Simbologie teurgiche

Giorni di fine novembre. Come lo scorso autunno il sole è nuovamente entrato in una fase acuta di attività; l’espulsione di massa coronale ha riportato nei cieli, a diverse latitudini, lo spettacolo delle aurore boreali. Ho trovato magnifico che proprio in queste ore si festeggiasse Leonardo Fibonacci.


L’immaginazione antica avrebbe forse interpretato tali avvenimenti – il fenomeno cosmico entro la misura calendariale – come segno divino, la traccia viva di un’armonia superiore operante nello spazio e nel tempo. Fra l’altro, alla base di certe credenze religiose, il ritorno rituale a una dimensione superiore rappresentava un ideale iniziatico e una necessità sacra per ritrovare la propria unità e unicità di corpo e anima.

Il viaggio astrale nel rito teurgico era un’esperienza extracorporea in cui la coscienza si distaccava dal corpo fisico per esplorare altri piani di esistenza. A differenza della medianità, l’individuo viaggiava coscientemente verso esseri o luoghi, valendosi di questo mezzo per congiungersi spiritualmente con forze superiori, in una sorta di “matrimonio mistico”.

Giamblico, fra i massimi interpreti delle dottrine misteriche, autore del più importante commentario all’opera di Giuliano il Teurgo, nonché fondatore della scuola di Apamea dove la teurgia era argomento di dissertazione ma anche disciplina praticata, accomunava l’immaginario religioso egizio a questo genere di culti d’indirizzo neoplatonico, individuandovi radici condivise. Il comunicare l’inesprimibile attraverso simboli, la tecnica estatica per tornare, almeno idealmente, al mondo smarrito degli dei, la ricerca dei frammenti di una creazione spirituale dimenticata – il mito di Iside e Osiride è in tal senso un’allegoria liturgica.    

Nella teurgia il viaggio astrale non è solo un’esplorazione speculativa ma uno strumento utile a congiungersi misticamente con esseri sovrannaturali e ottenere in cambio una maggiore consapevolezza e integrità personale. Passa da qui il pensiero che si riesca ad agire sulla presenza del divino, sulla natura e l’essenza del suo manifestarsi, ricorrendo all’arte mantica. L’anagogè della tradizione oracolare caldaica e della filosofia neoplatonica, come la merkabah del misticismo giudaico, implicano la separazione della mente dal corpo o trasmigrazione dell’anima o telecinesi del corpo stesso. Ad ogni modo, si tratta di eventi visionari su cui si regge l’attitudine estatica né sorprende che una simile concezione faccia largo a spunti e suggestioni magiche.
Le tecniche di concentrazione e di controllo del respiro esposte nella “Lithurgia mithriaca”, fondamentali per la buona riuscita del viaggio mistico, sono riconducibili al cosiddetto principio di empatia cosmica che ispira anche l’antica medicina greca, e nello specifico la teoria umorale. Si riteneva che lo sperma, proveniente dal midollo spinale, fosse un fluido igneo e luminoso, sul quale lo pneuma agiva come soffio vivificante. Tali speculazioni mediche rientrano in un patrimonio di mitologie arcaiche di matrice non solo ellenica ma anche indo-iranica.

Come più volte leggiamo negli oracoli caldaici, quale immagine-chiave ricorrente, il fuoco è la sostanza più elevata dell’organismo umano: il corpo, in quanto microcosmo, era formato dai quattro elementi fisici.

Non è un caso che nel Novecento, il secolo che scopre la psicoanalisi, si assista al moltiplicarsi di studi sui culti astrali e le religioni antiche, di matrice orientale soprattutto. L’esplorazione del legame inestricabile fra sapere soprannaturale e forza magica, la volontà di carpire o almeno provare a sondare il mistero di quella che potremmo definire una ierofania psichica, va in parallelo con la scoperta dell’inconscio e con il suo potere di influire sulla realtà.

L’energia mentale diviene oggetto di una rinnovata attenzione che necessariamente spinge a riconsiderare il punto di vista degli antichi su questioni di tal genere. In particolare, il concetto di trasformazione magica, assente nella religiosità civile ma ben operante all’interno dei culti misterici di epoca tardoantica, permette di rilevare certe implicazioni psichiche sulla presenza del sé, sul definirsi del proprio esserci nel mondo, in scia a quella che sarà anche l’indagine demartiniana sul fronte antropologico.

Questo fattore magico si esplica in una convergenza fra cerimonie cristiane e credenze orfico-dionisiache, a partire dall’idea di morte-rinascita passando per l’interiorizzazione rituale del dio: si pensi in proposito al “pasto sacro”.

Realtà fisica, visione cosmica, operatività magica saldate su un desiderio di ricongiungimento universale che si percepisce come scaturigine, come atto primo di creazione e fonte di ogni immaginazione, non accennano dunque a disperdere il loro vitalismo, addirittura contro ogni pronostico nei tempi del progresso scientifico e, oggi stesso, nella nuova era algoritmica. Anzi, viene da dire che questi temi esercitino un fascino perfino crescente, quasi che l’essere umano per istinto ricorra da sempre alle sorgenti spirituali per placare la sete che certe fasi storiche gli impongono. Quando è vicino a smarrirsi, il fuoco elementale torna ad accendersi in lui, riportandolo sul sentiero di una mitologia sacra, di una poesia che lo colma, di una rivelazione che va oltre la finitezza e la resa emotiva. Se posso sentire l’intensità di una stagione mentre cammino sotto gli aceri in autunno, percepire dentro di me il mutare delle nuvole osservando il cielo fra quei rami, ascoltare ogni cadenza legata a eventi apparentemente lontani fra loro e avvertirne così i legami, so per certo che nulla è andato disperso di certe voci, perché ancora mi parlano, perché ancora fluiscono nel grande sapiente strumento dell’immaginario umano.


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* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

Si veda anche l’articolo precedente / To my previous article:



Magia sacra ed essere umano divino

Nella tarda antichità si assiste al diffondersi di un’idea di trasformazione magica – assente nelle religiosità cosiddette civili, figlie delle istituzioni – conseguita attraverso elaborati rituali di “morte” e “rinascita” a nuova vita. Tali credenze sono alla base delle dottrine misteriche in cui confluiscono molti aspetti filosofici e teologici dal neoplatonismo all’orfismo ai culti di matrice orientale, laddove la teologia stessa sconfina e si confonde per l’appunto con le pratiche magiche. Fra i maggiori coltivatori di queste ricerche attorno alle quali fioriscono numerosi studi, soprattutto all’inizio del Novecento, vanno indubbiamente annoverati Hermann Usener e Richard Reitzenstein (1902; 1904).

Abbiamo già avuto modo di soffermarci, parlando della longevità trasformativa che caratterizza la figura della Sibilla, sulla devozione popolare che organizza immaginari rituali propri, svincolati dall’ufficialità, vincendo e superando nel tempo il logorarsi delle liturgie di potere.

Col tramonto del mondo antico, stando alle più recenti conclusioni in materia di storia delle religioni, si è riscontrato come diversi culti siano oggetto di un processo di rinnovamento, saldandosi in una sorta di sincretismo convergente. In particolare, lo studio dei documenti della religione egizia in età ellenistica, con riferimento ai papiri magici e alle raccolte di preghiere più vicini alla devozione dei ceti bassi, restituisce un intreccio di influenze che mostrano con chiarezza quanto il cristianesimo stesso abbia attinto al misticismo ellenistico.

Se la storia della civiltà greca era dominata dall’antitesi tra la religione olimpica e le credenze misteriosofiche, quest’ultime veicolate principalmente dai santuari demetriaci e dalle comunità orfiche e pitagoriche, la cesura pare riassorbirsi nell’orizzonte concettuale del periodo tardoantico. Da un lato l’Apollo di Delfi, rigoroso e sanzionante sull’osservanza dei limiti e della separatezza tra natura umana e divina, dall’altro la saggezza iniziatica che ammetteva il superamento delle barriere fra mondo terreno e celeste, fluiscono in una corrente che conduce alla redenzione salvifica. D’interesse il risvolto sociale evidenziato da Eric Dodds (1965) in questa dinamica: una sintesi dottrinaria così definita rappresentava una risposta credibile all’angoscia e alla perdita di riferimenti che scuoteva le comunità dell’epoca.

Nella temperie che per sommi capi abbiamo qui ricostruito, magia e religione, lo si diceva all’inizio, non appaiono nettamente delimitate: Apuleio – pure finito sotto processo con l’accusa di praticare incantesimi per sedurre una ricca ereditiera – soffermandosi sulla natura dei Magi persiani ne rilevava la qualità sacerdotale. D’altra parte in latino il vocabolo sacerdos si applica sia al sacerdote che al mago; a titolo d’esempio si pensi all’esecutrice del rito magico per Didone nell’Eneide virgiliana (IV, 483).


Il myste, detentore della sapienza segreta nelle liturgie misteriche, era il mediatore fra corporeo e incorporeo, fra essenza terrena e ultraterrena. Nel Grande papiro magico di Parigi – il più lungo dei papiri magici pervenuti con le sue 36 pagine – è descritta l’esperienza estatica che gli consente di ritrovare in se stesso frammenti di una creazione spirituale dimenticata nelle profondità del proprio sé. L’estasi può essere suscitata attraverso diverse tecniche respiratorie, cosicché il pneuma diviene l’elemento chiave di congiunzione fra soffio individuale e respiro cosmico.   

La figura del myste o docheus o medium che dir si voglia è al centro della teurgia, comportando un allontanamento dalle premesse della teologia. Emblematico in tal senso lo scontro tra il neoplatonico Porfirio e il suo allievo Giamblico, autore di un commentario sull’opera di Giuliano il Teurgo, il poeta sciamano ispiratore dei misteri teurgici. Considerando i proseliti della scuola di Apamea fondata da Giamblico, si può sostenere che sul finire del III secolo d. C. l’idea che ai fini della comprensione del divino il pensiero razionale andasse di necessità integrato con rituali magici, fosse prevalente.

Questo patrimonio di concetti e credenze, qui brevemente elencato, risulta funzionale al pensiero umano fin dalle origini. Si pensi al rapporto fra magia e poesia, secondo cui in molte culture arcaiche talune espressioni classificate come poetiche, rientrano a pieno titolo nei formulari magici; rimandiamo in proposito allo studio insuperato di Anita Seppilli (1962; 1971).


In determinati momenti storici alcune idee sono assurte a nuova gloria, mostrando un’improvvisa vitalità e tenendo a battesimo altre stagioni, quando si ritenevano ormai morte e sepolte. Ciò è utile a comprendere una volta di più la straordinaria continuità dell’immaginario collettivo, quel coacervo di pensieri convidisi dalle varie generazioni su un arco di tempo lunghissimo. Pensieri che ognuno di noi può avvertire sul proprio cammino, in risonanza con il proprio inconscio, volendo adottare la griglia interpretativa junghiana che meglio ha saputo orientarci in mezzo a tali primitive testimonianze. La percezione di familiarità e perfino di consuetudine quando ci chiniamo su certi frammenti dell’essere e del divenire umano, anche se ci separano i millenni, viene da una comune radice dell’anima. È un percorso affascinante nella storia ma anche nel tempo infinito del sé, che offre un senso compiuto alla nostra vicenda terrena come qualcosa in cui la materialità sfuma e si trascende volgendosi al magico e al sacro.    


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La mostra “Creature fantastiche: il mito prende forma” al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Villa Henderson a Livorno, sulle espressioni dell’immaginario umano dall’antichità al Novecento, sarà aperta fino al 31 ottobre 2025.

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

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Oracles, metaphysics and Poetic Pilgrimages

By divine nature and poetry / Per natura divina e per poesia

Ierogamia e psichismo della Sibilla

Sulle tracce degli studi compiuti da Silvio Ferri, proseguiamo ad addentrarci nel mistero della Sibilla, tentando una restituzione della sua identità religiosa e della sua personalità divinante. Questo tipo singolarissimo e longevo di donna provvista di estrema intuizione e saggezza, qualità infuse dal dono profetico apollineo, ha radici nella devozione popolare greca in un tempo che sfida la rigidità dei limiti cronologici imposti dagli esegeti. Contemporanea o di poco successiva all’arte dei cantori – è un fatto che Omero non ne faccia alcuna menzione tra i suoi versi – sicuramente antecede l’insediamento della Pizia a Delfi.

Quest’ultima è infatti figlia di un processo di istituzionalizzazione del culto, inserita in un collegio sacerdotale e in una pratica cerimoniale che prevede l’utilizzo di specifici strumenti divinatori nonché di un codice comunicativo per trasmettere il responso. Sibilla è il suo alter ego, diciamo così, più libero, nelle cui vene la religiosità arcaica scorre senza compromessi né censure dettate dagli apparati pubblici. Sul piano della ricerca ci offre pertanto la possibilità di esplorare un fenomeno inerente alla sfera sacra svincolato, non intorbidato, a uno stadio più primitivo non solo in termini storici ma anche sotto il profilo umano.

Dunque, quali sarebbero gli indizi salienti, i cosiddetti marcatori, che fanno della Sibilla un resto emblematico di un atteggiamento psico-religioso esteso e capillare nelle credenze della Grecia antica?

Hieròs gámos (ἱερὸς γάμος), l’unione sacra col dio, veicolo di catochè (κατοχή), la possessione da parte dello sposo divino. La ierogamia non era affatto intesa come mero contatto dello spirito; è questa semmai una lettura influenzata da una cultura più tarda. Per gli antichi l’avvicinarsi del dio corrispondeva a un atto carnale, che decretava la sua sposa e perciò destinataria delle capacità profetiche. L’atto sessuale offriva il dono della predizione che si esercitava senza alcun mezzo, senza altro tramite che la presenza del dio stesso nel corpo della Sibilla. In quanto prescelta, era la custode di tale traccia celeste dovuta all’unione carnale e mistica.

Quanto alla possessione, che nel caso presente si riconduce alla follia mantica, secondo quanto stabilito su questo argomento da Platone nel Fedro, esprime quel legame dinamico spesso scientificamente accertato fra la religione e l’amore. Anzi, nella sistemazione platonica, delle quattro forme di follia (mantica per dono di Apollo, telestica causata da Dioniso, poetica, erotica), quella d’amore è più nobile, intrisa di meno ambiguità rispetto a tutte le altre. Eros infatti sarebbe fra le divinità il mediatore per eccellenza, colui che più è capace di riavvicinare il mortale e l’immortale. L’innamorato, sotto l’effetto rivelatore del dio, grazie alla reminiscenza ottiene la massima visione della bellezza corporea e la contemplazione delle forme intelligibili; torna a sentirsi come quando l’anima preesisteva al corpo nel mondo delle idee.  

Per un’accurata discussione di tali temi si rimanda al capitolo di Luc Brisson, Del buon uso della sregolatezza in Divinazione e razionalità, a cura di Jean-Pierre Vernant, Einaudi, 1982.

Due ritratti in cui appare evidente l’ispirazione ai connotati della Sibilla
📌 Timashevskiy Orest Isakovich, Girl of Italy, XIX sec. 📌 Francois Joseph Navez, Portrait of a woman with a turban, 1826

Sibilla vaga da sola, divaga e si ricostituisce ovunque l’immaginario popolare intenda riservarle uno spazio. È propensa al sincretismo, tratto estremamente vistoso nella sua assimilazione all’interno del mondo romano, dove non a caso cumula in sé gli aspetti della Pizia greca. Riferimenti in questo senso si trovano ad esempio nelle Metamorfosi di Apuleio.

Spesso gli interpreti moderni si sono concentrati di preferenza sulla Pizia, trascurando o fraintendendo il carattere sibillino, solo perché come spiega bene Silvio Ferri si tratta di una creatura più vistosa e meno complicata. Qui opera diffusamente, e la Sibilla ha il merito di mostrarcelo in controluce, un tipico pregiudizio sul mondo greco antico che ha inibito per molto tempo l’ammissione di forme superstiziose proprie di un culto ellenico popolare.

Concludendo, l’universalità della Sibilla, in quanto resto meno cristallizzato e più sfuggente dell’antico, le ha permesso di sopravvivere alla fine del mondo greco e romano per riemergere insieme all’enigma del suo potere sacro in epoca medievale e rinascimentale. Qui le sue caratteristiche si fissano nella cosiddetta Sibylla sapiens, figura sapienziale e afflitta, pur continuando a pulsare entro il suo cuore la polimorfia che lì l’ha condotta. Qualcosa che si avverte in sottotraccia e non smette di interrogare i suoi devoti, anche fra gli insospettabili adepti contemporanei.

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Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

La Sibilla negli scritti di Silvio Ferri

Prima di entrare in argomento una premessa è d’obbligo. Non con intento polemico ma per necessità di constatazione. Lamentiamo spesso l’incoerenza, la spaventosa noncuranza del nostro tempo. Ebbene, per comprendere quanto caotiche siano di fatto le nostre vite e, di riflesso, i luoghi in cui ci aggiriamo consiglio un semplice esperimento. Provate a leggere un centinaio di pagine di filologia classica e storia delle religioni all’aperto; vi illudete di sistemarvi in giardino o in un luogo tranquillo ma non troverete quiete in nessun momento. I rumori di fondo, ininterrotti, generati dalle più disparate (disperate!) attività stringeranno d’assedio la vostra concentrazione. E poi, più impegnativa la materia, più intensa la sensazione di perdersi.   

Chi dunque resiste ancora? Il lettore è ormai un’individualità respinta, scoraggiata. Forse, quando si parla di disaffezione nei confronti dei libri, bisogna mettere in conto anche questo. Non si tratta di un effetto secondario, perché se la sottrazione di spazio e di tempo a tutto quello che tende a farci ricordare chi siamo è pressoché continua, poco rimane.  

L’altra desolante verità è che non siamo più i figli di una società del silenzio. Un’orfanezza che, chinandosi sulle voci del mondo antico, il quale ancora aveva ben cari e sacri i suoi silenzi soprattutto, si avverte in misura perfino maggiore.

E vengo finalmente alla Sibilla di Silvio Ferri, classicista e archeologo originario di Lucca, che scrisse queste pagine, bisogna dirlo, fra il ’14 e il ’15. L’Italia entrava in guerra, e non si può dire che gli esseri umani non fossero immersi nelle loro turbolenze. La quiete della terra venne guastata per molto tempo, ben al di là anche del concludersi del conflitto. Tuttavia l’intento di preservare certe sensibilità non vacillava. Tali figure di studiosi, profonde e integre, dimostrano nella limpidezza del metodo, nel perdurare delle loro lezioni una volontà ferma e perfino soccorevole nei confronti di ciò che avrebbe potuto salvarci dalla dispersione. 

In scia a Brelich e De Martino, interpreti acuti nonché maestri di sintesi destinate ad aprire vie nuove negli studi, Ferri dà un saggio delle sue metodologie cimentandosi non a caso in una rappresentazione della Sibilla, senz’altro la questione più complessa nella storia della religione greca. Gli preme mostrare come un argomento sfuggente e per molti versi contraddittorio, riesca a farsi osservare in una luce appena più nitida, se solo non si smarrisce l’idea di base che orienta la propria riflessione. Mentre passa in rassegna le fonti, antiche e moderne, ne discute le storture lasciando galleggiare quei punti saldi che via via vengono a disegnare l’arcipelago del suo pensiero. Il lettore, anche profano riguardo l’antichità, si addentra in tale discussione sentendosi accompagnato, addirittura dopo qualche pagina calandosi agilmente nel modus operandi dell’autore.

Dal rilievo fondamentale del distacco fra tradizione leggendaria e artistico-letteraria alle peculiarità esclusivamente italiane del racconto, alle biforcazioni continue tra storicità e idealizzazione della profetessa, Ferri ci permette di avvicinare e rendere comprensibile quello che diversamente si nasconderebbe sotto la goffaggine di una mano non sistematica. Sibilla è una creatura che si riveste di molti panni e personalità, culturali e cultuali, attraversando diverse aree e fasi storiche che dal cuore ellenico-orientale la conducono alle rive latine e medioevali dell’occidente. In questa immutata mutevolezza si disfa e rinasce una figura idealizzata ma anche incarnata; non v’è dubbio infatti che «nella memoria, nella leggenda, nella definizione filosofico-teologica la Sibilla ama rivivere contemporaneamente nella sua spoglia materiale di donna». (S.F.)

In quell’epoca piena di promesse che va dall’VIII al VI sec. a. C., di poco successiva alla poesia omerica e subito antecedente all’elaborazione filosofica, ecco apparire nella devozione dell’antica Grecia un germoglio mistico al di fuori della cosiddetta religione di Stato, in rappresentanza forse di un credo popolare che proiettava su tali donne una forma di sapienza e grazia divina. La longevità da cui Sibilla è rinata nell’ebraismo e nel cristianesimo, divenendone ipostasi e messaggera, attesta come il sostrato delle sue origini abbia i piedi ben saldi in un ampio immaginario collettivo.

Profetessa degli dei e profetessa del figlio di Dio, senza soluzione di continuità, nel segno di un simbolismo imperituro e risorgente. Si pensi all’acrostico ἰχθύς (pesce), più o meno accettato interamente dalla letteratura patristica, con la sua straordinaria evocazione di immagine-parola, e la risonanza poetica che reca in sé.

Lo scritto di Silvio Ferri ha il pregio di interrogare il passato e interrogarci, quasi replicando nel suo impianto l’essenza stessa del proprio oggetto. Come la Sibilla, non si compie né compone, non si esaurisce del tutto, e in tale fuggevolezza consiste per l’appunto la più vivida traccia della sua identità.


* Un doveroso appunto sul mio lavoro. Vedo che l’IA di google associa la mia opera a Una donna di Sibilla Aleramo. Posto che il parallelo mi onora, andrebbe tuttavia preso molto alla larga. Tanto più che all’interno della sinossi viene riformulato meccanicamente quanto arbitrariamente un giudizio approssimato e poco felice all’indirizzo del romanzo della Aleramo, che sembra perciò riferirsi anche alle mie poesie. Si tratta di un’informazione fuorviante, ci tengo a precisarlo. Al di là del fatto che pure nella mia esperienza personale, dunque in linea con la tradizione contemporanea, la Sibilla incarna un modello femminile di forza e indipendenza, la raccolta poetica di cui sono l’autrice poggia su basi differenti, fondate come detto nell’immaginario antico. Dunque, se volete conversare con me a proposito del mio libro, scrivetemi. Avrò il piacere di raccontarvelo.

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