C’è più verità in un sogno che in una vita intera

Secondo la lingua greca antica, a differenza della nostra, non si faceva un sogno ma si vedeva. Poeti, filosofi e medici appartenuti a quella cultura hanno tentato di spiegare l’essenza ambigua dei sogni, teorizzandone cause e aspetti nelle loro opere.

Come scriveva Eric R. Dodds nel suo noto volume I Greci e l’irrazionale, «l’uomo ha in comune con pochissimi mammiferi superiori il curioso privilegio della cittadinanza di due mondi». (Dodds, Schema onirico e schema di civiltà, in op. cit., 1959)

Opera di Rob Gonsalves

Il sonno e la veglia sono a tutti gli effetti vite parallele. Da sempre si è cercato di attingere ai criteri di realtà e irrealtà per catalogare questo tipo di esperienze. Ma il sogno, che per sua natura risponde solo a una trama irregolare, rifiuta ogni discriminante e, infine, mischiando elementi che appartengono sia alla nostra quotidianità sia a ciò che sfugge alla nostra comprensione, rimane un dominio inafferrabile. Da svegli possiamo facilmente liquidare il momento onirico come irreale ma quando dormiamo e ci visitano le immagini di un altro spazio e di un altro tempo, che proprio queste dimensioni sovvertono, allora l’idea del fantastico ci appare accessibile, anzi del tutto normale.

Il viaggio fra questi due mondi avviene ogni giorno, anche se non sempre ci è dato ricordare quel che ci visita durante lo stato di abbandono notturno. Eppure, anche senza averne memoria, le tracce di quella alterità disegnano insospettabili cammini dentro di noi che finiscono per indirizzare la nostra attività diurna. Un simile influsso è la prova tangibile di un confine molto più blando fra i due regni di quanto ci sforziamo di definirlo.

A un livello di simbologia e di interpretazione è innegabile, sempre sulla scia dello studio di Dodds citato poco sopra, che la struttura onirica rifletta anche schemi della società dove si vive per cui «la natura stessa del sogno sembra conformarsi a rigidi schemi tradizionali». Tuttavia contenuti e suggestioni non si esauriscono in questo assunto, sebbene la trasmissione culturale di contenuti archetipici sia un processo largamente attestato del quale pure Jung ha offerto evidenze nelle sue ricerche.    

Restando un po’ più vicini all’antico è chiara la contiguità fra sogno e mito, cosicché se pensiamo ai miti come frutto dei sogni di un popolo, allora possiamo vedere nel sogno una forma di mito individuale. E qui ci addentriamo in quella landa affascinante dell’immaginario collettivo dove i singoli pensieri e sentimenti si depositano a creare una risonanza con noi anche se apparentemente non sembrano riguardarci. Il fatto che in talune circostanze proviamo familiarità con una storia, con il suo portato sentimentale o con uno soltanto degli elementi che la abitano, è indicativo del loro iscriversi nel profondo del nostro avvicendamento terreno e della loro condivisione. 

Per toccare nello specifico due aspetti legati alla vitalità dei sogni e al loro significato presso i greci ci soffermeremo brevemente sulla pratica divinatoria e su quella medica. S’incontrano affatto raramente nella civiltà ellenica i cosiddetti “oracoli onirici”, santuari in cui si utilizzava per lo più la tecnica dell’incubazione, ossia del dormire all’interno dello spazio sacro per favorire la venuta del “sogno divino”. In tal modo la divinità poteva manifestarsi per offrire aiuto, in caso di una decisione da prendere, o guarigione, se l’interrogante necessitava di cure. Spesso il collegio sacerdotale preposto si occupava di interpretare il messaggio divino e, qualora si trattasse di un paziente, era suo compito dare le disposizioni rituali di circostanza, incluso il digiuno preparatorio e terapeutico, prima per attrarre la visione, poi per favorire il recupero dell’assistito. Alcuni esempi salienti sono la “Grotta di Caronte” in Asia Minore e l’oracolo di Oropo (Dodds, 1959, cit.; Ciardi, Oracoli e poesia. Voci sacre all’origine del mondo, 2024).

Emerge già da questi cenni il nesso fra credenze religiose e medicina, un legame che, al di là dell’autonomia scientifica rivendicata da Ippocrate, giungerà a un tramonto tardivo e si dissolverà del tutto solo quando le porte dei santuari verranno chiuse per sempre in epoca tardoantica. Emblematico al riguardo il propendere dei medici di scuola ippocratica, attivi fra il IV e il III secolo a.C., per l’uno o l’altro atteggiamento; alcuni più rigorosi, altri pronti a far largo a un sistema di credenze che non poteva essere cancellato dall’oggi al domani con un colpo di spugna. Nessuna attitudine, anche la più razionale, sarebbe riuscita infatti a frenare un ricorso quasi istintivo a un patrimonio di idee tanto longevo e radicato. Per dare una misura concreta della durata nel tempo di simili mentalità – mi rifaccio non a caso a una parola chiave dell’indagine di Marc Bloch, storico di testimonianze immateriali – si consideri che l’incubazione era nota agli Egizi fin dal XV secolo a.C. e che probabilmente lo era anche alla civiltà minoica.

Sminuire il miracolo medico fino a tacciarlo di impostura come pure affermare che il rapporto fra mondo dei sogni e medicina è privo di razionalità, significa andare incontro a una pesante banalizzazione e fraintendere molte sfaccettature che in epoca arcaica hanno tenuto a battesimo questi concetti. L’onirocritica medica non era una forma di superstizione ma un esercizio attento attraverso cui catalogare malattie, identificare sintomi e cercare mezzi per la guarigione.

Dalla poesia omerica – nei poemi si parla di “popolo dei sogni”, parvenze che tendenzialmente incarnano l’intimo sentire dei personaggi – alle narrazioni erodotee, dai medici Erofilo e Galeno fino all’onirologo Artemidoro di Daldi è evidente che i sogni per i greci non erano significativi allo stesso modo: conseguenza di fatti fisiologici più o meno rilevanti oppure effetto delle esperienze diurne. 

Ne scaturisce un ampio dibattito con implicazioni teoriche destinate ad attraversare numerosi secoli. Torneremo perciò a passare in rassegna le fonti antiche sul sogno e il suo retaggio simbolico, chiamando nuovamente in causa Artemidoro che merita assai più di un accenno. Quel che è certo nel regno dell’incerto è che gli autori greci sono fra i primi interpreti ed esploratori di una dimensione percepita come fisicamente altra, esistente e dotata di regole proprie, che hanno provato a rappresentare nelle loro opere, sottolineando quanto il suo incontro con il sognatore fosse un evento degno della massima attenzione, preparato da forze incontenibili e misteriose per raggiungerlo e cambiarlo. 

* Sul mio canale ho pubblicato una serie di montaggi brevi che illustrano simboli e suggestioni alla base del mio percorso letterario e di ricerca:
https://www.youtube.com/@marginiemiraggidiclaudiaciardi/shorts

* Alcuni dei temi fin qui trattati sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Di bianco e vermiglio e d’arte… Accadde poco dopo aver visitato il diocesano di Foligno. Mi ritrovai per le sale del Bargello e, appena entrata, fui accolta da una madonna lignea di scuola umbra (scrissi che per me era di mano folignate). Non so quale espressione ci fosse sul mio viso ma provai un’emozione fortissima, come se mi fossi chiusa una porta alle spalle e, aprendone una differente, sentissi di proseguire nel medesimo spazio; scrissi anche questo.
Ora, di ritorno da Fabriano mi sono ritrovata immersa fra inchiostri di porpora e panneggi bianchi e vermigli nelle opere di Beato Angelico; all’ingresso, uno dei primi quadri su cui si è posato il mio sguardo era di Gentile da Fabriano. Poco più avanti mi sono venute incontro le miniature dell’Angelico su pergamena violacea, commoventi quanto inedite. Osservandole, non potevo fare a meno di pensare alle suggestioni cromatiche di cui il mio percorso più recente è risultato intriso.
Se questa non è sincronicità, ditemi voi di cosa si tratta.
Ogni esperienza si lega a un’altra, ogni immaginazione ne racchiude una ulteriore, ogni sogno è il proseguimento del sogno di un altro.

Immagini dalla mostra di Beato Angelico, Palazzo Strozzi (settembre 2025-gennaio 2026); a settant’anni dall’ultima grande rassegna su questo artista.
Fotografie di Claudia Ciardi ©

Leggere l’arte

Il libro in qualità di oggetto d’uso o riprodotto in rappresentazioni di pittura e scultura si candida a incarnare nel corso della storia una doppia valenza come strumento sapienziale e simbolo di questa caratteristica speculativa. La sua comparsa sulla scena dell’arte, spesso affiancato al ritratto di un lettore più o meno illustre, celebra l’emancipazione culturale e sociale, avvenuta nel tempo, di un numero sempre più vasto di categorie umane alla ricerca della propria identità pubblica e privata. Una conquista lenta e inesorabile che si accompagna all’invenzione della stampa e, dunque, alla graduale consapevolezza dei cambiamenti prodotti da una circolazione più veloce e ampia della cultura.

Espressione verbale, segno grafico, creazione pittorica vengono così a stipulare una longeva alleanza che si nutre della medesima facoltà immaginativa. Parola e disegno sono infatti due costellazioni complementari, che si possono pensare nello stesso cielo, che servono volentieri un comune intento divinante e, dunque, una natura similmente ispirata.

A dispetto di cori lamentosi annunciati da vessilli di resa – voci di un passato recente e già oltremodo vetusto – noi guardiamo alla vera antichità, autentica fonte di cultura. Diverse concomitanze ci stanno riconsegnando le tracce di una storia potente. I Fori imperiali rinnovano il loro splendore, anche attraverso il riposizionamento di trecentomila sanpietrini – pietra su pietra, passo su passo. Dopo mille e cinquecento anni si è riportata l’acqua alle Terme di Caracalla, elemento costitutivo e fondante di quelle architetture. A Piazza Pia riaffiorano il Portico e i giardini di Caligola.

Un’urbanità sepolta si scuote dal torpore e bussa alle soglie del nostro tempo, densa di messaggi, carica di attese. Ancor più sentiamo il bisogno di esserne custodi e interpreti. Raccogliere questi indizi trasmette forza alla nostra stessa idea di arte, di disegnatori e costruttori del contemporaneo. In ciò riprende vigore anche il convincimento che le idee non siano negoziabili. E quando sono veramente ispirate e sostenute dalla genuinità dei sentimenti diventano incontenibili.

Per questo rito di unione fra arte e scrittura il SetArt 2024 non poteva che tenersi a Roma.

Quasi un catasterismo

Hannsjörg Voth, architetto e artista tedesco pioniere della land art.
Formatosi alla Scuola d’Arte Statale di Brema all’inizio degli anni Sessanta, ha poi intrapreso l’attività di grafico pubblicista a Monaco di Baviera a partire dal 1968. Contemporaneamente ha iniziato a lavorare come pittore e disegnatore freelance, affermandosi sempre di più dagli anni Settanta in avanti.
Qui un bozzetto dell’opera Goldene Spirale [Spirale aurea].


Per me febbraio significa i ricordi d’infanzia legati ai paesaggi invernali della Versilia con il corso mascherato. Le Alpi Apuane già si amalgamavano al mio sguardo nei limpidi pomeriggi assolati; io non ne avevo ancora consapevolezza ma assiduamente, silenziosamente quella poesia preparava in me le sue strade.
La rotta che poi, per i casi della vita, ho potuto percorrere fra la costa tirrenica e le Alpi piemontesi ha rinnovato l’incantesimo. La chiarezza dei profili alpini innevati è uno spettacolo di rara maestosità che dentro di me, in questo periodo dell’anno specialmente, ravviva molteplici stagioni del prima e dell’ora. Mentre nel mondo accade l’indicibile questa dimensione di trasognato nitore è un dono che brilla di luce propria.
Torino mi scuote, poi mi raccoglie e assolve decine di volte al giorno. E io la amo anche per questo, perché è il caposaldo della mia rotta. Se la città non si è spezzata, soprattutto in questi ultimi anni, è anche per la sua solidarietà silenziosa, per i suoi mercati che conservano un’autenticità affabile, popolare, per una gentilezza ostinata che si manifesta senza chiacchiere, senza belletto ma che sa quando intervenire, quando far breccia.
Il sole del tardo pomeriggio alla Tesoriera che si insinua fra le ultime tracce di neve ai bordi del prato, le Alpi che s’innalzano ovunque come fondale e corona, le vetrate a colori nei lunghi corridoi di palazzi che trasmettono l’intimità di tutti quelli che da almeno tre secoli a questa parte ci hanno abitato, sono per me una proiezione del lungo viaggio dell’infanzia, dalle montagne di fronte al mio mare a qui.

Avevo lungamente rimandato la lettura della conclusione di un libro. Mancavano poche pagine ma finito il mio isolamento lo riposi, non curandomene più. Il racconto aveva assolto il suo compito di tenermi compagnia nel silenzio e nella stanchezza del mondo. Risvegliata da quella condizione, mentre imparavo ad aggirarmi in una solitudine nuova imposta dalla convalescenza collettiva, il bisogno di sapere come “andasse a finire” divenne secondario, poi del tutto indifferente. Però quelle righe in sospeso, sconfessate proprio quando erano sul punto di rivelarsi, mi riaffioravano di tanto in tanto come un rimprovero. Arrivavo perfino a pensare che qualcosa non fosse andato per il verso perché mi ero sottratta a un monito. Come un capitolo che non si è voluto chiudere né affrontare per timore degli esiti. E siccome già altre volte nella vita ho provato in prima persona che un evento non è completamente aggirabile, che se pure ci illudiamo di averlo eluso, resta ai bordi del nostro sentire come un’esistenza non pacificata, è fatale ritrovarlo. Può anche darsi, quando ci si ripresenta sulla strada, che non abbia un volto amichevole ma venga con pretese accompagnate a modi sommari, per vendicarsi della trascuratezza che gli abbiamo destinato.
Quanto alla mia negligenza letteraria, accampavo scuse. Che le condizioni per cui mi ero avvicinata a quel libro non sussistevano più, quindi anche la chiusa diventava blanda, inefficace il suo messaggio. L’averla ignorata non era insubordinazione ma asciutta conseguenza di qualcosa che era venuto meno, che aveva smarrito la propria voce. Allora perché continuare a pensarci? Infine un giorno, non so dire il motivo, ho deciso comunque di saldare il mio debito. Sono tornata a quelle pagine ammutolite, ferme a un pomeriggio di due anni prima. E ho capito. La fine del libro, letta allora, semplicemente mi sarebbe scivolata addosso senza parlarmi. Affinché la parola si esprimesse davvero, altro avrei dovuto vivere per quella durata esatta in cui il seme interrato nelle pagine si fosse aperto una via verso la superficie dove avevo continuato a respirare. Così seppi che l’ultima immagine di quella storia era legata alla costellazione della Freccia che tuttavia mancava il bersaglio, risparmiando il Cigno. Sentii sciogliersi un nodo. Lo percepii come il mio stesso catasterismo.

Che ci saremmo incontrati e non incontrati, e in questo andare paralleli saremmo stati tanto vicini quasi da toccarci, perfino compenetrati a momenti, lo ha scritto qualcuno per noi. L’esserci riconosciuti in quel ritratto ci ha fatto paura né possiamo averne biasimo. Era troppo da spartire. Del resto in quell’oracolo si raccontava in dettaglio anche la nostra fuga. Terrena la tua, nella cadenza dei cieli la mia, continuando a scambiare nei nostri pensieri questi due elementi che non abbiamo osato mischiare.

È la poesia, è la poesia che mi distoglie, per riportarmi inesorabilmente a me stessa. Lo so, lo so. Ancor più per questo sono leale con lei. Perché mi ha sempre detto e predetto tutto quello che sarebbe stato e non stato. E considero la sua infallibile forza a cui mi affido, il più limpido retaggio.

Alpi
Fotografie di Claudia Ciardi ©