Le relazioni magiche

Storie di precognizioni, magia, sensismo e spiritismo che si insinuano fino agli Venti del Novecento e oltre, con tanto di processi alle streghe. Nell’Inghilterra della seconda guerra mondiale, mentre il paese era scosso da emergenze ben più pressanti, andò in scena l’ultima accusa di stregoneria a carico di una medium, tale Helen Duncan. Non si vedeva una cosa del genere dal lontano 1727, tanto che perfino Winston Churchill si sentì in dovere di intervenire, liquidando l’intera faccenda come «una sciocchezza obsoleta».

Il procedimento a carico della Duncan fu un caso eclatante di quello che potremmo definire un clima di sospetto, senz’altro esacerbato dai disagi e dalle paure causati dagli eventi bellici, che comportò il ristabilirsi di reazioni credute sepolte da tempo. Clamorosamente, in questo caso, il pubblicò proseguì a sostenere la donna. Mentre in passato le cosiddette streghe erano per lo più oggetto di stigma e isolamento da parte della comunità, con il risvolto violento degli interrogatori e delle esecuzioni – complice anche il terrore seminato dalle autorità inquisitrici – qui assistiamo a un atteggiamento contrario. Anche dopo la condanna, questa eccentrica figura in possesso di facoltà medianiche inspiegabili agli occhi degli esperti incaricati di studiarle, continuò a riscuotere attestazioni di stima e vicinanza. A differenza di altri casi coevi in cui la scoperta di tentativi di truffa e raggiri di varia entità decretò la fine della fortuna dello spiritista di turno, la Duncan a guerra conclusa proseguì la sua attività senza aver smarrito è il caso di dire “la magia” con il suo auditorio. Il popolo ha un incomprensibile istinto per certi fenomeni? Sì, e spesso infatti finisce per lasciarsi trarre in inganno. Ci sono moltissime testimonianze di conclamata ciarlataneria, proprio nel periodo che si inaugura con la seconda metà dell’Ottocento, quando questo genere di pratiche raggiunse il culmine della popolarità. Due fatti storici ne determinarono un’affermazione tanto vasta, almeno nel mondo occidentale. La guerra civile americana e successivamente la prima guerra mondiale che, mentre seminava il suo velenoso epilogo, attraverso l’epidemia di influenza spagnola, rinfocolò un interesse per gli “esperti” del dialogo con i defunti che si credeva ormai al tramonto. In altre parole, le profonde crisi che scossero a più riprese la società statunitense e quelle del vecchio continente, provocarono il diffondersi di un’ampia fiducia nei poteri paranormali e nei suoi praticanti. Ne ho parlato anche nel mio libro su Thomas Mann, protagonista d’eccezione di un ciclo di sedute spiritiche a Monaco di Baviera, nella Germania di fine 1922 e inizio 1923 alle prese con gli effetti di una galoppante inflazione.

Un esempio di fotografia spiritica che si ingegnava di catturare i fantasmi sulla pellicola. // Fonte: National Geographic

La molla che più ha fatto scattare l’impulso a partecipare a queste attività era la promessa di poter tornare a parlare con un parente morto in guerra. Il francese Allan Kardec ideò una teoria dello spiritismo incentrata sulla reincarnazione, espressa nel suo volume Il libro degli spiriti, dato alle stampe nel 1857. L’opera ebbe larga diffusione, incontrando un vasto favore di pubblico anche al di fuori dell’Europa, in particolare in Sudamerica e Russia.

Il tema dell’evocazione degli spiriti e del comunicare con l’aldilà – anche nota come negromanzia – ha del resto origini antiche. Sanzionata e bollata dai culti ufficiali, in particolare quelli monoteisti della tradizione giudaico-cristiana, di diffondere aspetti oscuri e pericolosi nella collettività, l’Antico Testamento ne fa esplicito divieto. Che l’uomo in ogni epoca abbia espresso sotto varie forme il bisogno di essere confortato e confermato nella sua presenza terrena, e lo abbia fatto cercando una comunicazione sensoriale extra terrena o aliena (in senso etimologico e parapsichico), è un fenomeno che fa parte della sua lunga avventura come essere pensante.
Nei suoi Dialoghi delfici, Plutarco ci ricorda un mondo perduto fatto di anime vaticinanti e sensibilità oracolari incalzate dai nuovi corsi storici.

«C’è una storia, caro Terenzio Prisco, in cui si narra che delle aquile, oppure dei cigni, partiti dai limiti estremi della terra e diretti al suo centro, si ritrovarono nello stesso posto, a Pito, dov’è il cosiddetto “ombelico”. In seguito, Epimenide di Festo volle chiedere ragione di questo racconto al dio, ma non ottenne che un responso ambiguo e incomprensibile. Allora, si dice, esclamò:

Né della terra esiste un centro, né del mare; e se esiste, è noto agli dèi, ma celato agli uomini.

A buon diritto il dio aveva respinto la sua domanda, poiché egli pretendeva di esaminare la bontà di un’antica tradizione toccandola col dito, come si fa coi dipinti».

Plutarco, 1 409E, Il tramonto degli oracoli in Dialoghi delfici, introduzione di Dario Del Corno, Adelphi edizioni, Milano 1983 [ristampe].

E non potrebbero dirsi, secoli dopo, i dialoghi leopardiani incastonati nelle sue Operette morali vergate fra il 1824 e il 1832, meditazioni dell’umano troppo umano alla ricerca di un pretesto, di una leva per trascendersi e sottrarsi alle false promesse di un progresso definito a sproposito? Giacomo Leopardi, che fu un incompreso nella sua epoca, almeno fra la stragrande maggioranza della gente a lui coeva, nella schiera di una intellettualità che si consegnava con entusiasmo alle miracolistiche aspettative delle magnifiche sorti e progressive, è il testimone di una filosofia poetica della crisi, di un’inquietudine dubitante che l’essere umano non dovrebbe mai disconoscere. È su un altro fronte una sorta di oracolista in un mondo che non segue più alcuna voce profetizzante, tranne quella della tecnica – il nuovo oracolo che a tutto avrebbe rimediato.

Per concludere, dai poeti fraintesi torniamo ai nostri sensitivi perseguitati. Senza dubbio si trattò in molti casi di persone che al fine di sbarcare il lunario o per balzare velocemente agli onori della cronaca si inventarono questo bizzarro mestiere, arrogandosi poteri paranormali. Di fatto praticamente tutte queste figure, prima o poi, incapparono in qualche guaio con la giustizia. Nel migliore dei casi furono tenute d’occhio. Sarà forse, lo ripeto, al di là del controllo esercitato dallo Stato “normalizzatore”, che questo atteggiamento riflette anche un’attitudine tutta moderna di sanzionare la sensibilità? Di ravvisare sospetti in chiunque mostrasse atteggiamenti non contemplati dalle regole – esplicite o implicite – normalizzanti emozioni, reazioni, modi d’espressione codificati dalle società scese dalle culle post rivoluzionarie? La Duncan andò a processo perché non si riuscì a spiegare come avesse potuto detenere delle informazioni riservate, cui non erano al corrente neppure i vertici dell’intelligence, segreti militari rivelati nel corso delle sue sedute, quando chiamava a sé gli spiriti. Sospettata di spionaggio – ma la verità è che ci si trovava veramente a fronteggiare qualcosa di misterioso – subì una sorta di carcerazione preventiva. Si stava preparando lo sbarco in Normandia e nulla poteva essere lasciato al caso; neppure che una medium particolarmente abile spifferasse in pubblico per bocca delle anime morte qualche dettaglio dell’operazione.

Molti sono gli atteggiamenti, ad oggi, che tendono a isolare certe persone ritenute forse ipersensibili o poco comprese. Si direbbero odierni meccanismi censori, tentazioni di un ritorno alla caccia alle streghe, riflettenti la brutalità dei pregiudizi e delle azioni del passato.

Una divertentissima foto delle “streghe di Norfolk”, documento di un’usanza davvero singolare nell’Inghilterra degli anni Venti. // Dalla pagina fb curata da “Le Signore dell’Arte”.

Articoli correlati:

Inés Antón, Le origini dello spiritismo tra medium, messaggi dall’aldilà e scetticismo, «National Geographic Italia», 18 ottobre 2023

Parissa Djangi, L’ultima strega della Gran Bretagna è vissuta nel XX secolo, «National Geographic Italia», 19 ottobre 2023

Guardare la Gorgone

Angelo Tonelli, Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica, Feltrinelli, Milano 2021

Arte salvata, arte liberata

Ultimi giorni per visitare la mostra sull’arte liberata a Roma. Un imponente allestimento nelle sale delle Scuderie del Quirinale dedicato ai capolavori strappati alla barbarie della guerra. La storia di donne e uomini coraggiosi quanto generosi che profusero tutte le loro energie per salvare il nostro patrimonio culturale. Protagonisti di leggendari e rischiosissimi trasferimenti realizzati in tempistiche impossibili, con scarsità di personale e di mezzi, nella continua incertezza di uno scenario mutevole che celava insidie sempre nuove. Validi organizzatori, instancabili.

Sono qui riuniti i grandi nomi della storia dell’arte. Per citarne solo alcuni, Piero della Francesca, Guercino, Francesco Hayez, Hans Holbein, Lorenzo Lotto, Luca Signorelli, Paolo Veneziano.

Una cospicua presenza di autori provenienti dalle pinacoteche marchigiane ci aiuta a comprendere l’estensione e la diffusione della nostra arte. Giovanni Baronzio, Olivuccio di Ciccarello, Allegretto Nuzi ne attestano la potente capillarità. Tesori immensi sparsi in ogni provincia che rendevano arduo selezionare, accordare una priorità, decidere cosa fosse più importante salvare e cosa no – le Marche che molto hanno contribuito alla realizzazione di questo evento, sono state una delle principali mete cui avviare il ricovero delle opere da sottrarre alle incombenti distruzioni.

Per me anche un legame che si è idealmente rinnovato dall’incontro con le collezioni di Palazzo Buonaccorsi a Macerata all’inizio di quest’anno. Voltarmi e trovarmi all’improvviso di nuovo davanti a un’opera di Carlo Crivelli è stata un’emozione indescrivibile.

Carlo Crivelli, Secondo trittico di Valle Castellana, 1472 circa (dettaglio),
in prestito dalla Pinacoteca civica di Ascoli Piceno
Guardate quanto amore in queste espressioni e nei gesti /
Castello di Montegufoni, agosto 1944
Luca Signorelli, Crocifissione di Cristo (1500-1505, circa), in prestito dagli Uffizi

C’è una considerazione che letteralmente tallona il visitatore per l’intero percorso della mostra: “Cosa abbiamo rischiato!”. Il mio incontro con le fotografie delle opere d’arte per così dire trincerate, all’inizio del secondo conflitto mondiale, risale alle lezioni del liceo. Ricordo la mia professoressa che, mentre ci mostrava le lugubri riproduzioni in bianco e nero delle armature costruite intorno alle statue, scuoteva la testa dicendo: “Possibile mai che un paese come il nostro, con il patrimonio artistico che possiede, entri in guerra?”. Ecco, appunto, cosa abbiamo rischiato…

E come non pensare di nuovo alla Triennale di Milano del 2018-2019 dedicata alle distruzioni, dove il pubblico veniva accolto da un grande pannello in cui si elencavano i danni di guerra; un’impressionante quantificazione del patrimonio perduto.

Per la presente rassegna sono stati scelti dei fondali di legno che volutamente riproducono e ricordano le casse d’imballaggio dove i nostri capolavori sono stati deposti, trovando ricovero.

Non solo quadri e statue ma anche libri. Emblematico il caso della collaborazione fra l’inesauribile Fernanda Wittgens e la collega Mary Buonanno Schellembrid, direttrice della Braidense, impegnate nella messa in sicurezza del catalogo generale per autori della biblioteca. Intrecci femminili dove si stagliano figure volitive che rasentano la sfrontatezza – qualità in tal caso più che positiva, sollecitata dall’emergenza. La già citata Wittgens, e la fascinosa ma altrettanto risoluta Palma Bucarelli che, a bordo della sua mitica Topolino, scortava i convogli con le opere d’arte da trasferire, o ancora Noemi Gabrielli, una minuta ma coriacea signora di Pinerolo sulle cui spalle gravò la responsabilità di buona parte delle operazioni piemontesi per conto della Galleria Sabauda e dell’Accademia Albertina. 

* Fotografie di Claudia Ciardi ©


Arte liberata, 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra – Scuderie del Quirinale, Roma (16 dicembre 2022 – 10 aprile 2023)

Un tempo di natura prima che il tempo finisca

Il titolo dell’ultimo lavoro di Michele Pellegrino è più che eloquente e getta uno sguardo sul rischio di una perdita definitiva. L’essere umano infatti sembra vicino, come mai in passato, alla fine dei tempi. Il Novecento ha affilato le sue armi – armi terribili, congegnate per la distruzione di massa – attraverso cui molte stragi e devastazioni ha messo in atto. Nonostante l’umanità sia rimasta così a lungo sospesa sul baratro, tanto da pensare che avesse fissato nella propria mente ogni più atroce efferatezza che lì sia avvenuta, anziché prenderne le distanze pare ancora oggi esserne fatalmente condizionata.

Può darsi che questa sensazione di fine dei tempi sia stata anche delle generazioni che ci hanno preceduto. Certo, la seconda guerra mondiale dev’essere apparsa alla maggior parte come un’apocalisse, di sicuro la sua immagine terrena meglio riuscita.

La raccolta del grande fotografo piemontese appena pubblicata da Mondadori-Electa è una struggente riflessione sulla labilità, lo scivolamento che si va consumando, una caduta che si direbbe inarrestabile ma pure reca in sé la traccia per un’inversione di rotta. Basterebbe tanto poco, ad esempio iniziare ad ascoltarsi e posare gli occhi sull’incanto della natura, per volgere in meglio le nostre energie così disperatamente rivolte all’autodistruzione.  

Le Langhe, terra madre di Pellegrino, possono dirsi un osservatorio d’elezione per ragionare intorno a questo tema, in cerca di una risposta che forse sa un po’ di oracolo, non nel senso dell’infallibilità che agli oracoli si accompagna, piuttosto per l’intuizione e la limpidezza che viene da certe voci.

In una prossimità emotiva che attiene anche ai miei percorsi di scrittura fin qui intrapresi, si segnala la citazione dello studio su Paula Modersohn-Becker nelle note che introducono a questo lavoro. Le iniziative che in alcune zone del Piemonte – e non soltanto qui – si stanno portando avanti sia in architettura che nelle arti (recupero delle borgate, progetti di comunità, partecipazione di diverse personalità creative ai lavori di studio e ricerca per la loro realizzazione) rimanda, pur in contesti diversi e in una fase storica mutata, ai collettivi fondati in diversi luoghi d’Europa fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento – a partire dalle esperienze antecedenti di Barbizon – accomunati dal desiderio di un ritorno a un più autentico rapporto con la natura.

Si riporta integralmente la nota in oggetto con riferimento a Paula Modersohn-Becker e a uno spirito culturale che merita senz’altro di essere approfondito anche alla luce della complessa fase storica che stiamo attraversando.  

«È peraltro uno dei grandi temi dell’arte ottocentesca, dal romanticismo al neogotico, che nella radice romantica ha trovato nutrimento. Le comunità o colonie artistiche da Barbizon in poi, passando per Pont-Aven, fino ad arrivare a Murnau, Sylt, Worpswede nacquero come ritiri alla ricerca di un più genuino rapporto fra natura e persone. Si veda a proposito di questi intrecci una personalissima declinazione espressa in pittura da Paula Modersohn-Becker, illustrata dal saggio di Claudia Ciardi, Ut pictura poësis. Arte, parola e metamorfosi di Paula Modersohn-Becker, rivista «Incroci», semestrale di letteratura e altre scritture, numero 45, anno 2022, pp.118-131».

Peraltro in contiguità con l’approfondimento dei rapporti su letteratura ed arte, nel cui ambito questa trattazione ha posto in rilievo lo scritto di Elsa Morante su Beato Angelico.

Dalla prefazione di Daniele Regis, La poetica della luce, p. 27 (note 28 e 29) in Michele Pellegrino, Prima che il tempo finisca, Mondadori-Electa_Photo, 2022, edizione bilingue (italiano-inglese).


Si rimanda alla scheda della pubblicazione:
https://www.electa.it/prodotto/prima-che-il-tempo-finisca/

Bella gerant alii, tu felix Austria nube


Nozze di Agilulfo e Teodolinda – Cappella di Teodolinda – Duomo di Monza


La dinastia degli Asburgo accrebbe il suo potere territoriale e politico attraverso una serie di grandi matrimoni, giustificando questo motto. Si tratta di un esametro latino attribuito a Mattia Corvino, re d’Ungheria, mentre secondo altri lo avrebbe coniato Federico III d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero.

Nel tempo delle narrazioni rovesciate e dei monopoli culturali, mentre ci si sforza di pubblicizzare tutto come accessibile e facilmente acquistabile, la conflittualità aumenta. E mentre gli eventi premono e accelerano, chi è alla guida sembra voler puntare i piedi, scongiurando così di esser superato dal tempo – lui crede.

Eppure, storicamente, le esperienze più longeve sono state anche quelle che hanno goduto di maggiore apertura ossia le compagini che hanno avuto un modello da proporre sorretto da una visione ampia e inclusiva. In simili imperi, non a caso, le guerre se non riuscivano ad essere disinnescate, quantomeno si accompagnavano a strategie diverse per l’assimilazione, il consolidamento, la compresenza dei popoli. Solo nella fase di declino e caduta il ricorso alla violenza diveniva centrale e perciò anche fatale. Quanto più un impero si fonda sul conflitto, più rapida sarà la sua scomparsa.  

Dunque, in altre parole. Meglio gli sposalizi delle guerre. O in altre parole ancora, fate l’amore invece di accopparvi.

E la bella Teodolinda? Chi era costei? Principessa bavara sposò prima il re longobardo Autari e, una volta morto il suo primo consorte, divenne moglie di Agilulfo, duca di Torino. Morto anche Agilulfo, Teodolinda assunse su di sé gli impegni di governo e il suo regno prosperò, conoscendo un periodo di pace. Donna al potere in un periodo storico ritenuto pregiudizialmente di regresso e immobilismo, il suo è un esempio di realizzazione ed emancipazione femminile, nonché di intelligenza nell’aver saputo interpretare al meglio il proprio ruolo commisurandolo alla sfera pubblica e privata.

Donna di polso e anche fine e capace stratega politica per essere stata la prescelta da due tra i più influenti personaggi dell’avventura longobarda in Italia, ha saputo conservare il potere, tenersi alla larga dalle guerre, ritagliarsi una pagina degna e affascinante tra le vite dei grandi.

Si veda anche:

La via dell’arte tra oriente e occidente

Storia naturale della distruzione – Sebald, Benjamin, Carifi


L’ “epoca delle rovine”, così la chiama Roberto Carifi mentre ripensa ai giochi della propria infanzia «in uno spiazzo sterrato e desolato, circondato da edifici sventrati e cadenti», orla e scandisce l’infinito istante che ha lacerato la vita e la parola, e aggirandosi sulle loro membra disperse continua a farvi risuonare la sua eco. Epifania di un senso interrotto che, al deflagrare di ogni cosa, rivendica per sé un nuovo spazio nel mondo.

C’è una consonanza, un accordo sonoro e sensibile, tra ciò che abita l’infanzia di Carifi, non a caso studioso e traduttore di una parte cospicua della produzione poetica tedesca, e l’impressione che Sebald riserva a se stesso da bambino:

«Ho trascorso l’infanzia e la giovinezza in una zona che si estende lungo il margine settentrionale delle Alpi, zona largamente risparmiata dalle immediate conseguenze delle cosiddette operazioni militari. Alla fine della guerra avevo appena un anno ed è quindi difficile che, di quell’epoca segnata dalla distruzione, io possa aver serbato impressioni fondate su eventi reali. Eppure ancor oggi, quando guardo fotografie o documentari del periodo bellico, ho come la sensazione di esserne il figlio, come se di là, da quegli orrori che non ho vissuto, cadesse su di me un’ombra alla quale non potrò mai sfuggire del tutto. […] Le immagini dei sentieri di campagna, dei prati rivieraschi e dei pascoli montani vengono a confondersi davanti ai miei occhi con quelle della distruzione, e – in maniera perversa – sono proprio queste ultime, non gli idilli infantili divenuti ormai assolutamente irreali, a darmi un senso di casa, forse perché rappresentano la realtà più potente, la realtà dominante dei miei primi anni di vita. Oggi so che allora, mentre ero disteso nella culla sull’altana della nostra casa di Seefeld e, socchiudendo gli occhi, guardavo in su verso il cielo bianco-azzurro, dappertutto in Europa erano sospese nuvole di fumo». (Sebald, o. c., pp. 74-76)

(Claudia Ciardi)

Dal mio articolo “Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald” (dicembre 2010).

Pubblicato inizialmente sulla versione online di «Helios Mag» (archivio non più presente in rete).
Qui la versione integrale del mio contributo

Altro qui >>>>>> Robert Walser e Winfried Georg Sebald

Il soldato Schwendar – La mobilitazione e il sogno della pace


In questo periodo di guerra desidero ricordare i miei inediti di Hofmannsthal usciti in Italia per Via del Vento edizioni, rimandando ai più recenti contributi dei lettori che ne hanno parlato.

Il soldato Schwendar vive gli affanni dell’addestramento militare sognando la pace.  Quale più sentito augurio per questa tremenda deflagrazione che ci ha travolti nell’ultimo mese.

Che la rinascita della parola di Hugo von Hofmannsthal in Italia sia messaggera di una nuova pacificata visione del mondo, proprio come avviene nel riscatto interiore del soldato dipinto con accenti di raccoglimento e stupore dal grande letterato viennese.

ἄγαμος ἄτεκνος ἄπολις ἄφιλος

Valentin Aleksandrovič Serov, Ifigenia, 1893

νῦν δ’ ἀξείνου πόντου ξείνα

δυσχόρτους οἴκους ναίω,

ἄγαμος ἄτεκνος ἄπολις ἄφιλος. (Eur. IT 218–20)

E ora qui, straniera, sul mare desolato

le tristi case abito,

senza nozze, senza figli, senza patria né affetti.

Euripide, Ifigenia in Tauride [traduzione di Claudia Ciardi]

Si è festeggiato l’8 marzo, e nell’arte con molte iniziative già preparate, è evidente, prima che scoppiasse l’ennesimo disastro. Così, proprio mentre le abbiamo interpellate e ci siamo adoprati per celebrarle, le Muse, turbate, ferite, hanno continuano a tacere. Avrebbe potuto essere altrimenti? Con quello che accade la femminilità più di tutto è scossa e sradicata, minacciata nei propri affetti, nelle cose che si danno come basi del proprio mondo, per quel poco che si può rendendolo saldo.

Sono tristi e arrabbiate queste Muse, perché non facciamo abbastanza per onorarle, anzi mentre diciamo di amarle, le mandiamo in esilio. E così le Muse tacciono, tacciono perché è debole il nostro omaggio, non sono fresche le rose che portiamo.

Vorrei anche dire che un buon 8 marzo a due signore che si occupano del fondo manoscritto di Paula Modersohn-Becker ci poteva anche stare; più di dieci anni di studio l’una e, per quanto mi riguarda, oltre quattro anni. Un lavoro esteso che comprende la consultazione di molti materiali in lingua, inediti in Italia, di cataloghi e altri strumenti simili che ci siamo procurate tenendo contatti con centri di studio, librai e antiquari tra gli Stati Uniti e la Germania.


Ne approfitto per dire che è in corso di pubblicazione un lungo saggio a mia firma (30.500 battute con un excursus bibliografico incentrato su alcuni recentissimi titoli usciti nel panorama culturale tedesco) dove si offre in anteprima un ritratto di questa pittrice a partire da un accurato studio delle occorrenze verbali in rapporto alle sue esperienze di crescita artistica. Abbiamo lavorato come se avessimo di fronte un poema antico, rintracciando clausole, ritorni nell’aggettivazione, tentando di illuminare le singole e più significative parole tedesche per quello che è il loro portato sia in ambito letterario che pittorico. Il testo offre cospicue citazioni in un raffronto bilingue tra gli autori passati in rassegna. Così sarà contento chi per mestiere rileva le pagliuzze altrui…

È strano come si osservi nell’altro un battito di ciglia e poi ci si “dimentichi” di chiedere conto della ricerca di due studiose, che non vantano parentele accademiche, ma validamente e profondamente si sono impegnate.

Ad ogni modo, di questo primo assaggio della nostra ricerca indipendente daremo notizia qui nelle prossime settimane.   

Visto che l’8 marzo è andato e si è persa una buona occasione, provvedo da me ad augurarci buona primavera. Buon risveglio a noi, buona arte e creatività a te, cara Eleonora, e buona rinascita a tutte le donne che lottano, a quelle che non vengono aiutate, a quelle che lavorano in silenzio senza sfruttare rapporti di potere, cui vengono negati sistematicamente spazi di rappresentazione e d’intervento, a quelle che cercano di cambiare le cose.

22 ottobre 1899 – Dal diario di Paula Modersohn-Becker [traduzione di Eleonora Beltrani e Claudia Ciardi]

Des Nachts, wenn ich aufwache, und morgens, wenn ich aufstehe, ich es mir, als wenn etwas Traumhaft-Schönes auf mir liege. Und dann ist es doch nur das Leben, das mit seinen schönen Armen ausgebreitet vor mir steht, auf daß ich hineinfliege.

Quando nottetempo mi desto e al mattino mi alzo, è come se qualcosa tra sogno e meraviglia mi avvolgesse. Poi, altro non è che la vita a braccia aperte innanzi a me, perché mi ci getti.

11 luglio 1899 – Dal diario di Otto Modersohn [traduzione di Claudia Ciardi]

Es kommt aber alles darauf an, alle Schlacken, alles anhaftende fremde zu beseitigen und ganz “ich selbst” zu werden, ganz persönliche Bilder zu schaffen, die würden mir Erfolg verschaffen, innerlich reif, und äußerlich reif (einheitlich)…

Ma è proprio una questione di rimuovere tutte le scorie, tutte le residue cose estranee, per divenire completamente “me stesso”, creando immagini del tutto personali che mi porterebbero al risultato, interiormente maturo ed esteriormente maturo (uniforme)…

Nabis

Künstlerkolonie Worpswede

Vienna, lo specchio magico: Jerusalem-Hofmannsthal


Mario Bernardi Guardi, L’Austria poco felix della femminista e ribelle Jerusalem, «Libero», 7 marzo 2017

Francesco Cappellani, Else Jerusalem e la prostituzione a Vienna nei primi anni del Novecento, «Dissensi e discordanze», 27 ottobre 2017; sempre a firma di Cappellani un bell’approfondimento sulla rivista della Comunità ebraica di Milano, Else Jerusalem, femminista a Vienna nei primi anni del Novecento, «Bet Magazine» – la più antica testata ebraica italiana (77 anni di attività), 10 luglio 2022 [Questo articolo è stato ripreso anche da «Pars», portale di formazione e informazione religiosa]

Donatella Massara, Else Jerusalem – Liberazione, «Donne e conoscenza storica», 19 gennaio 2018  

Ne hanno inoltre parlato «Mangialibri» e «Toscana Eventi & News»


Elisa Veronica Zucchi, Sogni e maschere. L’indissolubile intreccio fra vita psichica e teatro nella scrittura di Hofmannsthal, «Il Foglio», 26 febbraio 2022

Rassegna stampa del “Centro studi sul teatro napoletano”, 29 novembre 2021

Rebecca Mais, Il soldato Schwendar di Hugo von Hofmannsthal: la vita, la morte, gli enigmi dell’autore austriaco nelle prose inedite, «Oubliette Magazine», 13 gennaio 2022

Un commento all’articolo di Roberta Ascarelli su «Alias / Il Manifesto», 27 febbraio 2022

Gian Paolo Grattarola, lettore attento e affezionato di Hofmannsthal, ne ha scritto su «Mangialibri», luglio 2022.
Qui un estratto della sua sentita analisi

Ne hanno inoltre parlato sui loro blog e profili Daniela Domenici, Gian Ruggero Manzoni, Ivana Margarese, Mary Mazzocchi, Laura Vargiu che ha condiviso anche un’approfondita lettura del testo nel network di «QLibri»  

Prosa breve come poesia: Musil, Roth e Lasker-Schüler


La guerra senza qualità di Robert Musil, a cura della redazione, su «Il Giornale», 5 dicembre 2012

Enzo Cabella, Cinque prose inedite di Robert Musil. Il regalo di Natale di Via del Vento edizioni, «La Nazione», 9 dicembre 2012

Su «Internazionale» n. 982, 11-17 gennaio 2013 – Rubrica dei libri ricevuti

Alfonso Berardinelli, Gli appunti di Musil dal fronte italiano: che meraviglia la prosa quando è breve, «Avvenire», 26 gennaio 2013

Ne hanno inoltre parlato sui loro blog e profili, «Chronica Libri» (classifica dei libri per l’estate 2013 a cura di Giulia Siena), «La bottega di Hamlin», Giuliano Brenna su «La Recherche», Stefano G. Azzarà sul suo blog «Materialismo storico», la trasmissione radiofonica «Carta Vetrata» a cura dell’Università popolare di Trieste, 16 giugno 2013


Daniele Abbiati, Che gran cronista quel santo bevitore di Joseph Roth, «Il Giornale», 4 dicembre 2013

Amedeo Anelli, Quegli “incantatori” ai margini della vita, «Il Cittadino», quotidiano di Lodi, 5 dicembre 2013

Enzo Cabella, Via del Vento racconta un inedito Joseph Roth, «La Nazione», 15 dicembre 2013

Joseph Roth, le prose inedite da giornalista, a cura della redazione, «Avvenire», 24 dicembre 2013

Rubrica «Il Classico», a cura della redazione, «Corriere della Sera», 9 gennaio 2014

Piccolo è più bello. Copie numerate per gli intenditori, a cura della redazione, «L’Arena» e «Bresciaoggi» 24 gennaio 2014

Su «Internazionale» n. 1036, 31 gennaio-6 febbraio 2014 – Rubrica dei libri ricevuti

Ne hanno inoltre parlato Marianna Abbate su «Chronica Libri», Paola Ricci su «Taste Archeologist» e «Il Segnalibro», n. 201, dicembre 2013

Else Lasker-Schüler, Concerto e altre prose sull’infanzia,
«Il Segnalibro», rubrica culturale del «Corriere della Sera», 2 gennaio 2015

Franco Benesperi, Concerto e altre prose sull’infanzia, Settimanale «La Vita», 10 gennaio 2015

Recensione sull’organo di stampa della Else Lasker-Schüler-Gesellschaft in Wuppertal – ELSG II Quartal 2015

Su «Helios Magazine», bimestrale, numero 5-6, anno 2014