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*Chirone e Achille (affresco da Ercolano); Asclepio, Chirone e Apollo (affresco da Pompei); La casa del chirurgo (dettaglio di un affresco – MANN di Napoli)
In questo giro calendariale che segna un passaggio e uno sconfinamento fra mondo terreno e ultraterreno è interessante spendere qualche parola sull’immaginario sospeso, nonché sulle metamorfosi fisiche e mentali che comporta. Un tema su cui ho già avuto modo di discettare in diversi miei scritti e nelle indagini che ho riservato al mito greco. Il pericolo del contatto, con un sovvertimento delle leggi mortali che ciò comporterebbe, è materia delle letterature antiche. Quando ci si avvicina agli spazi che potrebbero essere in comunicazione con le anime dei morti, è necessario attenersi a prescrizioni rituali precise per dar prova di consapevolezza e rispetto verso coloro a cui si va incontro.
Ancora una volta l’Odissea ci restituisce uno dei quadri più vividi e spettacolari. Poteva il viaggio di Ulisse saltare una tappa del genere? Nell’undicesimo libro, in un’atmosfera disarticolata e rarefatta, in uno spazio imprecisato che si perde da qualche parte a nord, l’eroe compie uno dei riti di evocazione più potenti di sempre. A questo ci ha introdotto o per così dire preparato l’inconsulta conclusione del libro precedente. Mentre la sparuta compagnia di naviganti sta per liberarsi dall’incantesimo di Circe, il maldestro Elpenore cade dal tetto, morendo sul colpo. Una fine tanto bizzarra ha lo scopo di spiazzare il lettore; il poeta sa che sta per accompagnarci alle soglie di un altro regno e questo suona come un vero e proprio colpo di teatro.
Presso gli antichi, di nuovo con particolare riferimento ai greci, il concetto stesso di corpo è fluido e poroso. La forma umana è oggetto di trasformazioni repentine come conseguenza di punizione o salvezza. A tali casi vanno poi aggiunti i cosiddetti ibridi mitologici, figure composte da parti del corpo diverse – umane, animali o di incerta classificazione – il cui stato non dipende da una ritorsione divina ma da una regola di natura. Gli ibridi non sono necessariamente cattivi, pur ispirando in chi li incontra un senso di paura e ripulsa. L’esempio cui si è soliti attingere è quello del centauro Chirone, guaritore, esperto di arte medica, detentore di conoscenze profonde, inarrivabili per l’essere umano. Per una creatura che vorrebbe riscattare la categoria ce ne sono però altrettante perfide e terrificanti: le gorgoni, le arpie, le sirene.
Per la sensibilità del mondo greco antico, i mostri ibridi, gli esseri teriomorfi, e in generale i daimones – tutte quelle creature di status incerto fra il divino e l’umano – non erano semplici espedienti fantastici o spauracchi per bambini. Al contrario, erano dei precisi rimandi all’interno di un fraseggio simbolico utilizzato per esplorare i confini dell’identità umana e per giustificare una superiorità culturale, anche a livello di governo, rispetto al resto del mondo. Il mostro (dal latino monstrum, “prodigio che mostra qualcosa”, in greco teras) era una vera e propria categoria filosofico-politica basata sul concetto di alterità.
La minaccia insita in tali apparizioni era legata al sovvertimento dell’ordine. Accettarle, riconoscerle significava violare i confini prestabiliti nello spazio fisico e psichico. Voleva dire contemplare un’alternativa a quanto conosciuto, utilizzandola come metro per tracciare una definizione, una regola, per separare ciò che era giusto da ciò che andava respinto.
Dunque, un chiaro significato politico: l’idea di ordine contro il caos (Cosmos vs Chaos). Nella sfera sociale l’ibrido rappresentava la violazione dei confini e delle leggi naturali. Per i Greci, la civiltà esisteva solo grazie alla separazione netta delle categorie (l’uomo è cittadino, l’animale è bestia, lo straniero è barbaro). L’ibrido scardinava questa classificazione, incarnando la regressione allo stato selvaggio.
In realtà, la cultura ellenica contemplava anche molte zone d’ombra e meno marcatamente definite nel proprio pensiero. Se così non fosse, queste figure non sarebbero nate nella loro fantasia. Il loro affollarsi non viene soltanto dal bisogno di comporre un’antitesi ma ancor più da una pulsione, da una propensione a gettare un ponte sull’ignoto su cui avventurarsi e magari gettare uno sguardo al di là, quando gli eventi si complicano e le risposte lineari latitano.
È il medesimo bisogno d’interpellare gli oracoli, di affidarsi a personalità che si credevano depositarie di doti precognitive e quindi in grado di dialogare con gli dei. Uomini e donne spirituali, abitate dalle voci di altri mondi. Infatti, tornando a Ulisse, sul bordo della fossa in cui i morti fanno ressa, dove ha appena compiuto il sacrificio, l’eroe si strugge proprio per l’arrivo dell’indovino Tiresia e per le sue rivelazioni. Interrogare le ombre aiuta a comprendere i limiti della natura terrena degli uomini.
From the Blood of Love (Paths to the Odyssey) / On my Youtube Channel
Tre immagini fantastiche: sibille, sirene, vampiri
Magia sacra ed essere umano divino
*Ricordando la mostra“Creature fantastiche: il mito prende forma” al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Villa Henderson a Livorno, sulle espressioni dell’immaginario umano dall’antichità al Novecento (ottobre 2025).