella mia traduzione, in quella di Filippo Maria Pontani, per la raccolta dei lirici greci di Einaudi, e infine nelle raffinate rese del filologo Gennaro Perrotta e del poeta Salvatore Quasimodo, per me impareggiabile interprete delle voci greche.

La primavera è una forza vitale che scorre come linfa dentro ogni creatura. Per l’essere umano è il risveglio di Eros, una dirompente bufera, implacabile e drammatica (ἐρεμνὸς ἀθαμβὴς) che scuote e rimescola nel profondo. Si sente qui un’eco di Saffo (fr. 47 Voigt), dove amore è il vento di montagna che precipita nel bosco.

In primavera i meli 
cidonii dalle correnti dei fiumi
abbeverati, dov’è intatto
il giardino delle ninfe,
e i tralci dal sogno nutriti
degli ombrosi germogli, danno il fiore;
né in me amore riposa.
Ma gravido come il vento di Tracia
viene, dai lampi acceso
da Venere ispirato
intrepido, tenebroso scagliando
l’affilata pazzia, e sempre
potentemente il cuore ci sorveglia.

(Traduzione di Claudia Ciardi)

*I meli cidonii sono i meli cotogni. In greco antico prendono il nome dalla città di Cidonia sulla costa settentrionale dell’isola di Creta.

*Il tracio Borea è il vento del nord, la tramontana.

Ibico, fr. 286 P / Testo originale e traduzione di Filippo Maria Pontani da Lirici greci, a cura di Simone Beta, traduzione di F. M. Pontani, Einaudi, Torino 2008

A primavera i meli cotogni,
bevute l’acque vive dei fiumi,
fioriscono nell’inviolato
giardino delle Vergini;
sotto i tralci ombrosi dei pampini
fioriscono i fiori della vite.
Ma per me non dorme Amore
in nessuna stagione:
come la bora di Tracia infiammata di folgori,
così, messaggero di Cipride,
s’avventa con le sue follie ardenti
tempestoso, sfrenato: dalle radici
possiede l’anima mia.

(Traduzione di Gennaro Perrotta)

La versione di Salvatore Quasimodo pubblicata su “Pagine di poesia” / fb

Murales in parole greche – marzo 2023 / fotografia di Claudia Ciardi ©

Bella gerant alii, tu felix Austria nube


Nozze di Agilulfo e Teodolinda – Cappella di Teodolinda – Duomo di Monza


La dinastia degli Asburgo accrebbe il suo potere territoriale e politico attraverso una serie di grandi matrimoni, giustificando questo motto. Si tratta di un esametro latino attribuito a Mattia Corvino, re d’Ungheria, mentre secondo altri lo avrebbe coniato Federico III d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero.

Nel tempo delle narrazioni rovesciate e dei monopoli culturali, mentre ci si sforza di pubblicizzare tutto come accessibile e facilmente acquistabile, la conflittualità aumenta. E mentre gli eventi premono e accelerano, chi è alla guida sembra voler puntare i piedi, scongiurando così di esser superato dal tempo – lui crede.

Eppure, storicamente, le esperienze più longeve sono state anche quelle che hanno goduto di maggiore apertura ossia le compagini che hanno avuto un modello da proporre sorretto da una visione ampia e inclusiva. In simili imperi, non a caso, le guerre se non riuscivano ad essere disinnescate, quantomeno si accompagnavano a strategie diverse per l’assimilazione, il consolidamento, la compresenza dei popoli. Solo nella fase di declino e caduta il ricorso alla violenza diveniva centrale e perciò anche fatale. Quanto più un impero si fonda sul conflitto, più rapida sarà la sua scomparsa.  

Dunque, in altre parole. Meglio gli sposalizi delle guerre. O in altre parole ancora, fate l’amore invece di accopparvi.

E la bella Teodolinda? Chi era costei? Principessa bavara sposò prima il re longobardo Autari e, una volta morto il suo primo consorte, divenne moglie di Agilulfo, duca di Torino. Morto anche Agilulfo, Teodolinda assunse su di sé gli impegni di governo e il suo regno prosperò, conoscendo un periodo di pace. Donna al potere in un periodo storico ritenuto pregiudizialmente di regresso e immobilismo, il suo è un esempio di realizzazione ed emancipazione femminile, nonché di intelligenza nell’aver saputo interpretare al meglio il proprio ruolo commisurandolo alla sfera pubblica e privata.

Donna di polso e anche fine e capace stratega politica per essere stata la prescelta da due tra i più influenti personaggi dell’avventura longobarda in Italia, ha saputo conservare il potere, tenersi alla larga dalle guerre, ritagliarsi una pagina degna e affascinante tra le vite dei grandi.

Si veda anche:

La via dell’arte tra oriente e occidente

Scrittura e arte

Scrittura e arte, arte e scrittura. Due sponde che si chiamano. Un rapporto simbiotico destinato a nuove metamorfosi. 


Interrare i semi, scendere fino all’anima delle cose. Radicarsi in un suolo come alberi nel loro regno. E se il vento li scuote, abbandonarsi restando saldi.
Assecondare la natura, sentirne le cadenze dentro di sé non per ripeterle ma per farsi strumento di creazione. Donare e ricevere. Perché nell’arte va come nell’amore.