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Materia scritta, rappresentazione, immaginazione

Un libro è un oggetto che raccoglie pensieri in forma scritta ma non è solo contenitore e veicolo di parole. Può trasformarsi e rappresentarsi in molto altro, acquisire un valore simbolico, sia autonomamente sia all’interno di un’opera figurativa, ed essere dunque percepito al di là del suo contenuto.


Torno a un tema già esplorato in precedenza per riportare l’attenzione sul libro come medium letterario e artistico, qualora le parti che lo compongono non siano concepite solo come funzionali alla struttura ma a loro volta comunicanti, fino a distinguersi come soggetto a sé, cioè elemento che si pone oltre una qualsiasi concetto rappresentativo, proiettandosi nella sfera immaginativa. In tal senso si tratta di quello che noi stessi identifichiamo col testo: un’idea del sacro, un valore legato alla testimonianza di un tempo storico, il fatto che quella copia fosse posseduta da un personaggio influente, destinatario di un riconoscimento pubblico che passa perciò anche dagli oggetti che ha posseduto, ad esempio i libri. È il caso delle biblioteche di studiosi o figure illustri che hanno contribuito al sapere scientifico e umanistico di un paese. Si pensi alla biblioteca di casa Leopardi, solo per citare un luogo noto in Italia fra molti altri.

Un volume, o una collezione, un corpus di manoscritti incluso lo spazio che li raccoglie possono essere quindi incarnazioni di memoria ed essere visti come emanazioni dei loro possessori. Per gli antichi i libri liturgici, che è chiaro avevano forma ben diversa da quella di epoca moderna, simboleggiavano l’appartenenza, il legame comunitario, l’atto di fondazione per volontà divina di una stirpe, di una città, di un’intera civiltà. Il racconto della genesi nel mondo greco antico è emblematico di come il sacro venga a depositarsi in persone, spazi, pensieri. I luoghi sono talora archivi orali, archivi dell’immaginario. Si pensi ad esempio ai siti di divinazione associati alla Sibilla o al Monte delle Muse. La stessa sorte seguono gli oggetti, come i donari di templi o santuari che includevano anche testimonianze scritte – per lo più incisioni – con una precisa valenza religiosa e politica.

Nell’antico Egitto, il libro era depositario di un potere, di nozioni segrete la cui consultazione spettava esclusivamente ai praticanti di una certa disciplina. A quanto pare i sacerdoti dell’Egitto protodinastico avevano scritto la somma totale della loro conoscenza in 42 libri sacri, che venivano portati in processioni religiose. Di queste opere sei riguardavano la medicina, occupandosi di anatomia, malattie in generale, chirurgia, rimedi, malattie degli occhi e malattie delle donne. La medicina aveva raggiunto un alto e sorprendente livello di specializzazione, tanto che l’arrivo in occidente di questo sapere avrebbe dato un impulso essenziale alla scuola medica ellenica, romana e successive. Citare da un papiro medico egizio o affermare che un medico aveva studiato in Egitto era garanzia di autorevolezza.
E ancora, restando al ragionamento già sviluppato in queste righe e nel precedente articolo, a proposito dell’intreccio fra significato e simbolo, anche in questo caso un’immagine è divenuta sintesi visiva di un’attività nella pratica medica moderna. Associazione fra l’altro favorita anche dalla natura stessa del linguaggio egizio, i geroglifici, un vero e proprio sistema misto di scrittura figurativa i cui caratteri si riferiscono a oggetti animati e inanimati e suoni. Fra questi, l’occhio di Horus è utilizzato nel campo della diagnostica per immagini (come le RX, radiografie), poiché già per gli antichi Egizi “vedere” e comprendere l’anatomia interna erano alla base della guarigione.

* I frammenti dell’Occhio di Horus furono organizzati insieme per formare la figura intera e a questi frammenti furono assegnati una serie di valori numerici con numeratore pari a uno e dominatori a potenze di due: 1/2, 1 /4, 1/8, 1/16, 1/32 e 1/64. Alcuni storici hanno suggerito che ciascuna parte dell’occhio rappresenti uno dei sei sensi: olfatto, vista, pensiero, udito, gusto e tatto. Sorprendentemente, se sovrapponiamo queste parti suggerite all’immagine sagittale media del cervello umano, ogni componente corrisponde a parti delle caratteristiche neuroanatomiche umane.

Noterete pertanto come il tema qui introdotto, ossia l’intersezione del piano materiale, rappresentativo e immaginativo, nel presente contesto prendendo le mosse dalla storia culturale del libro, sia un meccanismo innato della mente umana che si attiva in diversi ambiti della tecnica e della ricerca. 

La traslazione da oggetto-concetto a immagine-simbolo, la sovrapposizione fra contenuto e contenitore, lo sconfinamento di definizione fisica di uno spazio, di e la sua narrazione metafisica, dimostra come i processi cognitivi umani siano basati su una pluralità di codici che all’occorrenza convergono tra loro senza attriti. Studiare e approfondire queste zone di convergenza può schiuderci nuove frontiere metodologiche, in materia di assemblaggio dei codici, anche alla luce del dibattito sull’intelligenza artificiale che sembra entrare proprio adesso in una fase diversa. Mentre si levano voci demonizzanti e sempre più critiche, anche in quegli stessi spazi pubblici dell’informazione dove fino a ieri se ne parlava con tanto entusiasmo – mi domando da cosa sia dettata questa improvvisa onda di scetticismo – credo sia importante, nonché stimolante, mantendere viva una sana curiosità intellettuale che ci sta permettendo di esplorare le nostre attitudini da un punto di vista completamente inedito.

* Volendo approfondire la storia sapienziale dell’antico Egitto – Si veda “La biblioteca medica egiziana”

I miei video più recenti / My most recent videos:

Chiamatele Muse e Sibille – Call them Muses and Sibyls

Chiamatele Muse e poetesse – Call them Muses and poetesses

Il libro è un’infrastruttura civile – A book is a pillar of society

Si avvia alla chiusura (fino al 12 luglio 2026) la mostra fotografica “Le stanze dei sogni dimenticati”, allestita per ridare voce e rappresentazione ai reperti custoditi nei depositi del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma, in concomitanza con il recupero dello spazio del grande Ninfeo che occupa il centro della residenza.
Mentre è appena iniziata l’esposizione degli affreschi della Tomba François di Vulci per celebrare la recente acquisizione da parte dello Stato italiano.


Forgotten Dreams at Villa Giulia Museum – Video on my youtube channel

A proposito di sovrapposizioni di immagini e significati, osservando la collezione Castellani a Villa Giulia, si resta colpiti da quanto l’arte orafa etrusca, e in generale la raffinatezza raggiunta dalla toreutica presso questa civiltà, abbia ispirato le produzioni moderne. Perfino nella ritrattistica dalla metà all’inizio del Novecento, molte donne dell’alta società, vengono rappresentate con monili che ricordano nelle forme gli oggetti rinvenuti nei corredi tombali delle necropoli etrusche. La fotografia della teca qui pubblicata mostra un fermacapelli che potrebbe far pensare sia a un caduceo che a un’insegna romana. La ricchezza di suggestioni e metamorfosi è davvero straordinaria.

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Il dire sognante: immagini metaforiche e poesia

Caduceo o bastone di Asclepio? Dal mito al simbolo

Riprendendo alcuni concetti che erano confluiti nella mia lezione sulla sintassi dei sogni, torno a citare dal paragrafo di Simon Monneret dove emerge l’idea di condensazione. Scrive l’autore in queste pagine: «Il sogno riunisce dei pensieri sparsi nel contenuto latente e li condensa in una sola immagine. Essere obbligato a rappresentare più pensieri con una sola immagine è al tempo stesso la povertà e la ricchezza del sogno. In effetti, ogni elemento del sogno risulta così arricchito, surdeterminato; a partire da questo elemento potranno svolgersi parecchie catene associative, orientate in direzioni diverse. […] La condensazione è, in qualche modo, un ingorgo del sogno, un sovrappiù di significato che fa dire al sogno, in una sola immagine, più di quanto potremmo dire da svegli col nostro linguaggio. Questo, infatti, tende a rendere ogni cosa con un solo segno. Per questo la condensazione è stata paragonata a una figura del linguaggio poetico che è la metafora. Infatti la metafora condensa parecchi significati in una sola immagine. Questo raffronto del lavoro del sogno col linguaggio poetico è stato fatto da Roman Jacobson e ripreso da Jacques Lacan». (Il sonno e i sogni. Teoria e pratica)

Per Lacan il sogno ha la struttura di una frase o di un rebus. È a tutti gli effetti un testo da decifrare. Da una parte, in quanto finzione, il sogno ci fa uscire dal reale, anche per proteggerci. Tuttavia ci offre pure un mezzo di confronto. La poesia incarna la trascendenza della parola. È lo spazio d’espressione in cui il linguaggio comunica al massimo grado con chiarezza in forme peculiari; la vera poesia infatti non è criptica o involuta ma densamente limpida. Il poeta, proprio come fa il sogno, irrompe nel codice linguistico convenzionale spaginandolo e dissestandolo per creare un evento di senso. Codice linguistico poetico e codice onirico si possono pertanto rappresentare come l’intersezione di due insiemi.

La storia del caduceo, in quanto simbolo e rappresentazione metaforica, è un esempio di sovrapposizione di senso, di condensazione concettuale in un’immagine o, se preferite, di assemblaggio di codici. L’idea di cura nell’immaginario antico si lega strettamente al dire poetico. Curare è manifestare quell’idea e quell’atto anche attraverso la parola, è comunicare, e ancor più è infondere nella parola e in chi la riceve la possibilità di condurre con successo quell’azione.
Se, a livello immaginativo, il bastone di Asclepio e il caduceo di Hermes divengono via via simboli intercambiabili degli ambiti in cui si pratica la medicina, non si tratta di un esito privo di nessi. Asclepio è il figlio di Apollo, il dio della poesia, fra le altre qualità che gli vengono attribuite. Apprese l’arte della guarigione dal centauro Chirone che, com’era d’uso per queste creature, deteneva poteri taumaturgici e magici; si diceva che fosse capace di entrare in contatto con i morti e riportarli in vita. Da parte sua Hermes è un messaggero, divinità della comunicazione, che viene a mostrare la via da intraprendere per salvarsi o per perdersi irrimediabilmente. Quindi, medicina, poesia, magia costituiscono nella cultura greca arcaica e, in conseguenza, nel retaggio mitologico e religioso ellenico, tre aspetti strettamente intrecciati. In epoca moderna gli ermetici sono alchimisti e poeti, in onore dell’antico volto divino che sorvegliava i bivi; la strada da percorrere per giungere alla meta o per trovare se stessi.

La ricostruzione storica sancisce come definitiva la confusione fra i due simboli quando durante la seconda guerra mondiale un ufficiale dell’esercito americano, il Colonnello Hoff, scambiò erroneamente il caduceo per il simbolo della medicina, adottandolo per il Medical Corps statunitense. Tale errore, se così si può dire, ha influenzato i loghi di molti ospedali e organizzazioni, specialmente nel mondo anglosassone. In alcuni contesti – tra cui spesso in Italia – il caduceo è utilizzato come stemma delle farmacie. In questo caso, i due serpenti vengono talvolta interpretati metaforicamente: uno rappresenta il veleno (la tossicità) e l’altro il rimedio (la cura), unendo l’idea di equilibrio nella somministrazione del farmaco; si ricordi che la parola greca antica pharmakon assume entrambi i significati a seconda del contesto. Vi sarebbe infine il fattore estetico e araldico: il caduceo presenta una struttura simmetrica che spesso risulta più accattivante e bilanciata rispetto al più semplice bastone con un solo serpente.


Ma questo chiaramente non è che l’esito di un processo molto più lungo e profondo che ha investito la mentalità umana in epoche e culture diverse, annidandosi per molto tempo nel terreno fertile degli immaginari. Che il caduceo a un certo punto fosse percepito come intercambiabile o perfino attribuibile ad Asclepio è di fatto, lo abbiamo visto, legato a una lontana provenienza.

In aggiunta a tutto ciò, oggi forse l’esposizione algoritmica sta decretando il velocizzarsi di certe dinamiche del ragionare, comportando una riorganizzazione del pensiero logico, cosicché ci troviamo sempre più a familiarizzare con forme di ragionamento non convenzionali che assecondano l’associazione di idee e le correnti simboliche dell’inconscio. Inoltre, se osservare la sincronicità è un po’ ripercorrere le orme del pensiero magico, può darsi anche che l’incremento algoritmico ci spinga paradossalmente – ma neppure così tanto – a riadattare e orientare i nostri modelli di pensiero verso queste forme, che poi sono parte costitutiva e integrante della nostra più remota storia culturale.

Tornando quindi alle premesse da cui siamo partiti, potremmo dire in termini piuttosto stringati che la mente vigile è avvezza alla prosa, adottando una logica sequenziale, mentre il sogno e la poesia sovvertono le regole della logica, aggirando le difese razionali. Qui la parola sconfina e scioglie il collante fra significante e significato, diventando altro, offrendosi come pura materia sensoriale. La parola cantata agli albori del tempo nei formulari magici o nel dire oracolare per curare e possibilmente guarire. 

Da questo punto di vista, anche in tal caso, lo si può definire un ritorno al mondo magico, al riflettere sulla realtà in termini incantatori, di influssi subiti o gettati sulle cose, laddove la nostra presenza da quando condivide le sorti terrene vacilla in cerca di riferimenti e rinnovati appigli.

* Per recuperare la traccia degli argomenti presentati nella più recente serie dei miei articoli si rimanda alla mia videolezione: La sintassi dei sogni / The Syntax of Dreams

* Tra simboli e itinerari. Proseguendo a esplorare gli spazi della cura che contraddistinguono la storia urbana e artistica di Firenze, su cui avevamo già avuto modo di soffermarci, qui l’articolo sulla farmacia più antica del mondo, da spezieria conventuale a simbolo della città:
https://www.menshealth.com/it/lifestyle/vacanze-viaggi/a71449703/citta-farmacia-piu-antica-mondo-italia/

Sull’intreccio fra parola, arti visive e guarigione.
La mia collaborazione con Karel Fehr, fotografo, consulente d’immagini, poeta:


Alcune delle mie ultime video narrazioni sui temi dell’acqua, della terra e della guarigione:


Miet Warlop, Si ha cura, Biennale di Venezia_Padiglione del Belgio, 2026