Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Libri e arte Media Mitologia Patrimonio culturale Scrittura e arte Storia delle religioni

Materia scritta, rappresentazione, immaginazione

Un libro è un oggetto che raccoglie pensieri in forma scritta ma non è solo contenitore e veicolo di parole. Può trasformarsi e rappresentarsi in molto altro, acquisire un valore simbolico, sia autonomamente sia all’interno di un’opera figurativa, ed essere dunque percepito al di là del suo contenuto.


Torno a un tema già esplorato in precedenza per riportare l’attenzione sul libro come medium letterario e artistico, qualora le parti che lo compongono non siano concepite solo come funzionali alla struttura ma a loro volta comunicanti, fino a distinguersi come soggetto a sé, cioè elemento che si pone oltre una qualsiasi concetto rappresentativo, proiettandosi nella sfera immaginativa. In tal senso si tratta di quello che noi stessi identifichiamo col testo: un’idea del sacro, un valore legato alla testimonianza di un tempo storico, il fatto che quella copia fosse posseduta da un personaggio influente, destinatario di un riconoscimento pubblico che passa perciò anche dagli oggetti che ha posseduto, ad esempio i libri. È il caso delle biblioteche di studiosi o figure illustri che hanno contribuito al sapere scientifico e umanistico di un paese. Si pensi alla biblioteca di casa Leopardi, solo per citare un luogo noto in Italia fra molti altri.

Un volume, o una collezione, un corpus di manoscritti incluso lo spazio che li raccoglie possono essere quindi incarnazioni di memoria ed essere visti come emanazioni dei loro possessori. Per gli antichi i libri liturgici, che è chiaro avevano forma ben diversa da quella di epoca moderna, simboleggiavano l’appartenenza, il legame comunitario, l’atto di fondazione per volontà divina di una stirpe, di una città, di un’intera civiltà. Il racconto della genesi nel mondo greco antico è emblematico di come il sacro venga a depositarsi in persone, spazi, pensieri. I luoghi sono talora archivi orali, archivi dell’immaginario. Si pensi ad esempio ai siti di divinazione associati alla Sibilla o al Monte delle Muse. La stessa sorte seguono gli oggetti, come i donari di templi o santuari che includevano anche testimonianze scritte – per lo più incisioni – con una precisa valenza religiosa e politica.

Nell’antico Egitto, il libro era depositario di un potere, di nozioni segrete la cui consultazione spettava esclusivamente ai praticanti di una certa disciplina. A quanto pare i sacerdoti dell’Egitto protodinastico avevano scritto la somma totale della loro conoscenza in 42 libri sacri, che venivano portati in processioni religiose. Di queste opere sei riguardavano la medicina, occupandosi di anatomia, malattie in generale, chirurgia, rimedi, malattie degli occhi e malattie delle donne. La medicina aveva raggiunto un alto e sorprendente livello di specializzazione, tanto che l’arrivo in occidente di questo sapere avrebbe dato un impulso essenziale alla scuola medica ellenica, romana e successive. Citare da un papiro medico egizio o affermare che un medico aveva studiato in Egitto era garanzia di autorevolezza.
E ancora, restando al ragionamento già sviluppato in queste righe e nel precedente articolo, a proposito dell’intreccio fra significato e simbolo, anche in questo caso un’immagine è divenuta sintesi visiva di un’attività nella pratica medica moderna. Associazione fra l’altro favorita anche dalla natura stessa del linguaggio egizio, i geroglifici, un vero e proprio sistema misto di scrittura figurativa i cui caratteri si riferiscono a oggetti animati e inanimati e suoni. Fra questi, l’occhio di Horus è utilizzato nel campo della diagnostica per immagini (come le RX, radiografie), poiché già per gli antichi Egizi “vedere” e comprendere l’anatomia interna erano alla base della guarigione.

* I frammenti dell’Occhio di Horus furono organizzati insieme per formare la figura intera e a questi frammenti furono assegnati una serie di valori numerici con numeratore pari a uno e dominatori a potenze di due: 1/2, 1 /4, 1/8, 1/16, 1/32 e 1/64. Alcuni storici hanno suggerito che ciascuna parte dell’occhio rappresenti uno dei sei sensi: olfatto, vista, pensiero, udito, gusto e tatto. Sorprendentemente, se sovrapponiamo queste parti suggerite all’immagine sagittale media del cervello umano, ogni componente corrisponde a parti delle caratteristiche neuroanatomiche umane.

Noterete pertanto come il tema qui introdotto, ossia l’intersezione del piano materiale, rappresentativo e immaginativo, nel presente contesto prendendo le mosse dalla storia culturale del libro, sia un meccanismo innato della mente umana che si attiva in diversi ambiti della tecnica e della ricerca. 

La traslazione da oggetto-concetto a immagine-simbolo, la sovrapposizione fra contenuto e contenitore, lo sconfinamento di definizione fisica di uno spazio, di e la sua narrazione metafisica, dimostra come i processi cognitivi umani siano basati su una pluralità di codici che all’occorrenza convergono tra loro senza attriti. Studiare e approfondire queste zone di convergenza può schiuderci nuove frontiere metodologiche, in materia di assemblaggio dei codici, anche alla luce del dibattito sull’intelligenza artificiale che sembra entrare proprio adesso in una fase diversa. Mentre si levano voci demonizzanti e sempre più critiche, anche in quegli stessi spazi pubblici dell’informazione dove fino a ieri se ne parlava con tanto entusiasmo – mi domando da cosa sia dettata questa improvvisa onda di scetticismo – credo sia importante, nonché stimolante, mantendere viva una sana curiosità intellettuale che ci sta permettendo di esplorare le nostre attitudini da un punto di vista completamente inedito.

* Volendo approfondire la storia sapienziale dell’antico Egitto – Si veda “La biblioteca medica egiziana”

I miei video più recenti / My most recent videos:

Chiamatele Muse e Sibille – Call them Muses and Sibyls

Chiamatele Muse e poetesse – Call them Muses and poetesses

Il libro è un’infrastruttura civile – A book is a pillar of society

Si avvia alla chiusura (fino al 12 luglio 2026) la mostra fotografica “Le stanze dei sogni dimenticati”, allestita per ridare voce e rappresentazione ai reperti custoditi nei depositi del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma, in concomitanza con il recupero dello spazio del grande Ninfeo che occupa il centro della residenza.
Mentre è appena iniziata l’esposizione degli affreschi della Tomba François di Vulci per celebrare la recente acquisizione da parte dello Stato italiano.


Forgotten Dreams at Villa Giulia Museum – Video on my youtube channel

A proposito di sovrapposizioni di immagini e significati, osservando la collezione Castellani a Villa Giulia, si resta colpiti da quanto l’arte orafa etrusca, e in generale la raffinatezza raggiunta dalla toreutica presso questa civiltà, abbia ispirato le produzioni moderne. Perfino nella ritrattistica dalla metà all’inizio del Novecento, molte donne dell’alta società, vengono rappresentate con monili che ricordano nelle forme gli oggetti rinvenuti nei corredi tombali delle necropoli etrusche. La fotografia della teca qui pubblicata mostra un fermacapelli che potrebbe far pensare sia a un caduceo che a un’insegna romana. La ricchezza di suggestioni e metamorfosi è davvero straordinaria.

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri e arte Media Mostre Musei Patrimonio culturale Poesia Scrittura e arte Storia delle religioni

Un parlare cifrato tra linguaggio dei sogni e grandi archetipi

Via Cumana entrando da Via Vermiglioli – già Via e piazza Vermiglia (Perugia); i luoghi ci parlano, non è solo spazio quello che attraversiamo.

I codici sono alla base della comunicazione umana fin dai tempi più antichi. Quando fra due o più interlocutori non è possibile procedere a un confronto scoperto oppure nel caso in cui si senta il bisogno di elaborare un nuovo linguaggio, per ragioni di potere o prestigio, al fine di affermare se stessi, il proprio gruppo di appartenenza e la storia che lo contraddistingue, in una modalità unica ed esemplare, l’adozione di un codice diviene un medium efficace, giocato su un’enigmatica polisemia.

Nella mia recente permanenza a Perugia ho avuto il piacere di visitare la mostra “Pergamene che parlano”. Oltre a delineare un percorso tematico sull’idea del manoscritto che diviene oggetto d’arte e opera dipinta – le “coperte” dei registri notarili sfoggiavano spesso la pittura di stemmi familiari dei compilatori – lo stemma di per sé acquista un’autonomia rappresentativa e di rappresentanza, tanto da imporsi come elemento che pervade la cultura visiva europea a partire dal Medioevo. Si tratta di un vero e proprio codice che incarna la quintessenza grafica della storia comunale. Traslando tali aspetti nel perimetro dell’innovazione digitale si direbbe che ci muoviamo in un sistema multimodale ante litteram, dove cioè il contenuto passa da una modalità espressiva a un’altra, in questo caso dalla parola alla sintesi figurativa. L’espressione grafica rafforza il sigillo araldico, e viceversa, in una commistione di linguaggi che rivendica l’autorevolezza del copista e amplifica il senso del messaggio. Già secoli addietro, fra le esigenze dei funzionari responsabili della cosa pubblica, vediamo come riconoscibilità, immediatezza dell’informazione, propensione a intersecare piani comunicativi differenti segnino un momento decisivo dell’utopia politica, culturale e artistica desiderosa di lasciare la propria impronta. E tutto ciò è passato attraverso l’elaborazione di un codice condiviso dalle classi dirigenti del periodo comunale.   

Qui si inserisce anche l’odierna ricerca sui processi di rappresentazione simbolica e lo studio dei vettori che ne veicolano la capillare diffusione in ambiti affatto contigui del vivere umano. Roberto Balzani, storico dell’Università di Bologna intervenuto nelle scorse settimane al convegno sui rapporti tra IA e beni culturali, ha definito questa innovativa forma di esegesi una “nuova euristica”. Cito dalla sua lezione: «Molti di questi processi non sono affatto controllati, si sviluppano attraverso delle forme di contatto fra condizioni esterne, personalità e disponibilità di vettori semantici che sono più adatti a trasferirli. […] Se riusciamo a dimostrare come questi processi si sono generati, siamo anche in grado di cominciare a costruire un filone su questo tipo di rappresentazioni che oggi sono alla base di altre forme di comunicazione sociale, di vitalità delle informazioni, di come esse si sviluppino per contatto, come si riproducano e così via. Stiamo parlando di una specie di archetipo di questo argomento».   

Nella definizione di simili meccanismi, di una fenomenologia relativa a certi simboli che sembrano essere più predisposti a incontrare altri immaginari, ho ritenuto d’interesse esplorare il funzionamento dei sogni e l’idea di sincronicità. È questo l’oggetto dei miei ultimi articoli e delle annotazioni che hanno riempito i taccuini in cui ho descritto le mie esperienze al riguardo. Sono giunta anche alla conclusione che esercitando la sfera sensibile ci si possa aspettare le sincronicità, presagirne l’apparire, quali tracce significative seminate dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia. Una volta osservato il raggio d’azione di questo passe-partout tra sogno e veglia, se ne guadagna l’attitudine a interpretare con inedita profondità eventi della nostra vita a cui non avevamo dato importanza o che non eravamo riusciti a comprendere, e si può pure registrare una maggiore frequenza del loro visitarci.

Traggo qualche considerazione da un paragrafo di Simon Monneret sul linguaggio dei sogni: «Freud aveva posto l’accento sul fenomeno di sovrapposizione delle immagini nel sogno, fenomeno che aveva chiamato condensazione. Questa sovrimpressione di elementi consisteva essenzialmente, per Freud, in un rapporto fra gli eventi recenti e quelli passati. Heinz Hartmann ipotizza che questo processo testimoni delle connessioni fra i canali di memorizzazione antichi e recenti. Afferma dunque con Freud che il sogno non è una successione assurda di immagini senza collegamento. […] D’altra parte, accanto ai fenomeni di spostamento e di condensazione, ci si può anche domandare che cosa significa l’aspetto lineare del sogno. Il sogno, in realtà, è al tempo stesso una forma di racconto o di storia, ma anche una storia spezzata, che salta senza preavviso da un piano all’altro».

Dunque due narrative, l’una improntata alla linearità, l’altra alla discontinuità, disgiunte, autonomamente significanti, spesso compresenti. E poi vi è il vastissimo capitolo contenutistico che spazia dalla tipicità alla premonizione, quest’ultima sconfinante nella parapsicologia e vicina ai grandi sogni junghiani degli archetipi. Oltre all’influsso esercitato dai cosiddetti schemi di civiltà, per cui i sogni sono innegabilmente intrisi di valori culturali e simbolici che mutano e si trasformano insieme ai cambiamenti della società; al riguardo si sono già esposte le riflessioni di Eric Dodds e Giulio Guidorizzi.

Credo che tutto questo sia estremamente rivelatore di quanto abbiamo illustrato in precedenza sulla comprensione dei fenomeni sottesi alla rappresentazione simbolica. Mi sembra che il cosiddetto codice onirico, come ho avuto modo di descriverlo negli ultimi interventi dedicati anche all’esposizione algoritmica, possa offrirci delle chiavi di lettura molto utili sul fronte dell’innovazione e delle nuove prassi comunicative legate all’affermarsi di programmi che sembrano basarsi in buona parte proprio su queste stesse caratteristiche.    

La mostra “Pergamene che parlano“, organizzata dalla Fondazione Perugia; ingresso libero fino al 2 giugno 2026

Libri in strada, abbandonati su un muretto a Perugia; ho trovato la mia ierofania

Precedentemente un’altra ierofania: la cultura e l’arte sono continuità, non mi stanco di ripeterlo

Al Museo del Capitolo di San Lorenzo mi è venuta incontro la statua in legno policromo di Giuliano l’ospitaliere: figura significativa del mio percorso, entrata nella mia poetica (e nella mia vita), presenza simpatetica fin dal viaggio di tre anni fa nelle terre del maceratese a lui e alla Sibilla consacrate.

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Categorie
Antropologia culturale Arte Mitologia Patrimonio culturale Poesia Storia delle religioni

Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

*Frontespizio dell’Onirocritica di Artemidoro: manoscritto cinquecentesco;
*Albrecht Dürer, Il sogno del dottore, 1498, incisione;

«L’aria – secondo quanto affermato da Alessandro Poliistore che si rifà all’antica sapienza pitagorica – è tutta piena di anime, venerate come demoni ed eroi; sono loro che inviano agli uomini sogni e presagi». In queste poche righe si legge il sunto del demonismo onirico dei pitagorici. Tali entità sarebbero gli spiriti degli antenati vissuti durante l’età dell’oro, come diceva Esiodo, e avvolgono la terra in un manto invisibile. A volte si confondono fra i viventi, guidandoli con la loro voce, e Socrate diceva di ascoltarne uno proprio dentro di sé.

Una simile concezione riflette l’idea della continuità visionaria che lega le stirpi degli uomini, il retaggio di un impulso a immaginare che attinge figure, proiezioni simboliche, significati a epoche differenti. E se questi influssi anziché perdersi trovassero piena realizzazione nella vita reale, al punto da determinare i più profondi orientamenti nel nostro essere? Non sono molte delle nostre sensazioni, scelte e azioni, che razionalmente non riusciamo a spiegare, ascrivibili al regno dei visitatori notturni?

«Non solo i grandi problemi e i grandi miti di una civiltà si riflettono nei sogni, plasmando l’immaginario onirico degli individui, non solo le immagini oniriche sono cariche di specifici valori culturali e simbolici, che mutano e si trasformano con il trasformarsi della società, ma il modo stesso di ricordare e di descrivere i sogni dipende direttamente dagli schemi narrativi, linguistici, letterari, ideologici, oltre che dalle mitologie della civiltà a cui un individuo appartiene». (Così Giulio Guirdorizzi nell’introduzione ad Artemidoro, sulla traccia di quanto formulato da Eric Dodds). Qui l’autore registra una specificità storica per così dire, in base alla quale un modello onirico caratteristico di una civiltà può non passare in un’altra. Ad esempio i sogni degli antichi sulle trasformazioni del corpo, le metamorfosi dell’anatomia umana in animali e piante non costituiscono più, a quanto pare, i sogni tipici dei moderni. «Si può supporre che questo specifico schema onirico, caratteristico per i sognatori antichi, dipenda da una più diretta simbiosi tra uomo e natura o da modelli simbiotici sedimentati nella cultura e rifusi nella simbologia onirica ovvero anche da una diversa consapevolezza del proprio io fisico, oppure da impulsi che al sognatore provenivano da una mitologia naturalistica e animalesca di cui il suo immaginario era impregnato». (Guidorizzi dalla citata introduzione). Ma se anche non costituiscono più materia viva per i sogni si tratta comunque di fantasie assimilate, di un patrimonio emozionale che evidentemente scorre e agisce ancora in altre forme, alimentando altri schemi di civiltà.

Ancora un esempio: «Il sogno che i cristiani reputavano angelico continua lo schema onirico della visione oracolare pagana», e qui invece vi è un passaggio di testimone fra immaginari, il perdurare di un’apparizione ossia qualcosa che germoglia da una medesima pianta che ha radici lontane nel tempo. (Citazione dal saggio di Guidorizzi sui greci e il sogno, Il compagno dell’anima).    

Nel lungo colloquiare di corpo e anima che attraversa in modo incessante la ricerca organica e filosofica è d’interesse osservare le posizioni di medici e adepti dei culti religiosi, tenendo conto che le due identità non erano per forza in conflitto, piuttosto ravvisando il loro intento a mitigarsi e talora integrare aspetti divergenti; proprio il sogno costituisce uno di questi ponti. Sempre rifacendoci all’antico emerge una differenza sostanziale tra credenze orfiche e pratica medica. Mentre per gli orfici l’anima durante il sonno evade dal corpo come da una prigione, per i medici si concentra con ancor più intensità sull’organismo. Eppure, che l’anima si allontani o si chini sul corpo, non è possibile ignorare quel che manifesta nel suo viaggio durante il sonno. Per quanto sognare rappresenti un’attività fuggevole e criptica, tanto che l’applicazione diagnostica conduce a esiti aleatori – questo ciò che a grandi linee conclude Galeno – nonostante, dunque, la sua interpretazione nel mondo antico resti appannaggio degli “oneirokrìtai” professionisti, i medici non hanno potuto rinnegare l’esistenza e gli influssi del dominio dell’anima. Quando questo incontro avviene è innegabile cogliere più di un’analogia fra osservazione medica e divinazione. «Divinare il futuro partendo dai labili indizi di un sogno, così come trarre una diagnosi da sintomi incerti e contraddittori, comporta un’operazione mentale di simile natura: un’intelligenza fatta di prontezza, d’intuizione… […]. L’interpretazione del sogno è un campo che avvicina, più che dividere, medicina e divinazione. In effetti, l’impiego diagnostico del sogno viene elaborato in una cultura in cui era profondamente radicata la credenza che ciò che avviene nella mente addormentata fosse un segnale profetico, che la medicina antica accettò, pur inserendola nel suo sistema dottrinale». (Guidorizzi, Il compagno dell’anima).

Volendo ravvisare in tutto questo un senso vicino alla mia esperienza, vi dirò cosa mi è accaduto di recente. Ad essere sincera sono molti gli episodi che mi riconducono in petto a tali ragionamenti; se anche mi sforzassi con tutta me stessa, non potrei fingere che tali indizi non esistono e non siano pertanto parlanti nella mia vita. Ve ne sono anche di più articolati: sono solita raccoglierli, descriverli, interpretarli. Vedo che pure per molti altri lo sono. Mi è capitato di leggere un commento a margine di una lezione di scienza e filosofia in cui qualcuno sosteneva che quando avremo compreso a fondo i meccanismi della sincronicità, coglieremo nessi straordinari fra le vite umane e i rapporti che intrattengono. Ne sono più che convinta.

Veniamo alla singolare circostanza che mi ha coinvolta. Un paio di sere prima di recarmi all’ospedale cittadino di Livorno per portare dei libri destinati alla clinica di chirurgia – in sala di attesa c’è una graziosa libreria per ricordarci che un luogo di cura del corpo può esserlo se non si dimentica di curare l’anima – avevo sotto gli occhi Il libro dei sogni di Artemidoro. Fra i vari paragrafi mi raggiunge quello sulla meridiana. Provo una familiarità istantanea nel leggerlo, qualcosa che sento subito risuonare in me. Ve lo trascrivo: «Una meridiana indica attività, iniziative, movimenti e impulsi negli affari, in quanto gli uomini fanno qualsiasi cosa tenendo d’occhio le ore. Perciò, se una meridiana cade o si rompe, è negativo e funesto, soprattutto per gli ammalati. È sempre meglio calcolare le ore prima di mezzogiorno che quelle dopo mezzogiorno» (Artemidoro, Il libro dei sogniOnirocritica, III, 66).

Brevemente, il padiglione di chirurgia è il numero sei – peraltro significativo nella mia vita – e lungo il cammino ho scoperto che la via di accesso a quest’ala dell’ospedale è Via della Meridiana. La mia visita è terminata intorno a mezzogiorno e mentre tornavo sui miei passi è uscito il sole, cosa del tutto inattesa perché il cielo sembrava non volerne sapere di riprendersi dal fitto grigiore in cui era sprofondato. È stato come se in quella porzione della meridiana qualcosa fosse scivolato non solo nella dimensione del tempo ma verso chissà quali destinazioni.

*Il bianco, il rosso, l’astrologia biblica e altre affinità elettive alla Galleria
“Il Melograno” di Livorno.

* Il book-crossing all’ospedale cittadino di Livorno – punto di raccolta della sala di attesa di chirurgia, padiglione 6.

The synchronicity of places / La sincronicità dei luoghi:
On Linkedin

Marius Pictor al Museo dell’Ottocento a Bologna, un’esperienza di sincronicità (settembre 2024)

My short on youtube:
https://www.youtube.com/shorts/DFdTsS4XAXw
Artemidorus, dream interpretation before Freud:
https://www.youtube.com/shorts/dtM6DfTLtIU

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Media Mitologia Patrimonio culturale Poesia Storia delle religioni

Sibille delle isole e relazioni culturali

Pochi territori al mondo favoriscono il confronto e la commistione culturale come le isole. Si potrebbe pensare il contrario, in quanto luoghi talvolta inaccessibili, spesso lontani dalla terraferma e, come per l’appunto ci ricorda il sostantivo che le designa, isolati. Invece, è proprio qui che le diversità approdano e convergono, dando vita a modelli peculiari, resistenti, inattesi. Su un carattere intriso di indubbi tratti conservativi, tant’è vero che simili ecosistemi, laddove il turismo non sia arrivato con i suoi flussi eccedenti, tendono a mostrarci qualcosa di perduto, si innesta anche un’attitudine all’apertura, all’interazione. Questa fluidità isolana instaura confini mobili nello spazio e nel pensiero in un processo inverso rispetto al continente.  

Proseguendo la nostra ricognizione sulla Grecia antica, le isole ci si offrono come osservatori privilegiati di tali dinamiche. In età alto-arcaica molti di questi ambienti ospitano comunità miste e i santuari, soprattutto, divengono centri di assimilazione religiosa e culti condivisi, nonché strutture di riferimento per la comunicazione interculturale. Riprendendo una definizione più che calzante di Lewis Mumford (1961), nei santuari greci si dispiega l’incontro con gli altri e, dunque, «un nostos verso le proprie radici», ossia un processo di ritorno e recupero identitario da parte dei nativi.

Ciò è comprovato dall’osservazione di due classi di fenomeni in particolare: l’elaborazione di un linguaggio sacro relativo alla sfera santuariale da parte di una comunità mista insediata su un’isola; la dedica di oggetti votivi nei santuari locali. Sono le tematiche a cui lo storico e antichista Giorgio Camassa ha dedicato un ciclo di saggi raccolti in un volume che nel titolo evoca, non a caso, la figura della Sibilla. Negli articoli precedenti si è dato rilievo alla natura sibillina come elemento sovrastrutturale, figura tratteggiata da un immaginario collettivo svincolato, non istituzionalizzato coevo alla movimentata temperie dell’ellenismo arcaico. Per inciso, la sua collocazione a Samo o nell’Ellesponto – secondo le numerose genealogie ex post – confermano nella geografia il sentimento di naturale vicinanza a orizzonti irrequieti e frammisti che si accompagnano a questa creatura sacra. La Sibilla giudaica, frutto delle tensioni storiche che investono la compagine mediorientale fra il III e il II secolo a. C., incarna e rovescia i codici oracolari della tradizione, riflettendo il punto di vista delle comunità ellenizzate. Siamo ancora una volta di fronte a una testimonianza spirituale che accentra in sé un destino storico. Il distacco fra le comunità ebraiche di Alessandria e Gerusalemme in cui si inseriscono le mire dell’impero romano sulla regione offrono uno spaccato della convivenza fra l’etnia greca, egiziana ed ebraica oltre a richiamare la nostra attenzione sul perpetuarsi dell’incontro-scontro tra Asia ed Europa, fra Oriente e Occidente. Proprio il ricorrere di questo motivo costituisce l’ossatura degli Oracoli Sibillini ben prima del I secolo a. C., periodo al quale vengono di solito riportate le sezioni di testo del terzo libro, il più composito e stratificato della raccolta e dove maggiormente si esprime la visione del giudaismo ellenistico in Egitto.  


Ricordo per inciso la mia narrazione dedicata alla biblioteca alessandrina presentata all’inizio dell’anno al Museo italiano di scienze planetarie di Prato, attraverso cui mi sono soffermata sull’Heraion di Samo e le vie commerciali e sapienziali aperte lungo questa rotta con la città tolemaica. In un resoconto riguardante la fioritura umanistica e scientifica – dall’astronomia alla medicina – negli stessi anni in cui si era intrapresa la costruzione del faro e il medico Erofilo disegnava il primo abbozzo del sistema vascolare umano, ho dato risalto proprio agli aspetti dell’incontro e del meticciato culturale. Una condizione che non significa assenza di attriti o di fasi conflittuali. Rappresenta tuttavia un’atmosfera di grande interesse per ciò che si diceva in apertura sulle interazioni plurisecolari nelle frontiere isolane e nei territori costieri.  
Tornando, sempre a tale proposito, alle trattazioni di Camassa mi sembra di non secondaria importanza l’esercizio sulle fonti a cui ci invita. Nel confronto tra arcaismo ed ellenismo, che abbiamo toccato nel presente articolo a partire dagli sconfinamenti identitari e dalla loro riaffermazione, è importante non liquidare la fonte letteraria tarda come meno veritiera. Pensare quest’ultima come poco attentibile in quanto lontana dal periodo in cui una tradizione si è formata, è un argomento blando. In questo metodo risuona anche la lezione di Silvio Ferri che abbiamo precedentemente analizzato e che ci permette di abbracciare in modo meno pregiudiziale e con maggior successo i molteplici aspetti mitologici e rituali di cui si compone un frammento del passato, specialmente per quel che concerne le figure del pensiero, le mentalità, integrando tradizioni orali, archeologia e opere d’arte. Solo così e ragionando sul tempo in termini duttili, porosi, all’occorrenza incoerenti è possibile farsi un’idea del cammino avventuroso e affatto lineare degli esseri umani e dell’impronta che la loro immaginazione ha lasciato in eredità al mondo.

🌏«L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità». (Strabone, Geografia, I, 1, 1)
LinkedIn – Geography and itineraries of the imagination

Academia.edu – Il desiderio del divenire stelle / The desire of becoming stars

I volti del sacro nel mondo antico / The faces of the sacred in the ancient world. My lecture on YouTube with English subtitles

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Mitologia Poesia Storia delle religioni

Dalle “Lettere del veggente” di Rimbaud

Una piccola premessa sull’epifania di questo libro. Lo possiedo da tempo, affiorato e scomparso a intervalli regolari negli scaffali della libreria. Appartiene a una tiratura fuori stampa di Einaudi, un regalo ai lettori distribuito in ventimila copie una quindicina di anni fa. Sono una dei ventimila destinatari; se mi ha raggiunta non è stato per caso. L’intuito mi ha sempre suggerito che prima o poi quelle pagine avrebbero parlato compiutamente a un’altra me e, dunque, non dovevo separarmene. L’idea della veggenza in poesia mi affascinava già allora ma ancora mi sfuggiva come quel messaggio potesse saldarsi sul mio percorso. O meglio, il percorso era stato appena intrapreso tanto che non potevo neppure capire dove mi trovassi. Ma proprio per le cadenze sottili e inesorabili che la vita silenziosamente ci riserva, eccolo ora reclamare le mie attenzioni. E io subito gliele ho accordate, bevendo ogni sorso, sicura che nulla avrei sprecato di quel calice.


Così mentre impacchettavo dei libri per il book-crossing ospedaliero, mi è tornato fra le mani. “Aprimi! Sono medicina”. Vero, la poesia lo è senz’altro, anzi preferirei dire medicamento, vocabolo più desueto che meglio sembra trattenere la sostanza curatrice. E poi, sì, fa diventare anche veggenti se davvero lo vogliamo. Parola di Arthur Rimbaud, che quando vergava queste frasi aveva appena diciassette anni. Erano i giorni della Comune di Parigi e il giovane scalpitava per salire sulle barricate. I destinatari delle sue confessioni sono Georges Izambard, insegnante di retorica, e Paul Demeny, poeta. Le sponde offerte dai due interlocutori favoriscono l’invettiva contro la cultura morta dell’erudizione, l’apostrofe rivolta allo studioso da scrivania che dimentica il mondo ma ha la pretesa di spiegarlo. Chi compila dizionari è un accademico, dunque un fossile, mentre il poeta percepisce tutto, tocca la parola viva in cui è depositato ogni sentire, perciò suo compito è definire l’ignoto che si risveglia, far stillare resina e sangue dall’anima universale. «Tutta la poesia antica porta alla poesia greca. Vita armoniosa. […] In Grecia, dicevo, i versi  e le lire ritmano l’azione. Dopo, musica e rime sono giochi, divertimenti. Lo studio di quel passato affascina i curiosi: molti si divertono a rinnovare queste cose antiche: è roba per loro. L’intelligenza universale ha sempre gettato via le sue idee, naturalmente; gli uomini raccattavano una parte di questi frutti del cervello: agivano con loro, ci scrivevano dei libri: così andavano le cose, poiché l’uomo non curava se stesso, non si era ancora risvegliato, o non era ancora nella pienezza del grande sogno. Funzionari, scrittori: autore, creatore, poeta, quest’uomo non è mai esistito! Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di se stesso, intera: egli cerca la sua anima, la scruta, la mette alla prova, la impara».

Ma come avviene una tale immersione, questo inabissarsi senza ritorno? Non è un atto pensato, si tratta piuttosto di un divenire. Farsi veggenti è una condizione non una decisione. D’altra parte, essere fino in fondo comporta una discesa all’inferno come il farmaco che cura è anche veleno. Evitando l’esperienza straniante e dolorosa, nulla accade. Non c’è creazione né guarigione. Si resta a un grado frammentato e incosciente, che preclude qualsiasi capacità sensitiva, nascosti al vero sé. Allora e solo allora «queste poesie saranno fatte per restare. In fondo sarebbe ancora un po’ la poesia greca». Poesia come sguardo lucido gettato sull’ignoto, questo per Rimbaud è il coraggio della precognizione, risanamento della ferita che ha separato l’uomo dalla scintilla divina. Non a caso il cantore e l’autore di versi erano considerati dagli antichi prossimi ai profeti, alle personalità in grado di formulare la parola del Dio attraverso gli oracoli. Una caratteristica basata sullo “sregolamento di tutti i sensi” che, nei termini espressi dal poeta francese, ricorda da vicino la possessione di indovini, Sibille e altre figure sacre. Un livello di penetrazione e limipidezza intuitiva scomparsi dalla storia del pensiero umano e dai modi di comunicare, con particolare riferimento al dire poetico, per tornare in auge con il romanticismo. A questo proposito sarà utile la Theophania di Walter Friedrich Otto per aiutarci a navigare fra sentimento e interpretazione dell’antico. Il divino era per i nostri predecessori realtà esperita, non un’astrazione bensì un fatto, una presenza reale che aveva determinato veri accadimenti, cosicché il culto e il mito non erano a loro volta semplici rappresentazioni ma emanazioni in cui il fatto riviveva. Allo stesso modo la poesia lirica greca rispecchiava un’esperienza non filtrata in cui la natura e il tempo vissuto si riversavano senza disperdere il loro carico emotivo che il poeta, come medium fra la terra e le cose celesti, raccoglieva con sensibilità limpida e profetizzante. Fu questo il primo genere letterario a far presa fra gli Elleni, in assenza di un sistema espressivo codificato, precedentemente e diversamente dall’epica con cui non smetterà di confrontarsi, soprattutto nel mezzo dei profondi mutamenti politici e sociali a chiusura dell’VIII secolo a. C. Un’apparizione, lo si è detto, che si confonde con le voci degli oracoli e con i primi oscuri autori dei cosiddetti nòmoi, componimenti pure a tema religioso, dei quali nulla resta.  

Rimbaud teorizza un nuovo avvento in cui essere e sentire siano interi e saldati. Qui sgorgherà la parola pura tratta dall’anima universale. Qui si attingerà alla pienezza del grande sogno, quale forma concreta di ogni immaginazione. Il tono è perentorio, perché chi è destinato non accampi scuse: «Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni per conservarne solo le quintessenze. […] Poiché egli arriva all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Egli arriva all’ignoto, e anche se, sgomento, finisse col perdere la comprensione delle sue visioni, le ha viste».

Il poeta è uno che ha visto, con una capacità visiva che ha squassato tutti i sensi. Dunque sa. E il suo sapere porta nel mondo il respiro abissale ed estremo dei reami sommersi in cui occultamente si è inoltrato.         

Nefomanzia – A pink glow amidst the dark

* Una precisazione per chi cerca i miei libri nello Store online di Mondadori. In seguito all’aggiornamento del sito, la rete si indirizza alternativamente a un link corretto e uno errato; quest’ultimo non permette la visualizzazione dei titoli acquistabili sotto il mio nome. Segnalo pertanto il collegamento corretto a chiunque voglia raggiungermi, auspicando che gestori e motori di ricerca risolvano il problema.
https://www.mondadoristore.it/claudia-ciardi/c/05308508

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Mitologia Patrimonio culturale Storia delle religioni

Ierogamia e psichismo della Sibilla

Sulle tracce degli studi compiuti da Silvio Ferri, proseguiamo ad addentrarci nel mistero della Sibilla, tentando una restituzione della sua identità religiosa e della sua personalità divinante. Questo tipo singolarissimo e longevo di donna provvista di estrema intuizione e saggezza, qualità infuse dal dono profetico apollineo, ha radici nella devozione popolare greca in un tempo che sfida la rigidità dei limiti cronologici imposti dagli esegeti. Contemporanea o di poco successiva all’arte dei cantori – è un fatto che Omero non ne faccia alcuna menzione tra i suoi versi – sicuramente antecede l’insediamento della Pizia a Delfi.

Quest’ultima è infatti figlia di un processo di istituzionalizzazione del culto, inserita in un collegio sacerdotale e in una pratica cerimoniale che prevede l’utilizzo di specifici strumenti divinatori nonché di un codice comunicativo per trasmettere il responso. Sibilla è il suo alter ego, diciamo così, più libero, nelle cui vene la religiosità arcaica scorre senza compromessi né censure dettate dagli apparati pubblici. Sul piano della ricerca ci offre pertanto la possibilità di esplorare un fenomeno inerente alla sfera sacra svincolato, non intorbidato, a uno stadio più primitivo non solo in termini storici ma anche sotto il profilo umano.

Dunque, quali sarebbero gli indizi salienti, i cosiddetti marcatori, che fanno della Sibilla un resto emblematico di un atteggiamento psico-religioso esteso e capillare nelle credenze della Grecia antica?

Hieròs gámos (ἱερὸς γάμος), l’unione sacra col dio, veicolo di catochè (κατοχή), la possessione da parte dello sposo divino. La ierogamia non era affatto intesa come mero contatto dello spirito; è questa semmai una lettura influenzata da una cultura più tarda. Per gli antichi l’avvicinarsi del dio corrispondeva a un atto carnale, che decretava la sua sposa e perciò destinataria delle capacità profetiche. L’atto sessuale offriva il dono della predizione che si esercitava senza alcun mezzo, senza altro tramite che la presenza del dio stesso nel corpo della Sibilla. In quanto prescelta, era la custode di tale traccia celeste dovuta all’unione carnale e mistica.

Quanto alla possessione, che nel caso presente si riconduce alla follia mantica, secondo quanto stabilito su questo argomento da Platone nel Fedro, esprime quel legame dinamico spesso scientificamente accertato fra la religione e l’amore. Anzi, nella sistemazione platonica, delle quattro forme di follia (mantica per dono di Apollo, telestica causata da Dioniso, poetica, erotica), quella d’amore è più nobile, intrisa di meno ambiguità rispetto a tutte le altre. Eros infatti sarebbe fra le divinità il mediatore per eccellenza, colui che più è capace di riavvicinare il mortale e l’immortale. L’innamorato, sotto l’effetto rivelatore del dio, grazie alla reminiscenza ottiene la massima visione della bellezza corporea e la contemplazione delle forme intelligibili; torna a sentirsi come quando l’anima preesisteva al corpo nel mondo delle idee.  

Per un’accurata discussione di tali temi si rimanda al capitolo di Luc Brisson, Del buon uso della sregolatezza in Divinazione e razionalità, a cura di Jean-Pierre Vernant, Einaudi, 1982.

Due ritratti in cui appare evidente l’ispirazione ai connotati della Sibilla
📌 Timashevskiy Orest Isakovich, Girl of Italy, XIX sec. 📌 Francois Joseph Navez, Portrait of a woman with a turban, 1826

Sibilla vaga da sola, divaga e si ricostituisce ovunque l’immaginario popolare intenda riservarle uno spazio. È propensa al sincretismo, tratto estremamente vistoso nella sua assimilazione all’interno del mondo romano, dove non a caso cumula in sé gli aspetti della Pizia greca. Riferimenti in questo senso si trovano ad esempio nelle Metamorfosi di Apuleio.

Spesso gli interpreti moderni si sono concentrati di preferenza sulla Pizia, trascurando o fraintendendo il carattere sibillino, solo perché come spiega bene Silvio Ferri si tratta di una creatura più vistosa e meno complicata. Qui opera diffusamente, e la Sibilla ha il merito di mostrarcelo in controluce, un tipico pregiudizio sul mondo greco antico che ha inibito per molto tempo l’ammissione di forme superstiziose proprie di un culto ellenico popolare.

Concludendo, l’universalità della Sibilla, in quanto resto meno cristallizzato e più sfuggente dell’antico, le ha permesso di sopravvivere alla fine del mondo greco e romano per riemergere insieme all’enigma del suo potere sacro in epoca medievale e rinascimentale. Qui le sue caratteristiche si fissano nella cosiddetta Sibylla sapiens, figura sapienziale e afflitta, pur continuando a pulsare entro il suo cuore la polimorfia che lì l’ha condotta. Qualcosa che si avverte in sottotraccia e non smette di interrogare i suoi devoti, anche fra gli insospettabili adepti contemporanei.

On Femininity and Art: Claudia Ciardi autrice/ Linkedin Profile

Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Categorie
Antropologia culturale Arte Libri Libri e arte Mitologia Poesia Scrittura e arte

Io sono molte

Si dice “intuito femminile” ed è chiara in questa espressione l’idea di presentimento e poesia associata alla natura delle donne. Spesso l’arte le rappresenta come figure sacre, siano religiose, profetesse o guaritrici, ritenute depositarie di poteri in grado di allieviare, strappare alla sofferenza, medicare o risanare.

Pre-sentimento è ciò che si sente prima, il vago presagio che annuncia qualcosa e che si fa strada in noi senza percorrere le vie logiche. Un sentire che non si lascia afferrare né decifrare compiutamente ma c’è. Per natura la donna pare più incline ad accogliere in sé questi segnali e a riconoscerli in ciò che si muove intorno a lei.

Se è vero, come è vero, che l’intelligenza senza la sensibilità non porta lontano, il femminile sembra consacrato all’unione di questi due aspetti perché esprimano al massimo grado la loro forza vitale. 

Avvolte in rossi panneggi, simbolo di audacia, passione, sensualità, fra libri e oggetti magici, la pittura ne celebra il mistero e i tesori che portano nel mondo come ritratti di Sibille e regine, maghe o artiste.

Il rosso e il bianco, la veste scarlatta, il candore dei turbanti, il sangue e il marmo, il cuore offerto alla poesia, le venature della pietra.

Opere diverse per epoca, stile e soggetto, eppure attraversate da una vibrante energia che anima un immaginario comune e longevo.

Orazio Gentileschi, Ritratto di giovane donna come Sibilla (1620 circa), la modella del dipinto è sua figlia, Artemisia Gentileschi.
Dalla mostra genovese “Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione”, 2023-2024
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Ginevra Cantofoli (Bologna, 1618-1672), la pittrice delle Sibille

  1. Diego Velázquez, Sibilla con Tabula Rasa,1648, Meadows Museum, Dallas, Texas; 2. Dettaglio della Sibilla Libica (The Libyan Sibyl, 1867) di William Wetmore Story, scultore statunitense morto a Vallombrosa


Il mio libro di poesia dedicato a questi temi, “Umana Sibilla”, pubblicato da SETART Edizioni, Aprile 2025

Acquistabile al seguente link/ On sale here:
https://www.setartedizioni.it/product/umana-sibilla/


Sul mio canale Youtube/ On my Youtube channel

With the good omen of the Sibyls!

Categorie
Arte Libri Libri e arte Media Musei Poesia Scrittura e arte

Ombra sacra. Percorsi d’arte nei Musei Capitolini

Dallo scorso novembre, in seguito ai lavori di ristrutturazione della Pinacoteca Podesti di Ancona e nell’ambito delle celebrazioni del Giubileo, i capolavori sacri del polo marchigiano hanno raggiunto i Musei Capitolini. Una mostra raccolta e toccante che ci permette di incontrare i grandi maestri che hanno segnato due secoli di storia della pittura, dal Quattrocento al Seicento. Su tutti la monumentale Pala Gozzi di Tiziano, opera d’esordio del cadorino, di cui è esposto anche il pressoché sconosciuto retro. E poi ancora Olivuccio di Ciccarello, Carlo Crivelli, Guercino, Lorenzo Lotto. Sei straordinarie opere che raccontano un momento irripetibile nella storia dell’arte e l’importanza della città anconetana, crocevia di mecenati e collezionisti, abile nell’attrarre committenze di primo livello.

Due siti rappresentativi di altrettante tradizioni culturali intrecciano qui le loro avventurose storie, rinnovando suggestioni del passato mai venute meno.

Musei Capitolini_decorazione di una porta_Appartamento dei Conservatori

*Sala d’ingresso agli Horti Lamiani – Pavimento policromo e dettaglio_Musei Capitolini
Da una residenza consolare coeva all’imperatore Tiberio, ubicati nella zona più alta dell’Esquilino, vennero acquisiti fra le proprietà imperiali. Lo scavo ottocentesco ha riportato alla luce nella loro integrità i sorprendenti elementi architettonici, trasferiti nelle sale espositive capitoline.

*Carlo Crivelli – Madonna con bambino (1480 circa)

1. Olivuccio di Ciccarello, Circoncisione (dettaglio, 1430 circa)
2. Lorenzo Lotto, Pala dell’Alabarda (dettaglio, 1539 circa)
* Dalla mostra: Capolavori della Pinacoteca di Ancona (Roma, fino al 30 marzo 2025)

* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Il Campidoglio si conferma un centro vitale di arti antiche e contemporenee. In un coinvolgente dialogo la letteratura e la pittura si sono date appuntamento in Sala Promoteca per una festa della creatività. Ringrazio il comitato organizzatore del premio artistico-letterario “Le Pietre di Anuaria” per aver premiato e presentato pubblicamente il mio saggio su Grubicy De Dragon, Cesare Maggi e l’avventura del divisionismo in Italia. Oltre ad aver dato spazio al mio percorso grafico con un prezioso riconoscimento alla pittura che ho dedicato alle Alpi, in particolare ai paesaggi delle Apuane.

Per ulteriori dettagli sul lavoro oggetto della premiazione si rimanda al documento caricato sul mio profilo di Academia.edu, La pittura del silenzio/ Painting the silence.

Categorie
Antropologia culturale Arte Fotografia Libri e arte Mitologia Poesia

«Una vita nuova di poesia e di sogno»

Prendo in prestito le parole che Cesare Pavese rivolgeva alla sua amata, o forse a un’idea di amore letterario e superno, un rigo in cui risuona peraltro anche la traccia dantesca dell’aspirazione a una vita mutata in virtù dell’esperienza sentimentale, per gettare qualche appunto sulle mie ultime divagazioni. In un ciclo di saggi di teoria linguistica in accompagnamento alla mia opera poetica, mi sono riaffacciata alle suggestioni della saggezza oracolare ellenica e alla dimensione dei santuari come centri di cura, in cui la parola era un’espressione della volontà teurgica del dio.

Si dice che questa presenza scendesse nel cuore, l’organo della risonanza, e da qui dettasse i propri responsi al suo messaggero terreno. Di solito una figura femminile che si riteneva dotata di particolari attitudini sensitive. In tale manifestazione subitanea e incontrollata del divino si può cogliere forse una prima ombra della poesia, il suo primo spirito – nel senso etimologico di spiritus, respiro. Soffermarsi, accordare il proprio soffio vitale a queste cadenze, è un po’ risvegliarsi a nuova vita, abbracciando sensibilità di segno opposto rispetto alla nostra quotidianità.

Nel ripercorre simili tracce mi è capitato di sfogliare il resoconto di Dino Baldi sulle strutture sacre che in Grecia hanno visto il compiersi di guarigioni e prodigi. L’autore definisce il suo sguardo un «gioco paradossale della Grecia fuori dalla Grecia». Sempre per quel cortocircuito fra pensiero e realtà da cui l’Ellade agli occhi dei puristi era «un paese abitato da slavi bizantinizzati e corrotti dall’Oriente». Il viaggiatore che vi si fosse avventurato, anche in tempi non sospetti, molto prima della cosiddetta decadenza imperiale e levantina, correva serio pericolo di restare deluso quando ad andarne di mezzo non fosse la sua incolumità. Il poeta Virgilio, già minato nel corpo, non solo non trovò quello che pensava ma poco dopo essere sbarcato al Pireo rimediò un’insolazione che gli fu letale; a Byron secoli dopo non andò meglio.

Cosa cela dunque ancora questa terra misteriosa, affascinante e tremenda, che si tiene tutto per sé?

«Prima di tutto gli oracoli, porte di comunicazione fra dei e uomini; ma anche i luoghi che i greci, senza distinzione di etnia, riconoscevano come patrimonio comune e rappresentativo della propria identità: i santuari e le sedi dei giochi panellenici». (Dino Baldi)
I resti di un tempo in cui terreno e ultraterreno si cercavano e riuscivano a incontrarsi, anche senza cercarsi, dove mitologia e rituale riempivano di senso l’ordinarietà.

E oggi? Ci sono i greci del Ponto e quelli dei Balcani. E c’è una ruvidità di fondo nel carattere greco – intensità e asprezza – in cui anch’io mi ritrovo. Indocile fierezza si potrebbe dire, un temperamento sfaccettato con cui è difficile fare i conti e che mi suscita un’immedesimazione profonda. Scherzando con la mia amica Androniki mentre mi preparava il caffè e, prima ancora del caffè, il beneugurante dolcetto dell’accoglienza, le dicevo che la nostra complicità era senz’altro il frutto di una vita precedente. Di sicuro ci eravamo incontrate in un bosco della Tracia o giù di lì. Due indomite, polemiche, sognatrici. L’esperienza tutt’altro che tranquilla con la Grecia moderna, che per inciso è figlia di una dominazione turca di quasi cinque secoli dal notevole riverbero anche nella lingua, mi ha forse costretta precocemente a prendere le distanze dal perfezionismo apollineo. E con ciò a guardare più a fondo anche in me stessa; le somiglianze con il carattere contraddittorio e tumultuoso erano ben più di quelle, insussitenti, con gli scatti da cartolina. Qualcosa di ben lontano dai tratti ideali e idealizzati, dalle radiose sintesi dei manuali, dal candore dei reperti. Una landa propensa all’enigma e alla fatalità, che attrae un’epica di delitto, castigo e rinascita, dove nel sangue versato non si fa largo solo la morte ma un divenire estremamente vitale e contraddittorio di creature ribelli, esseri magici destinati a imprese sconcertanti e magnifiche, in cui non per caso un giorno dagli zoccoli di un cavallo è scaturita la fonte dei poeti.

Dino, Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Quodlibet Humboldt, 2013

Si rimanda anche al mio promemoria su Linkedin – Shrines and Healing

L’Amaryllis di Niki e il nostro comune sogno greco in arte e poesia

Claudia Ciardi: «Revue européenne de recherches sur la poésie», Classiques Garnier, Parigi, n° 10, 2024, pp. 275-285: Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo. L’esordio della poesia nelle pratiche oracolari e il potere terapeutico della parola

Categorie
Arte Libri Libri e arte Mostre Scrittura e arte

Dona parat Ianuarius

Cassiopea e Cigno – Ingresso del Museo Italiano di Scienze Planetarie a Prato

L’ultima notte di gennaio capita di fare sogni importanti. Qualcosa improvvisamente sgorga nel bel mezzo dell’inverno. Una volta risvegliati, nell’apparente chiarezza del giorno, si passa accanto a sempreverdi ricoperti di un rossore tenace e prorompente. Un’architettura eclettica si affaccia fra i rami come una metafora del tempo scagliato da qualcuno che voleva fissare lì il suo sogno. Tuttavia non è spesso ben definito il confine fra la cosiddetta realtà in veglia e quella sperimentata durante il sonno.

Nell’antica Grecia i medici erano non casualmente anche studiosi e interpreti di sogni, che si ritenevano sia generati dallo stato di salute del paziente, sia inviati da mondi ultraterreni, perché il corpo è un cosmo dove le condizioni fisiologiche possono esser lette come uno specchio delle leggi che governano l’universo. A testimonianza di queste affinità elettive, il flusso di particelle che alimenta il vento solare è denominato plasma – uno stato della materia che costituisce la quasi totalità dello spazio celeste e che sulla terra si trova naturalmente nei fulmini e nelle aurore boreali.

L’anno si è chiuso con una straordinaria attività elettromagnetica sul sole che ha generato per l’appunto altre aurore a basse latitudini, replicando in parte lo spettacolo dei primi di ottobre, quando il brillamento ha raggiunto un’inedita intensità che non si registrava da almeno sette anni. È bello pensarsi in questo meccanismo meraviglioso, e per il fatto che lo condividiamo, anche senza essere vicini, è come se andassimo all’unisono. Quello che immaginiamo, quello che realizziamo attraverso le nostre risorse creative e attitudini, tutto ciò che doniamo è amore che irradia da infinite profondità.

* Negli ultimi giorni di agosto del 1918, mentre la prima guerra mondiale volgeva al termine e l’epidemia di spagnola aveva iniziato a mietere altre vittime, il pittore, incisore e filosofo Rockwell Kent approdò nella piccola isola di Resurrection Bay, al largo delle coste dell’Alaska, per un incontro autentico e assoluto con la natura, lontano dalle devastazioni della cosiddetta civiltà. L’opera “Wilderness. A Journal of quiet Adventure in Alaska” è il frutto di quell’esperienza straordinaria.
Per un approfondimento sulla vicenda umana e artistica di Kent si rimanda al bell’articolo di “The Marginalian”

* Polarlichter – Luci del nord – Aurore boreali
1. Cromolitografie di fine Ottocento; 2. Harald Moltke (1871-1960), pittore danese.

* Le luci di Livorno e della pittura di Ulvi Liegi nella mostra curata da Michele Pierleoni allestita negli spazi della sede di rappresentanza di Castagneto Banca. Grazie a Roberto Pullerà per aver accolto la mia richiesta di visita, regalandomi questa emozionante esperienza. Ascoltare un pezzo di storia dell’arte labronica che ha riesumato l’esistenza picaresca di mercanti, corniciai, falegnami e cabalisti come i leggendari Elia Benamozegh e Yoseph Colombo è stato folgorante.

* Dalla costa alle stelle. Grazie per la bellissima esperienza al Museo Italiano di Scienze Planetarie a Prato dove ho potuto presentare il mio racconto sull’antica Biblioteca di Alessandria d’Egitto e i catasterismi di Eratostene di Cirene.
Per approfondire rimando al contributo “Il desiderio del divenire stelle”, pubblicato sul mio profilo di Academia.edu.