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Materia scritta, rappresentazione, immaginazione

Un libro è un oggetto che raccoglie pensieri in forma scritta ma non è solo contenitore e veicolo di parole. Può trasformarsi e rappresentarsi in molto altro, acquisire un valore simbolico, sia autonomamente sia all’interno di un’opera figurativa, ed essere dunque percepito al di là del suo contenuto.


Torno a un tema già esplorato in precedenza per riportare l’attenzione sul libro come medium letterario e artistico, qualora le parti che lo compongono non siano concepite solo come funzionali alla struttura ma a loro volta comunicanti, fino a distinguersi come soggetto a sé, cioè elemento che si pone oltre una qualsiasi concetto rappresentativo, proiettandosi nella sfera immaginativa. In tal senso si tratta di quello che noi stessi identifichiamo col testo: un’idea del sacro, un valore legato alla testimonianza di un tempo storico, il fatto che quella copia fosse posseduta da un personaggio influente, destinatario di un riconoscimento pubblico che passa perciò anche dagli oggetti che ha posseduto, ad esempio i libri. È il caso delle biblioteche di studiosi o figure illustri che hanno contribuito al sapere scientifico e umanistico di un paese. Si pensi alla biblioteca di casa Leopardi, solo per citare un luogo noto in Italia fra molti altri.

Un volume, o una collezione, un corpus di manoscritti incluso lo spazio che li raccoglie possono essere quindi incarnazioni di memoria ed essere visti come emanazioni dei loro possessori. Per gli antichi i libri liturgici, che è chiaro avevano forma ben diversa da quella di epoca moderna, simboleggiavano l’appartenenza, il legame comunitario, l’atto di fondazione per volontà divina di una stirpe, di una città, di un’intera civiltà. Il racconto della genesi nel mondo greco antico è emblematico di come il sacro venga a depositarsi in persone, spazi, pensieri. I luoghi sono talora archivi orali, archivi dell’immaginario. Si pensi ad esempio ai siti di divinazione associati alla Sibilla o al Monte delle Muse. La stessa sorte seguono gli oggetti, come i donari di templi o santuari che includevano anche testimonianze scritte – per lo più incisioni – con una precisa valenza religiosa e politica.

Nell’antico Egitto, il libro era depositario di un potere, di nozioni segrete la cui consultazione spettava esclusivamente ai praticanti di una certa disciplina. A quanto pare i sacerdoti dell’Egitto protodinastico avevano scritto la somma totale della loro conoscenza in 42 libri sacri, che venivano portati in processioni religiose. Di queste opere sei riguardavano la medicina, occupandosi di anatomia, malattie in generale, chirurgia, rimedi, malattie degli occhi e malattie delle donne. La medicina aveva raggiunto un alto e sorprendente livello di specializzazione, tanto che l’arrivo in occidente di questo sapere avrebbe dato un impulso essenziale alla scuola medica ellenica, romana e successive. Citare da un papiro medico egizio o affermare che un medico aveva studiato in Egitto era garanzia di autorevolezza.
E ancora, restando al ragionamento già sviluppato in queste righe e nel precedente articolo, a proposito dell’intreccio fra significato e simbolo, anche in questo caso un’immagine è divenuta sintesi visiva di un’attività nella pratica medica moderna. Associazione fra l’altro favorita anche dalla natura stessa del linguaggio egizio, i geroglifici, un vero e proprio sistema misto di scrittura figurativa i cui caratteri si riferiscono a oggetti animati e inanimati e suoni. Fra questi, l’occhio di Horus è utilizzato nel campo della diagnostica per immagini (come le RX, radiografie), poiché già per gli antichi Egizi “vedere” e comprendere l’anatomia interna erano alla base della guarigione.

* I frammenti dell’Occhio di Horus furono organizzati insieme per formare la figura intera e a questi frammenti furono assegnati una serie di valori numerici con numeratore pari a uno e dominatori a potenze di due: 1/2, 1 /4, 1/8, 1/16, 1/32 e 1/64. Alcuni storici hanno suggerito che ciascuna parte dell’occhio rappresenti uno dei sei sensi: olfatto, vista, pensiero, udito, gusto e tatto. Sorprendentemente, se sovrapponiamo queste parti suggerite all’immagine sagittale media del cervello umano, ogni componente corrisponde a parti delle caratteristiche neuroanatomiche umane.

Noterete pertanto come il tema qui introdotto, ossia l’intersezione del piano materiale, rappresentativo e immaginativo, nel presente contesto prendendo le mosse dalla storia culturale del libro, sia un meccanismo innato della mente umana che si attiva in diversi ambiti della tecnica e della ricerca. 

La traslazione da oggetto-concetto a immagine-simbolo, la sovrapposizione fra contenuto e contenitore, lo sconfinamento di definizione fisica di uno spazio, di e la sua narrazione metafisica, dimostra come i processi cognitivi umani siano basati su una pluralità di codici che all’occorrenza convergono tra loro senza attriti. Studiare e approfondire queste zone di convergenza può schiuderci nuove frontiere metodologiche, in materia di assemblaggio dei codici, anche alla luce del dibattito sull’intelligenza artificiale che sembra entrare proprio adesso in una fase diversa. Mentre si levano voci demonizzanti e sempre più critiche, anche in quegli stessi spazi pubblici dell’informazione dove fino a ieri se ne parlava con tanto entusiasmo – mi domando da cosa sia dettata questa improvvisa onda di scetticismo – credo sia importante, nonché stimolante, mantendere viva una sana curiosità intellettuale che ci sta permettendo di esplorare le nostre attitudini da un punto di vista completamente inedito.

* Volendo approfondire la storia sapienziale dell’antico Egitto – Si veda “La biblioteca medica egiziana”

I miei video più recenti / My most recent videos:

Chiamatele Muse e Sibille – Call them Muses and Sibyls

Chiamatele Muse e poetesse – Call them Muses and poetesses

Il libro è un’infrastruttura civile – A book is a pillar of society

Si avvia alla chiusura (fino al 12 luglio 2026) la mostra fotografica “Le stanze dei sogni dimenticati”, allestita per ridare voce e rappresentazione ai reperti custoditi nei depositi del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma, in concomitanza con il recupero dello spazio del grande Ninfeo che occupa il centro della residenza.
Mentre è appena iniziata l’esposizione degli affreschi della Tomba François di Vulci per celebrare la recente acquisizione da parte dello Stato italiano.


Forgotten Dreams at Villa Giulia Museum – Video on my youtube channel

A proposito di sovrapposizioni di immagini e significati, osservando la collezione Castellani a Villa Giulia, si resta colpiti da quanto l’arte orafa etrusca, e in generale la raffinatezza raggiunta dalla toreutica presso questa civiltà, abbia ispirato le produzioni moderne. Perfino nella ritrattistica dalla metà all’inizio del Novecento, molte donne dell’alta società, vengono rappresentate con monili che ricordano nelle forme gli oggetti rinvenuti nei corredi tombali delle necropoli etrusche. La fotografia della teca qui pubblicata mostra un fermacapelli che potrebbe far pensare sia a un caduceo che a un’insegna romana. La ricchezza di suggestioni e metamorfosi è davvero straordinaria.

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Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri

Ulisse e le sirene, dall’antico al moderno

Cos’hanno in comune queste tre figure del mito e del folklore popolare insofferenti alle classificazioni antropomorfe ma anche a quelle teriomorfe e demoniche? Molto, direi moltissimo. Intanto il fatto che provengono da uno strato di credenze e devozioni che poco o nulla condividono con la religiosità ufficiale. Varianti di una ritualità privata, irregolare, e di una mentalità superstiziosa dove l’atto di fede si fonde col magico.

Si tratta di creazioni della fantasia tante volte mutate e reinterpretate nella storia, e proprio tale elemento, ossia il loro depositarsi nel patrimonio leggendario e fiabesco, significa che provengono da quei medesimi strati profondi dell’immaginario collettivo che a intervalli regolari le ha attirate a sé con rinnovato sentire.

La loro appartenenza al folklore arcaico, tardoantico, bizantino, medievale, moderno e contemporaneo testimonia una sorprendente vitalità, un’incessante metamorfosi che non ha mostrato segni d’invecchiamento, quasi che la loro personalità fosse tutt’uno con una struttura del pensiero fatalmente innescata e chiamata, al mutare delle epoche, a divenirne interprete.

Quanto all’essenza demoniaca è un altro tratto comune, nel senso originario trasmesso dalla cultura greca, ossia collegato a un’incertezza nello status della creatura analizzata, non necessariamente portatrice di negatività. Ora, se per le sirene e il vampiro questa caratteristica maligna pare più vistosa fin dalle origini, nel caso della Sibilla attiene a un’evoluzione successiva del personaggio, specie nella sua presenza tardoantica, medievale e moderna, quando viene ripensata come fata e profetessa di sventure.

In ogni caso sono tutte e tre entità temibili perché depositarie di poteri incontrollati, preclusi all’esercizio umano e alla sua comprensione, nonché in contatto con il divino, con dimensioni svincolate dall’esistenza terrena e con il regno dei morti. Ma proprio qui risiede il loro fascino intramontabile e ciò che ha alimentato innumerevoli reinvenzioni, adattamenti, sovrascritture.


Sulla grecità del vampiro si rimanda agli esaustivi capitoli della monografia di Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro (2022), mentre per una panoramica sulle elaborazioni del fantastico nella cultura ellenica antica si veda Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi (2021). Infine, una sintesi sulla religiosità misterica e le creature liminali che l’accompagnano, spesso depositarie di un simbolismo ermetico, si trova nel volume di Ezio Albrile, Misteri pagani, mistero cristiano (2019). 

La sirena è al centro di un cambiamento di rappresentazione fisiognomico e caratteriale, per cui da demone alato capace di attrarre a sé in un incantesimo mortale, diviene la donna pesce, bella e seducente, fatale ma anche triste e bisognosa di essere salvata.

E fa riflettere anche la consacrazione in film e sceneggiati televisivi. Altro snodo significativo. Il cinema, ultima musa figlia della contemporaneità, cede immediatamente al magnetismo di questi caratteri ancestrali. Sibilla, le sirene, e più di tutti il vampiro, al centro di una riscrittura pressoché continua, indossano i panni di personaggi che poco o nulla hanno in comune con l’antico, con le origini della loro rappresentazione mitologica, ma si pongono come interpreti dei turbamenti e delle vicissitudini dell’oggi. Eppure, anche in questa traslazione, il potere evocativo che sprigionano è frutto dell’intensa stratificazione che il nome manifesta. Nomen omen, è vero. Per le figure mitologiche ancora di più.

A quanto pare ci sono proiezioni fantastiche elaborate dal nostro pensiero che meglio si prestano ad attraversare il mondo e che non smettono di parlarci con voce limpida ed attraente dalla notte dei tempi. In questa breve rassegna abbiamo provato a individuare alcuni motivi di tale longevità. Un’altra creatura che gode di uno status simile, forse un gradino appena sotto l’indiscussa popolarità dei tre protagonisti qui citati, è la Gorgone, di cui ho avuto modo di occuparmi fin dalla mia tesi e, a intervalli, in alcune altre scritture. Con il diffondersi della psicoanalisi l’interpretazione dei miti in tal senso ha aperto ulteriori prospettive e, in molti casi, sovrapposto significati che è diventato difficile scindere dalla loro vera natura deducibile dallo studio filologico delle fonti.

Dunque, ancora una prova di ciò che si è esposto in queste poche righe. Un’arte nuova, il cinema, e una nuova scienza, la psicoanalisi – peraltro fin da subito inclini alle contaminazioni – risultano immediatamente irretite dal ragionamento sulla mitologia. Il pensiero va a Murnau, regista e indiscusso pioniere dietro la macchina da presa, che fa dell’introspezione filmica il pilastro del proprio linguaggio; il suo Nosferatu, variante del Dracula di Bram Stoker di cui non ottenne i diritti, costituisce da questo punto di vista una resa emblematica.  

Attrattività dell’archetipo e immedesimazione. Sono questi gli elementi che favoriscono la familiarità con le espressioni del mito antico al punto da percepirle vicine e per certi versi contigue al nostro stesso modo di pensare e immaginare. Volti e narrazioni che toccano corde profonde, calate nell’inconscio collettivo, dove il tempo umano, la contingenza, il succedersi degli eventi vengono trascesi, lasciandoci intuire un’estensione più coesa e insieme sfaccettata del nostro andare lungo il corso delle epoche.    

A Bologna ci sono i vampiri! L’ho sempre sospettato da quando anni fa mi capitò fra le mani il libro di Carlo Dogheria, eclettico studioso e saggista bolognese.
Fino al 18 gennaio da giovedì a domenica potete visitare la mostra immersiva “Vampiri” organizzata da Alterego a Palazzo Pallavicini.

Grazie al “Laboratorio Studi Neogreci Mirsini Zorba” dell’Università La Sapienza di Roma per aver accolto la mia traduzione di alcuni scritti di Kostantinos Kavafis.

Ringrazio “Scambialibri-amo” il progetto di book-crossing a Livorno ideato e coordinato dall’infermiera e bibliofila Federica Pracchia.
Per informazioni raggiungete la pagina facebook. Qui sono in buona compagnia della mia Sibilla e di altri volumi (Thomas Mann, Joseph Roth, Elsa Morante) fra le scaffalature di Piazza Damiano Chiesa nel cortile di Castagneto Banca. Invito tutti a visitare questo spazio accogliente al centro di un quartiere dinamico e solidale fra l’ospedale cittadino, la sede dei donatori di sangue, botteghe tradizionali e ottimi locali dove fermarsi a fare uno spuntino. Siete a due chilometri circa da Via Grande, il centro della città e, con una passeggiata di una ventina di minuti, potrete scoprire una zona molto interessante del capoluogo labronico.

Qui le playlist del mio canale youtube:
* Le mie videolezioni
* Poesia, senso del sacro e immaginario collettivo
* Arte, architettura, letteratura

Alcune immagini su cui si conclude quest’anno:
The power of rebirth
The gift of words, the dimension of travel and encounters, objects found along the way, the exchange of solidarity through the experience of book-crossing, the constant magic of synchronicity.
Il dono delle parole, la dimensione del viaggio e dell’incontro, gli oggetti trovati lungo il cammino, lo scambio solidale attraverso l’esperienza del book-crossing, la magia costante della sincronicità.

Che dire gente: buona fine e buon inizio!

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Parola e guarigione

Museo delle Genti d’Abruzzo_Pescara

Nel V libro dell’Odissea il naufrago Ulisse vive uno dei momenti più duri del suo viaggio. Crede ormai che la morte sopravvenga senza alcuna possibilità di scampo. È il libro della massima sofferenza fisica e psichica dell’eroe, qui ridotto a corpo sofferente – il poeta indugia sulla pelle scorticata e il sanguinamento a causa dell’urto con gli scogli, ma anche sulla volontà annientata dai pericoli soperchianti. Ormai non crede più in nulla, sospettoso perfino degli dei che vede come creature inaffidabili, interessate solo a realizzare le loro trame, privi di qualsiasi scrupolo specie se ciò comporta il sacrificio dei mortali. Così quando Leucotea, nell’aspetto di un gabbiano, viene a porgergli il velo magico per vincere la tempesta e raggiungere la riva, Ulisse pensa a una minaccia. Solo nell’attimo in cui capisce di non avere più scelta, si decide a seguire il consiglio della dea che lo condurrà all’insperata salvezza.

Il vero snodo narrativo dell’Odissea si gioca in questi versi. L’eroe prostrato e messo a nudo – alla lettera perché raggiungerà la riva dell’isola dei Feaci stremato e senza vesti – ha sanguinato dalla sue ferite, ha toccato il fondo, smarrito il vigore fisico e mentale. Proprio per questo è finalmente pronto a incamminarsi sulla via del ritorno che coincide con la sua guarigione. Ma perché avvenga deve attingere a quel residuo desiderio di riscatto che ancora, pur debolmente, lo scuote.   

È uno dei temi di cui mi sono occupata nella mia raccolta poetica d’esordio, Umana Sibilla, edita da SETART, dove non a caso richiamo alcune immagini salienti tratte dai poemi omerici e l’idea del viaggio, volto alla riunione con qualcuno e al cercare se stessi, come metafora. 

Un filone che da tempo intride la mia esperienza personale e, dunque, la mia teoria letteraria. La parola poetica, a partire dalle sue lontane evocazioni oracolari, è figlia o sorella dei formulari magici, recitati o cantati. È perciò depositaria di un potere manifestante, trasformativo e terapeutico. Ne ho parlato un paio di settimane fa nel corso dell’appuntamento con Costa Edizioni, a Pescara, per il premio assegnato al mio saggio Presentire e curare. I divini doni della poesia, parte di un ciclo di lavori con cui ho inteso analizzare i nessi qui brevemente esposti.

Se dalle ferite può infine scaturire la luce, come più volte ho sentito ripetere nel corso del nostro evento, e se l’arte ha il dono di trascendere il dolore e di agevolare questo processo, forse proprio il linguaggio cadenzato, rammemorante, lirico è uno degli strumenti chiamati a essere più rivelatori in tal senso.

Ogni sillaba pronunciata può divenire terreno di affermazione, spazio guadagnato nel superamento della tempesta, quindi scintilla liberatoria.

Regine in rosso.
Regine di grazia e forza emotiva.
Spose cerimoniali, Sibille, presenze profetiche.

Walking among the blooms in a healing place

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Sul potere terapeutico della parola – Cenni al mio percorso saggistico (Tumblr)

Dissertazioni su terapia e parola/ Dissertations on therapy and speech, 2025 (Academia.edu)

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, SETART Edizioni, aprile 2025

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Libri come opere d’arte

Il libro come opera d’arte_GNAM di Roma_(2006)

Nei secoli, a partire soprattutto dall’invenzione della stampa con il diffondersi dei formati alla base dell’odierna editoria, il libro gradualmente si trasforma aprendosi in epoca moderna a possibilità comunicative impensate. Copertina, dorso, legatura, tagli divengono spazi in cui provare effetti cromatici e aggiungere elementi decorativi per renderlo riconoscibile e attraente. L’ausilio della grafica è visto come sempre più funzionale a porgerne i contenuti, a comunicarli attraverso l’immediatezza che il linguaggio figurativo reca in sé, in dialogo e perfino esplicita mescolanza con la parola. Ma non si tratta solo di una simile conquista. Dall’inizio del XX secolo, e già nel corso dell’Ottocento, in concomitanza con le avanguardie storiche, il libro è visto in misura crescente come vero e proprio banco di prova per sperimentazioni e creazioni d’arte. A partire da questo momento non s’intende più come tradizionalmente legato al testo letterario, ma lo si valorizza in quanto veicolo di un insieme di segnali e di suggestioni finalizzati alla discussione e al rinnovamento dell’espressione artistica stessa. Sotto la sferza del futurismo nostrano, soprattutto in scia alle idee di Filippo Tommaso Marinetti, pur filtrate dal futurismo russo, il dada e il surrealismo, si comincia dunque a pensare al libro come oggetto d’arte a se stante. Fra i principali fautori e interpreti di questa rivoluzione si annoverano Fortunato Depero, Emilio Isgrò, Dieter Roth. Quest’ultimo, nato a Hannover nel 1930, attivo dopo la seconda guerra mondiale, in qualità di poeta e grafico si è a lungo confrontato con i libri, decostruendo e sovvertendone per così dire la forma in modo molto originale.

Scortati da cotali personalità possiamo già dirci in mezzo agli arcipelaghi del cosiddetto libro d’artista, pur tenendo conto dell’arbitrarietà che una formula di questo tipo comporta, posto che si tratta di una cosa ben diversa dal libro d’arte con cui si definisce un manuale o un catalogo relativo alla storia o alle iniziative legate a detta disciplina. Un’ampia zona di navigazione che riceverà ulteriore impulso negli anni Sessanta e Settanta, cimento per molti creativi nei ranghi dei più svariati movimenti, dall’arte concettuale all’arte povera, versati in diverse pratiche dalla scrittura alla musica. Il libro si offre come una galleria tascabile, un piccolo museo itinerante, libero, aperto, fluido che rompe gli schemi della fruizione del pensiero e irrompe nel dibattito culturale. L’editoria indipendente, con speciale riguardo ai libri d’artista, fiorisce non a caso nel suddetto decennio sospinto da mescolanze, esperimenti e moti libertari fra ubriacature sessantottine e più o meno rapide disillusioni. Qualsiasi sia la categoria verso cui propendiamo – libro artistico, libro figurato d’autore o libro oggetto – sia questa limitata a pochi esemplari o riprodotta in elevate tirature, siamo sempre e comunque di fronte a una creazione frutto di un’esperienza unica. Il libro è a tutti gli effetti un’opera d’arte o in quanto oggetto o in quanto contenuto. Ne risulta “scardinata” la funzione sua propria, oltre che la forma, per servire del tutto la comunicazione artistica. Uno sviluppo che si nota molto bene nella serie dei cosiddetti libri illeggibili di Bruno Munari, in cui il celebre designer italiano punta unicamente, non senza una certa dose di provocazione, sul medium visivo. Nel solco della storia qui percorsa per sommi capi si ricorda infine un ciclo di eventi di qualche anno fa, in occasione dei riconoscimenti conferiti dall’Unesco a Torino e a Roma come capitali del libro e della lettura (aprile 2006 – aprile 2007). Ispirate alla formula scaturita dalla circostanza “Il libro come tema, il libro come opera”, due mostre alla GNAM di Roma hanno indagato visivamente e concettualmente la relazione fra arti figurative e scrittura: Arte e Letteratura fra ‘800 e ‘900 nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a cura di Maria Vittoria Marini Clarelli e Mario Ursino (catalogo Electa); Il libro come opera d’arte – Avanguardie italiane del Novecento nel panorama internazionale, a cura di Giorgio Maffei e Maura Picciau (catalogo Corraini Editore).

Genesi sfuggente quanto sfaccettata di un contenuto longevo e metamorfico non soltanto classificabile come arte. Dalle prime collaborazioni fra scrittori e pittori, soprattutto nel campo del libro illustrato con litografie e xilografie – narrazioni per capitoli e tavole che a loro volta hanno contribuito a tirare la volata alla graphic novel – per approdare alle sintesi più ardite, fra tecnica e miraggi avanguardisti. In questa nuova prospettiva la composizione tipografica e la disposizione della parole non sono semplici aspetti grafici, fermi, identici a se stessi ma dispositivi mobili, incaricati di amplificare il contenuto, di creare una miscela liquida, compenetrante e spiazzante fra significante e significato. In conclusione nasce e viene proposta al pubblico un’altra forma di libro che contempla e rivela come possibili o probabili differenti livelli di lettura. 

Libro con rifinitura marmorizzata blu sul taglio_dalla pagina fb di “Osservatorio Libri. Quotazioni”

Legature con rinforzo, realizzate utilizzando “innesti” di manoscritti.

Dall’archivio Salvo di Torino_Opera attualmente esposta a Genova, Palazzo della Meridiana, per la mostra “Libri nell’arte” fino al 14 luglio 2024
Eugenio Miccini_Poesia (Firenze)_Opera esposta a Genova, Palazzo della Meridiana, fino al 14 luglio 2024

Fotografie di Claudia Ciardi ©

Altri collegamenti:

Libro dipinto

Federica Boragina, Definizione e catalogazione del libro d’artista: limiti, tentativi e il caso Edcat, in “Ricerche di s/confine. Oggetti e pratiche artistico-culturali”

Alessandra Buschi, Cosa sono i libri d’artista: alcuni esempi famosi, in “Lemona”

The book as a theme, the book as a work_GNAM_Roma_2006
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Rosa Rosae

Giardino e roseto dell’Esquilino – Roma

Fiore fra le simbologie più complesse e stratificate nel tempo, mitico e storico, incarnazione di contrasti e ambivalenze, al centro di riti, oggetto di credenze e incantesimi, amato da fate e streghe. La presenza della rosa nelle fiabe risale all’epoca medievale, e le qualità magiche che le sono attribuite derivano senz’altro dall’antica associazione alle divinità. Ad esempio nella storia che lega Adone e Afrodite. La dea della bellezza, depositaria di aspetti che la uniscono alla grande Madre, deterge un olio profumato di rose sul corpo di Ettore morto. Gli aspetti ancestrali del femminino, della maternità cosmica, della vita e della sua cura, anche nella morte, si intrecciano alla rosa, alla sua essenza, al suo linguaggio. A tale proposito, nel dualismo di vita e morte, affiorano pure analogie con Ecate, dea infera, conduttrice di anime (psicopompa), e con Iside; nella ventata delle mode orientali della tarda latinità, la devozione isiaca, frutto di sincretismi religiosi, acquista seguaci anche nelle classi agiate. Ne è oggetto il famoso capolavoro di Apuleio, Le metamorfosi note anche come L’asino d’oro. Gli antichi riti funebri in memoria dei morti si chiamavano Rosalia, da cui si sarebbe ereditato l’uso di deporre rose sulle sepolture. Trattandosi di un rituale con ascendenze asiatiche, si ipotizza che a introdurlo a Roma siano stati i commercianti di lungo corso attivi nelle province orientali. Secondo altre ipotesi, invece, le Rosalia nacquero sotto l’impero di Augusto, importate dalla Gallia Cisalpina. C’è chi sostiene che era una pratica diffusa soprattutto tra i militari, che utilizzavano le rose per onorare, in mancanza dei familiari, i loro compagni caduti.

Comunque stiano le cose, un fatto è certo: i romani ogni anno tra il 10 e il 31 maggio si facevano carico di queste festività per onorare chi non c’era più.

A conclusione di quanto detto sin qui, il legame preferenziale con le dee, la sfera sentimentale e sacra, ne ha fatto per antonomasia il fiore del femminile e della femminilità, fisica e spirituale, di cui accoglie e riflette il segreto e il mistero.
I ragazzi iniziano a declinare il latino sillabando il nome della rosa, che è canto già nel susseguirsi di quelle desinenze. Dalla Grecia omerica e arcaica, dove l’aurora ha dita di rosa, a Cielo d’Alcamo e poi ancora nella poesia rinascimentale e barocca, la sua celebrazione in versi non conosce inaridimenti. Fragile quanto longeva e salda, la troviamo disseminata nelle opere letterarie e in quelle d’arte, ritratto di un inscindibile connubio fra sensibilità poetica e figurativa.

Il moto concentrico dei suoi petali rappresenta la ruota del ciclo vita-morte-vita. La rosa è coppa e femmina che conserva e presiede l’eterno ritorno. Attraverso un percorso culturale molto lungo e sfaccettato, dai Pitagorici al romanzo ellenistico – vi si è accennato con Apuleio che a quelle fonti attinge – la rosa diventa l’emblema del segreto (sub rosa) nell’immaginario alchemico ed ermetico.

Link:

La compagnia delle rose

Natura sensitiva – Il fiore e il segreto

Le Rosalia. Feste delle rose

Roseto all’Esquilino
Giardino del Quirinale
Roseto comunale di Roma
Roseto comunale di Roma – Visitabile liberamente fino al 16 giugno

Fotografie di Claudia Ciardi ©

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«Sposterò ogni pietra», frammento 4.22 Adler

«Sposterò ogni pietra», frammento 4.22 Adler [numero 109 nella raccolta
di Parke e Wormell]

L’oracolo è voce e sentiero. Il verbo è il medesimo utilizzato da Archimede: anche lui desiderava scuotere il mondo attraverso l’immaginazione, affidandosi al potere del calcolo e della mente. Il XIV libro dell’Antologia Palatina raccoglie gli oracoli delfici accanto a enigmi, indovinelli, proverbi. Espressioni contigue e tenaci scaturite dalle millenarie fonti della cultura orale, e perciò degne d’ascolto.

Mentre assistiamo alle improbabili acrobazie dei nuovi dei, mentre qualcuno vorrebbe farci adoratori dei nuovi culti, la parola antica ci insegna a prendere le distanze, indica un approdo sicuro, risveglia la sensibilità calpestata. È la sostanza che non vacilla, il basolato che gli antenati scelsero per lastricare le loro strade, è il sasso levigato dal torrente nel respiro della montagna, la pietra che mani sapienti incastrano con l’altra pietra per tirare su i muri a secco a protezione dei campi. 

Nelle fiabe degli antichi l’oracolo è l’inflessione divinante, la cadenza, la pura risonanza. Muti gli interpreti, sigillati i templi, su troppi luoghi il silenzio è sceso per far posto a idoli falsi e ignoranti. Anche sulle nostre stesse pagine, che per noi si legavano nel più sacro dei libri. Così i cattivi consiglieri hanno tentato il loro assalto. Ma la parola tace solo in apparenza. S’interra la parola, come seme, come sguardo che riposa. E in quel riposo vive, sensibilmente giace prendendo coscienza. Corpo in attesa della guarigione. Dicono il tesoro sia sepolto nel recinto della tenda: sposta ogni pietra! Metti in opera ogni arte, assimila ogni intento, sii forte, l’autentico non tarderà a mostrarsi.

Nicholas Roerich
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Storie d’arte e d’ispirazioni torinesi

Il capoluogo piemontese prosegue e incrementa un dialogo fra arti, creatività e poesia con iniziative capillari e diffuse. Proprio in questi giorni è arrivata anche la consacrazione sul «Financial Times» che premia il Piemonte come una delle compagini più dinamiche a livello europeo per strategia del territorio. Di sicuro la regione sta mettendo in campo tante energie e Torino è una fucina in cui confluiscono molti punti di vista, non necessariamente allineati o prevedibili. Già qualche anno fa alcuni media esteri, fra cui la CNN, invitavano a scoprire la capitale sabauda quale alternativa alle mete italiane tradizionalmente più conosciute e pubblicizzate, nell’intento di alleggerire i flussi turistici sempre e solo diretti verso gli stessi centri. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi con diversi progetti legati all’inclusività, alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla creazione di modelli gestionali di comunità nelle province di montagna e nei tessuti urbani. Oltre ad aver seguito gli ultimi eventi organizzati nel circuito delle mostre d’arte e della divulgazione poetica, come quello di “Arte Città Amica” che mi ha coinvolta in prima persona, in occasione del ventennale della storica associazione torinese.

Luci d’artista a Torino

Desidero quindi segnalare il ciclo di esposizioni dedicate dall’Accademia Albertina alla propria collezione fotografica. Iniziato con “La fotografia e le arti” (ottobre 2023), si concluderà con gli “Orientalismi” il prossimo luglio. Per la prima volta una serie di documenti misconosciuti al pubblico escono dai caveau e sono visibili in Pinacoteca. L’Albertina è un luogo che tende a essere meno visitato tra i poli museali torinesi pur trattandosi di uno spazio estremamente meritevole, denso di memorie storiche per capire la città e avvicinarsi al suo passato-presente. È inoltre ripresa la tradizione di ricostruire le vicende di un’opera inedita nell’ambito del percorso tematico di volta in volta proposto. All’interno della sala dei cartoni gaudenziani, anche attraverso modalità interattive, riprende vita un quadro, un progetto in parte se non del tutto andato perso o della cui esistenza poco o nulla si sapeva.

*Depliant informativo dell’Accademia Albertina

Qualche giorno fa è stata poi inaugurata la personale del fotografo Michele Pellegrino nei locali di Camera. Un allestimento offerto come un’antologia da sfogliare, suddivisa in sezioni rappresentative dei suoi principali filoni di ricerca: Esodo. Storie di uomini e di montagne; Visages de la Contemplation; Scene di matrimonio; Le nitide vette; Langa. È il battesimo ufficiale fra i grandi autori italiani, culmine di un percorso che ha visto l’arte di Pellegrino protagonista di tante rassegne – ricordo sempre a Torino Persone presso la Fondazione Bottari Lattes – e così via nel resto del Piemonte e fra le pagine di altrettante intense pubblicazioni: gli ultimi cataloghi per Electa Prima che il tempo finisca e Io il covid e le nuvole, e ancora risalendo a ritroso i racconti fiabeschi di Il silenzio magico della montagna, Alta Langa. L’altra collina, Incanti ordinari. Perciò mi auguro che presto ci sia la volontà di replicare con un’iniziativa che magari dia spazio anche a un excursus dei libri a stampa che nel tempo hanno accompagnato il suo cammino fotografico.        

Michele Pellegrino_Allestimento per Camera Torino_Le nitide vette
Michele Pellegrino_Allestimento per Camera Torino_Le nitide vette_Peuterey

A chi voglia infine incontrare l’arte in un contesto autentico e confidenziale suggerisco una visita in Via Rubiana alla galleria di “Arte Città Amica”. Ringrazio Raffaella Spada per il tempo che mi ha dedicato, per gli incoraggiamenti e i consigli che mi ha dato sui materiali e le tecniche – in generale direi una lezione di vita –  e per gli artisti che mi ha presentato. Ispirazione principale di questo gruppo è il nesso che unisce segno pittorico e parola, al centro peraltro della mostra allestita questo mese e aspetto che considero centrale nella mia stessa indagine. Una bella serata trascorsa al riparo e al caldo, pure in senso emotivo, in una Torino ancora abbastanza infreddolita. Fra le stazioni di Racconigi, Rivoli e Monte Grappa è bello sapere che ci sia un rifugio così accogliente dove si aggirano presenze gentili, anche queste appartenenti a una storia torinese ben diversa dalle contrapposizioni e disattenzioni che purtroppo fin troppo spesso ci sono state riservate dagli ultimi anni.   

La Galleria di Via Rubiana
La mostra della Galleria di Via Rubiana

Le mie montagne per “Arte Città Amica”


Fotografie di Claudia Ciardi ©

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Torino capitale della fotografia

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Libri e arte

Mito e trascendenza in H. Broch

L’epica antica accordata alle cadenze della letteratura tedesca del Novecento, passando a volo radente sui picchi monumentali di James Joyce. Questo è per sommi capi il Virgilio di Hermann Broch, destinato a trasformarsi in uno dei più complessi esperimenti sulla parola. Il commiato di un poeta che quasi indugia in una lunga seduta analitica, che è pure un trattato filosofico sul tempo o una partitura musicale che accoglie in sé ritmi disomogenei eppure contigui; dal debordare del flusso di coscienza alle dissolvenze espirate nell’avvicinarsi della fine. Due sponde – non a caso lo spazio è segnato dal ‘nonluogo’ di una traversata per mare – congiunte in un megalitico eternarsi del tutto.

Né mancano le suggestioni derivate dal mondo dell’arte. Di sicuro Arnold Böcklin – Virgilio si avvia ineluttabilmente verso la sua Isola dei morti – e limitrofe correnti simboliste.

Per uno strano contrappasso Broch fu sorpreso dall’onda nazista proprio ad Altausseee, placida stazione turistica dell’Austria che verrà ricordata per le sue miniere colme di capolavori trafugati da zelanti faccendieri su ordine del Führer. Qui lo scrittore sperimentò l’incubo della reclusione, qui la sorte decise che la sua creatività avrebbe trovato una via di fuga. L’arte prigioniera divenne arte liberata. Così accadde anni dopo anche ai quadri e alle statue lì relegati, per fortuna usciti indenni dall’umana follia.

Questo volume offre al lettore italiano due prose finora inedite in cui affiorano i temi salienti della grande narrativa brochiana.

Arte e letteratura in Via del Vento_Pistoia_
fotografia di Claudia Ciardi ©


* Hermann Broch, Il ritorno di Virgilio, cura e traduzione di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, novembre 2022

* La pubblicazione è depositata nell’archivio del Teatro Stabile di Torino

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Ut pictura poësis


La parola di un artista non è qualcosa di accessorio alla sua opera. Non è una testimonianza che non possa viaggiare svincolata dalle immagini che ha prodotto.

Nella ricerca sul lascito manoscritto di Paula Modersohn-Becker questo è stato il principio che ha mosso il lavoro fin qui svolto. L’idea che le riflessioni affidate all’epistolario e al diario vivano di vita propria ha avviato uno scavo filologico negli usi lessicali e nelle suggestioni dell’autrice. Si sono pertanto rintracciati sfondi emotivi, echi e inedite corrispondenze.

Il numero 45 della rivista «Incroci» mi ha permesso di presentare i primi risultati di questo studio. Un esercizio di restituzione in lingua italiana della voce di un’artista che si è cercato di far affiorare nella sua spontaneità, senza forzati paragoni con la sua produzione pittorica. Non viene offerto nessun percorso prestabilito.
La coloritura verbale con la sua intrinseca capacità evocativa è un elemento autonomo in grado di orientare la sensibilità del lettore-osservatore. Toccare le parole, esserne toccati, senza preconcetti, senza esiti già definiti.

Un progetto a cura di Eleonora Beltrani e Claudia Ciardi.



Ut pictura poësis. Arte, pittura e metamorfosi di Paula Modersohn-Becker.
Rivista «Incroci», semestrale di letteratura e altre scritture, numero 45, 2022, pagine 118-131
ISSN 2281-1583

Paula Modersohn-Becker – La tecnica ruvida