Dalle “Lettere del veggente” di Rimbaud

Una piccola premessa sull’epifania di questo libro. Lo possiedo da tempo, affiorato e scomparso a intervalli regolari negli scaffali della libreria. Appartiene a una tiratura fuori stampa di Einaudi, un regalo ai lettori distribuito in ventimila copie una quindicina di anni fa. Sono una dei ventimila destinatari; se mi ha raggiunta non è stato per caso. L’intuito mi ha sempre suggerito che prima o poi quelle pagine avrebbero parlato compiutamente a un’altra me e, dunque, non dovevo separarmene. L’idea della veggenza in poesia mi affascinava già allora ma ancora mi sfuggiva come quel messaggio potesse saldarsi sul mio percorso. O meglio, il percorso era stato appena intrapreso tanto che non potevo neppure capire dove mi trovassi. Ma proprio per le cadenze sottili e inesorabili che la vita silenziosamente ci riserva, eccolo ora reclamare le mie attenzioni. E io subito gliele ho accordate, bevendo ogni sorso, sicura che nulla avrei sprecato di quel calice.


Così mentre impacchettavo dei libri per il book-crossing ospedaliero, mi è tornato fra le mani. “Aprimi! Sono medicina”. Vero, la poesia lo è senz’altro, anzi preferirei dire medicamento, vocabolo più desueto che meglio sembra trattenere la sostanza curatrice. E poi, sì, fa diventare anche veggenti se davvero lo vogliamo. Parola di Arthur Rimbaud, che quando vergava queste frasi aveva appena diciassette anni. Erano i giorni della Comune di Parigi e il giovane scalpitava per salire sulle barricate. I destinatari delle sue confessioni sono Georges Izambard, insegnante di retorica, e Paul Demeny, poeta. Le sponde offerte dai due interlocutori favoriscono l’invettiva contro la cultura morta dell’erudizione, l’apostrofe rivolta allo studioso da scrivania che dimentica il mondo ma ha la pretesa di spiegarlo. Chi compila dizionari è un accademico, dunque un fossile, mentre il poeta percepisce tutto, tocca la parola viva in cui è depositato ogni sentire, perciò suo compito è definire l’ignoto che si risveglia, far stillare resina e sangue dall’anima universale. «Tutta la poesia antica porta alla poesia greca. Vita armoniosa. […] In Grecia, dicevo, i versi  e le lire ritmano l’azione. Dopo, musica e rime sono giochi, divertimenti. Lo studio di quel passato affascina i curiosi: molti si divertono a rinnovare queste cose antiche: è roba per loro. L’intelligenza universale ha sempre gettato via le sue idee, naturalmente; gli uomini raccattavano una parte di questi frutti del cervello: agivano con loro, ci scrivevano dei libri: così andavano le cose, poiché l’uomo non curava se stesso, non si era ancora risvegliato, o non era ancora nella pienezza del grande sogno. Funzionari, scrittori: autore, creatore, poeta, quest’uomo non è mai esistito! Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di se stesso, intera: egli cerca la sua anima, la scruta, la mette alla prova, la impara».

Ma come avviene una tale immersione, questo inabissarsi senza ritorno? Non è un atto pensato, si tratta piuttosto di un divenire. Farsi veggenti è una condizione non una decisione. D’altra parte, essere fino in fondo comporta una discesa all’inferno come il farmaco che cura è anche veleno. Evitando l’esperienza straniante e dolorosa, nulla accade. Non c’è creazione né guarigione. Si resta a un grado frammentato e incosciente, che preclude qualsiasi capacità sensitiva, nascosti al vero sé. Allora e solo allora «queste poesie saranno fatte per restare. In fondo sarebbe ancora un po’ la poesia greca». Poesia come sguardo lucido gettato sull’ignoto, questo per Rimbaud è il coraggio della precognizione, risanamento della ferita che ha separato l’uomo dalla scintilla divina. Non a caso il cantore e l’autore di versi erano considerati dagli antichi prossimi ai profeti, alle personalità in grado di formulare la parola del Dio attraverso gli oracoli. Una caratteristica basata sullo “sregolamento di tutti i sensi” che, nei termini espressi dal poeta francese, ricorda da vicino la possessione di indovini, Sibille e altre figure sacre. Un livello di penetrazione e limipidezza intuitiva scomparsi dalla storia del pensiero umano e dai modi di comunicare, con particolare riferimento al dire poetico, per tornare in auge con il romanticismo. A questo proposito sarà utile la Theophania di Walter Friedrich Otto per aiutarci a navigare fra sentimento e interpretazione dell’antico. Il divino era per i nostri predecessori realtà esperita, non un’astrazione bensì un fatto, una presenza reale che aveva determinato veri accadimenti, cosicché il culto e il mito non erano a loro volta semplici rappresentazioni ma emanazioni in cui il fatto riviveva. Allo stesso modo la poesia lirica greca rispecchiava un’esperienza non filtrata in cui la natura e il tempo vissuto si riversavano senza disperdere il loro carico emotivo che il poeta, come medium fra la terra e le cose celesti, raccoglieva con sensibilità limpida e profetizzante. Fu questo il primo genere letterario a far presa fra gli Elleni, in assenza di un sistema espressivo codificato, precedentemente e diversamente dall’epica con cui non smetterà di confrontarsi, soprattutto nel mezzo dei profondi mutamenti politici e sociali a chiusura dell’VIII secolo a. C. Un’apparizione, lo si è detto, che si confonde con le voci degli oracoli e con i primi oscuri autori dei cosiddetti nòmoi, componimenti pure a tema religioso, dei quali nulla resta.  

Rimbaud teorizza un nuovo avvento in cui essere e sentire siano interi e saldati. Qui sgorgherà la parola pura tratta dall’anima universale. Qui si attingerà alla pienezza del grande sogno, quale forma concreta di ogni immaginazione. Il tono è perentorio, perché chi è destinato non accampi scuse: «Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni per conservarne solo le quintessenze. […] Poiché egli arriva all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di chiunque altro! Egli arriva all’ignoto, e anche se, sgomento, finisse col perdere la comprensione delle sue visioni, le ha viste».

Il poeta è uno che ha visto, con una capacità visiva che ha squassato tutti i sensi. Dunque sa. E il suo sapere porta nel mondo il respiro abissale ed estremo dei reami sommersi in cui occultamente si è inoltrato.         

Nefomanzia – A pink glow amidst the dark

* Una precisazione per chi cerca i miei libri nello Store online di Mondadori. In seguito all’aggiornamento del sito, la rete si indirizza alternativamente a un link corretto e uno errato; quest’ultimo non permette la visualizzazione dei titoli acquistabili sotto il mio nome. Segnalo pertanto il collegamento corretto a chiunque voglia raggiungermi, auspicando che gestori e motori di ricerca risolvano il problema.
https://www.mondadoristore.it/claudia-ciardi/c/05308508

* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Parola e guarigione

Museo delle Genti d’Abruzzo_Pescara

Nel V libro dell’Odissea il naufrago Ulisse vive uno dei momenti più duri del suo viaggio. Crede ormai che la morte sopravvenga senza alcuna possibilità di scampo. È il libro della massima sofferenza fisica e psichica dell’eroe, qui ridotto a corpo sofferente – il poeta indugia sulla pelle scorticata e il sanguinamento a causa dell’urto con gli scogli, ma anche sulla volontà annientata dai pericoli soperchianti. Ormai non crede più in nulla, sospettoso perfino degli dei che vede come creature inaffidabili, interessate solo a realizzare le loro trame, privi di qualsiasi scrupolo specie se ciò comporta il sacrificio dei mortali. Così quando Leucotea, nell’aspetto di un gabbiano, viene a porgergli il velo magico per vincere la tempesta e raggiungere la riva, Ulisse pensa a una minaccia. Solo nell’attimo in cui capisce di non avere più scelta, si decide a seguire il consiglio della dea che lo condurrà all’insperata salvezza.

Il vero snodo narrativo dell’Odissea si gioca in questi versi. L’eroe prostrato e messo a nudo – alla lettera perché raggiungerà la riva dell’isola dei Feaci stremato e senza vesti – ha sanguinato dalla sue ferite, ha toccato il fondo, smarrito il vigore fisico e mentale. Proprio per questo è finalmente pronto a incamminarsi sulla via del ritorno che coincide con la sua guarigione. Ma perché avvenga deve attingere a quel residuo desiderio di riscatto che ancora, pur debolmente, lo scuote.   

È uno dei temi di cui mi sono occupata nella mia raccolta poetica d’esordio, Umana Sibilla, edita da SETART, dove non a caso richiamo alcune immagini salienti tratte dai poemi omerici e l’idea del viaggio, volto alla riunione con qualcuno e al cercare se stessi, come metafora. 

Un filone che da tempo intride la mia esperienza personale e, dunque, la mia teoria letteraria. La parola poetica, a partire dalle sue lontane evocazioni oracolari, è figlia o sorella dei formulari magici, recitati o cantati. È perciò depositaria di un potere manifestante, trasformativo e terapeutico. Ne ho parlato un paio di settimane fa nel corso dell’appuntamento con Costa Edizioni, a Pescara, per il premio assegnato al mio saggio Presentire e curare. I divini doni della poesia, parte di un ciclo di lavori con cui ho inteso analizzare i nessi qui brevemente esposti.

Se dalle ferite può infine scaturire la luce, come più volte ho sentito ripetere nel corso del nostro evento, e se l’arte ha il dono di trascendere il dolore e di agevolare questo processo, forse proprio il linguaggio cadenzato, rammemorante, lirico è uno degli strumenti chiamati a essere più rivelatori in tal senso.

Ogni sillaba pronunciata può divenire terreno di affermazione, spazio guadagnato nel superamento della tempesta, quindi scintilla liberatoria.

Regine in rosso.
Regine di grazia e forza emotiva.
Spose cerimoniali, Sibille, presenze profetiche.

Walking among the blooms in a healing place

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Sul potere terapeutico della parola – Cenni al mio percorso saggistico (Tumblr)

Dissertazioni su terapia e parola/ Dissertations on therapy and speech, 2025 (Academia.edu)

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, SETART Edizioni, aprile 2025

Io sono molte

Si dice “intuito femminile” ed è chiara in questa espressione l’idea di presentimento e poesia associata alla natura delle donne. Spesso l’arte le rappresenta come figure sacre, siano religiose, profetesse o guaritrici, ritenute depositarie di poteri in grado di allieviare, strappare alla sofferenza, medicare o risanare.

Pre-sentimento è ciò che si sente prima, il vago presagio che annuncia qualcosa e che si fa strada in noi senza percorrere le vie logiche. Un sentire che non si lascia afferrare né decifrare compiutamente ma c’è. Per natura la donna pare più incline ad accogliere in sé questi segnali e a riconoscerli in ciò che si muove intorno a lei.

Se è vero, come è vero, che l’intelligenza senza la sensibilità non porta lontano, il femminile sembra consacrato all’unione di questi due aspetti perché esprimano al massimo grado la loro forza vitale. 

Avvolte in rossi panneggi, simbolo di audacia, passione, sensualità, fra libri e oggetti magici, la pittura ne celebra il mistero e i tesori che portano nel mondo come ritratti di Sibille e regine, maghe o artiste.

Il rosso e il bianco, la veste scarlatta, il candore dei turbanti, il sangue e il marmo, il cuore offerto alla poesia, le venature della pietra.

Opere diverse per epoca, stile e soggetto, eppure attraversate da una vibrante energia che anima un immaginario comune e longevo.

Orazio Gentileschi, Ritratto di giovane donna come Sibilla (1620 circa), la modella del dipinto è sua figlia, Artemisia Gentileschi.
Dalla mostra genovese “Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione”, 2023-2024
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Ginevra Cantofoli (Bologna, 1618-1672), la pittrice delle Sibille

  1. Diego Velázquez, Sibilla con Tabula Rasa,1648, Meadows Museum, Dallas, Texas; 2. Dettaglio della Sibilla Libica (The Libyan Sibyl, 1867) di William Wetmore Story, scultore statunitense morto a Vallombrosa


Il mio libro di poesia dedicato a questi temi, “Umana Sibilla”, pubblicato da SETART Edizioni, Aprile 2025

Acquistabile al seguente link/ On sale here:
https://www.setartedizioni.it/product/umana-sibilla/


Sul mio canale Youtube/ On my Youtube channel

With the good omen of the Sibyls!

«Sposterò ogni pietra», frammento 4.22 Adler

«Sposterò ogni pietra», frammento 4.22 Adler [numero 109 nella raccolta
di Parke e Wormell]

L’oracolo è voce e sentiero. Il verbo è il medesimo utilizzato da Archimede: anche lui desiderava scuotere il mondo attraverso l’immaginazione, affidandosi al potere del calcolo e della mente. Il XIV libro dell’Antologia Palatina raccoglie gli oracoli delfici accanto a enigmi, indovinelli, proverbi. Espressioni contigue e tenaci scaturite dalle millenarie fonti della cultura orale, e perciò degne d’ascolto.

Mentre assistiamo alle improbabili acrobazie dei nuovi dei, mentre qualcuno vorrebbe farci adoratori dei nuovi culti, la parola antica ci insegna a prendere le distanze, indica un approdo sicuro, risveglia la sensibilità calpestata. È la sostanza che non vacilla, il basolato che gli antenati scelsero per lastricare le loro strade, è il sasso levigato dal torrente nel respiro della montagna, la pietra che mani sapienti incastrano con l’altra pietra per tirare su i muri a secco a protezione dei campi. 

Nelle fiabe degli antichi l’oracolo è l’inflessione divinante, la cadenza, la pura risonanza. Muti gli interpreti, sigillati i templi, su troppi luoghi il silenzio è sceso per far posto a idoli falsi e ignoranti. Anche sulle nostre stesse pagine, che per noi si legavano nel più sacro dei libri. Così i cattivi consiglieri hanno tentato il loro assalto. Ma la parola tace solo in apparenza. S’interra la parola, come seme, come sguardo che riposa. E in quel riposo vive, sensibilmente giace prendendo coscienza. Corpo in attesa della guarigione. Dicono il tesoro sia sepolto nel recinto della tenda: sposta ogni pietra! Metti in opera ogni arte, assimila ogni intento, sii forte, l’autentico non tarderà a mostrarsi.

Nicholas Roerich