Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

*Frontespizio dell’Onirocritica di Artemidoro: manoscritto cinquecentesco;
*Albrecht Dürer, Il sogno del dottore, 1498, incisione;

«L’aria – secondo quanto affermato da Alessandro Poliistore che si rifà all’antica sapienza pitagorica – è tutta piena di anime, venerate come demoni ed eroi; sono loro che inviano agli uomini sogni e presagi». In queste poche righe si legge il sunto del demonismo onirico dei pitagorici. Tali entità sarebbero gli spiriti degli antenati vissuti durante l’età dell’oro, come diceva Esiodo, e avvolgono la terra in un manto invisibile. A volte si confondono fra i viventi, guidandoli con la loro voce, e Socrate diceva di ascoltarne uno proprio dentro di sé.

Una simile concezione riflette l’idea della continuità visionaria che lega le stirpi degli uomini, il retaggio di un impulso a immaginare che attinge figure, proiezioni simboliche, significati a epoche differenti. E se questi influssi anziché perdersi trovassero piena realizzazione nella vita reale, al punto da determinare i più profondi orientamenti nel nostro essere? Non sono molte delle nostre sensazioni, scelte e azioni, che razionalmente non riusciamo a spiegare, ascrivibili al regno dei visitatori notturni?

«Non solo i grandi problemi e i grandi miti di una civiltà si riflettono nei sogni, plasmando l’immaginario onirico degli individui, non solo le immagini oniriche sono cariche di specifici valori culturali e simbolici, che mutano e si trasformano con il trasformarsi della società, ma il modo stesso di ricordare e di descrivere i sogni dipende direttamente dagli schemi narrativi, linguistici, letterari, ideologici, oltre che dalle mitologie della civiltà a cui un individuo appartiene». (Così Giulio Guirdorizzi nell’introduzione ad Artemidoro, sulla traccia di quanto formulato da Eric Dodds). Qui l’autore registra una specificità storica per così dire, in base alla quale un modello onirico caratteristico di una civiltà può non passare in un’altra. Ad esempio i sogni degli antichi sulle trasformazioni del corpo, le metamorfosi dell’anatomia umana in animali e piante non costituiscono più, a quanto pare, i sogni tipici dei moderni. «Si può supporre che questo specifico schema onirico, caratteristico per i sognatori antichi, dipenda da una più diretta simbiosi tra uomo e natura o da modelli simbiotici sedimentati nella cultura e rifusi nella simbologia onirica ovvero anche da una diversa consapevolezza del proprio io fisico, oppure da impulsi che al sognatore provenivano da una mitologia naturalistica e animalesca di cui il suo immaginario era impregnato». (Guidorizzi dalla citata introduzione). Ma se anche non costituiscono più materia viva per i sogni si tratta comunque di fantasie assimilate, di un patrimonio emozionale che evidentemente scorre e agisce ancora in altre forme, alimentando altri schemi di civiltà.

Ancora un esempio: «Il sogno che i cristiani reputavano angelico continua lo schema onirico della visione oracolare pagana», e qui invece vi è un passaggio di testimone fra immaginari, il perdurare di un’apparizione ossia qualcosa che germoglia da una medesima pianta che ha radici lontane nel tempo. (Citazione dal saggio di Guidorizzi sui greci e il sogno, Il compagno dell’anima).    

Nel lungo colloquiare di corpo e anima che attraversa in modo incessante la ricerca organica e filosofica è d’interesse osservare le posizioni di medici e adepti dei culti religiosi, tenendo conto che le due identità non erano per forza in conflitto, piuttosto ravvisando il loro intento a mitigarsi e talora integrare aspetti divergenti; proprio il sogno costituisce uno di questi ponti. Sempre rifacendoci all’antico emerge una differenza sostanziale tra credenze orfiche e pratica medica. Mentre per gli orfici l’anima durante il sonno evade dal corpo come da una prigione, per i medici si concentra con ancor più intensità sull’organismo. Eppure, che l’anima si allontani o si chini sul corpo, non è possibile ignorare quel che manifesta nel suo viaggio durante il sonno. Per quanto sognare rappresenti un’attività fuggevole e criptica, tanto che l’applicazione diagnostica conduce a esiti aleatori – questo ciò che a grandi linee conclude Galeno – nonostante, dunque, la sua interpretazione nel mondo antico resti appannaggio degli “oneirokrìtai” professionisti, i medici non hanno potuto rinnegare l’esistenza e gli influssi del dominio dell’anima. Quando questo incontro avviene è innegabile cogliere più di un’analogia fra osservazione medica e divinazione. «Divinare il futuro partendo dai labili indizi di un sogno, così come trarre una diagnosi da sintomi incerti e contraddittori, comporta un’operazione mentale di simile natura: un’intelligenza fatta di prontezza, d’intuizione… […]. L’interpretazione del sogno è un campo che avvicina, più che dividere, medicina e divinazione. In effetti, l’impiego diagnostico del sogno viene elaborato in una cultura in cui era profondamente radicata la credenza che ciò che avviene nella mente addormentata fosse un segnale profetico, che la medicina antica accettò, pur inserendola nel suo sistema dottrinale». (Guidorizzi, Il compagno dell’anima).

Volendo ravvisare in tutto questo un senso vicino alla mia esperienza, vi dirò cosa mi è accaduto di recente. Ad essere sincera sono molti gli episodi che mi riconducono in petto a tali ragionamenti; se anche mi sforzassi con tutta me stessa, non potrei fingere che tali indizi non esistono e non siano pertanto parlanti nella mia vita. Ve ne sono anche di più articolati: sono solita raccoglierli, descriverli, interpretarli. Vedo che pure per molti altri lo sono. Mi è capitato di leggere un commento a margine di una lezione di scienza e filosofia in cui qualcuno sosteneva che quando avremo compreso a fondo i meccanismi della sincronicità, coglieremo nessi straordinari fra le vite umane e i rapporti che intrattengono. Ne sono più che convinta.

Veniamo alla singolare circostanza che mi ha coinvolta. Un paio di sere prima di recarmi all’ospedale cittadino di Livorno per portare dei libri destinati alla clinica di chirurgia – in sala di attesa c’è una graziosa libreria per ricordarci che un luogo di cura del corpo può esserlo se non si dimentica di curare l’anima – avevo sotto gli occhi Il libro dei sogni di Artemidoro. Fra i vari paragrafi mi raggiunge quello sulla meridiana. Provo una familiarità istantanea nel leggerlo, qualcosa che sento subito risuonare in me. Ve lo trascrivo: «Una meridiana indica attività, iniziative, movimenti e impulsi negli affari, in quanto gli uomini fanno qualsiasi cosa tenendo d’occhio le ore. Perciò, se una meridiana cade o si rompe, è negativo e funesto, soprattutto per gli ammalati. È sempre meglio calcolare le ore prima di mezzogiorno che quelle dopo mezzogiorno» (Artemidoro, Il libro dei sogniOnirocritica, III, 66).

Brevemente, il padiglione di chirurgia è il numero sei – peraltro significativo nella mia vita – e lungo il cammino ho scoperto che la via di accesso a quest’ala dell’ospedale è Via della Meridiana. La mia visita è terminata intorno a mezzogiorno e mentre tornavo sui miei passi è uscito il sole, cosa del tutto inattesa perché il cielo sembrava non volerne sapere di riprendersi dal fitto grigiore in cui era sprofondato. È stato come se in quella porzione della meridiana qualcosa fosse scivolato non solo nella dimensione del tempo ma verso chissà quali destinazioni.

*Il bianco, il rosso, l’astrologia biblica e altre affinità elettive alla Galleria
“Il Melograno” di Livorno.

* Il book-crossing all’ospedale cittadino di Livorno – punto di raccolta della sala di attesa di chirurgia, padiglione 6.

The synchronicity of places / La sincronicità dei luoghi:
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Marius Pictor al Museo dell’Ottocento a Bologna, un’esperienza di sincronicità (settembre 2024)

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Magia sacra ed essere umano divino

Nella tarda antichità si assiste al diffondersi di un’idea di trasformazione magica – assente nelle religiosità cosiddette civili, figlie delle istituzioni – conseguita attraverso elaborati rituali di “morte” e “rinascita” a nuova vita. Tali credenze sono alla base delle dottrine misteriche in cui confluiscono molti aspetti filosofici e teologici dal neoplatonismo all’orfismo ai culti di matrice orientale, laddove la teologia stessa sconfina e si confonde per l’appunto con le pratiche magiche. Fra i maggiori coltivatori di queste ricerche attorno alle quali fioriscono numerosi studi, soprattutto all’inizio del Novecento, vanno indubbiamente annoverati Hermann Usener e Richard Reitzenstein (1902; 1904).

Abbiamo già avuto modo di soffermarci, parlando della longevità trasformativa che caratterizza la figura della Sibilla, sulla devozione popolare che organizza immaginari rituali propri, svincolati dall’ufficialità, vincendo e superando nel tempo il logorarsi delle liturgie di potere.

Col tramonto del mondo antico, stando alle più recenti conclusioni in materia di storia delle religioni, si è riscontrato come diversi culti siano oggetto di un processo di rinnovamento, saldandosi in una sorta di sincretismo convergente. In particolare, lo studio dei documenti della religione egizia in età ellenistica, con riferimento ai papiri magici e alle raccolte di preghiere più vicini alla devozione dei ceti bassi, restituisce un intreccio di influenze che mostrano con chiarezza quanto il cristianesimo stesso abbia attinto al misticismo ellenistico.

Se la storia della civiltà greca era dominata dall’antitesi tra la religione olimpica e le credenze misteriosofiche, quest’ultime veicolate principalmente dai santuari demetriaci e dalle comunità orfiche e pitagoriche, la cesura pare riassorbirsi nell’orizzonte concettuale del periodo tardoantico. Da un lato l’Apollo di Delfi, rigoroso e sanzionante sull’osservanza dei limiti e della separatezza tra natura umana e divina, dall’altro la saggezza iniziatica che ammetteva il superamento delle barriere fra mondo terreno e celeste, fluiscono in una corrente che conduce alla redenzione salvifica. D’interesse il risvolto sociale evidenziato da Eric Dodds (1965) in questa dinamica: una sintesi dottrinaria così definita rappresentava una risposta credibile all’angoscia e alla perdita di riferimenti che scuoteva le comunità dell’epoca.

Nella temperie che per sommi capi abbiamo qui ricostruito, magia e religione, lo si diceva all’inizio, non appaiono nettamente delimitate: Apuleio – pure finito sotto processo con l’accusa di praticare incantesimi per sedurre una ricca ereditiera – soffermandosi sulla natura dei Magi persiani ne rilevava la qualità sacerdotale. D’altra parte in latino il vocabolo sacerdos si applica sia al sacerdote che al mago; a titolo d’esempio si pensi all’esecutrice del rito magico per Didone nell’Eneide virgiliana (IV, 483).


Il myste, detentore della sapienza segreta nelle liturgie misteriche, era il mediatore fra corporeo e incorporeo, fra essenza terrena e ultraterrena. Nel Grande papiro magico di Parigi – il più lungo dei papiri magici pervenuti con le sue 36 pagine – è descritta l’esperienza estatica che gli consente di ritrovare in se stesso frammenti di una creazione spirituale dimenticata nelle profondità del proprio sé. L’estasi può essere suscitata attraverso diverse tecniche respiratorie, cosicché il pneuma diviene l’elemento chiave di congiunzione fra soffio individuale e respiro cosmico.   

La figura del myste o docheus o medium che dir si voglia è al centro della teurgia, comportando un allontanamento dalle premesse della teologia. Emblematico in tal senso lo scontro tra il neoplatonico Porfirio e il suo allievo Giamblico, autore di un commentario sull’opera di Giuliano il Teurgo, il poeta sciamano ispiratore dei misteri teurgici. Considerando i proseliti della scuola di Apamea fondata da Giamblico, si può sostenere che sul finire del III secolo d. C. l’idea che ai fini della comprensione del divino il pensiero razionale andasse di necessità integrato con rituali magici, fosse prevalente.

Questo patrimonio di concetti e credenze, qui brevemente elencato, risulta funzionale al pensiero umano fin dalle origini. Si pensi al rapporto fra magia e poesia, secondo cui in molte culture arcaiche talune espressioni classificate come poetiche, rientrano a pieno titolo nei formulari magici; rimandiamo in proposito allo studio insuperato di Anita Seppilli (1962; 1971).


In determinati momenti storici alcune idee sono assurte a nuova gloria, mostrando un’improvvisa vitalità e tenendo a battesimo altre stagioni, quando si ritenevano ormai morte e sepolte. Ciò è utile a comprendere una volta di più la straordinaria continuità dell’immaginario collettivo, quel coacervo di pensieri convidisi dalle varie generazioni su un arco di tempo lunghissimo. Pensieri che ognuno di noi può avvertire sul proprio cammino, in risonanza con il proprio inconscio, volendo adottare la griglia interpretativa junghiana che meglio ha saputo orientarci in mezzo a tali primitive testimonianze. La percezione di familiarità e perfino di consuetudine quando ci chiniamo su certi frammenti dell’essere e del divenire umano, anche se ci separano i millenni, viene da una comune radice dell’anima. È un percorso affascinante nella storia ma anche nel tempo infinito del sé, che offre un senso compiuto alla nostra vicenda terrena come qualcosa in cui la materialità sfuma e si trascende volgendosi al magico e al sacro.    


* Link ai post tematici su youtube – Canale “margini e miraggi”

La mostra “Creature fantastiche: il mito prende forma” al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Villa Henderson a Livorno, sulle espressioni dell’immaginario umano dall’antichità al Novecento, sarà aperta fino al 31 ottobre 2025.

* Alcuni dei temi trattati in questo articolo sono alla base della mia raccolta poetica d’esordio:
Claudia Ciardi, Umana Sibilla, con una prefazione di Daniele Regis, Setart Edizioni, aprile 2025

* My recent videos on youtube
Oracles, metaphysics and Poetic Pilgrimages

By divine nature and poetry / Per natura divina e per poesia