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Il luogo è il visitatore

Quando arriviamo in un luogo e lo attraversiamo pensiamo di essere noi gli ospiti, i visitatori. Ciò è vero solo in parte. Lo siamo, certamente, ma anche il posto con cui entriamo in contatto ci visita a sua volta. Si fa strada dentro di noi, tanto quanto il percorso che abbiamo fatto per raggiungerlo. Recentemente, durante alcune letture pubbliche, mi è capitato di riflettere sull’idea di luogo e, fra le considerazioni dedicate alla mia poesia, a parere dei lettori, è emerso che ho un modo particolare di raccontare i luoghi. Un narrare sentimentale, compenetrato, da cui affiorano molte voci, molte presenze. Qualcosa che si denota come evocazione, dove lo spazio e il tempo si ricreano nel qui e nell’ora. Adattandosi a una simile cadenza lo spirito del luogo, il genius loci come solevano definirlo gli antichi, torna a risuonare.

C’è in tale risonanza anche un profondo potere curativo. Più ci si sente in armonia con quello che abbiamo intorno, maggiori saranno i vantaggi per il nostro benessere. Del resto, l’ho detto anche in alcuni dei miei ultimi interventi, senza qualità di vita si può parlare all’infinito di progressi della scienza; gli ipotizzati benefici si scontreranno inevitabilmente con una condizione generale peggiorativa del nostro stare al mondo.

Nell’antichità la medicina era cura ma anche rapporto con il divino e relazione con l’ambiente. Lo si comprende molto bene osservando i resti di abitati che un tempo furono colonie romane o espressione di altre civiltà mediterranee, per restare alla cultura di riferimento nella mia area. Prendiamo la scuola di medicina di Velia, istituzione strettamente legata alla scuola filosofica eleatica fondata dai filosofi Parmenide e Zenone. Dunque, vero e proprio centro multifunzionale all’avanguardia, polo sanitario e culturale.
Gli antichi infatti prendevano molto sul serio la sanità del corpo e quella della mente. A ulteriore riprova, è appena riaffiorata in una colonia romana in Turchia, a Tralleis, una piscina pubblica di circa quaranta metri di lunghezza che faceva parte di una vasta area termale pubblica collegata al Gymnasium.
La salute passa necessariamente attraverso il vivere sano nei luoghi, il rapporto genuino con lo spazio e le persone, l’equilibrio e l’apertura con cui siamo in grado di accoglierne, di ascoltarne la storia presente e passata.

Un retaggio, questo del luogo animato e latore di energie, che trae in parte origine dalla religiosità etrusca, cultura nella quale il fluire di presenze ultraterrene e la loro interpretazione a livello di pratiche divinatorie, era a dir poco centrale. La necessità di decifrare e cogliere simili tracce spirituali, nei luoghi e negli elementi di natura, ha fatto di questo popolo forse il più profondo depositario di tecniche legare a oracoli e presagi. Pensiamo alla fulguratoria o all’aruspicina, fra le più note, anche queste passate presso i romani.

In tal modo il luogo viene ad assumere una doppia identità che attinge sia alla sua consistenza materiale sia a una proiezione immateriale, intangibile dovuta a una presunta entità spirituale o a una stratificazione di memorie significative che lì per qualche motivo si sono accumulate.

Negli anni Ottanta, il fenomenologo e filosofo Norberg-Schulz definì il luogo come uno spazio che possiede un carattere distintivo proprio in virtù del suo “genius”. Quindi la denotazione del luogo era necessariamente bidimensionale, fisicamente e metafisicamente connotata. Un’entità multidimensionale, crocevia di risonanze paesaggistiche e storiche. Talora, alcuni eventi volti alla valorizzazione di uno spazio e alla riscoperta della sua voce, si indirizzano alla pubblicistica di un manufatto o comunque di un’attività che in qualche modo va a richiamare la commistione della sua natura. Evocare il genius loci, oggi, rientra anche in un’idea ben precisa di strategia di rilancio economico basata su leve culturali.

Altro esempio, ancora sui cammini etruschi. Si tratta di un’iniziativa che ho avuto modo di scoprire dopo l’inizio di questa scrittura, in seguito al mio impegno pratese. Proprio la rete musei di Prato, in collaborazione con la necropoli di Rosello, per celebrare il genius loci in regione e per i quarant’anni del “Progetto Etruschi 1985”, ha pensato a un percorso di ecosistemi e tradizioni locali improntato a tale concetto.

Dunque, vediamo come questa impronta di civiltà presente nei nostri orizzonti abbia una portata così ampia e durevole, al punto da farsi vettore di riscoperte e narrazioni culturali.

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Il dono del melograno – Mattina del 6 ottobre – Serie fotografica di Claudia Ciardi ©

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Ierogamia e psichismo della Sibilla

Sulle tracce degli studi compiuti da Silvio Ferri, proseguiamo ad addentrarci nel mistero della Sibilla, tentando una restituzione della sua identità religiosa e della sua personalità divinante. Questo tipo singolarissimo e longevo di donna provvista di estrema intuizione e saggezza, qualità infuse dal dono profetico apollineo, ha radici nella devozione popolare greca in un tempo che sfida la rigidità dei limiti cronologici imposti dagli esegeti. Contemporanea o di poco successiva all’arte dei cantori – è un fatto che Omero non ne faccia alcuna menzione tra i suoi versi – sicuramente antecede l’insediamento della Pizia a Delfi.

Quest’ultima è infatti figlia di un processo di istituzionalizzazione del culto, inserita in un collegio sacerdotale e in una pratica cerimoniale che prevede l’utilizzo di specifici strumenti divinatori nonché di un codice comunicativo per trasmettere il responso. Sibilla è il suo alter ego, diciamo così, più libero, nelle cui vene la religiosità arcaica scorre senza compromessi né censure dettate dagli apparati pubblici. Sul piano della ricerca ci offre pertanto la possibilità di esplorare un fenomeno inerente alla sfera sacra svincolato, non intorbidato, a uno stadio più primitivo non solo in termini storici ma anche sotto il profilo umano.

Dunque, quali sarebbero gli indizi salienti, i cosiddetti marcatori, che fanno della Sibilla un resto emblematico di un atteggiamento psico-religioso esteso e capillare nelle credenze della Grecia antica?

Hieròs gámos (ἱερὸς γάμος), l’unione sacra col dio, veicolo di catochè (κατοχή), la possessione da parte dello sposo divino. La ierogamia non era affatto intesa come mero contatto dello spirito; è questa semmai una lettura influenzata da una cultura più tarda. Per gli antichi l’avvicinarsi del dio corrispondeva a un atto carnale, che decretava la sua sposa e perciò destinataria delle capacità profetiche. L’atto sessuale offriva il dono della predizione che si esercitava senza alcun mezzo, senza altro tramite che la presenza del dio stesso nel corpo della Sibilla. In quanto prescelta, era la custode di tale traccia celeste dovuta all’unione carnale e mistica.

Quanto alla possessione, che nel caso presente si riconduce alla follia mantica, secondo quanto stabilito su questo argomento da Platone nel Fedro, esprime quel legame dinamico spesso scientificamente accertato fra la religione e l’amore. Anzi, nella sistemazione platonica, delle quattro forme di follia (mantica per dono di Apollo, telestica causata da Dioniso, poetica, erotica), quella d’amore è più nobile, intrisa di meno ambiguità rispetto a tutte le altre. Eros infatti sarebbe fra le divinità il mediatore per eccellenza, colui che più è capace di riavvicinare il mortale e l’immortale. L’innamorato, sotto l’effetto rivelatore del dio, grazie alla reminiscenza ottiene la massima visione della bellezza corporea e la contemplazione delle forme intelligibili; torna a sentirsi come quando l’anima preesisteva al corpo nel mondo delle idee.  

Per un’accurata discussione di tali temi si rimanda al capitolo di Luc Brisson, Del buon uso della sregolatezza in Divinazione e razionalità, a cura di Jean-Pierre Vernant, Einaudi, 1982.

Due ritratti in cui appare evidente l’ispirazione ai connotati della Sibilla
📌 Timashevskiy Orest Isakovich, Girl of Italy, XIX sec. 📌 Francois Joseph Navez, Portrait of a woman with a turban, 1826

Sibilla vaga da sola, divaga e si ricostituisce ovunque l’immaginario popolare intenda riservarle uno spazio. È propensa al sincretismo, tratto estremamente vistoso nella sua assimilazione all’interno del mondo romano, dove non a caso cumula in sé gli aspetti della Pizia greca. Riferimenti in questo senso si trovano ad esempio nelle Metamorfosi di Apuleio.

Spesso gli interpreti moderni si sono concentrati di preferenza sulla Pizia, trascurando o fraintendendo il carattere sibillino, solo perché come spiega bene Silvio Ferri si tratta di una creatura più vistosa e meno complicata. Qui opera diffusamente, e la Sibilla ha il merito di mostrarcelo in controluce, un tipico pregiudizio sul mondo greco antico che ha inibito per molto tempo l’ammissione di forme superstiziose proprie di un culto ellenico popolare.

Concludendo, l’universalità della Sibilla, in quanto resto meno cristallizzato e più sfuggente dell’antico, le ha permesso di sopravvivere alla fine del mondo greco e romano per riemergere insieme all’enigma del suo potere sacro in epoca medievale e rinascimentale. Qui le sue caratteristiche si fissano nella cosiddetta Sibylla sapiens, figura sapienziale e afflitta, pur continuando a pulsare entro il suo cuore la polimorfia che lì l’ha condotta. Qualcosa che si avverte in sottotraccia e non smette di interrogare i suoi devoti, anche fra gli insospettabili adepti contemporanei.

On Femininity and Art: Claudia Ciardi autrice/ Linkedin Profile

Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

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Chelidonismo

Angelo Morbelli, Alba felice, 1892-1893

Dal greco χελιδονισμός «canto delle rondini», da χελιδών -όνος «rondine», chelidonismo è il sostantivo adattato in italiano che indica un tipo di canzone, conservata dall’erudito greco Ateneo, che i ragazzi di Rodi intonavano in primavera, recandosi di casa in casa ad annunciare il ritorno delle rondini e raccogliendo doni.

Gennaio la luna dei lupi, maggio la luna dei fiori. Le soglie dell’anno, l’inverno in cui tutto riposa, aspettando che il seme si schiuda. In quei primi giorni, se il nostro intento è sufficientemente vicino al nostro centro, affiora talvolta l’immagine di cosa saremo.

Per un periodo della mia vita ho scritto sui miei diari il giorno in cui per la prima volta mi capitava di ascoltare il canto delle instancabili migratrici. Dopo lungo tempo sono tornata a questa abitudine nel 2020. Nei silenzi delle chiusure, nella percezione indistinta ma pure a tratti lucidissima che molte cose non sarebbero più state uguali a prima, il 17 aprile scrivevo: «Oggi sono arrivate le rondini».

Andando a ritroso, studentessa, il 10 aprile del 2006 ritrovo questo appunto: «Mi sorprendono le prime rondini in mezzo a Borgo». In quei diari passati ci sono anche molte altre confessioni, scampoli di poesia, pensieri raccolti alla fine di una giornata, che mi restituiscono un ritratto vivido di me ventenne. Sembra di riascoltare la voce di una figlia che parla da lontano.

A scorrerle di nuovo ora, quelle frasi mi dicono di un infaticabile prodigio che prima non comprendevo, la cui segreta intelligenza, adesso, mi scuote come un’assidua rivelazione che aveva bisogno di tempo, di comprensione e poi ancora tempo, per giungere a compimento.

Ad esempio se rileggo un passo che avevo tratto da Michail Prišvin (avevo per le mani un suo romanzo, Ginseng): «Riesce a ricordarmi che la mia radice di vita è salva, solo per un po’ è rimasta senza crescere». Che stupefacente verità, mi dico! Quanto questa riflessione coglieva e avrebbe colto il mio incedere un po’ stentato di non rari momenti. E poi, l’intensità delle cose greche in cui vivevo ancora completamente immersa: «Porto una bella forma di parole, un canto in luogo di un discorso». Qui è Solone citato da Plutarco.

Infatti, rileggermi è canto. Rivado ai nomi, alle date, ai momenti vissuti; una nevicata in città, un temporale che mi ha colta per strada, i tramonti guardando le cuspidi di San Francesco e i tetti intorno che sembravano toccati dal fuoco.

Lì era già deposta ogni parte del mio essere, chino e intento a raccogliersi. Iside e Osiride erano una sola persona, entrambi unità, entrambi dispersi in frammenti. Né una sola lacerazione si sarebbe consumata ma più volte le tante rotture avrebbero scaturito nuove parti e la necessità di ricominciare daccapo a cercarle. E tutto ha avuto un senso, anche quello che si faticava a comprendere e che ancora sfugge. Poiché tutto è stato per l’attesa, tutto dunque si prepari alla nascita.

Si veda anche:

In ogni filo d’erba

*Dai «Calligrammi»