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Interpreti e visionari: il codice onirico

Se i processi di comunicazione simbolica risultano particolarmente congeniali alla comprensione delle rappresentazioni culturali contemporanee e soprattutto alle dinamiche dettate dalla presenza algoritmica, si può affermare che l’interesse per il cosiddetto codice onirico si inserisca in modo del tutto naturale in questo esercizio. Il mito greco racconta che Prometeo, il titano inventore di molteplici tecniche e arti, avrebbe praticato per primo l’onirocritica al fine di discernere le qualità premonitrici delle immagini sognate.  

Fermo restando che l’interpretazione dei sogni, fin dal mondo antico, risulta una materia sfuggente, oggetto di teorizzazioni discordanti, è altrettanto vero che il mondo onirico non può essere scisso dall’idea di decifrarlo. In altre parole, l’interpretazione è organica al sogno stesso e secondo un insegnamento del Talmud, citato da molti e anche da Freud, «un sogno non interpretato è come una lettera mai aperta». La trovo un’espressione intrisa di poesia, che condensa molto bene il senso di mistero e incertezza che si accompagna al dominio delle visioni notturne. Traendo spunto da tutto ciò e dalla metafora della lettera aperta o chiusa, il grecista Giulio Guidorizzi, che già ho avuto modo di citare nei miei precedenti articoli, annota una serie di riflessioni sui meccanismi narrativi del sonno e della veglia, sottolineando come si tratti di coordinate opposte: «Mentre descriviamo un sogno, siamo costretti a scompaginare la mobile scena onirica, con i suoi scarti e il suo gioco di travestimenti, e a ridistribuirla lungo le rette spaziali e temporali di una serie linguistica e coerente». (Guidorizzi, Lettere da aprire in Il compagno dell’anima).

Questo ragionare sulla riduzione linguistica di un qualcosa che è, per sua natura, irriducibile mi sembra uno spunto davvero pieno di stimoli, considerando pure il fatto che il passaggio dallo stato dormiente a quello senziente comporta una disgregazione, spesso rapidissima, del fragile tessuto onirico. In conseguenza, non sorprende ciò che sosteneva Sinesio, ossia che per raccontare un sogno bisognerebbe disporre di parole dotate a loro volta di movimento. Come tener dietro infatti ai trapassi spazio-temporali, alle traslazioni di senso, ai rovesciamenti di ciò che da svegli abbiamo bisogno di pensare in una griglia consequenziale? Come possiamo presumere di ricordare un momento mentale in cui per giunta non siamo neppure presenti a noi stessi? Non per nulla, se tentiamo di stabilire la durata di un sogno, brancoliamo nel buio: oscilliamo fra un’istantanea e una lunghezza di ore, senza disporre di appigli concreti per poterlo stabilire con certezza. E questo è sintomatico del fatto che dentro il sogno siamo in una realtà altra, che funziona a modo suo.

Non solo, l’atto di sognare comporta l’unione inseparabile di elementi di natura psichica e di cultura. La sintesi avviene in un modo che non ha eguali in nessun’altro aspetto della sfera sensibile umana. Sempre citando l’analisi di Guidorizzi: «Se gli impulsi che lo determinano [il sogno] sono regolati dalle leggi che presiedono al funzionamento della psiche, che perciò sono universali, le immagini oniriche che si formano in conseguenza del fatto di sognare – le sole che assumano senso per il sognatore – vengono attinte da un patrimonio di esperienze e di associazioni analogiche prodotte dalla memoria collettiva di una società: sono frammenti di storia, di simboli, di idee che provengono dal mondo esterno al sognatore, e danno forma agli impulsi da cui il cervello umano produce il lavoro onirico». (op. cit.)

Sostanza individuale e collettiva che riempie il nostro essere, che fa della nostra vita un diapason contemporaneamente accordato sul nostro sé e sul mondo.

Al limitare di una simile soglia duale, mi capita di osservarmi con sempre maggiore nitidezza nella filigrana della sincronicità che considero il più sorprendente ingranaggio all’opera nel dialogo fra i due mondi. Questa sincronia che, senza scendere nel dettaglio della definizione scientifica e psicoanalitica, potremmo vedere come il veicolo utilizzato dall’inconscio per comunicare con noi nello stato di veglia, diviene oltremodo evidente man mano che esercitiamo il nostro sentire a riconoscerla. È il varco magico attraverso cui la sostanza sognata penetra nel nostro agire da svegli. Per quanto mi riguarda, perfino i nomi dei luoghi che attraverso sono adesso tracciati significativi (sognificativi?) che sembrano duplicare o almeno evocare ciò che si è svolto altrove, nell’altra me durante lo stato di incoscienza. Dalle decine di casistiche a me occorse, sono in grado di sostenere senza esagerazioni di essere perfino arrivata a predire con relativa certezza quando sta per affiorare. Affinché tutto questo non sembri solo un ragionamento astratto, cito qualche stralcio recente dai miei appunti di “vita vissuta e sognata”:

Domenica delle Palme. Davanti a me camminano due giovani, una indossa un maglioncino bianco e ha in spalla una borsa rossa. L’altra porta una borsa su cui sono disegnati dei pesci disposti in cerchi concentrici. La coerenza simbolica di ciò che vedo è più che un richiamo alle traiettorie percorse e a quelle da intraprendere. Poco prima, soffermandomi nei pressi dell’entrata del cimitero ebraico, mi aveva raggiunto questo pensiero: “persone distese in un campo di papaveri. Sono tutte addormentate”.

Domenica mattina. Sento energie cambiate, qualcosa di incombente che scivola via, una pesantezza sgravata. Dopo diversi giri, avvisto il mercatino dei libri al coperto. Non ci vado da molto tempo e decido di dare un’occhiata. L’istinto mi dice di fermarmi già all’inizio della bancarella. Altrettanto d’istinto allungo la mano e tiro su un volume di Peter Kolosimo sui sogni. Sorrido perché è l’argomento di cui ho scritto ultimamente, anche attraverso i frammenti di Artemidoro.
Tuttavia sfogliando lo scritto di Kolosimo, mi sembra una trattazione fin troppo incentrata sul sé, forse anche un po’ dispersiva: descrizioni di sogni diversi, attribuiti a personalità molto eterogenee. Così decido di non prenderlo. Al contempo una vocina mi dice: cerca ancora, vedrai che ci sarà qualche altro titolo simile. Non passa neanche un minuto, ed ecco altre due apparizioni a breve distanza. Qui mi risolvo all’acquisto. L’ho trovata una delle esperienze più compiute di materializzazione.     

Letture di primavera – La cura del sonno e del sogno

Un itinerario a Firenze dal quartiere delle Cure, in visita alla biblioteca delle Curandaie, passando per l’orto botanico con la sua spettacolare area delle piante medicinali, e lungo le rotte dell’arte. I nomi dei luoghi e ciò che vi ho incontrato, mi hanno trasmesso compiutamente un’idea solidale e per così dire terapeutica che sembra organica alla storia cittadina. Per la prima volta ne ho avuta piena evidenza. Quest’anno ricorrono anche i quattrocento anni di Francesco Redi, il primo medico dei Medici.

Firenze è una delle città d’Italia con il più alto numero di Book Box. I suoi circa 50 punti di raccolta, dal centro alla periferia, costituiscono altrettanti nodi di scambio culturale e aggregazione. Potete trovare le mappe urbane sui canali social dedicati e in diversi articoli pubblicati sul web.
Per un approfondimento sul progetto nazionale si rimanda a questo link.

Sui temi collaterali della mia raccolta poetica “Umana Sibilla”, si vedano i miei precedenti articoli. Ad esempio:
📍Ierogamia e psichismo della Sibilla
📍Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

On Linkedin / Le Cure District in Florence

The Art of Caring / L’arte di prendersi cura – Una breve testimonianza sul mio canale youtube di come il mondo interiore della poesia assuma un aspetto reale nello spazio che attraversiamo.

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Il popolo dei sogni fra teoria medica e sincronie

*Frontespizio dell’Onirocritica di Artemidoro: manoscritto cinquecentesco;
*Albrecht Dürer, Il sogno del dottore, 1498, incisione;

«L’aria – secondo quanto affermato da Alessandro Poliistore che si rifà all’antica sapienza pitagorica – è tutta piena di anime, venerate come demoni ed eroi; sono loro che inviano agli uomini sogni e presagi». In queste poche righe si legge il sunto del demonismo onirico dei pitagorici. Tali entità sarebbero gli spiriti degli antenati vissuti durante l’età dell’oro, come diceva Esiodo, e avvolgono la terra in un manto invisibile. A volte si confondono fra i viventi, guidandoli con la loro voce, e Socrate diceva di ascoltarne uno proprio dentro di sé.

Una simile concezione riflette l’idea della continuità visionaria che lega le stirpi degli uomini, il retaggio di un impulso a immaginare che attinge figure, proiezioni simboliche, significati a epoche differenti. E se questi influssi anziché perdersi trovassero piena realizzazione nella vita reale, al punto da determinare i più profondi orientamenti nel nostro essere? Non sono molte delle nostre sensazioni, scelte e azioni, che razionalmente non riusciamo a spiegare, ascrivibili al regno dei visitatori notturni?

«Non solo i grandi problemi e i grandi miti di una civiltà si riflettono nei sogni, plasmando l’immaginario onirico degli individui, non solo le immagini oniriche sono cariche di specifici valori culturali e simbolici, che mutano e si trasformano con il trasformarsi della società, ma il modo stesso di ricordare e di descrivere i sogni dipende direttamente dagli schemi narrativi, linguistici, letterari, ideologici, oltre che dalle mitologie della civiltà a cui un individuo appartiene». (Così Giulio Guirdorizzi nell’introduzione ad Artemidoro, sulla traccia di quanto formulato da Eric Dodds). Qui l’autore registra una specificità storica per così dire, in base alla quale un modello onirico caratteristico di una civiltà può non passare in un’altra. Ad esempio i sogni degli antichi sulle trasformazioni del corpo, le metamorfosi dell’anatomia umana in animali e piante non costituiscono più, a quanto pare, i sogni tipici dei moderni. «Si può supporre che questo specifico schema onirico, caratteristico per i sognatori antichi, dipenda da una più diretta simbiosi tra uomo e natura o da modelli simbiotici sedimentati nella cultura e rifusi nella simbologia onirica ovvero anche da una diversa consapevolezza del proprio io fisico, oppure da impulsi che al sognatore provenivano da una mitologia naturalistica e animalesca di cui il suo immaginario era impregnato». (Guidorizzi dalla citata introduzione). Ma se anche non costituiscono più materia viva per i sogni si tratta comunque di fantasie assimilate, di un patrimonio emozionale che evidentemente scorre e agisce ancora in altre forme, alimentando altri schemi di civiltà.

Ancora un esempio: «Il sogno che i cristiani reputavano angelico continua lo schema onirico della visione oracolare pagana», e qui invece vi è un passaggio di testimone fra immaginari, il perdurare di un’apparizione ossia qualcosa che germoglia da una medesima pianta che ha radici lontane nel tempo. (Citazione dal saggio di Guidorizzi sui greci e il sogno, Il compagno dell’anima).    

Nel lungo colloquiare di corpo e anima che attraversa in modo incessante la ricerca organica e filosofica è d’interesse osservare le posizioni di medici e adepti dei culti religiosi, tenendo conto che le due identità non erano per forza in conflitto, piuttosto ravvisando il loro intento a mitigarsi e talora integrare aspetti divergenti; proprio il sogno costituisce uno di questi ponti. Sempre rifacendoci all’antico emerge una differenza sostanziale tra credenze orfiche e pratica medica. Mentre per gli orfici l’anima durante il sonno evade dal corpo come da una prigione, per i medici si concentra con ancor più intensità sull’organismo. Eppure, che l’anima si allontani o si chini sul corpo, non è possibile ignorare quel che manifesta nel suo viaggio durante il sonno. Per quanto sognare rappresenti un’attività fuggevole e criptica, tanto che l’applicazione diagnostica conduce a esiti aleatori – questo ciò che a grandi linee conclude Galeno – nonostante, dunque, la sua interpretazione nel mondo antico resti appannaggio degli “oneirokrìtai” professionisti, i medici non hanno potuto rinnegare l’esistenza e gli influssi del dominio dell’anima. Quando questo incontro avviene è innegabile cogliere più di un’analogia fra osservazione medica e divinazione. «Divinare il futuro partendo dai labili indizi di un sogno, così come trarre una diagnosi da sintomi incerti e contraddittori, comporta un’operazione mentale di simile natura: un’intelligenza fatta di prontezza, d’intuizione… […]. L’interpretazione del sogno è un campo che avvicina, più che dividere, medicina e divinazione. In effetti, l’impiego diagnostico del sogno viene elaborato in una cultura in cui era profondamente radicata la credenza che ciò che avviene nella mente addormentata fosse un segnale profetico, che la medicina antica accettò, pur inserendola nel suo sistema dottrinale». (Guidorizzi, Il compagno dell’anima).

Volendo ravvisare in tutto questo un senso vicino alla mia esperienza, vi dirò cosa mi è accaduto di recente. Ad essere sincera sono molti gli episodi che mi riconducono in petto a tali ragionamenti; se anche mi sforzassi con tutta me stessa, non potrei fingere che tali indizi non esistono e non siano pertanto parlanti nella mia vita. Ve ne sono anche di più articolati: sono solita raccoglierli, descriverli, interpretarli. Vedo che pure per molti altri lo sono. Mi è capitato di leggere un commento a margine di una lezione di scienza e filosofia in cui qualcuno sosteneva che quando avremo compreso a fondo i meccanismi della sincronicità, coglieremo nessi straordinari fra le vite umane e i rapporti che intrattengono. Ne sono più che convinta.

Veniamo alla singolare circostanza che mi ha coinvolta. Un paio di sere prima di recarmi all’ospedale cittadino di Livorno per portare dei libri destinati alla clinica di chirurgia – in sala di attesa c’è una graziosa libreria per ricordarci che un luogo di cura del corpo può esserlo se non si dimentica di curare l’anima – avevo sotto gli occhi Il libro dei sogni di Artemidoro. Fra i vari paragrafi mi raggiunge quello sulla meridiana. Provo una familiarità istantanea nel leggerlo, qualcosa che sento subito risuonare in me. Ve lo trascrivo: «Una meridiana indica attività, iniziative, movimenti e impulsi negli affari, in quanto gli uomini fanno qualsiasi cosa tenendo d’occhio le ore. Perciò, se una meridiana cade o si rompe, è negativo e funesto, soprattutto per gli ammalati. È sempre meglio calcolare le ore prima di mezzogiorno che quelle dopo mezzogiorno» (Artemidoro, Il libro dei sogniOnirocritica, III, 66).

Brevemente, il padiglione di chirurgia è il numero sei – peraltro significativo nella mia vita – e lungo il cammino ho scoperto che la via di accesso a quest’ala dell’ospedale è Via della Meridiana. La mia visita è terminata intorno a mezzogiorno e mentre tornavo sui miei passi è uscito il sole, cosa del tutto inattesa perché il cielo sembrava non volerne sapere di riprendersi dal fitto grigiore in cui era sprofondato. È stato come se in quella porzione della meridiana qualcosa fosse scivolato non solo nella dimensione del tempo ma verso chissà quali destinazioni.

*Il bianco, il rosso, l’astrologia biblica e altre affinità elettive alla Galleria
“Il Melograno” di Livorno.

* Il book-crossing all’ospedale cittadino di Livorno – punto di raccolta della sala di attesa di chirurgia, padiglione 6.

The synchronicity of places / La sincronicità dei luoghi:
On Linkedin

Marius Pictor al Museo dell’Ottocento a Bologna, un’esperienza di sincronicità (settembre 2024)

My short on youtube:
https://www.youtube.com/shorts/DFdTsS4XAXw
Artemidorus, dream interpretation before Freud:
https://www.youtube.com/shorts/dtM6DfTLtIU