Marius Ernest Sabino – Tanagra e art déco

La scarsità di notizie biografiche e bibliografiche, in italiano specialmente, su Marius Ernest Sabino (1878-1961), che come il cognome fa intendere proprio origini italiane aveva, mi lascia piuttosto sorpresa. Sono giunta sulle sue tracce per l’interesse in me suscitato dalle statuette di Tanagra. A dire il vero non immaginavo di incrociare un così raffinato maestro del vetro, che fra gli anni Venti e Trenta ha espanso i commerci delle sue creazioni fino al Medio Oriente.

Il cosiddetto “modello Tanagra”, riconducibile alla foggia delle piccole statue greche di terracotta rinvenute nell’omonimo demo ellenico, influenzò molto velocemente l’immaginario artistico occidentale. Quest’anno mi è capitato di scriverne in più occasioni, e la scoperta dei lavori di Sabino non è che una piacevole conferma di un radicamento che ha centro soprattutto a Parigi. Il Louvre, infatti, con lungimirante intuizione, a differenza dell’Italia, comprese subito il rilievo della scoperta accaparrandosi un buon numero di originali greci.

In quanto artigiano del vetro e designer, Sabino può dirsi un interprete assai particolare  dell’immaginario antico da lui fatto rivivere in opere sognanti e lievissime. Complici le trasparenze dettate dalla scelta del materiale – per lo più vetro – insieme alla ricerca degli effetti cromatici, tutti a tinte tenui (azzurro e giallo con esiti verde acqua e, quando il caso, ricercati effetti opacizzanti). Non solo Tanagra, ma anche manufatti che sembrano richiamare idoli e amuleti egizi, presenze cristalline e diafane che sovrappongono le suggestioni arcaiche o classiche alle cesellature dell’art nouveau e dell’art déco.  

Figure in vetro fra cui soggetti egiziani, Venere di Milo, due piccole Veneri di Milo, Madonna (figura che chiude a sinistra la serie di tre in primo piano)

Imprenditore e artista il suo lavoro ha influenzato l’arte vetraria moderna. Fra le due guerre, la sua tecnica del vetro modellato a compressione fu una delle migliori messe a punto in quel periodo. Insignito di numerosi premi e riconoscimenti in Europa, ottenne anche la massima onorificenza francese, la Legion d’Onore, per il suo contributo all’arte e all’industria.

Originario di Acireale in Sicilia, approdò in Francia all’età di quattro anni. A Parigi studiò scultura del legno, seguendo le orme del padre. Successivamente seguì i corsi all’École Nationale des Arts Decoratifs et de Beaux Arts di Parigi. Affascinato dalla diffusione dell’elettricità, sostituì i suoi primi modelli di lampadari lignei con pezzi in cui il vetro divenne l’elemento principale di propagazione della luce.
Nel 1925 brevettò una sua formula chimica (a base di arsenico!) per il vetro opalescente. Il risultato è che in condizioni di scarsa illuminazione il vetro appare spesso bianco o bluastro come il ghiaccio di un ghiacciaio. Molti pezzi assumono un sottile colore dorato di un’inusuale brillantezza, quasi una magia.

Tanagra – Donna con veli (Dal catalogo di Sabino del 1930-1931)

Dal 1914 lavorò con un vetraio di Romilly-sur-Andelle, aprendo quindi dopo la guerra una bottega-laboratorio in proprio a Noisy-le-Sec con grandi magazzini nel quartiere del Marais a Parigi.

Il 1925, anno del celebre brevetto, fu pure il più fruttuoso per lui, presenziando all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi.

Il successo dei suoi lampadari coincide con il movimento dell’architettura dell’epoca incentrata sull’elemento luminoso, tanto che Sabino fu anche richiesto per creare l’illuminazione decorativa per i transatlantici. Aprì nuovi punti vendita ad Algeri, Orano, Tunisi e Costantinopoli. Nel 1935, la sua celebrità lo portò a ricevere l’incarico di creare tutte le lampade e i lampadari elettrici per il palazzo dello Scià di Persia.

L’idolo – Scultura in vetro montata su lampada

Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi fecero chiudere i suoi stabilimenti e negozi. Con la ripresa del dopoguerra affidò le sue attività e i modelli creati alle mani dei propri direttori commerciali, non potendo più seguire direttamente il lavoro a causa di una malattia. La vita, anche quella che riesce a schiudersi e realizzarsi al meglio e con soddisfazione, è fatta di apici. Quello di Sabino si era evidentemente celebrato prima della grande deflagrazione degli anni Quaranta. Tuttavia l’impresa da lui fondata andò avanti per qualche tempo attraverso i curatori designati dopo la sua morte, dal 1961 fino al 1975. Il suo delicato mondo creativo, nutrito di estetiche colte e gentili, ci sorprende ancora oggi come una fortunata apparizione.

Le quattro ballerine (1927)

Raro vaso in corno sfaccettato appoggiato su un tacco; la decorazione del titolo è in rilievo e scomposta su ogni lato. Prova in vetro opalescente stampato. Senza segno. Altezza 24,5 cm

Si rimanda anche ai seguenti articoli:

Le signore di Tanagra

L’arte e l’archetipo

L’arte e l’archetipo

Tanagra in Toscana

Archetipo, forma primitiva, radice, matrice, primo volto. Creare è attingere al momento originale, chinarsi alla fonte dell’immaginario collettivo e berne le larve che vi affiorano. Dell’evocazione di questa delicatissima corrente, una sorta di flusso che compenetra chi si appresta all’opera e che si è soliti definire genericamente ispirazione, ho tentato una lettura in alcune mie pagine di recente pubblicazione.

La parola, derivante dal greco ἀρχέτυπον, assume in italiano quattro significati diversi che coprono altrettanti ambiti disciplinari: tecnico-artistico (da notare come la parola greca τέχνη congiunga le due sfere cognitive), filosofico, psicologico, filologico.

Così ci si riferisce al primo esemplare, il modello di un’opera cui altre simili e successive si orienteranno. Quindi nella filosofia, d’indirizzo platonico in particolare, il concetto di idee archetipiche rimanda all’essenza delle cose sensibili. In ambito psicologico, secondo le teorie di C. G. Jung (1875-1961), l’archetipo è l’immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale sussume tutte le esperienze dell’umanità e della vita animale che l’ha preceduta, alimentando gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni. Infine, in filologia, si è soliti definire archetipo il manoscritto non noto ma ricostruibile con maggiore o minor sicurezza attraverso il confronto dei manoscritti pervenuti, da cui questi deriverebbero secondo i rapporti di dipendenza configurati nello stemma codicum, o albero genealogico. Ad esempio, non possediamo l’originale della Divina Commedia di Dante Alighieri – uno dei più clamorosi archetipi mancanti, rovello e passione per molti studiosi – ma talvolta la vicenda familiare dei codici pone in evidenza che l’archetipo stesso sia una chimera. Ossia nella genesi di un testo pare siano entrati in circolazione, fin dall’inizio, esemplari paralleli che rendono vana la ricerca di un solo capostipite.
Tale declinazione filologica è d’uso anche nell’archeologia e nella storia dell’arte: si dirà, statua che riproduce l’archetipo di Lisippo.

Il mio articolo per «Erba d’Arno» (quaderni 171-172), rivista pubblicata con il contributo della CR Firenze, indaga i nessi fra queste discipline, esplorando in che modo le arti e le diverse sfumature linguistiche di archetipo influiscano sia sulle realizzazioni creative sia sui meccanismi di fruizione delle opere stesse.

Accenniamo anche brevemente alla cosiddetta contaminazione fra le arti, come nel caso della poesia, della pittura e scultura. I rapporti e le influenze linguistiche fra Dante e Giotto, quindi i componimenti in versi di Michelangelo Buonarroti che hanno ispirato generazioni di artisti italiani e stranieri, fino all’età moderna, tra cui ad esempio gli espressionisti tedeschi.

«L’entusiasmo che si accompagna a certi ritrovamenti, a scoperte fortuite che all’improvviso ci riconsegnano fra le mani reperti millenari, è innescato da cotali suggestioni. La lontananza che si rifà vicinanza, l’idea di un destino comune che percorre l’umanità, la storia che s’incarna in un segno tangibile spingono l’onda emotiva che abbiamo visto in tante analoghe circostanze. Pensiamo a Tanagra o più recentemente a San Casciano dei Bagni o ancora ai nuovi ritratti del Fayum, affiorati dall’oasi alla fine di quest’anno, trascorso più di un secolo dall’ultima fortunata campagna.  Idoli del sacro e del profano, una quotidianità estatica che sopraggiunge a scrutarci, dee-madri che allattano, giocano coi loro bambini, impugnano il fuso, tessitrici che imitano il gesto delle Parche». (Claudia Ciardi, L’arte e l’archetipo. Specchio di vita immortale, giugno 2023).

https://www.tumblr.com/claudiaciardiautrice

Pistoia, una defilata città – solo in apparenza – ma da sempre spazio in fermento e fucina di molte iniziative. Capoluogo toscano meno frequentato dal turismo, crocevia affascinante di creatività e culture (da «Erba d’Arno» quaderni 171-172, rubrica “Editoria pistoiese”, pp. 132-133).


Calligrammi, una personale esplorazione nella mia scrittura del legame fra linguaggio verbale e figurativo. La riproposta sul mio profilo tumblr della prosa In ogni filo d’erba, omaggio ai borghi liguri, alla mia permanenza sanremese e a Giorgio de Chirico. Grazie a chi continua ad apprezzare questo testo (e a farmelo sapere!).