Un parlare cifrato tra linguaggio dei sogni e grandi archetipi

Via Cumana entrando da Via Vermiglioli – già Via e piazza Vermiglia (Perugia); i luoghi ci parlano, non è solo spazio quello che attraversiamo.

I codici sono alla base della comunicazione umana fin dai tempi più antichi. Quando fra due o più interlocutori non è possibile procedere a un confronto scoperto oppure nel caso in cui si senta il bisogno di elaborare un nuovo linguaggio, per ragioni di potere o prestigio, al fine di affermare se stessi, il proprio gruppo di appartenenza e la storia che lo contraddistingue, in una modalità unica ed esemplare, l’adozione di un codice diviene un medium efficace, giocato su un’enigmatica polisemia.

Nella mia recente permanenza a Perugia ho avuto il piacere di visitare la mostra “Pergamene che parlano”. Oltre a delineare un percorso tematico sull’idea del manoscritto che diviene oggetto d’arte e opera dipinta – le “coperte” dei registri notarili sfoggiavano spesso la pittura di stemmi familiari dei compilatori – lo stemma di per sé acquista un’autonomia rappresentativa e di rappresentanza, tanto da imporsi come elemento che pervade la cultura visiva europea a partire dal Medioevo. Si tratta di un vero e proprio codice che incarna la quintessenza grafica della storia comunale. Traslando tali aspetti nel perimetro dell’innovazione digitale si direbbe che ci muoviamo in un sistema multimodale ante litteram, dove cioè il contenuto passa da una modalità espressiva a un’altra, in questo caso dalla parola alla sintesi figurativa. L’espressione grafica rafforza il sigillo araldico, e viceversa, in una commistione di linguaggi che rivendica l’autorevolezza del copista e amplifica il senso del messaggio. Già secoli addietro, fra le esigenze dei funzionari responsabili della cosa pubblica, vediamo come riconoscibilità, immediatezza dell’informazione, propensione a intersecare piani comunicativi differenti segnino un momento decisivo dell’utopia politica, culturale e artistica desiderosa di lasciare la propria impronta. E tutto ciò è passato attraverso l’elaborazione di un codice condiviso dalle classi dirigenti del periodo comunale.   

Qui si inserisce anche l’odierna ricerca sui processi di rappresentazione simbolica e lo studio dei vettori che ne veicolano la capillare diffusione in ambiti affatto contigui del vivere umano. Roberto Balzani, storico dell’Università di Bologna intervenuto nelle scorse settimane al convegno sui rapporti tra IA e beni culturali, ha definito questa innovativa forma di esegesi una “nuova euristica”. Cito dalla sua lezione: «Molti di questi processi non sono affatto controllati, si sviluppano attraverso delle forme di contatto fra condizioni esterne, personalità e disponibilità di vettori semantici che sono più adatti a trasferirli. […] Se riusciamo a dimostrare come questi processi si sono generati, siamo anche in grado di cominciare a costruire un filone su questo tipo di rappresentazioni che oggi sono alla base di altre forme di comunicazione sociale, di vitalità delle informazioni, di come esse si sviluppino per contatto, come si riproducano e così via. Stiamo parlando di una specie di archetipo di questo argomento».   

Nella definizione di simili meccanismi, di una fenomenologia relativa a certi simboli che sembrano essere più predisposti a incontrare altri immaginari, ho ritenuto d’interesse esplorare il funzionamento dei sogni e l’idea di sincronicità. È questo l’oggetto dei miei ultimi articoli e delle annotazioni che hanno riempito i taccuini in cui ho descritto le mie esperienze al riguardo. Sono giunta anche alla conclusione che esercitando la sfera sensibile ci si possa aspettare le sincronicità, presagirne l’apparire, quali tracce significative seminate dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia. Una volta osservato il raggio d’azione di questo passe-partout tra sogno e veglia, se ne guadagna l’attitudine a interpretare con inedita profondità eventi della nostra vita a cui non avevamo dato importanza o che non eravamo riusciti a comprendere, e si può pure registrare una maggiore frequenza del loro visitarci.

Traggo qualche considerazione da un paragrafo di Simon Monneret sul linguaggio dei sogni: «Freud aveva posto l’accento sul fenomeno di sovrapposizione delle immagini nel sogno, fenomeno che aveva chiamato condensazione. Questa sovrimpressione di elementi consisteva essenzialmente, per Freud, in un rapporto fra gli eventi recenti e quelli passati. Heinz Hartmann ipotizza che questo processo testimoni delle connessioni fra i canali di memorizzazione antichi e recenti. Afferma dunque con Freud che il sogno non è una successione assurda di immagini senza collegamento. […] D’altra parte, accanto ai fenomeni di spostamento e di condensazione, ci si può anche domandare che cosa significa l’aspetto lineare del sogno. Il sogno, in realtà, è al tempo stesso una forma di racconto o di storia, ma anche una storia spezzata, che salta senza preavviso da un piano all’altro».

Dunque due narrative, l’una improntata alla linearità, l’altra alla discontinuità, disgiunte, autonomamente significanti, spesso compresenti. E poi vi è il vastissimo capitolo contenutistico che spazia dalla tipicità alla premonizione, quest’ultima sconfinante nella parapsicologia e vicina ai grandi sogni junghiani degli archetipi. Oltre all’influsso esercitato dai cosiddetti schemi di civiltà, per cui i sogni sono innegabilmente intrisi di valori culturali e simbolici che mutano e si trasformano insieme ai cambiamenti della società; al riguardo si sono già esposte le riflessioni di Eric Dodds e Giulio Guidorizzi.

Credo che tutto questo sia estremamente rivelatore di quanto abbiamo illustrato in precedenza sulla comprensione dei fenomeni sottesi alla rappresentazione simbolica. Mi sembra che il cosiddetto codice onirico, come ho avuto modo di descriverlo negli ultimi interventi dedicati anche all’esposizione algoritmica, possa offrirci delle chiavi di lettura molto utili sul fronte dell’innovazione e delle nuove prassi comunicative legate all’affermarsi di programmi che sembrano basarsi in buona parte proprio su queste stesse caratteristiche.    

La mostra “Pergamene che parlano“, organizzata dalla Fondazione Perugia; ingresso libero fino al 2 giugno 2026

Libri in strada, abbandonati su un muretto a Perugia; ho trovato la mia ierofania

Precedentemente un’altra ierofania: la cultura e l’arte sono continuità, non mi stanco di ripeterlo

Al Museo del Capitolo di San Lorenzo mi è venuta incontro la statua in legno policromo di Giuliano l’ospitaliere: figura significativa del mio percorso, entrata nella mia poetica (e nella mia vita), presenza simpatetica fin dal viaggio di tre anni fa nelle terre del maceratese a lui e alla Sibilla consacrate.

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Interpreti e visionari: il codice onirico

Se i processi di comunicazione simbolica risultano particolarmente congeniali alla comprensione delle rappresentazioni culturali contemporanee e soprattutto alle dinamiche dettate dalla presenza algoritmica, si può affermare che l’interesse per il cosiddetto codice onirico si inserisca in modo del tutto naturale in questo esercizio. Il mito greco racconta che Prometeo, il titano inventore di molteplici tecniche e arti, avrebbe praticato per primo l’onirocritica al fine di discernere le qualità premonitrici delle immagini sognate.  

Fermo restando che l’interpretazione dei sogni, fin dal mondo antico, risulta una materia sfuggente, oggetto di teorizzazioni discordanti, è altrettanto vero che il mondo onirico non può essere scisso dall’idea di decifrarlo. In altre parole, l’interpretazione è organica al sogno stesso e secondo un insegnamento del Talmud, citato da molti e anche da Freud, «un sogno non interpretato è come una lettera mai aperta». La trovo un’espressione intrisa di poesia, che condensa molto bene il senso di mistero e incertezza che si accompagna al dominio delle visioni notturne. Traendo spunto da tutto ciò e dalla metafora della lettera aperta o chiusa, il grecista Giulio Guidorizzi, che già ho avuto modo di citare nei miei precedenti articoli, annota una serie di riflessioni sui meccanismi narrativi del sonno e della veglia, sottolineando come si tratti di coordinate opposte: «Mentre descriviamo un sogno, siamo costretti a scompaginare la mobile scena onirica, con i suoi scarti e il suo gioco di travestimenti, e a ridistribuirla lungo le rette spaziali e temporali di una serie linguistica e coerente». (Guidorizzi, Lettere da aprire in Il compagno dell’anima).

Questo ragionare sulla riduzione linguistica di un qualcosa che è, per sua natura, irriducibile mi sembra uno spunto davvero pieno di stimoli, considerando pure il fatto che il passaggio dallo stato dormiente a quello senziente comporta una disgregazione, spesso rapidissima, del fragile tessuto onirico. In conseguenza, non sorprende ciò che sosteneva Sinesio, ossia che per raccontare un sogno bisognerebbe disporre di parole dotate a loro volta di movimento. Come tener dietro infatti ai trapassi spazio-temporali, alle traslazioni di senso, ai rovesciamenti di ciò che da svegli abbiamo bisogno di pensare in una griglia consequenziale? Come possiamo presumere di ricordare un momento mentale in cui per giunta non siamo neppure presenti a noi stessi? Non per nulla, se tentiamo di stabilire la durata di un sogno, brancoliamo nel buio: oscilliamo fra un’istantanea e una lunghezza di ore, senza disporre di appigli concreti per poterlo stabilire con certezza. E questo è sintomatico del fatto che dentro il sogno siamo in una realtà altra, che funziona a modo suo.

Non solo, l’atto di sognare comporta l’unione inseparabile di elementi di natura psichica e di cultura. La sintesi avviene in un modo che non ha eguali in nessun’altro aspetto della sfera sensibile umana. Sempre citando l’analisi di Guidorizzi: «Se gli impulsi che lo determinano [il sogno] sono regolati dalle leggi che presiedono al funzionamento della psiche, che perciò sono universali, le immagini oniriche che si formano in conseguenza del fatto di sognare – le sole che assumano senso per il sognatore – vengono attinte da un patrimonio di esperienze e di associazioni analogiche prodotte dalla memoria collettiva di una società: sono frammenti di storia, di simboli, di idee che provengono dal mondo esterno al sognatore, e danno forma agli impulsi da cui il cervello umano produce il lavoro onirico». (op. cit.)

Sostanza individuale e collettiva che riempie il nostro essere, che fa della nostra vita un diapason contemporaneamente accordato sul nostro sé e sul mondo.

Al limitare di una simile soglia duale, mi capita di osservarmi con sempre maggiore nitidezza nella filigrana della sincronicità che considero il più sorprendente ingranaggio all’opera nel dialogo fra i due mondi. Questa sincronia che, senza scendere nel dettaglio della definizione scientifica e psicoanalitica, potremmo vedere come il veicolo utilizzato dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia, diviene oltremodo evidente man mano che esercitiamo il nostro sentire a riconoscerla. È il varco magico attraverso cui la sostanza sognata penetra nel nostro agire da svegli. Per quanto mi riguarda, perfino i nomi dei luoghi che attraverso sono adesso tracciati significativi (sognificativi?) che sembrano duplicare o almeno evocare ciò che si è svolto altrove, nell’altra me durante lo stato di incoscienza. Dalle decine di casistiche a me occorse, sono in grado di sostenere senza esagerazioni di essere perfino arrivata a predire con relativa certezza quando sta per affiorare. Affinché tutto questo non sembri solo un ragionamento astratto, cito qualche stralcio recente dai miei appunti di “vita vissuta e sognata”:

Domenica delle Palme. Davanti a me camminano due giovani, una indossa un maglioncino bianco e ha in spalla una borsa rossa. L’altra porta una borsa su cui sono disegnati dei pesci disposti in cerchi concentrici. La coerenza simbolica di ciò che vedo è più che un richiamo alle traiettorie percorse e a quelle da intraprendere. Poco prima, soffermandomi nei pressi dell’entrata del cimitero ebraico, mi aveva raggiunto questo pensiero: “persone distese in un campo di papaveri. Sono tutte addormentate”.

Domenica mattina. Sento energie cambiate, qualcosa di incombente che scivola via, una pesantezza sgravata. Dopo diversi giri, avvisto il mercatino dei libri al coperto. Non ci vado da molto tempo e decido di dare un’occhiata. L’istinto mi dice di fermarmi già all’inizio della bancarella. Altrettanto d’istinto allungo la mano e tiro su un volume di Peter Kolosimo sui sogni. Sorrido perché è l’argomento di cui ho scritto ultimamente, anche attraverso i frammenti di Artemidoro.
Tuttavia sfogliando lo scritto di Kolosimo, mi sembra una trattazione fin troppo incentrata sul sé, forse anche un po’ dispersiva: descrizioni di sogni diversi, attribuiti a personalità molto eterogenee. Così decido di non prenderlo. Al contempo una vocina mi dice: cerca ancora, vedrai che ci sarà qualche altro titolo simile. Non passa neanche un minuto, ed ecco altre due apparizioni a breve distanza. Qui mi risolvo all’acquisto. L’ho trovata una delle esperienze più compiute di materializzazione.     

Letture di primavera – La cura del sonno e del sogno

Un itinerario a Firenze dal quartiere delle Cure, in visita alla biblioteca delle Curandaie, passando per l’orto botanico con la sua spettacolare area delle piante medicinali, e lungo le rotte dell’arte. I nomi dei luoghi e ciò che vi ho incontrato, mi hanno trasmesso compiutamente un’idea solidale e per così dire terapeutica che sembra organica alla storia cittadina. Per la prima volta ne ho avuta piena evidenza. Quest’anno ricorrono anche i quattrocento anni di Francesco Redi, il primo medico dei Medici.

Firenze è una delle città d’Italia con il più alto numero di Book Box. I suoi circa 50 punti di raccolta, dal centro alla periferia, costituiscono altrettanti nodi di scambio culturale e aggregazione. Potete trovare le mappe urbane sui canali social dedicati e in diversi articoli pubblicati sul web.
Per un approfondimento sul progetto nazionale si rimanda a questo link.

Sui temi collaterali della mia raccolta poetica “Umana Sibilla”, si vedano i miei precedenti articoli. Ad esempio:
📍Ierogamia e psichismo della Sibilla
📍Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

On Linkedin / Le Cure District in Florence

The Art of Caring / L’arte di prendersi cura – Una breve testimonianza sul mio canale youtube di come il mondo interiore della poesia assuma un aspetto reale nello spazio che attraversiamo.

Dona parat Ianuarius

Cassiopea e Cigno – Ingresso del Museo Italiano di Scienze Planetarie a Prato

L’ultima notte di gennaio capita di fare sogni importanti. Qualcosa improvvisamente sgorga nel bel mezzo dell’inverno. Una volta risvegliati, nell’apparente chiarezza del giorno, si passa accanto a sempreverdi ricoperti di un rossore tenace e prorompente. Un’architettura eclettica si affaccia fra i rami come una metafora del tempo scagliato da qualcuno che voleva fissare lì il suo sogno. Tuttavia non è spesso ben definito il confine fra la cosiddetta realtà in veglia e quella sperimentata durante il sonno.

Nell’antica Grecia i medici erano non casualmente anche studiosi e interpreti di sogni, che si ritenevano sia generati dallo stato di salute del paziente, sia inviati da mondi ultraterreni, perché il corpo è un cosmo dove le condizioni fisiologiche possono esser lette come uno specchio delle leggi che governano l’universo. A testimonianza di queste affinità elettive, il flusso di particelle che alimenta il vento solare è denominato plasma – uno stato della materia che costituisce la quasi totalità dello spazio celeste e che sulla terra si trova naturalmente nei fulmini e nelle aurore boreali.

L’anno si è chiuso con una straordinaria attività elettromagnetica sul sole che ha generato per l’appunto altre aurore a basse latitudini, replicando in parte lo spettacolo dei primi di ottobre, quando il brillamento ha raggiunto un’inedita intensità che non si registrava da almeno sette anni. È bello pensarsi in questo meccanismo meraviglioso, e per il fatto che lo condividiamo, anche senza essere vicini, è come se andassimo all’unisono. Quello che immaginiamo, quello che realizziamo attraverso le nostre risorse creative e attitudini, tutto ciò che doniamo è amore che irradia da infinite profondità.

* Negli ultimi giorni di agosto del 1918, mentre la prima guerra mondiale volgeva al termine e l’epidemia di spagnola aveva iniziato a mietere altre vittime, il pittore, incisore e filosofo Rockwell Kent approdò nella piccola isola di Resurrection Bay, al largo delle coste dell’Alaska, per un incontro autentico e assoluto con la natura, lontano dalle devastazioni della cosiddetta civiltà. L’opera “Wilderness. A Journal of quiet Adventure in Alaska” è il frutto di quell’esperienza straordinaria.
Per un approfondimento sulla vicenda umana e artistica di Kent si rimanda al bell’articolo di “The Marginalian”

* Polarlichter – Luci del nord – Aurore boreali
1. Cromolitografie di fine Ottocento; 2. Harald Moltke (1871-1960), pittore danese.

* Le luci di Livorno e della pittura di Ulvi Liegi nella mostra curata da Michele Pierleoni allestita negli spazi della sede di rappresentanza di Castagneto Banca. Grazie a Roberto Pullerà per aver accolto la mia richiesta di visita, regalandomi questa emozionante esperienza. Ascoltare un pezzo di storia dell’arte labronica che ha riesumato l’esistenza picaresca di mercanti, corniciai, falegnami e cabalisti come i leggendari Elia Benamozegh e Yoseph Colombo è stato folgorante.

* Dalla costa alle stelle. Grazie per la bellissima esperienza al Museo Italiano di Scienze Planetarie a Prato dove ho potuto presentare il mio racconto sull’antica Biblioteca di Alessandria d’Egitto e i catasterismi di Eratostene di Cirene.
Per approfondire rimando al contributo “Il desiderio del divenire stelle”, pubblicato sul mio profilo di Academia.edu.

Storie editoriali, sogni di persone

Edizioni storiche Sansoni e Vallecchi_foto di Claudia Ciardi ©

Un libro non è solo ciò che racconta. È fatto anche di una storia che lo precede, spesso anzi di molte storie. Nasce dai sogni di chi intende salvare un messaggio, di chi crede per quella via di contribuire alla rappresentazione del mondo. E poi ci sono intenti, affinità elettive, sintonie caratteriali che si scoprono in corso d’opera, destini che si intrecciano. Idee e persone impegnate a difendere legami, memorie, bellezza. Ogni cosa contribuisce all’impresa, in letteratura, come in arte, come nella musica. Il libro è una straordinaria condensazione di tutte queste sintonie.

Lo scorso autunno Laura Vargiu, divulgatrice infaticabile di letture e scritture, poetessa in organico alla giuria di diversi premi letterari, fondatrice del blog «Il ponte delle parole», ha pubblicato un invito alla riscoperta dei “libri antichi”. Ne è scaturita una riflessione che mi ha fatto nuovamente calcare le orme di alcuni progetti editoriali. Storie che ho avuto modo di vagliare durante le mie ricerche, in fase di collazione testuale o nella ricostruzione dei processi di stampa relativi a un titolo. Sono così affiorate tra le mie mani le vicende di giovani studiosi nell’Italia del secondo dopoguerra, fra Milano e Firenze, ma anche di personalità resistenti mentre il conflitto ancora imperversava. Episodi testimoniati da corposi epistolari nei quali è possibile seguire in dettaglio sodalizi e collaborazioni. La vita piena d’impegno di Lavinia Mazzucchetti, gli incroci, anche sentimentali, fra Cristina Campo e Leone Traverso oppure, andando ancora più indietro, la piccata corrispondenza di un D’Annunzio che lamentava con Fischer le imprecisioni nella traduzione tedesca della propria opera. Alle altisonanti rampogne del vate Fischer replicava sempre composto, misurato. Schermaglie fra signori d’altri tempi. In ciò riemergono le avventurose iniziative di Cederna, Lerici Editore, Ricciardi Editore, Vallecchi, Sansoni.

Riscoperte di Laura Vargiu nella storica collana economica di Rizzoli
A commento delle proposte editoriali di Laura Vargiu


Visionando alcuni dei titoli “antichi” che Laura Vargiu aveva nell’occasione riproposto, sono quindi tornata a pensare al libro come oggetto d’arte; non solo nel senso della rarità e del pregio di un’edizione, ma anche e forse più in quanto deposito evocativo di sensibilità. Del resto, la devozione di Laura per mercatini e piccole botteghe di librai indipendenti mette in luce proprio questa prossimità, le relazioni di un microcosmo sentimentale fatto di luoghi un po’ eccentrici e dei loro altrettanto estrosi custodi-cultori. Questi antri votati alla meraviglia sono vere e proprie isole di collezioni diffuse, snodi dove si riscoprono tesori perduti.

Chi non ricorda i vecchi libri Rizzoli, fra i primi tascabili economici, dalle copertine minimaliste: titolo-autore a caratteri neri su bianco (ingiallito) in carta grezza. I nostri genitori hanno adornato gli scaffali delle loro librerie con questa collana o con i primitivi Oscar Mondadori o con la mitica Medusa (sempre Mondadori). Chi non ha avuto in casa tutto il primo Pavese pubblicato da Einaudi?

Uno sguardo alla Medusa_immagine tratta dal blog di Maremagnum

Scelte editoriali non allineate, inattese, visionarie nella prima Piccola Biblioteca Einaudi

Storie, si diceva all’inizio. Di coloro che i libri li hanno pubblicati e del privato di tanti lettori. Nelle mie più recenti ricognizioni mi sono spesso soffermata su questi contatti emotivi, perché prima del conoscere (e del conoscersi) è il sentire, è l’attrazione per qualcosa che percepiamo somigliante a determinare la scelta di un percorso, un avvicinamento, quel travaso necessario a dar forma concreta all’immaginazione. Perché certe cose ci sollecitano, dunque «si fanno sentire prima di farsi conoscere» (per dirla con Yves-Marie André). È peraltro il tema di un bell’articolo sull’esperienza artistica che mi è capitato di leggere proprio in questi giorni. «All’utilità dell’erudizione son sempre più convinto debba precedere, succedere o accompagnarsi “il compiacimento de’ sensi, e il diletto delle passioni”», conclude l’autore. E infatti, ogni opera creativa non può compiersi né veramente diffondersi senza il più sincero e profondo attaccamento al sogno dell’arte.

Altri rimandi:

Non basta l’erudizione, l’arte deve scuotere i sensi (di Maichol Clemente su «Il Giornale dell’Arte», 1 febbraio 2023)

Uno sguardo alla Medusa (sul blog di Maremagnum)

Johann J. Bachofen – Il popolo licio (su un’edizione storica Sansoni)

In questo sito, la pagina dedicata ad alcuni miei percorsi nell’editoria: Mappe editoriali

Tra gli ultimi articoli dedicati da Laura Vargiu alle mie pubblicazioni si segnalano:

Hermann Broch e il suo “Il ritorno di Virgilio”

“Muor giovane colui ch’al cielo è caro”: in ricordo di Georg Heym

In ricordo di Konstantinos Kavafis: l’importanza delle parole