Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri

Ulisse e le sirene, dall’antico al moderno

Cos’hanno in comune queste tre figure del mito e del folklore popolare insofferenti alle classificazioni antropomorfe ma anche a quelle teriomorfe e demoniche? Molto, direi moltissimo. Intanto il fatto che provengono da uno strato di credenze e devozioni che poco o nulla condividono con la religiosità ufficiale. Varianti di una ritualità privata, irregolare, e di una mentalità superstiziosa dove l’atto di fede si fonde col magico.

Si tratta di creazioni della fantasia tante volte mutate e reinterpretate nella storia, e proprio tale elemento, ossia il loro depositarsi nel patrimonio leggendario e fiabesco, significa che provengono da quei medesimi strati profondi dell’immaginario collettivo che a intervalli regolari le ha attirate a sé con rinnovato sentire.

La loro appartenenza al folklore arcaico, tardoantico, bizantino, medievale, moderno e contemporaneo testimonia una sorprendente vitalità, un’incessante metamorfosi che non ha mostrato segni d’invecchiamento, quasi che la loro personalità fosse tutt’uno con una struttura del pensiero fatalmente innescata e chiamata, al mutare delle epoche, a divenirne interprete.

Quanto all’essenza demoniaca è un altro tratto comune, nel senso originario trasmesso dalla cultura greca, ossia collegato a un’incertezza nello status della creatura analizzata, non necessariamente portatrice di negatività. Ora, se per le sirene e il vampiro questa caratteristica maligna pare più vistosa fin dalle origini, nel caso della Sibilla attiene a un’evoluzione successiva del personaggio, specie nella sua presenza tardoantica, medievale e moderna, quando viene ripensata come fata e profetessa di sventure.

In ogni caso sono tutte e tre entità temibili perché depositarie di poteri incontrollati, preclusi all’esercizio umano e alla sua comprensione, nonché in contatto con il divino, con dimensioni svincolate dall’esistenza terrena e con il regno dei morti. Ma proprio qui risiede il loro fascino intramontabile e ciò che ha alimentato innumerevoli reinvenzioni, adattamenti, sovrascritture.


Sulla grecità del vampiro si rimanda agli esaustivi capitoli della monografia di Tommaso Braccini, Prima di Dracula. Archeologia del vampiro (2022), mentre per una panoramica sulle elaborazioni del fantastico nella cultura ellenica antica si veda Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi (2021). Infine, una sintesi sulla religiosità misterica e le creature liminali che l’accompagnano, spesso depositarie di un simbolismo ermetico, si trova nel volume di Ezio Albrile, Misteri pagani, mistero cristiano (2019). 

La sirena è al centro di un cambiamento di rappresentazione fisiognomico e caratteriale, per cui da demone alato capace di attrarre a sé in un incantesimo mortale, diviene la donna pesce, bella e seducente, fatale ma anche triste e bisognosa di essere salvata.

E fa riflettere anche la consacrazione in film e sceneggiati televisivi. Altro snodo significativo. Il cinema, ultima musa figlia della contemporaneità, cede immediatamente al magnetismo di questi caratteri ancestrali. Sibilla, le sirene, e più di tutti il vampiro, al centro di una riscrittura pressoché continua, indossano i panni di personaggi che poco o nulla hanno in comune con l’antico, con le origini della loro rappresentazione mitologica, ma si pongono come interpreti dei turbamenti e delle vicissitudini dell’oggi. Eppure, anche in questa traslazione, il potere evocativo che sprigionano è frutto dell’intensa stratificazione che il nome manifesta. Nomen omen, è vero. Per le figure mitologiche ancora di più.

A quanto pare ci sono proiezioni fantastiche elaborate dal nostro pensiero che meglio si prestano ad attraversare il mondo e che non smettono di parlarci con voce limpida ed attraente dalla notte dei tempi. In questa breve rassegna abbiamo provato a individuare alcuni motivi di tale longevità. Un’altra creatura che gode di uno status simile, forse un gradino appena sotto l’indiscussa popolarità dei tre protagonisti qui citati, è la Gorgone, di cui ho avuto modo di occuparmi fin dalla mia tesi e, a intervalli, in alcune altre scritture. Con il diffondersi della psicoanalisi l’interpretazione dei miti in tal senso ha aperto ulteriori prospettive e, in molti casi, sovrapposto significati che è diventato difficile scindere dalla loro vera natura deducibile dallo studio filologico delle fonti.

Dunque, ancora una prova di ciò che si è esposto in queste poche righe. Un’arte nuova, il cinema, e una nuova scienza, la psicoanalisi – peraltro fin da subito inclini alle contaminazioni – risultano immediatamente irretite dal ragionamento sulla mitologia. Il pensiero va a Murnau, regista e indiscusso pioniere dietro la macchina da presa, che fa dell’introspezione filmica il pilastro del proprio linguaggio; il suo Nosferatu, variante del Dracula di Bram Stoker di cui non ottenne i diritti, costituisce da questo punto di vista una resa emblematica.  

Attrattività dell’archetipo e immedesimazione. Sono questi gli elementi che favoriscono la familiarità con le espressioni del mito antico al punto da percepirle vicine e per certi versi contigue al nostro stesso modo di pensare e immaginare. Volti e narrazioni che toccano corde profonde, calate nell’inconscio collettivo, dove il tempo umano, la contingenza, il succedersi degli eventi vengono trascesi, lasciandoci intuire un’estensione più coesa e insieme sfaccettata del nostro andare lungo il corso delle epoche.    

A Bologna ci sono i vampiri! L’ho sempre sospettato da quando anni fa mi capitò fra le mani il libro di Carlo Dogheria, eclettico studioso e saggista bolognese.
Fino al 18 gennaio da giovedì a domenica potete visitare la mostra immersiva “Vampiri” organizzata da Alterego a Palazzo Pallavicini.

Grazie al “Laboratorio Studi Neogreci Mirsini Zorba” dell’Università La Sapienza di Roma per aver accolto la mia traduzione di alcuni scritti di Kostantinos Kavafis.

Ringrazio “Scambialibri-amo” il progetto di book-crossing a Livorno ideato e coordinato dall’infermiera e bibliofila Federica Pracchia.
Per informazioni raggiungete la pagina facebook. Qui sono in buona compagnia della mia Sibilla e di altri volumi (Thomas Mann, Joseph Roth, Elsa Morante) fra le scaffalature di Piazza Damiano Chiesa nel cortile di Castagneto Banca. Invito tutti a visitare questo spazio accogliente al centro di un quartiere dinamico e solidale fra l’ospedale cittadino, la sede dei donatori di sangue, botteghe tradizionali e ottimi locali dove fermarsi a fare uno spuntino. Siete a due chilometri circa da Via Grande, il centro della città e, con una passeggiata di una ventina di minuti, potrete scoprire una zona molto interessante del capoluogo labronico.

Qui le playlist del mio canale youtube:
* Le mie videolezioni
* Poesia, senso del sacro e immaginario collettivo
* Arte, architettura, letteratura

Alcune immagini su cui si conclude quest’anno:
The power of rebirth
The gift of words, the dimension of travel and encounters, objects found along the way, the exchange of solidarity through the experience of book-crossing, the constant magic of synchronicity.
Il dono delle parole, la dimensione del viaggio e dell’incontro, gli oggetti trovati lungo il cammino, lo scambio solidale attraverso l’esperienza del book-crossing, la magia costante della sincronicità.

Che dire gente: buona fine e buon inizio!

Ierofania

Tramonto sulle Alpi Apuane da San Giuliano Terme

Via Montelungo, case basse tinteggiate di giallo, forse vecchie manifatture. A piedi dal sottopasso s’impiega abbastanza per affacciarsi sull’Aurelia. Una galleria che ti scava dentro e sembra non voler finire. Quando si sbuca dall’altra parte il tempo è cambiato. Prima il sole, poi umido e piovigginoso. Un mazzo di fiori legato con un fil di ferro a un tronco d’albero, memoria di qualcuno venuto a mancare lì nei pressi. Brividi all’idea di un investimento, mentre la pioggia sferza il ricamo della stoffa che cinge i fiori. Il tutto nel giro di una decina di minuti. Cos’ho attraversato dunque?

Passaggio a livello. Il passaggio. Un binario che si perde in campagna e mi rimanda indietro scene vissute altrove – simili o meno non importa. Sempre un cammino che si apre e si chiude sovrapposto o confuso a una visione ricorrente, un mantice che ripete senza posa “riconoscersi o perdersi”, ma non poterlo fermare, non saperlo afferrare. Nulla s’impara in questa discesa, nulla si antepone o pospone. È quasi un franare, di materia che si sgretola intorno, d’immateriale sostanza dove non c’è appiglio né corda che tenga. Acqua gorgogliante che trafila nelle chiuse, giorno e notte sentirla sussurrare dalla piana novarese. E la mattina sfiorare il fresco dei giardini e aver davanti la montagna scolpita. Vista delle cime innevate sopra lo specchio delle risaie, tutto in riflesso come un mondo rovesciato, su cui ubriache dondolano le fioriture. L’acqua e la pietra, il fluire dei silenzi, le caviglie che oscillano nella ruota della corrente.

Baia dei Saraceni_Liguria_Riviera di Ponente

Esser di qualcosa, farsi cosa, chiamarsi come i luoghi, a questo mi capita talvolta di pensare. I nomi di due mie bisnonne erano Elba e Vienna. L’isola, o magari anche un fiume che scorre a nord, e l’impero. Ma nel caso della mia antenata fu l’isola. Nata a Marciana Marina, in tarda età prendeva ancora il mare da sola per attendere alle ultime incombenze familiari, le sue lettere vergate in una grafia tesa fra orgoglio e scioltezza. Vienna invece morì giovane, sul ciglio di una strada, vittima di un incidente mentre festeggiava l’arrivo degli americani. Una morte improvvisa e precoce, beffarda verrebbe da dire, in mezzo alla gioia degli altri. Una fine che ha segnato almeno due generazioni di donne, quella della figlia di lei e di mia madre, orfane di una guida, di una spalla su cui poggiare il viso. Sul canterale di camera nella prima vecchia casa-torre dove ho abitato, una casa inforrata tra i vecchi vicoli di mezzogiorno, c’era una fotografia in cui mi specchiavo. Perché Vienna aveva lo stesso mio viso, la medesima forma, volendo anche un lampeggiare perso e melanconico nello sguardo.

Chi riceve il nome di un luogo prende su di sé le sorti di altri mondi. Credo di averlo imparato bambina davanti a quell’immagine, nella luce fioca di quella stanza, quando si tirava il velario per lasciarmi dormire. È fatale sia così. Se poi in una stirpe scorre sangue isolano il suo sciabordare sarà onda e risacca. Il legame con un lembo di terra circonfuso dal mare non si estinguerà nella terraferma ma premerà, torcendosi fin dentro i sogni di una marea carnale.   

La Sacra immersa nell’ombra

Affiorano nella mia storia un arcipelago mediterraneo e uno asburgico, molto più di due geografie, e un abisso alquanto più profondo dei ritratti incorniciati sui mobili di casa. Ho ereditato la somiglianza a due parenti giovani, tolti alla vita prima che potessero pienamente coglierla. Lo zio diciottenne dell’altra mia nonna, il fratello di Elba, morì poco dopo l’inizio della grande guerra. Partendo disse che non sarebbe tornato. E prese congedo. Si potrebbe pensare che le forze di due esistenze non vissute talora si avvicinino di nuovo al mondo. Infatti io sento a momenti dentro di me queste energie sparse e allo stesso tempo contratte che vorrebbero liberarsi, senza trovare ascolto. O se le ascolto e sto per afferrarle, sono loro a sottrarsi. Non so perché fuggano così, magari sono io a non sembrar pronta, non ancora, non ancora.

Quanto al battesimo del luogo ha preso in me un’altra svolta; simbolica, purché non suoni troppo stentoreo. Vengo dalla torre. Architettura e numero della mia nascita nella stesa dei ventidue arcani. I tarocchi l’additano come una carta veloce. Temibile e veloce. La carta del cambiamento. Una resa dei conti. Suo custode è il mago, che lavora dietro le pareti; ma anche altri possono abitarla. Non vi è certezza al riguardo. Improvvisamente colpita da un fulmine, la struttura cede. Pure non si tratta di una fine, piuttosto è la catarsi, una liberazione, la fuga verso l’esterno di ciò che era costretto fra le mura. È la caduta delle apparenze, l’incantesimo sciolto, la fecondazione, la schiusa. Il venir meno di rigidità che hanno ostacolato, la crisi di chi si è opposto e non può più opporsi. Di chi ha calpestato e non può infine perpetrare il suo scempio. È il germogliare del seme interrato che ha corso pericolo di soffocare ma che un impulso incontrollato spinge nell’alto e nel fuori. Questa energia decide il nome e i destini, stabilisce il loro apparire, è l’artefice segreto. Non c’è atto che possa fermarla, quando la sua volontà prepara i nuovi cammini.

Sono stata io calpestata? Ebbene, al colmo mi sono aperta una breccia, anzi mi sono fatta breccia. Con brutalità andavano ripetendo: “impara a fare le cose per te”. Di tipi che mi hanno parlato addosso ne ho incontrati parecchi. Non traevano sincerità né sintonia, perché non gli corrispondevo. Brancolando nella cecità peggiore, quella dei sensi, non vedevano come tutto in me prendeva forma per contatto, nell’innocenza di un tocco che era già destino. Perché l’autentico lo scambiavano per inautentico. La spontaneità era misfatto e il misfatto dell’oggi è che siamo continuamente distolti. Ma infine la crepa si è aperta.

I monacelli vegliano la Gorgone

A quanto si racconta c’erano un tempo sull’Appennino molte guaritrici. Ci si andava per avere un responso. Sull’olio versato in una bacinella si facevano segni, cantando parole incomprensibili. Me ne hanno riferite tante di storie così. Anche di gente famosa che da piccola era andata a consulto. Nell’esorcismo risaliva la sapienza montanina, la mantica di una poesia che non si scalfiva al pari della pietra, sigillata in qualcosa d’ignoto che adesso rifiutiamo costernati.

Io osservavo le selle dei monti, il crinale spoglio dove pochi alberi resistevano con le chiome pettinate dal vento e la pietraia in bilico sul mirteto. Fatalità dei nomi e dei luoghi, numeri che compongono date che s’intrecciano a date precedenti e seguenti, arcipelaghi dove si affollano i ricordi. I sei anelli di una torre che disegnano una nascita. Il nord e il sud, tra spinte e controspinte, la fiaba gotica sulla fronte greca. Mia madre e mia nonna mi tengono per mano all’ingresso della piazza. C’è tanto sole ovunque, la piazza è luce, le nostre dita sono luce, bianco su bianco.

Veloce la mia carta si è levata dal mazzo. Ero bambina un attimo prima, dietro l’ombra del velario. Ero un’isola nella carne dei miei antenati isolani. Passaggio sul confine. Approdare alla terra dalla propria terra e da lì in altre contrade, in numeri e giorni che sembravano far eco e replicarsi nei miei. Nello specchio di un volto verso cui mostravo somiglianza. E lì mi sono guardata e cercata come mai avevo fatto prima. Lì ho intuito qualcosa che mi trascendeva, che ognuno di noi trascende. Poi tornavo a fissare le pieghe dei crinali, l’eterno poema del bosco e del monte. Qualcosa che si è schiuso ma non ancora schiuso, il seme meraviglioso che benedice il tuo nome e dice tu sei.

Echidne, Meduse, monili – Dal mito a El Greco

Un immaginario complesso e longevo che attinge ed elabora i propri connotati nel periodo arcaico – con probabili ascendenze micenee – insinuandosi in quello classico. La Grecia delle Gorgoni e delle Erinni, come anche di molte altre creature notturne e ctonie di dubbia e problematica interpretazione, smentisce la predominante apollinea in questa cultura e non solo. Ne configura una luminosità enigmatica, sempre oscillante fra inquietudine e catarsi. Una condizione sospesa che l’essere umano è chiamato ad attraversare, in quanto parte del suo stesso dissidio. Retaggio che ha esercitato il suo fascino nei secoli e nelle arti, trovando diverse vie di rappresentazione oltre a uno straordinario vitalismo nella cultura popolare. Si dice che i ritmi della taranta, area di pertinenza magnogreca, siano il riflesso di questa medesima duplicità. La mano che percuote il tamburello richiama all’ordine cosmico, peraltro con un gesto di lieve rotazione e contrazione dal palmo alle dita a indicare raccoglimento (ritorno), continuamente messo in discussione dal vibrare dei sonagli, moto sussultorio, tellurico che ricorda lo strisciare o il destarsi delle serpi nella chioma di Medusa, l’unica mortale fra le figlie di Forco.

Dettaglio del busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini_1644-1648 // Probabilmente lo scultore intese immortalarvi l’espressione della sua amante Costanza Piccolomini. Una Medusa dunque più che umana

Volto della paura e della seduzione ha ispirato creazioni vertiginose nella statuaria, in pittura e nell’alta gioielleria. Bulgari, proprio in queste settimane, ha dedicato una mostra alle sue collezioni, per celebrare i settantacinque anni del marchio, scegliendo Milano come unica tappa mondiale di questa storia mitologica e artistica. Al centro l’iconografia del serpente, simbolo di mimesis, adattamento, rinascita e rigenerazione. Un brand di lusso che ha scelto di raccontarsi in modo non convenzionale, cercando un’ampia apertura verso il pubblico e mostrando l’apporto delle nuove tecnologie nel lavoro dei propri creatori, incluso il confronto con l’intelligenza artificiale (Dazio di Levante in Piazza Sempione, fino al 19 novembre, con ingresso gratuito). Questo singolare intreccio dal mito antico, fin dalle sue radici egizie, alla contemporaneità ha dato luogo a un evento ricercato quanto inedito, una tipologia di mostra con esperienze immersive che permettono di toccare letteralmente con mano la narrazione.

Bulgari_75 Infinite Tales_Un particolare dall’allestimento (ottobre-novembre 2023)

Sempre a Milano, spostandoci fra le sale di Palazzo Reale, nell’ambito della mostra in corso su El Greco, ci troviamo a tu per tu con la sua impressionante versione del Laocoonte. Il celebre gruppo del sacerdote troiano che va incontro alla morte con i propri figli, avvinti da serpenti marini, mentre un’indecifrabile quanto impassibile Toledo, città dalle atmosfere ermetiche, quasi una Siena spagnola, campeggia in una delle sue tele che suscitano forse i maggiori interrogativi. Incompiuta, unica opera di soggetto mitologico per questo eccentrico artista, sappiamo che la tenne con sé fino alla morte. In un ulteriore raffronto sulla storia di questo motivo la riproduzione in gesso, proveniente dalla gipsoteca dell’Università di Pisa, dell’originale ellenistico custodito nei Musei Vaticani, alla base dell’onda lunga di imitazioni in scultura e pittura dal Rinascimento in poi (si pensi a quello altrettanto celebre eseguito in marmo da Baccio Bandinelli nel 1520, alle Gallerie degli Uffizi).

El Greco, Laocoonte, 1610-1614, Milano – Palazzo Reale (2023)
Riproduzione in gesso del gruppo statuario del Laocoonte dalla Gipsoteca e Antiquarium dell’Università di Pisa // Prestito per la mostra di El Greco a Milano (2023)

Simbolismo del sacro e del profano, enigmaticità, magnetismo sprigionato da fascino e inquietudine. Filiazioni divine e caratteri rituali, talora difficilmente ricostruibili, in bilico fra contatti figurativi, diffusione in diversi ambiti sociali, ricorrenza o sovrapposizione di narrative. Ad esempio, la prossimità di Gorgoni ed Erinni, liquidata come improbabile da Vernant (si veda il suo saggio Figure, idoli e maschere, in particolare le pagine 75-102, dove descrive diffusamente l’Erinni Tilfussa) e che io ho provato invece ad ipotizzare fin dal mio lavoro di tesi.   

Richard Buxton_La Grecia dell’immaginario_I contesti della mitologia_capitolo 1, “Dalla culla”

Un discorso affascinante che si muove su diversi piani della ricerca, oltre a costituire una materia di per sé molto coinvolgente per chi la affronta, da studioso o da semplice appassionato. Un racconto che s’innova, un’espressione culturale dinamica e versatile che aggiunge mutazione a mutazione e che pure nell’atto stesso di rappresentarsi espande i confini dell’immaginario di riferimento. Qualcosa che per il fatto stesso di originare dagli strati più profondi dell’interiorità umana, non smette di destare la nostra attenzione e interpellarci. Una capacità generativa fuori dal comune, che di sicuro attiene al mito stesso, ma che al contempo lo trascende, modernizzandolo, favorendone l’adattabilità a contesti mutevoli e storicamente diversi.

Dalla mostra di Bulgari (Milano 2023)_Dettaglio della Gorgone

Sul simbolismo del serpente_dall’allestimento di Bulgari (Milano 2023)


* Fotografie di Claudia Ciardi ©

Si veda anche:

Guardare la Gorgone

Incantare. Simboli e figure del magico

Pagina d’illustrazioni tratta da “La magia a Roma”, articolo pubblicato su Storica (National Geographic Italia), luglio 2022

Mentre raccolgo qualche idea sulle tracce della cultura magica nel mondo antico, mi capita di leggere un articolo che mette in guardia da possibili risvolti patologici nel cosiddetto pensiero magico compulsivo. Tutti questi seriosi sostantivi così inanellati mi frastornano; forse l’avvisaglia patologica sta proprio in un lessico così ruvido e respingente. Si dice poi che bisogna fare attenzione a stanare questi sintomi già nei bambini. Un bambino ‘troppo fantasioso’ va monitorato e disinnescato. Che asettica in-civiltà la nostra! Ci sarà anche il rischio di qualche scivolamento psichico, ma si corre pure un pericolo altrettanto grave – se non peggiore – di sterminare degli ingenui moti e bisogni interiori, che sono forse il primo e unico mezzo per un bimbo di comunicare col mondo. Un mondo che può fargli sempre più paura e in cui vorrebbe trovare qualcosa di affascinante (non uso casualmente questa parola, ma la intendo come preciso rimando all’idea del fascino e dell’affatturazione).

Si capisce perché gli studi sull’antichità vivano oggi un momento assai impopolare. Greci, romani, persiani, egiziani erano immersi in simili credenze – certo erano società molto superstiziose, anche – ma avevano di sicuro più rispetto di noi per il dono dell’immaginazione.

Mi ha sempre suscitato apprensione chi attacca qualcuno solo perché si diverte a leggere un oroscopo. Che è peraltro un piacevolissimo divertissement, e oltretutto ci sono astrologi che hanno una capacità di scrittura più fine di altri compunti letterati à la carte. Insomma, l’intolleranza nei confronti della leggerezza, verso aspetti per così dire non immediatamente utilitaristici del vivere, la ritengo molto pericolosa. Fiutare il morbo dappertutto, perfino in un ingenuo momento di ‘piacere magico’ scaturito dal trafiletto astrale di una rivista, cela un intento persecutorio. Così, mentre diciamo di difendere la razionalità, siamo i più irrazionali e maniacali.

Nel mondo antico divinazione, interpretazione dei sogni, poesia, incantesimi e rituali religiosi, astronomia e astrologia erano aspetti vicini, in armonica fusione e comprovata confusione. Certo, non tutto era lecito. Anzi, le leggi sui sospettati di praticare malefici, di utilizzare le proprie conoscenze mediche e botaniche per fabbricare veleni, di attentare alla vita o ai beni altrui con mezzi occulti, erano severe e le punizioni contemplavano fino alla pena di morte. Emblematico il caso delle XII Tavole, il primo corpus giuridico latino. Secondo le autorità la magia era capace di provocare conseguenze nella vita reale, di qui la codifica di norme a protezione dei cittadini. Il pantheon greco-romano annoverava non a caso alcuni dei associati alla dimensione magica, come Hermes, il messaggero divino, che poteva viaggiare fra terra e aldilà, o Ecate, dea della notte e della stregoneria.

Nel periodo imperiale è noto il caso del romanziere Apuleio che non nascose la sua dedizione per le pratiche di magia – probabilmente si interessò ai misteri di Mitra, che dal I secolo a. C., con il ritorno delle legioni da oriente, conobbero a Roma larga diffusione. La stessa religiosità misterica con le sue implicazioni rituali intessute di prove da superare e catarsi finale sono per l’appunto al centro della sua maggiore opera letteraria Le Metamorfosi (o L’Asino d’oro).

La parola mago viene dal greco magos (μάγος) con cui si indicavano i Magi, sacerdoti persiani esperti in arti magiche, ma allo stesso tempo dotti in matematica e medicina. Quella legata ai culti magici è dunque una storia molto longeva che connette fasi diverse delle civiltà antiche nonché spazi geografici alquanto vasti, dalle satrapie orientali all’occidente. I greci ad esempio assimilarono la tradizione egizia di scrivere su piccoli fogli di papiro gli incantesimi, ai quali si accompagnavano ricette o pozioni a base di rare piante esotiche. Celebre l’opera di Fritz Graf, filologo e grande specialista delle religioni antiche, che ha raccolto, analizzato, ricostruito moltissimi aspetti della magia nel mondo greco e romano.

Per gli antichi la parola sprigionava un potere straordinario, cosicché era il medium per eccellenza dell’incantesimo. Una parola plasmata in versi, intonata, cantata. Qualcosa che poteva insinuarsi nella volontà, nel più intimo sentire di qualcuno e fin dentro i suoi sogni, intesi come catalizzatori di desideri, fantasie, disvelamenti; non semplici illusioni notturne ma spazi veri e propri in cui abitava l’anima.

In ambito artistico si segnala una produzione variegata e meravigliosa di oggetti magici dei quali gli amuleti sono forse i manufatti più bizzarri. Teste teriomorfe o figure mitologiche (la Medusa è forse la più frequente) sono al centro di rinvenimenti diffusi in tutte le aree occupate dalla civiltà ellenica e romana. Simili suggestioni si sono tramandate fino ai giorni nostri. Il volto della Gorgone in quanto simbolo ipnotizzante e apotropaico – quindi anche intriso di qualità magiche – ha avuto larghissima fortuna, come soggetto indipendente nelle rappresentazioni d’arte e perfino come logo aziendale. Si pensi alla casa di moda Versace che ha unito la Medusa (scelta dal fondatore Gianni) al leone (idea di Donatella) per la proposta commerciale delle sue produzioni. Entrambe queste creature sono infatti associate a vari livelli nella ritualità romana, portatrici di messaggi ctoni e ultraterreni.

Inchiostro Medusa_ditta Gio Diletti di Brisighella // Adoro questa bottiglia vintage / fotografia di Claudia Ciardi ©

La magia nell’antica Grecia e a Roma – Articolo di Eleonora Fioletti su Frammentirivista

Risolto il mistero della testa di toro nella vasca magica etrusco-romana di San Casciano dei Bagni – Su StileArte

I leoni antichi – simbologia – Museo Monteleonesabino

L’antropologia letteraria di Carlo Levi